ventesimo secolo

Un pezzo della mia tesi

I DEMONI E LA PERDITA DELL’INNOCENZA IN “LA RUSSIA ERA SORDA, ZOPPA”. LE CONCEZIONI DI SACHER-MASOCH. IL POETA COME GANIMEDE.
Questa poesia marca il proseguimento del declino del poeta, anche se è possibile sostenere che costituisce una sorta di punto di svolta. L‟armonia della natura e che la natura conferisce al mondo, è distrutta. L‟equilibrio tra dionisiaco e apollineo99 che ha nella descrizione degli spiriti russi un valido esempio è rotto. La rottura è consumata attraverso l‟incontro a cena con il maligno, che qui assume una connotazione diversa da quella di altre poesie di Kljuev100. Grazie a questo incontro egli muterà la sua natura, almeno per un giorno: dopo avere rifiutato il ruolo prometeico, per devozione al divino, ora diverrà, almeno per un giorno, Ganimede, per riecheggiare il dualismo presente anche nella produzione goethiana. Vedremo come questa volta il demone perda l‟ambiguità che caratterizza la tradizione religiosa russa, per assumere una veste più negativa. Di questa poesia è possibile proporre una divisione in tre parti: la prima, inizia con il verso 1 e termina con il verso 17. In essa è descritta l‟attesa di questo ospite. Di questa parte possono essere isolati i primi tre versi che descrivono la visione del poeta rispetto al periodo che stava vivendo l‟URSS. Dal verso 18 al verso 35 è descritto l‟incontro con questo demone. Dal verso 36 fino alla fine l‟incontro termina e la dura realtà riprende vita attraverso la descrizione dell‟autunno che è la stagione del declino della natura.
La Russia era sorda, zoppa, recita il primo verso. Il paese in cui vive il poeta non può sentire ed è impedito a camminare. Egli non scrive a caso il termine Russia, rifiutando la sigla URSS. Non sente quel paese come il suo mondo. La sordità simboleggia l‟incapacità di capire le difficoltà che aveva Kljuev nei
99 Cfr. Nietzsche,1991. 100 Cfr. Non credere, i demoni non sono alati . Si noti, tra i vari aspetti, l‟approfondimento sui problemi di traduzione rispetto alla parola бесы.
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confronti del potere sovietico. La zoppia è il simbolo del disagio che ha il mondo contadino in quel periodo, essa rappresenta infatti un impedimento parziale a camminare. Il secondo verso ci aiuta a capire ancora meglio come Kljuev vedeva la situazione. Leggiamo un proverbio. I proverbi appartengono alla tradizione popolare, molto spesso vengono dalla campagna. Sono il prodotto della saggezza di una determinata nazione e dunque pongono seri problemi ai traduttori. E‟ MOLTO DIFFICILE RIPRODURRE DEL TUTTO FEDELMENTE UN‟ESPRESSIONE IDIOMATICA COME IL PROVERBIO. Si può tentare una traduzione letterale, come è stata scelta in questo caso, e corredarla con una nota a piè di pagina, o, in alternativa cercando un proverbio italiano che si avvicini il più possibile a quello russo. In questo caso la scelta della prima ipotesi è stata dovuta all‟immediatezza dell‟espressione russa, che la rende di facile comprensione anche per il lettore italiano. Il poeta ci offre, in seguito, un riferimento temporale molto significativo. Egli cita l‟angolo natale, che è la parte dell‟isba dove vengono solitamente collocate le icone sotto le quali, ad esempio, si fa sedere un ospite di riguardo. In questo angolo la Russia intreccia il destino. Bisogna sottolineare la grande importanza di quest‟ultima parola, che ricorre spesso nelle poesie che fanno parte di questa tesi. All‟interno di questa casa vi è anche una serva araba. Ricordiamo, a tale proposito, il carattere di stato multietnico che aveva l‟URSS. Erano presenti in quella nazione molteplici etnie, alcune delle quali dai tratti arabizzanti, soprattutto quelle collocate vicino all‟Iran e alla Turchia. Kljuev potrebbe alludere sia ad una donna proveniente da quelle terre sia ad una donna che proviene dall‟Arabia. La presenza di una serva araba ci fa pensare alla descrizione di una casa ricca, anche se, non dimentichiamo, questa presenza potrebbe avere una funzione allegorica. La serva veste un copricapo, tipico di quelle terre, ma anche di paesi asiatici, tra i quali vi è anche l‟India, un turbante, che è variopinto. Questo copricapo, che di norma è bianco, connota ancora più fortemente questo passaggio della poesia, che vede un rapporto tra due culture. Non è da dimenticare nemmeno l‟importanza che il turbante riveste per religioni come quella sikh, che prescrive agli adepti di coprire i lunghi capelli acconciati con questo copricapo. La serva araba sta raccontando una favola. In questa tesi abbiamo fatto riferimento alla favola come esempio morale; bisogna anche ricordare la tradizione delle favole arabe che ha dato vita a raccolte come Le mille e una notte. Nei versi 6 e 7 ci viene spiegato perché la serva ha questo compito. Perché per la disposizione
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letterale/la libera ora doveva passare più dolcemente: lo scopo è dunque quello di offrire diletto, e non un esempio morale, a chi ascolta. La spiegazione continua anche successivamente. Affinché le grigio azzurre guance fossero più lisce/ e più calde degli anelli della tormenta. Il corpo umano assume una colorazione fredda ed irreale, ma che nello stesso tempo esprime ardore. Dopo avere menzionato colori freddi ed avere compiuto l‟insolita associazione con l‟ardore, leggiamo di quello che, scientificamente, non è neanche un vero colore: per il colore bianco. Le amiche colmano il velo della sposa di fumo. Troviamo il bianco, che è simbolo di purezza, associato alla sposa, anch‟essa un simbolo positivo, e al fumo, che rappresenta l‟inconsistenza, la provvisorietà. Questo periodo subisce una brusca interruzione con il punto e virgola. Dal punto di vista grammaticale ha un valore molto forte: l‟argomento, infatti, cambia. Il fiocco di neve è paragonato ad una lacrima di Serafino: questo paragone non ha solo un valore stilistico, perché l‟autore considera molto grave il periodo che sta vivendo il suo paese ed è convinto che gli angeli piangano. I versi 13 e 14 segnano il ritorno dal cielo alla terra. E‟ descritto un marciapiedi scivoloso, sul quale fiocca la neve, e che, insidia chi vi cammina. Il tempo passa, le ore battono sulla cornice, all’interno di un grande palazzo. I palazzi grandi sono tipici della città e, in quegli anni, aumentano costantemente, a causa del progresso economico e scientifico che contraddistingue quegli anni. Troviamo una similitudine molto significativa: le ore sono paragonate allo spirito. E‟ affrontato anche il tema del tempo. E‟ possibile leggere, in questi versi, una relazione tra antico e moderno nella relazione tra lo spirito e il palazzo di sette piani. L‟attesa è dolorosa, le immagini che usa Kljuev per esprimerne la difficoltà sono dure e violente. Il verso 17 anticipa l‟ospite attraverso una metafora che ne descrive l‟aspetto fisico: la perla della notturna bellezza. La bellezza è notturna perché si tratta di un demone, di un essere che vive nelle tenebre. A differenza della tradizione cristiana non vi è una rappresentazione mostruosa del diavolo, anzi, ne si sottolinea l‟avvenente aspetto fisico.
E‟ ora di cena e il poeta o l‟io lirico attende l‟ospite, che ha la coda e le piccole corna caprine. Queste due ultime caratteristiche lo avvicinano di più all‟immagine tradizionale del diavolo, che è spesso rappresentato in questo modo anche nella pittura. E‟ una donna, che è denominata capo-confusionaria Avdot‟ja.
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Ha un nome tipicamente russo, ed una sostanza materiale, come tutti i diavoli. Si tratta di una delle più significative differenze con gli angeli, che vengono considerati come puro spirito e, altro fatto importante, sono asessuati. Il fatto stesso che il diavolo sia di sesso femminile potrebbe far sorgere un collegamento con la visione che molta parte del cristianesimo ha rispetto alla donna, che è rappresentata, in molti casi, come tentatrice. Questa volta la diavolessa ha la funzione di soddisfare la carne. Al lettore di Kljuev si pongono ora due questioni: la prima riguarda la visione della donna da parte di K., la seconda riguarda la visione degli spiriti. La donna ha una funzione positiva per il poeta, come, del resto, qualsiasi principio femminile come la terra, che è divinizzata, o la Madonna. Si tratta di un universo matriarcale che domina la natura e le conferisce armonia. La seconda questione che si pone è quella di come sono visti gli spiriti da parte del poeta e, più in generale, dal paganesimo russo. Come è già stato sostenuto in questa tesi, gli spiriti sanno essere buoni con le persone buone e malvagi con coloro i quali ritengono non si sia comportato bene. Sono descritti come esseri che sanno essere anche tranquilli, che sono in grado di amare i fenomeni naturali, come qualunque essere umano. In questo caso debbono procurare piacere carnale all‟uomo. Il poeta ne sente il bisogno perché è insoddisfatto dalla realtà che sta vivendo. Dallo spirito si passa dunque alla materia. Possiamo rintracciare un collegamento con l‟opera di Goethe Faust, nel quale il protagonista, sazio del nutrimento spirituale che gli procurano gli studi, decide di firmare un patto con il maligno, al fine di ottenere soddisfazioni materiali, tra i quali la relazione con la povera Gretchen. Mentre Faust è “sazio” dal punto di vista spirituale, K. non lo è, ma si sente di dovere sfuggire la realtà che gli sta procurando così tanti turbamenti. Egli sceglie il momentaneo oblio, rifiuta la memoria. Senza la croce antico russa: egli, per un giorno, decide di non pensare più alla religione. A ritroso e con il labbro legnoso: vediamo come egli soddisferà le sue pulsioni, egli ce lo descrive utilizzando un‟immagine forte, dura. Con le corna e con l‟occhio della civetta! Ricordiamo anche che, alla civetta, sono associate influenze maligne, a causa del fatto che è un uccello notturno. Kljuev ha deciso di abbandonare tutti i guai che lo affliggono, per quel giorno, e lo ribadisce scrivendo che vuole escludere ferite purulente, peste e contagio. Tutti e tre questi nomi sono carichi di significato. Le ferite purulente sono infette, non sono state curate o sono state curate male e, a quel tempo, una ferita infetta poteva causare
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anche l‟amputazione di un arto. La peste ha rappresentato per secoli un flagello particolarmente temibile che ha decimato l‟Europa: un‟epidemia era stata vista come una punizione divina. Il contagio rappresenta la diffusione della malattia: si ricordi che, ai tempi di Kljuev, i contagi avvenivano su larga scala, a causa delle minori conoscenze in campo medico rispetto ad oggi. Questi tre termini che elenca Kljuev possiedono, ovviamente, anche una forte carica simbolica dato il tono che caratterizza l‟intera poesia. A tavola si beve il sangue in boccali torbidi. Possiamo citare, a tale proposito, l‟ultima Cena101, quando Gesù versa il vino e invita a berne gli Apostoli, dicendo loro che rappresenta il suo sangue. Dei vampiri, che sono considerati un simbolo del maligno, si dice che bevano il sangue. Il sangue sta dentro ai boccali, come fosse birra o vino. Tutto ciò aumenta la sensazione di carnalità e di concretezza che caratterizza questo momento della poesia. Intanto i diavoli suonano una musica lamentosa, con i liuti. Fuori l‟asino cammina con passo regolare, per offrire al lettore l‟idea dell‟aspetto fonico il poeta inserisce anche l‟onomatopea, e, durante la mescita, il cui sentiero è definito cristallino, striscia il serpente, che è definito padrone dei giorni feriali. Notiamo un aggettivo che simboleggia la trasparenza e la purezza associato ad un animale che è uno dei simboli più noti del diavolo, si pensi alla Genesi, ad esempio. La traduzione che è stata effettuata non rende giustizia all‟originale, perché nella lingua russa esistono due termini specifici per il serpente maschio e per la femmina di questo animale. Notiamo che la funzione che gli animali hanno nella poetica kljueviana cambia, diventando quella di corruttori, una funzione, che è, dunque totalmente negativa. Il serpente, che rappresenta il maligno, è padrone dei giorni feriali, dunque di gran parte della settimana, la quale è consacrata, solo alla domenica, a Dio. Del diavolo si dice anche che sia il padrone della terra. La descrizione diventa con tinte più fosche perché un teschio divora la carne, che è diventata gelatinosa. Il teschio, che è simbolo della morte, consuma un pasto misero: nonostante ciò la festa continua e si balla. Le scarpe si lanciano nella danza/Battono nelle costole i tacchi: si è dunque in preda all‟estasi dionisiaca del ballo. Per esprimere devozione a Dioniso si danzava, così come per certi riti dei chlysty. Anche in questo caso l‟immagine potrebbe sembrare gioiosa, ma non lo è, perché è governata dal maligno. Il mondo e la natura sono sconvolti.
101 Cfr. Matteo 26, 17-29; Marco 14, 12-25; Luca 22, 7-23.
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Per esprimere questo sconvolgimento l‟autore ricorre ad una similitudine con un canide, questa volta si tratta del cane. Anche in altre poesie102 Kljuev menziona canidi, come ad esempio, i lupi, ma per esprimerne la ferocia. Questa volta la similitudine è tra il cuore e un cane massacrato. Il cuore latra, il cuore è sconvolto. Emette un terribile verso, perché è stato massacrato. Il latrato, che spesso emettono i cani per esprimere rabbia, questa volta è emesso dal cuore per esprimere il dolore più lacerante. Nel verso 37 l‟autore ribadisce che siamo in autunno, la stagione durante la quale la natura decade e che ha una valenza ancora più negativa rispetto all‟inverno, caratterizzato dall‟immobilità. Si chiudono le imposte: per esprimere questa chiusura, che può essere dovuta alle intemperie dell‟inverno o ad un momento di grande difficoltà, l‟autore usa un‟espressione molto cruda: le imposte si sono accecate sul balcone. L‟accecamento indica una situazione irreversibile. Le imposte rischiano di rimanere chiuse per sempre. Persino le foglie si sono nascoste, esse hanno paura, perché posseggono un‟anima. Hanno paura del feroce pescatore, di cui non ci è dato sapere l‟identità e che alcuni hanno voluto identificare negli agenti segreti. Il feroce pescatore potrebbe essere anche il maltempo, che incomincia ad imperversare nella stagione autunnale. Il maltempo ha, comunque, anche un forte valore metaforico. In questa poesia un altro elemento simbolico, che abbiamo già incontrato, e che ritorna nel verso 41 è la capra. Leggiamo infatti capra – amica, con riferimento al diavolo femmina, che prima il poeta ha incontrato. La parola amica è da intendersi, in questo caso, con un‟accezione quasi erotica. Egli si rivolge ad Avdot‟ja per dirle che la voluttà, alla quale, nella traduzione, è aggiunto l‟aggettivo peccaminosa, non si può misurare con il torbido boccale, quello colmo di sangue che prima è stato bevuto. E‟ STATO NECESSARIO AGGIUNGERE NELLA TRADUZIONE L‟AGGETTIVO PECCAMINOSA, PER RAFFORZARE L‟IDEA DEL DISPREZZO PER GLI ECCESSI MATERIALI CHE LA RELIGIONE CRISTIANA, nelle sue varie confessioni, ha sempre avuto. Una certa parte del cristianesimo ha disprezzato qualunque cosa non fosse legata allo spirito e ha imposto e, in certi casi, tutt‟ora impone la castità per rafforzarlo. A tale proposito si ricordi anche lo stretto rapporto con gli skopçy che il poeta ha avuto. Questa invocazione, che continua per 5 versi, si inserisce
102 Cfr. Villaggio- sogno di tronchi d‟albero p. 110-114.
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all‟interno di quella che è stata indicata come la terza parte di questa poesia e richiama la seconda, caratterizzata dall‟incontro con questo diavolo femmina. Si vogliono sottolineare, in questo modo, tutta l‟importanza e il significato che questo ha avuto. Ad Avdot‟ja è chiesto, da parte di Kljuev, anche di grattare il proprio corno storto al fine di procurargli dolore. Egli cerca il dolore, possiamo trovare, in questa ricerca, un collegamento con le idee di SACHER-MASOCH103. Questa “ricerca del dolore” potrebbe essere collegata alla tematica del capro espiatorio che già abbiamo rintracciato nelle opere104 di questo poeta, che sente vicini il declino e la distruzione del suo mondo. Egli cita la casa natale, che possiamo vedere come la Siberia. Abbiamo più volte menzionato l‟importanza che ha, per K. il concetto di maternità.105 Oltre alla casa natale, il poeta menziona anche il giardino, che è definito azzurro, come se si trattasse del paradiso. E‟ autunno inoltrato, le foglie cadono e quelle calpestate sono bucate perché l‟autunno è oramai in una fase avanzata. Per dimostrare ancora una volta il turbamento della natura, l‟autore compie una personificazione del crepuscolo: si tratta di una personificazione molto triste, perché viene descritto con dei cenci e, per di più, cieco. Il crepuscolo è dunque paragonato ad un mendicante. E‟ ricordato il passato: il loro fiorire di sur‟ma sui vasi/ si contempla nel sogno. Come spiega la nota, la sur‟ma è un elemento della natura caratteristico della zona dove vive Kljuev, così come, al verso 51, il crespino che si può contemplare sia nel cimitero, sia nel promontorio. Questi due termini della natura russa mettono in luce nuovamente uno dei principali problemi di traduzione: è necessario conoscere la Siberia e, in modo particolare la sua natura, approfonditamente. Mentre la sur‟ma è un trucco che usano le donne, il crespino è utilizzato in cucina. Troviamo sia l‟aspetto della cura personale delle donne, sia quello, più concreto, del cibo. Notiamo anche la contrapposizione tra due elementi come il cimitero e il promontorio d‟acqua. Sono due luoghi tipici della campagna e rappresentano, rispettivamente, la morte e la vita. All‟interno della natura ritroviamo la capra, che simboleggia il demonio. In questo caso è definita capra-amante. Notiamo come Kljuev compia questo procedimento di unione di due sostantivi quando vuole metterne in rilievo l‟importanza. Anche la capra ricorda il maligno e cammina: K.
103 Cfr. Etkind 1998, 139-144. 104 Cfr. Come uno schiavo remissivo p. 16-18, 105 A proposito del concetto di Родина cfr. Dove siete impeti bollenti p. 11-16.
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ce lo ricorda con un onomatopea, che ci avvicina, in un certo qual modo, alla campagna. La capra oltrepassa l‟inferno, che qui è chiamato con la denominazione greca, supera la bara, che rappresenta i confini terreni, va verso il mare. Dal mare, che rappresenta l‟elemento acquatico, che origina la vita, va in alto, verso i gabbiani e il sole che è definito tamburello. Si tratta, probabilmente, della descrizione del diavolo che se ne va, che si inserisce in questa parte della poesia. Il poeta richiama, al verso 55, di nuovo l‟attenzione su di sé. Egli non è morto, non si è addormentato eternamente. Lo scrive in questo modo, paragonando la morte al sonno, accettandola pazientemente, come la dottrina cristiana prescrive. Alla morte è associato un ricordo di vita gioiosa, che appare nei versi successivi: sui mari – sulle onde/oggi qui, ma domani là! – Si tratta, probabilmente, di due versi di una famosa canzone dei suoi tempi che esprime tutta la gioia di vivere alla giornata, attraverso questa metafora legata all‟acqua. La poesia è come un sipario che si chiude, durante la chiusura, si odono urla nel vicolo autunnale. Si tratta di persone ubriache, perché i giorni feriali stanno finendo. Anche la crosta delle parole è ormai cancellata: si pone la questione di come fare poesia in quel periodo. Alla fine di questa poesia egli afferma di non credere al cimitero morto: si tratta di un concetto molto significativo nella poetica kljueviana, che vuole descrivere con ancora più efficacia la totale assenza di vita. Il diavolo ha tolto la vita, ha cancellato anche il passato e la funzione fondamentale che i morti hanno. Dopo tutto questo non resta che ammirare un uccello, il passero, che è definito con una coppia di aggettivi, ammiccante-sazio, al quale è attribuito il dono di rimanere giovane.
Questa poesia pone il problema generale del rapporto tra intellettuali e potere. Lo pone in una forma disperata e angosciante, nella quale possiamo rintracciare continuità e discontinuità rispetto all‟opera di K.. La continuità sta nel come si descrive quella fase che sta vivendo il poeta, ma anche il suo paese. Si tratta di una descrizione che è filtrata in modo determinante dalla soggettività dell‟autore, che è realmente disperato. K. mescola realismo e caratteri del tutto visionari, restando comunque legato alla natura dei suoi luoghi di nascita, che egli cita continuamente. Nella descrizione della natura troviamo la prima discontinuità, questa volta la natura non è più idilliaca. La natura è stata distrutta,
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la speranza è poca: è rimasto un piccolo uccello, il passero. Attraverso un animale, la capra, è rappresentato il maligno. Il sole ha conservato ancora la sua divinità, ma il crepuscolo si presenta vestito da mendicante a contrassegnare, in modo ancora più efficace la decadenza autunnale. Bisogna aggiungere che, in autunno, il crepuscolo, comincia ad anticipare offrendo ancora di più un senso di decadenza. Così come nella natura, anche nella rappresentazione dei demoni troviamo un segnale discontinuità. Al contrario della tradizionale rappresentazione degli spiriti russi, con caratteristiche ambigue, sia benigne, sia maligne, questa volta si mette in luce la voluttà peccaminosa di questi esseri e la loro sete di sangue. Notiamo una condanna dell‟aspetto materiale della vita da parte di K. e la contemporanea introduzione nelle poesie di elementi di carnalità. E‟ forte l‟unione tra piacere sessuale e dolore, che conferisce dei tratti sadomasochisti alla poesia. Per tornare alla questione dell‟apollineo e del dionisiaco, anche lo stesso Nietzsche, quando descrive il martirio di Dioniso106, ne mette in luce lo stretto rapporto. Questa volta K. si è avvicinato a quella che è la concezione tradizionale dei demoni in ambito cristiano. Per concludere, si può sottolineare, che questa poesia rappresenta una particolarità nelle opere di Kljuev, che, per scordare la realtà, si abbandona per un giorno al peccato.
106 Cfr. Nietzsche 1991,72.
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3.4 LA MISSIONE DEL POETA NELL’ULTIMA FASE DI KLJUEV: “OTTOBRE MI RAGGIUNGERA’”. IL POETA E PROMETEO. La poesia che è analizzata rappresenta un esempio di poesia poetologica, in altre parole si tratta di una poesia che descrive le funzioni del poeta. E‟ interessante notare un legame tra questa poesia e altre dello stesso Kljuev, Io ero magnifico e alato nella residenza del dio padre, e anche con Dove siete impeti bollenti. In un caso il poeta è descritto come un Prometeo che ha rubato agli dei. Egli si condanna per questo e ammonisce gli altri a non ripetere il suo stesso errore. Non bisogna dunque violare l‟ordine sacro, in Dove siete impeti bollenti coloro che sostengono i moti di quell‟anno sono definiti cantori del destino popolare. Sono dunque le voci del popolo. Il limite è dunque quello divino, che deve essere rispettato, non deve essere rubata la Corona del Creatore. Il paragone con Prometeo non è causale: egli apparteneva infatti alle divinità materne, che furono sconfitte da Giove e si permise di contrastare l‟autorità degli dei. Prometeo è colui tenta di sovvertire l‟ordine. Eschilo lo assolve, nel Prometeo liberato, mentre Goethe lo condanna nel Prometeo incatenato. In questo caso la visione del compito del poeta è quanto mai trasfigurata dalla situazione dello stesso poeta. Egli sente che la condanna, da parte dell‟autorità politica e non da quella divina è vicina. Il poeta ci offre come riferimento temporale il mese di ottobre, che in Russia comincia ad essere piuttosto rigido, e che è anche il mese in cui la Rivoluzione d‟Ottobre ha ottenuto il successo. Partendo da queste considerazioni è possibile dividere la poesia in tre parti. Dal verso 1 al verso 17 il poeta descrive sé stesso e l‟ottobre, dal verso 17 al verso 47 descrive la sua funzione di poeta, mentre dal verso 48 fino alla fine parla del suo incontro con la morte.
Nel verso 1 possiamo leggere la personificazione di un mese, ottobre. Ottobre è il secondo mese dell‟autunno e rappresenta per la Siberia un periodo di irrigidimento del clima. E‟ interessante notare anche come l‟origine latina dei nomi non sia mutata nelle principali lingue europee, compreso il russo. Ottobre
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era l‟ottavo mese del calendario romano e divenne il decimo sia di quello del calendario giuliano, sia di quello gregoriano. Solo i rivoluzionari francesi tentarono di cambiare il nome ai mesi, associandoli all‟agricoltura, non ottenendo un grande successo. Ottobre è rappresentato come un individuo largo di spalle, esprime dunque possanza, forza. Questo mese è paragonato al frassino di cui il poeta nota il baffo dorato. Ritroviamo la presenza dell‟oro e delle colorazioni dorate nelle poesie di Kljuev. L‟oro ha un colore vivace, che ricorre soprattutto nei mesi estivi, ma anche, in certe sfumature delle foglie ingiallite. L‟albero ha una caratteristica tipica dell‟uomo, il baffo. Leggendo il primo verso veniamo a sapere che ottobre raggiungerà il poeta, o l‟io lirico. Nel verso 3 Kljuev inizia la descrizione fisica di sé stesso. Egli paragona i suoi occhi a due animali del fiume, le anatre. Bisogna sottolineare, a tale proposito, una difficoltà linguistica data dalla traduzione. Esiste infatti nella lingua russa la parola per esprimere il maschio dell‟anatra, e la parola che indica la femmina. In questo caso l‟anatra descritta è il maschio: questa precisazione non è casuale se si pensa che l‟anatra maschio è in generale più bella della femmina. Egli si paragona ad un elemento della natura, che rimane, nonostante tutto, il suo rifugio dai mali del mondo, anche se nella poesia La Russia era sorda, zoppa107 è stata, almeno in parte, sconvolta. La natura torna dunque ad essere un elemento armonizzante. Le due anatre stanno sul tratto diritto del fiume: la parola плѐсо può essere considerata come una vera e propria parola-chiave per questo poeta. Essa ricorre sovente nelle sue poesie, e anche tra quelle che sono analizzate in questa tesi. La ripetizione di certe parole ci da l‟idea di come Kljuev le utilizzi come un pittore utilizza dei colori di una tavolozza. Egli “padroneggia” la natura, sia spiritualmente, sia stilisticamente. Il tratto diritto del fiume è un topos delle sue poesie, oltre che un elemento tipico delle zone dove il poeta ha vissuto. K. è partito dagli occhi, perché essi possono descrivere molto efficacemente una persona, per descrivere, successivamente, i capelli, che sono assimilati a covoni, che stanno nell‟erbaio. Egli ha i capelli chiari, come molti abitanti della Siberia. Ancora una volta il poeta ricorda la sua vicinanza alla natura. Dopo avere compiuto questa descrizione di sé stesso, il poeta descrive il sole. Il sole è, per l‟ennesima volta, personificato. Questa volta il sole ha smarrito il rastrello: il sole interviene nelle vicende umane, è un contadino. In questa circostanza possiamo rintracciare un collegamento con la mitologia greca, nella
107 Cfr. p.119-127.
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quale gli dei compivano molte delle attività degli uomini, intervenendo anche direttamente nelle loro vicende. Alla terra presiedeva la dea Proserpina, che fu latinizzata come Cerere. Il sole sorgeva e tramontava nel cielo grazie ad Apollo, che ne guidava il carro. L‟autore abbandona la descrizione di sé stesso per descrivere il mese. Quindicesimo ottobre nel finestrone/ Osserva come adolescente abbronzato: l‟aggettivo quindicesimo, riferito ad ottobre, ci offre un possibile riferimento temporale. L‟ipotesi che è avanzata nella tesi fa propendere per un diretto collegamento tra ottobre e la Rivoluzione, che, in quei mesi, ha conquistato il potere. Ottobre era perciò un mese di fondamentale importanza dal punto di vista politico. In ogni caso il poeta non svelerà mai esplicitamente, in tutta questa poesia, l‟esattezza dell‟ipotesi. Questo verso ci è utile a capire anche l‟anno di composizione di questa poesia: si tratta del 1932. La luce di un giorno d‟ottobre si riflette sul vetro di una finestra: siamo dunque in una casa e qualcuno sta osservando. Ora è il mese ad osservare. Ottobre è associato anche ad un adolescente abbronzato. L‟adolescenza è un periodo di crescita per l‟uomo, di vigoria e baldanza e questa immagine così forte si collega in modo molto valido a quella del verso 1. Dell‟adolescente si dice anche che è abbronzato: ha potuto ricevere, almeno fino a poco tempo prima, i raggi del sole. L‟adolescente subisce il vento, che lo consuma, e che comincia a diventare forte, dato anche l‟approssimarsi dell‟inverno. Il vento è color giallo zafferano, ha un colore piuttosto vivace e violento, probabilmente perché trasporta polvere e sabbia. Ottobre osserva un albero, il sorbo selvatico. Kljuev si sofferma sulle caratteristiche del frutto del sorbo: vede, in questo frutto, delle lucenti labbra. La natura è, ancora una volta, umanizzata. Nel verso 10 leggiamo anche: Con tutta la testa, come il boschetto, bandiera. Il sorbo selvatico è colpito dalle tempeste, dalle piogge, che sono così comuni in autunno. La natura è in grado anche di scatenare i propri elementi, perché, come la terra, è piena di forze. LA TERRA PIENA DI FORZE è associata ai trombettieri: notiamo quindi un‟immagine sonora, legata al mondo militare. Il verso 13 è un verso chiave per la comprensione della poesia, perché ne contiene la similitudine principale. Egli paragona sé stesso ad un salice: a tale proposito è necessario ricordare che ERA USANZA COMUNE ASSOCIARE GLI ESSERI UMANI A DEGLI ALBERI. I piedi sono stati intrecciati dai carri, egli ci ricorda, in questo modo, che è contadino, che è legato al popolo. Questo legame si esprime anche menzionando un oggetto utilizzato dai pescatori, la nassa. Egli sta in mezzo
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alla gente: parla, anzi borbotta. Borbottare significa parlare in modo non del tutto chiaro, a volte anche in modo sommesso. E‟ il contrario di declamare: questo verbo ha un valore poetologico, poiché contribuisce a fornire l’idea della missione del poeta. La similitudine è con le foglie offuscate e bucate, che sono un altro degli stilemi di Kljuev e stanno ad indicare che l‟autunno è già in fase avanzata. Questo verso poetologico è l‟ideale termine di questa parte della poesia.
A chi si rivolge il poeta nel compiere la sua missione? Ai sereni e dalle corde d‟oro, alle persone che hanno raggiunto un alto grado di armonia interiore e sono in armonia con il mondo. Questa idea consente di trovare un collegamento con le filosofie orientali, tra le quali quella buddista: a tale proposito si deve tenere conto del fatto che la Siberia era anche chiamata “India bianca”. Egli si sente lieve, leggero, e lo esprime con una similitudine di grande delicatezza, come una nuvoletta. Non si sente un vate, non si sente un “poeta laureato”. La sua missione è quella di muovere i cuori altrui verso il giusto concetto. Abbiamo già rintracciato questa idea nella poesia Vi è in Lenin lo spirito del vecchio credente108: in quel caso il poeta si riferiva, con tutta probabilità, alle idee rivoluzionarie. Abbiamo tradotto l‟aggettivo in lingua originale con l‟aggettivo giusto, inteso nel senso più largo del termine. Si pensi all‟accezione biblica che si riferiva ad una giustizia superiore, divina. Kljuev utilizza il verbo che è tradotto con persuadere per fornire l‟idea al lettore che la sua missione non è costituita da obblighi e forzature, ma è basata sul dialogo sereno. La traduzione utilizzata per la parola russa Молва non è delle più adeguate, concetto non soddisfa a pieno l‟equivalenza connotativa con l‟originale russo in quanto occupa un campo semantico più limitato. All‟interno delle lingue europee la parola che più si avvicina è quella tedesca, Begriff. Qual è l‟essenza del giusto concetto al quale il poeta deve persuadere il cuore degli uomini? Non battete, lenite le ferite: il primo concetto esprime un rifiuto della violenza, che è esplicitato attraverso la negazione di essa. Egli invita gli uomini alla pace e alla concordia, come Cristo nel Nuovo Testamento, di cui possiamo rintracciare lo spirito, così diverso da quello del Vecchio. Mentre K. invita nella prima parte del verso a “non fare” qualcosa di negativo, nel secondo verso esorta a lenire le ferite, che possono essere sia del
108 Cfr. p. 90-99.
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corpo sia dello spirito. Egli vuole essere, esercitando la sua missione, utile sia agli altri sia a sé stesso. Leggiamo infatti: Affinché dell‟azzurra radura, delle erbe con le code a crine nere, dei boschi natali/ Io di nuovo avrei potuto bere fino in fondo il tetto e il saluto. E‟ menzionata la radura, che, non a caso è definita azzurra, l‟azzurro è il colore del cielo, del paradiso. Troviamo le erbe con le code a crine nere, altro elemento tipico della natura, e i boschi natali che ci ricordano ancora il legame che ha Kljuev con i luoghi in cui è nato e ha vissuto. Il verso 24 mostra un altra espressione idiomatica109 russa. In questo caso è stata la traduzione letterale, perché è abbastanza facilmente intuibile il senso di questa espressione e, anche, perché non esiste un‟espressione equivalente valida nella lingua italiana. Il lungo periodo che Kljuev utilizza si chiude, ma la descrizione della funzione del poeta continua, questa volta con una climax ascendente: Con la ripida riva, con gli scoiattoli, con i cardellini: si inizia con l‟acqua, che è rappresentata dalla riva ripida, un tipico stilema kljueviano, per passare alla terra, o meglio agli alberi, rappresentati dagli scoiattoli, al cielo, nel quale volano piccoli uccelli come i cardellini. E‟ interessante notare come il poeta utilizza l‟immagine di questo uccello di dimensioni ridotte per contribuire ad offrirci l‟idea di una poesia che si distacca dalla magniloquenza, anche se egli utilizza anche sete benefiche per ricamare il tappeto della poesia. La seta, alla quale è stato attribuito un potere benefico, rappresenta un certo grado di attenzione allo stile che, secondo il poeta, non deve mancare. Dopo avere menzionato elementi molto semplici, tipici della natura, di cui chiunque, povero o ricco, può fruire, l‟autore nomina un tessuto molto fine e alla portata delle persone più abbienti, un tessuto che proviene dall‟oriente. Vi è il verbo RICAMARE, che non rappresenta un‟azione indispensabile, al contrario della CUCITURA o della TESSITURA, ma un‟azione che è compiuta per migliorare l‟estetica di un capo di abbigliamento, o di un oggetto della casa. Troviamo anche un tappeto, che non è un oggetto indispensabile alla casa, ma serve per abbellirla. Il poeta ha ricamato il tappeto della poesia/Per i piedi dell‟incantevole adolescente. Ritroviamo un‟altra volta in questa poesia, l‟immagine dell‟adolescenza: si tratta, come abbiamo detto, di un‟immagine che esprime speranza, vigoria e forza. E‟ definita anche incantevole, in altre parole, di una bellezza tale da incantare, da mandare in estasi. A proposito dei paragoni tra esseri umani ed alberi bisogna sottolineare che la ragazza adolescente è
109 Cfr. La Russia era sorda, zoppa p.119-127.
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paragonata alla betulla, che è nominata nel verso successivo. Questo verso è utile al lettore anche dal punto di vista temporale: la betulla è sommersa dalla neve, perché è arrivato l‟inverno. Il declivio guarda al fiumicello/ come alzando il bollore furioso della sfumatura di verde. Del declivio si sottolinea l‟intensità del colore, di cui si mette in evidenza il bollore furioso. Abbiamo utilizzato la traduzione furioso perché si adatta al registro linguistico che Kljuev utilizza nelle sue poesie. Si tratta di un registro composto da termini che rimandano all‟ardore, al fuoco. Possiamo citare, ad esempio, Dove siete impeti bollenti110. E‟ da sottolineare anche l‟uso del verbo guarda, che ci indica l‟importanza che l‟autore conferisce ai sensi nella gran parte delle sue opere. Ora il poeta sente che la sua funzione ha perso significato. Egli scrive infatti: nessuno ode il liuto/ che è come il soffiare del vento cieco e cavo. Dal richiamo alla vista, passiamo all‟udito. L‟autore cita il liuto, con il quale si accompagnavano un tempo, i poeti. Basti citare, per trovare un collegamento con la cultura neolatina, i cantori della classicità111 e i trovatori medioevali. Il liuto è già presente nella poetica kljueviana: esso viene suonato dai diavoli per eseguire lamenti.112 Il liuto e il vento sono definiti ciechi e cavi. La cecità è una caratteristica dei cantori e dei veggenti ed indica una capacità di vedere superiore, la capacità di avvicinarsi all‟essenza, di cogliere la volontà, di squarciare il velo di Maia che copre la rappresentazione che sta dinanzi ai nostri occhi. In questo caso la cecità sta ad indicare un handicap, è un segno di impotenza e disagio. L‟essere cavi è una caratteristica dei liuti, ma indica anche il senso di vuoto. Egli è destinato ad essere dimenticato, a cadere nell‟oblio. Il verso 32 potrebbe essere l‟inizio di una sorta di anticipazione dell‟ultima parte della poesia. Il tono diventa sempre più tragico: Ottobre mi tagliò con la falce della tempesta. E‟ di nuovo menzionato ottobre, con tutto il carico simbolico di cui si è scritto nelle righe precedenti di questa analisi. Ad ottobre è attribuita un‟azione che è tipica del contadino: tagliare con la falce. E’ IL POETA AD ESSERE TAGLIATO CON LA FALCE, COME SE FOSSE UNA SPIGA. La sua funzione e la sua stessa vita sono in pericolo. Qualcuno ha voluto attribuire alla falce anche un significato politico, essendo uno dei simboli bolscevichi. La falce è della tempesta: questa volta la tormenta non ha un valore catartico, ma è descritta
110 Cfr. p. 11-16. 111 Cfr. Dove siete impeti bollenti p. 11-16 e Come lo schiavo remissivo p. 16-18. 112 Cfr. La Russia era sorda, zoppa p. 119-127.
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in tutta la sua tragicità. Ritorna al richiamo al salice: IL POETA È TAGLIATO FINO AL COCCIGE, che è una delle ultime vertebre dell‟uomo e che rappresenta un retaggio della coda che i nostri progenitori possedevano. Ottobre gli consegna una conocchia di ferro, altro elemento tipico del paesaggio poetico kljueviano ed un gomitolo di seta, che è definita ardente. Ritorna il richiamo alla seta, che nel verso 26 di questa poesia è definita ardente. Perché sono stati consegnati al poeta una conocchia di ferro ed un gomitolo di seta? Egli deve utilizzare anche l‟osso del lupo, che è definito digrignante.113 Anche questa è un immagine già utilizzata da Kljuev e che marca tutta la disperazione che il poeta sente in quella fase della sua vita. Con l‟osso del lupo deve cucire le rocce: si tratta di un compito di enorme portata. Tra queste rocce le aquile affrontano lo scontro, definito feroce, con i draghi. Egli ha un compito difficile, per svolgere il quale non serve un normale ago. Troviamo le rocce, che fanno pensare più spesso ad un ambiente di montagna e che sono impervie, il movimento è difficoltoso. Le rocce sono anche il simbolo di una natura inerte, data la millenaria lentezza delle modifiche che subiscono, e sterile, sulle rocce non può crescere quasi nulla. La natura che ci è presentata solitamente nelle poesie di Kljuev è un simbolo di fertilità. Alle rocce è accomunata un‟azione topica della poesia kljueviana, la cucitura. Mentre gli viene affidato questo compito, ha una visione. Vede delle ragazze che si spogliano davanti a lui e davanti all‟albero della vita. Anche la vita è associata ad un albero. Le fanciulle si spogliano mostrando una candida nudità. Queste ragazze ci ricordano immagini semi-divine della classicità, ma anche dell‟universo delle leggende tedesche: si possono citare, a tale proposito, le ondine114 e le Naiadi, che sono legate, all‟insieme delle divinità femminili. E‟ interessante notare anche come la loro nudità sia definita candida, perché la religiosità tradizionale ha spesso associato l‟essere svestiti al peccato, al contrario dei classici greci e latini. I progenitori dell‟umanità, Adamo ed Eva, nascono nudi: solamente quando mangiano il frutto dell‟albero della conoscenza del Bene e del Male sentono il bisogno di coprirsi. Per citare un altro esempio, ci si può riferire al periodo della Controriforma, quando fu emessa la disposizione di coprire gli organi sessuali
113 Cfr. Villaggio – sogno di tronchi d‟albero p. 109-114. 114 Geni delle acque, che dimorano sotto il cristallo dei laghi e delle fontane che custodiscono. Entrano in un gran numero di leggende e tradizioni tedesche del Medioevo. Cfr. Enciclopedia Pomba per le Famiglie:1964,159 Così come le ondine sono associate all‟acqua, alla terra si associano gli gnomi e ai pascoli le silfidi.
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delle pitture e degli affreschi delle Chiese. Vestirsi non è solo una necessità, ma anche una convenzione sociale. L‟aggettivo candida esprime l‟assenza di malizia: anche se queste ragazze sono nude non provocano i sensi. Il concetto di candore115 è già utilizzato in K., le ragazze esprimono purezza al contrario del demone Avdot‟ja. Entrano nell‟acqua, dove sguazzano come cigni. Anche questo animale ha un alto valore simbolico, perché esprime grazia. Il fiume è paragonato all‟opale. Il fiume, che è simbolo di vita, è azzurro come questo minerale, che esprime sterilità. Queste ragazze contemplano la loro bellezza che suscita meraviglia, tanto è grande. Questa è dunque un‟immagine di armonia e pace che si contrappone al destino di cui Kljuev avverte il compimento inesorabile.
Il verso 48 inizia con un imperativo. Il quadro cambia, l‟idillio termina. L‟autore ingiunge: fatevi da parte! Egli ha svolto il suo compito: con l‟osso del lupo, che ottobre gli aveva assegnato, ha ricoperto di macchie il terreno all‟ospite. Si tratta della morte, che è personificata, e che non viene mai menzionata esplicitamente. Notiamo dunque un‟allegoria, che ci rimanda, ad esempio a quella dei Mistery Plays medievali. La morte è un‟ospite, che deve essere accolta. Le sono consegnati oggetti quali, il frustino d‟alce e di zibellino, ottenuti dalle pelli di animali tipici della Siberia: la morte riceve anche un tessuto, la pestriad‟, che ricorre spesso nelle poesie di Kljuev, e cibo, piselli. Il poeta elenca altri elementi tipici: l‟orlatura siberiana dorata, l‟onda e il tappeto di lana di Bukhara, città del Sud dell‟URSS. Dal sud proviene anche il pizzo georgiano, che precede il mio racconto, cioè la poesia di K.. L‟elenco non termina qui: si aggiungono infatti le perle della Carelia, gli stormi di gabbiani e il miracolo del bosco, che è definito premonitore. Egli consegna alla morte gli oggetti tipici della sua terra, la natura dove ha vissuto. Per ultimo viene l‟orso, che è uno dei simboli russi, che è ritratto spesso a disegnare con una bacca l‟abc. L‟orso ha anche un rotolo di vinco. Dopo avere accolto la morte il destino del poeta è ormai compiuto, anche se sembra che conservi una speranza, la quale, forse, è solo un sogno, il sogno di rimanere in armonia con la natura. Al verso 61 leggiamo infatti Io di nuovo il tessitore delle foglie aghiformi, che sono le foglie dei sempreverdi, che compaiono spesso nelle sue poesia, così come l‟aurora che è confrontata con le collane di cinabro.
115 Cfr. Dove siete impeti bollenti p. 11-16.
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Nonostante il fatto che il suo destino sia ormai segnato compie una dichiarazione di poetica. I versi 63 e 64 recitano: Nella bisaccia, nelle macchie impenetrabili dei caffettani/Come il nido, ritrovo le canzoni. Troviamo un riferimento al mondo contadino con le bisacce e uno alla natura con le macchie impenetrabili. E‟ interessante il confronto con il nido, che rappresenta l’abitazione, un ritrovo sicuro. Negli ultimi due versi egli dichiara che non consegnerà il coltello dentato per tagliare il collo al salice. La lettura e l‟analisi di questa poesia confermano che si tratta di una poesia poetologica, che rappresenta l‟ultima fase della poetica kljueviana. E‟ indicativo l‟inizio della poesia, poiché parte da sé stesso. La funzione del poeta che è tratteggiata in questa poesia lo avvicina a quella del profeta. Il poeta si avvicina a Cristo soprattutto per quel che riguarda il suo ruolo di conciliatore tra gli uomini. Nonostante la morte stia arrivando, egli non perde la consacrazione che ha ricevuto. E‟ ancora più chiaro il rifiuto di un ruolo prometeico. Rimane intatto il nucleo centrale della sua auffassung, basata su una volontà di pace e concordia tra gli uomini. Il linguaggio utilizzato ricalca quello delle altre poesie. Sia la forma che la sua visione della vita sono filtrate dalla disperazione che egli sente. Alla fine della poesia egli indica l‟unica salvezza possibile, che è quella del rifugio nella natura e nella Russia contadina di una volta, del medioevo.
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3.5 LA FINE IN “CI SONO DUE PAESI” Abbiamo scelto questa poesia come ultima perché è stata scritta, o almeno così si presume, nell‟anno della morte “ufficiale” di Kljuev. Gli anni che precedono la morte di Kljuev hanno visto la continuazione delle lotte interne al partito e dei processi, che si concludevano spesso con condanne a morte, di coloro che erano considerati “nemici del popolo”. Uomini politici come, ad esempio, Kamenev, Malenkov, Bucharin vengono colpiti in vario modo: a volte sono anche uccisi. Nelle campagne prosegue la dekulakizzazione, vale a dire, la lotta contro i kulaki, contadini ricchi, che venivano accusati di sabotare il potere sovietico, anche se qualche storico ne protesta l‟innocenza. Per K. si aprono le porte del carcere, è accusato di lavorare contro lo stato. Questa poesia rappresenta la fine di K.. E‟ un vero e proprio congedo dalla vita, che è possibile dividere in tre parti: la prima, che va dal verso 1 al verso 7, descrive la natura che il poeta incontra durante il suo errare, la seconda, che va dal verso 8 al verso 20 descrive ciò che il poeta osserva attraverso la finestra, mentre la terza, che va dal verso 21 fino alla fine, rappresenta una sorta di epitaffio.
La poesia inizia descrivendo due paesi. E‟ da notare come questi due paesi siano rappresentati dall‟ospedale, che è scritto con la lettera maiuscola, e dal cimitero, anch‟esso scritto con la lettera maiuscola. Si tratta di due luoghi che rappresentano la malattia e la morte, il malessere fisico e la perdita di ogni speranza. Gli ospedali si diffondono e diventano luoghi tipici anche della campagna. Il cimitero116 è un elemento caratteristico della poesia kljueviana, che assume diverse caratteristiche, a seconda della fase poetica che attraversa Kljuev. Bisogna anche ricordare che K. tratta anche del concetto di “cimitero morto”117. In mezzo a loro, vi è un elemento tipico del paesaggio, e, in particolare modo, del sentiero che conduce ai cimiteri. Si trovano dei sempreverdi: pini118, abeti119 e
116 A proposito del concetto di cimitero Cfr. Vi è in Lenin lo spirito del vecchio credente p. 90-99, La Russia era sorda, zoppa p. 119-127, Amo gli accampamenti zingari p. 60-64. 117 Cfr. La Russia era sorda, zoppa p. 119-127 118 Nei giorni di settembre intessuti d‟oro p. 32-37 Ci avete promesso p. 45-48 Una foglia dello scorso anno nel burrone p. 62-63, Fiuto la santa Raduniça p. 64-66.
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salici120, che sono definiti infelici e cupi. Anche la natura è oramai turbata per quello che sta succedendo. Il poeta sta vagando senza una meta nel bosco, ha perso la direzione. Il suo viaggio non ha più una meta, così come la sua vita, che ha perduto ogni speranza. Il viaggio ha avuto (ed ha ancora) il significato di una ricerca, che, a volte, è anche una ricerca interiore. Questa volta il poeta non cerca più nulla, perché più nulla gli è rimasto da cercare. Il margine del bosco è definito con un aggettivo che ne mostra tutta la mestizia. E‟ un pellegrino e smarrisce il suo bastone, mentre va verso la casa del fabbricante di bare. La sua vita sta per finire e se ne rende conto. E‟ in compagnia del cuculo121, che è triste, e che non può essere altro che così, data la sua condizione.
E‟ notte quando bussa alla finestra, spaventando coloro i quali sono all‟interno della casa, che lo apostrofano duramente, maledicendolo. Alcuni attribuiscono questa maledizione al timore di una visita della polizia, i poliziotti erano chiamati anche chiamati corvi neri. Gli viene chiesto, in modo stupito, lo stupore è marcato dalla presenza del punto interrogativo e del punto esclamativo, come mai rechi delle rose, che rappresentano la primavera, in quel momento dell‟anno, l‟autunno. Questa richiesta ha un valore simbolico, dato il momento difficile che attraversava K.. La primavera è morta, la felicità è finita. Dei pini si notano i capelli malridotti, che li fanno assomigliare a dei mendicanti. La tempesta intreccia il grigiore: notiamo il riferimento ad un colore spento, che indica la tristezza. L‟elemento visivo ha sempre un valore molto significativo per il poeta. In casa si sta lavorando, è il momento della tessitura. I macchinari tessili stridono: notiamo l‟onomatopea, il riferimento ai sensi, che riguarda un rumore fastidioso. Il poeta o io lirico si protende verso la finestra, che è definita con un vocabolo che abbiamo tradotto con sinistra per sottolineare il tratto da romanzo gotico che caratterizza la poesia. All‟interno della casa vi è la personificazione della tomba, chiamata zietta, per sottolinearne la familiarità. La zietta Tomba122
119 Cfr. Io ero magnifico e alato p. 25-28 Nei giorni di settembre intessuti d‟oro p. 32-36 Bruni campi arati, verdi limiti p. 57-59 Una foglia dello scorso anno nel burrone p. 62-64. 120 Cfr. Sera p. 100-103, Ottobre mi raggiungerà p. 128-136. 121 Cfr. Non credere i demoni non sono alati p. 80-85, Villaggio – sogno di tronchi d‟albero p. 110-115. 122 Cfr. Come uno schiavo remissivo p. 16-18 Non credere i demoni non sono alati p. 80-85.
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tesse il lenzuolo funebre123, che è giallo. È da notare l‟uso della maiuscola. Kljuev ha oramai acquisito familiarità con la morte. Il lenzuolo funebre compare molto spesso in Kljuev, ed è giallo, che è il colore della malattia, della follia. Intanto svolazzano uccelli dalle nere ali, che sono,. con tutta probabilità, dei corvi, simboli di morte. Il lavoro della zietta Tomba prosegue e il tessuto si forma, come la ritmicità dei versi. Abbiamo, in questo caso, della meta-poesia.
La poesia termina spostando l‟attenzione dalla casa alle cime dei monti, altro elemento tipico del paesaggio. Sulle cime dei soffia venti danzano. La zietta Tomba, che è simile ad una Parca124, ha terminato il suo lavoro e si ode un russare molto violento, simile alla tromba del lupo, che è un animale spesso presente in Kljuev. Il poeta legge i fili sui quali è scritto del suo congedo dalla vita. Egli è definito cantore dell‟isba di Oloneç, dove ha vissuto per anni e dove ancora sono le sue radici. Di questa poesia vi è anche una data, vera o presunta non si sa. La presenza di questa data potrebbe contribuire ad infondere sicurezza sulla fine di questo poeta, come a toglierla, perché molti fatti rimangono ancora avvolti nell‟ombra.
L‟ANALISI DI QUESTA POESIA, CHE È L‟ULTIMA IN ORDINE DI TEMPO, FA PENSARE AL TITOLO CHE HA QUESTA TESI, NEL QUALE SI FA MENZIONE DELLE VERITÀ. Solitamente sulla vita di una persona e, soprattutto sulla sua morte, dovrebbe esistere una sola verità. Sull‟esistenza di Kljuev molte sono state le interpretazioni, che hanno sempre colto solo alcuni degli aspetti della vita di un personaggio come questo, irriducibile a qualunque categorizzazione, sia letteraria, sia tantomeno politica. Sulla morte di Kljuev vi è chi sostiene che sia morto addirittura nel 1941, o nel 1927. Sicuramente questa poesia rappresenta un valido congedo dalla vita, perché rispecchia un‟atmosfera tetra, dal forte valore simbolico. Gli elementi del paesaggio poetico kljueviano compaiono come al solito, così come dal punto di vista stilistico questa poesia si inserisce bene all‟interno della poetica kljueviana. La visione soggettiva della natura continua, così come il procedimento della personificazione. Sulla sua morte non è possibile
123 Cfr. Villaggio – sogno di tronchi d‟albero p.110-115.
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sostenere nulla di chiaro: è vero che subì numerosi arresti, anche a causa della sua presunta e quanto mai dubbia omosessualità, seguiti da lunghi periodi detentivi, vi è anche chi sostiene che la sua detenzione abbia causato, direttamente o indirettamente, la sua morte. E‟ NECESSARIO TUTTAVIA CONTESTUALIZZARE QUESTO MOMENTO DELLA VITA KLJUEVIANA, NON AL FINE DI OFFRIRE UNA RISPOSTA DEFINITIVA, MA PER CERCARE DI CAPIRE DI PIÙ. L‟URSS è di fatto accerchiata: molti stati, democratici o dittatoriali, ne vorrebbero la fine e perfino qualche politico non sospetto di simpatie fasciste, riconosce a Hitler di avere “fermato i comunisti” e non esiterebbe a dargli manforte, o a lasciar correre, nel caso di un‟invasione dell‟Unione Sovietica. Nel 1937 fervono vari processi politici, come anche alcuni processi contro ufficiali dell‟Armata Rossa, accusati di tradimento. Molte sono le condanne a morte, che alcuni storici vedono animate solo da volontà persecutorie, altri sostengono che Stalin aveva compreso l‟esistenza di complotti, anche se aveva comunque esagerato dal punto di vista repressivo.