Urss

Tesi di laurea

LO SCONVOLGIMENTO DEI VALORI 3.2.1 L’IMMAGINE DEL VILLAGGIO CAMBIA: “VILLAGGIO – SOGNO DI TRONCHI D’ALBERO, CONCIATO” Questa poesia è stata scritta nello stesso periodo della poesia precedente. Quanto meno si presume che sia stata scritta in quel periodo data la scarsità di notizie sull‟ultimo periodo della vita del poeta, caratterizzato da arresti e isolamento, alcuni sostengono perfino che il poeta sia morto nel 1927. Al contrario della poesia precedentemente analizzata, QUESTA POESIA È INCENTRATA PIÙ SUL VILLAGGIO CHE SU SÉ STESSO. E‟ rappresentata ancora la distruzione dei valori che Kljuev vede negli anni ‟30. Notiamo anche che vi è un cambiamento dello stile, che diventa sempre più sincopato ed angoscioso, e del registro linguistico, sempre più crudo e violento. Possiamo proporre due diverse divisioni di questa poesia: la prima divisione è in due parti, la prima delle quali inizia con il verso 1 e termina con il verso 25. In essa viene espressa la tormentata vita dei villaggi russi. La seconda parte rappresenta la volontà che ha la natura di resistere, di mantenere intatte la propria vita e la propria letizia. La seconda divisione è tripartita. La prima parte inizia con il verso 1 e termina con il verso 20 e descrive l‟angosciosa vita dei villaggi, la seconda parte inizia con il verso 21 e termina con il verso 25 e punta la sua attenzione sulla periferia, mentre la terza rappresenta la speranza, che ancora, nonostante tutto, rimane.
La prima particolarità della prima strofa di questa poesia è che non presenta un solo verbo. Questa caratteristica è favorita anche dalla lingua russa, nella quale manca il verbo essere. Per rendere la traduzione ancora più vicina all‟originale abbiamo scelto di non inserirlo, data anche la singolarità del linguaggio poetico. L‟inizio di questo testo è dedicato al “protagonista” di questa poesia: il villaggio. Al villaggio è associato il sogno, che testimonia di un diverso
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stato di coscienza. Troviamo i tronchi d‟albero, che rappresentano la natura, la conciatura che rappresenta il lavoro dell‟uomo e l‟essiccatoio che rappresentano il lavoro dell‟uomo e, in questo caso, del contadino. Vi è anche, nel verso 2, il richiamo all‟icona, alla tradizione religiosa, nella quale è presente uno sprazzo di verde. Bisogna ricordare che il verde è uno dei colori della natura, è un colore legato alla primavera. Il verso 4 ci offre un riferimento temporale. La poesia descrive una sera che dovrebbe essere di festa, la sera di Koljada. Abbiamo, subito dopo, un endiadi che ci introduce la triste descrizione di questa poesia, arroventata e di tormenta. La ripetizione della parola villaggio ne sottolinea il significato, ma riesce anche a marcare l‟angoscia che permea l‟animo del poeta. La metafora, che troviamo al verso 4, è particolarmente cruda: mietitura nei capelli e nelle sottane. Si sta parlando di invecchiamento, puntando l‟attenzione sul decadimento fisico che lo caratterizza. La cornamusa, che è uno strumento di origine celtica, suona della crudele gloria delle donne. Osserviamo anche, da questo verso, i rapporti tra due arti, cioè la musica e la poesia, che sono anche due linguaggi. Il cuculo sta nel querceto, ed è malato. IN RUSSIA QUESTO UCCELLO, che non è molto apprezzabile esteticamente, È IL SIMBOLO DELLE DONNE SOLE. Un tempo le donne non sposate, o che avevano perso il marito, erano malviste. Non era pensabile che una donna vivesse da sola, non sottoposta né all‟autorità paterna, né a quella del marito. Il verso 7 riprende, ancora, l‟espressione villaggio. Vi sono un branco di lupi che rincorrono il carriaggio. Questo canide è sempre stato considerato male nelle campagne, perché, in alcuni casi, poteva divorare gli animali dei contadini e, in certi casi, poteva aggredire gli uomini. Al lupo sono associati anche connotati malefici. Qualcuno ha voluto vedere nei lupi una metafora degli agenti della GPU o del KGB. Essi sono vicini al carriaggio, lo stanno per raggiungere e latrano feroci. Oltre al lupo troviamo, al verso 10 il gufo, che viene definito delle isbe. Esso viene paragonato ad una crudele suocera. E‟ curiosa la corrispondenza tra diverse culture. Anche nel linguaggio popolare, anche in Italia, la suocera viene spesso vilipesa con motti, insulti e barzellette. Troviamo, nei versi successivi, un‟anafora. Per il villaggio – lenzuolo funebre tessuto dalla tormenta/Per il sole cadavere. Notiamo anche, che, per l‟ennesima volta, viene menzionato il villaggio. Notiamo inoltre due immagini di morte. La prima è costituita dal lenzuolo funebre, la seconda dal cadavere. L‟anafora conferisce angoscia a questi due versi, che costituiscono una sorta di rovesciamento dell‟auffassung
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kljueviana. Al villaggio, alla campagna è associata la morte. Anche in questo caso troviamo una personificazione, la personificazione della tormenta. Il sole, che rappresenta la vita, ora è simbolo di morte. La tormenta, che può essere sia reale sia metaforica, è molto violenta. L‟autore si rivolge ad un “tu lirico”: Non aprirai le manine/ Non riuscirai a raddrizzare i piedini. L‟uso dei diminutivi fa propendere il lettore per una fanciulla, o per un bambino. Questi due versi, così come il successivo, si aprono con l‟anafora dell‟avverbio di negazione non. In questo modo il poeta vuole esprimere un senso di tragica impossibilità, di impotenza. Anche il verso successivo contribuisce ad offrirci questa sensazione. Non sono i bianchi fiocchi di neve – il mio viaggio! Scrive il poeta, esprimendo un topos tipico della produzione kljueviana e della letteratura in generale. La traduzione in italiano che omette il verbo essere ci conferisce ancora di più di una sintassi sincopata e angosciata. Un altro particolare notevole di questa poesia è costituito anche dall‟aumentata lunghezza delle strofe e dall‟irregolarità dei versi. Le forme sono distrutte, questa frantumazione delle forme è data anche dal carattere tormentato del periodo che sta vivendo Kljuev. Il verso 17 recita Villaggio – tempesta, incudine del lampo. Troviamo la ripresa dell‟immagine della tempesta, che continua citando il lampo. Al lampo, che è un effetto visivo, è associato un utensile da lavoro, l‟incudine. Nel verso successivo leggiamo infatti: Dove il tuono è il martello. Il cambiamento della natura nella poetica kljueviana non impedisce comunque un‟altra personificazione, che è in questo caso quella delle nuvole. Alle nuvole è affidato il compito di pettinare i peli del disgraziato bosco di tremoli. Il bosco di tremoli viene trasfigurato e possiede i peli, come fosse un animale. Il bosco di tremoli è disgraziato, come se il poeta volesse proiettare sulla natura i suoi ultimi tormentati anni. Secondo una delle due divisioni della poesia, che sono proposte nell‟introduzione, il verso 20 chiude quella che è stata individuata come la prima parte della poesia. In questo verso leggiamo di altri riferimenti sensoriali associati al bosco di tremoli: esso è definito scottante, rosso vermiglio e variopinto. Secondo la seconda proposta di divisione la prima parte della poesia continua: si sposta solamente il punto di osservazione. Dal villaggio si passa dunque alla periferia. Secondo il poeta o l‟io lirico la periferia aspetta gli inverni da lupi, le fidanzate dai capelli grigi. Notiamo la ripresa dell‟immagine dei lupi che ha, in questa poesia, una valenza del tutto negativa. All‟immagine della ferocia dei lupi è associata quella del decadimento
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fisico. Leggiamo infatti delle fidanzate dai capelli grigi: questa espressione ha, a nostro parere, un carattere di ossimoro, perché, di solito, per fidanzata si intende e, ancora di più ai tempi di Kljuev, una ragazza, che, difficilmente, data l‟età, potrà avere i capelli grigi. In periferia vi è anche l‟accampamento, che, non a caso, è definito corvino. Si ricordi, ancora una volta, la connotazione negativa che assume il corvo91 per i russi. L‟accampamento è di solito un insediamento umano provvisorio, ma l‟espressione può essere usata anche per animali, in senso figurato. Il carico di angoscia di questa poesia è aumentato anche dalla ripetizione del verbo aspetta. Questa espressione offre al lettore l‟idea del tempo che trascorre, durante il quale l‟attesa è consumata nell‟impotenza. Che cosa aspetta la periferia? La periferia aspetta la mortale tormenta/che colpisce amici e nemici. Molti hanno voluto associare la tormenta ai processi staliniani o al timore che Kljuev aveva di incorrere in guai giudiziari, date le posizioni eterodosse che sosteneva. Al verso 24 leggiamo che la tormenta colpisce amici e nemici. Anche in questo caso potremmo essere in presenza dell‟annuncio dello scatenarsi di un catastrofico fenomeno metereologico oppure di una fase burrascosa della storia del paese. I corni sono stati riposti nella scatola: è un segno che la festa è finita e non è più tempo di suonare.
Abbiamo individuato l‟inizio della seconda parte nel verso 26, perché crediamo marchi molto bene l‟opposizione tra la fase molto problematica che vivevano sia il poeta, che il proprio paese. Il villaggio è definito cinghiale e Satana. IL CINGHIALE È INTESO NELL‟ACCEZIONE PIÙ NEGATIVA E FEROCE POSSIBILE ED È ASSOCIATO A SATANA, simbolo del male. Anche se si è verificata questa mutazione del villaggio, nonostante tutto la speranza rimane. Questa speranza è marcata dall‟utilizzo della congiunzione но. Il soggetto del verso 27 è la luna, che possiede le caratteristiche di un essere umano. La luna, che si alterna con il sole nel cielo, sparge farina d‟avena. Ora è la luna che dona la vita, il vento l‟aiuta a diffonderla. Il vento porta la farina d‟avena, un cibo povero, il cibo dei contadini, fin verso la terra e i campi da cui proviene il poeta. Questo verso potrebbe essere intenso anche in un altro modo. L‟autore sente il legame che ha con la terra dovunque egli sia. Nella terra natale le allodole, che sono uccelli, elementi
91 Cfr. N. 221.
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dell‟aria e dunque dell‟alto, celebrano il matrimonio celeste assieme al fiordaliso, un fiore, un prodotto della terra, un elemento del basso. Alle allodole è affidato un compito religioso. Ricordiamo che, per le varie chiese cristiane, compresa quella Ortodossa, il matrimonio è compreso tra i più importanti sacramenti. Osserviamo anche che gli uccelli ricorrono molto spesso all‟interno della poetica kljueviana. La natura crea la speranza e ce ne rendiamo ancora di più nel verso 33, che abbiamo tradotto in questo modo: in URSS, come nella Rus‟. Questa traduzione è stata scelta per descrivere al meglio l‟opposizione tra passato e futuro92. Anche le sonorità della natura contribuiscono ad offrire l‟idea che vi sia ancora speranza. Tintinneranno i bucaneve del bosco, possiamo leggere. I bucaneve hanno il compito di incoronare la piccola ape. Notiamo ancora il rapporto tra i fiori e un‟animale che sa volare, in questo caso un insetto, l‟ape. Dell‟ape è sottolineata l‟operosità, essa produce infatti la cera, che può essere utile all‟uomo, ad esempio, per le candele. La luna è il soggetto dell‟ultima frase. E‟ nuovamente personificata. Ha il compito di lasciare cadere la cera sulla betulla e di caricare il carro del contadino per la mattina successiva. Il carro sarà condotto per il cammino rosso vermiglio, notiamo la ripresa di questo colore, all‟interno di questa poesia, la ripresa di una tonalità accesa. La luna può perfino essere utile, per permettere al contadino di potere condurre il carro colmo per il cammino. Anche in questo caso notiamo la ripresa di una parola, luna, dal forte significato simbolico.
E‟ possibile cercare di tracciare una chiave di lettura di questa poesia in due modi. Il primo modo è quello di partire da una lettura “lineare” del testo. Questa lettura pone come condizione che si consideri il testo nella sua organicità e come una concatenazione sintatticamente coordinata di parole. La prima lettura è caratterizzata da una netta contrapposizione tra quelle che sono state individuate come le due parti della poesia. La prima parte, che sovrasta quantitativamente la seconda, vede un rovesciamento dell‟immagine della campagna che ha K.. Il poeta riprende dei termini in modo pressoché ossessivo, come a volere sottolineare la difficoltà di quel tempo. NOTIAMO LA RIPETIZIONE DI TERMINI COME VILLAGGIO E TEMPESTA. QUESTA POESIA È CARATTERIZZATA DA UNA VISIONE
92 Cfr. Vi è in Lenin lo spirito del vecchio credente p. 90-99.
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SEMPRE PIÙ SOGGETTIVA DELLA NATURA, CHE VIENE TRASFIGURATA DALLA SUA PSICHE. E‟ il suo modo di vedere la natura che descrive la sua mente e la sua vita. A tale proposito possiamo individuare un collegamento con Goethe, in particolare con I dolori del giovane Werther, nel quale vediamo un cambiamento netto della natura, che passa da idilliaca a tetra, in conseguenza del peggioramento del suo stato psicologico. Nonostante il fatto che egli veda ancora la presenza di un‟ultima speranza, che gli offre la natura, sappiamo bene come andrà il futuro e lo capiremo ancora meglio con la lettura delle poesie che seguono questa. A differenza di Wilhelm Meister e di altri protagonisti di due opere di Goethe, Kljuev non ha praticato l‟Entsagung, non ha rinunciato alle “illusioni”, ma ha assistito impotente a quella che egli vedeva come la distruzione del proprio mondo. Non è stato in grado di quietare il proprio animo con il panteismo che esprimeva nelle sue poesie, al contrario il panteismo ha aumentato il suo turbamento. La seconda chiave di lettura è abbastanza rischiosa: si corre rischio di cadere in una überinterpretation, che distorce la reale intenzione del poeta. Bisogna anche tenere conto della specificità kljueviana. La presenza di fitti riferimenti simbolici rende possibile e spesso obbligatoria una lettura immanente dell‟opera. La ripetizione di alcune parole chiave come villaggio e tempesta, la presenza di numerose immagini di morte e distruzione, potrebbe creare una rete di corrispondenze interne che rafforza l‟idea di come la natura e la campagna rischino esse stesse di essere corrotte a causa del momento storico che vive l‟URSS di quel tempo. 3.2.2 SCONVOLGIMENTO DELL’UNIVERSO SPIRITUALE: “TI COCCOLO, ALBERO DEL PARADISO”
Questa poesia si distingue dalle altre per un ancora più accentuato sincretismo. Riprende il tema del decadimento del mondo nel quale il poeta vive ed alterna, così come altre, il paganesimo al cristianesimo. L‟immagine della decadenza è fornita dal costante rapporto tra la bellezza e l‟armonia della natura e
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la visione della propria contemporaneità da parte del poeta. Prima di analizzare questa poesia, che pone anche interessanti problemi di traduzione, possiamo dividerla in due parti: la prima parte, che va dal verso 1 al verso 12, descrive un universo idilliaco, il mondo della natura russa, mentre la seconda, che comincia con il verso 13 e termina alla fine della poesia, offre un‟immagine di progressivo declino.
Il primo verso pone già un problema di traduzione: Баюкаю тебя, райское древо, soprattutto per quanto riguarda l‟aggettivo р.: questo problema deriva dal fatto che nella lingua italiana, l‟espressione “del paradiso” e l‟aggettivo “paradisiaco” sono assolutamente uguali, come si può notare anche nella nota. L‟espressione più vicina a quella russa è “del paradiso”, che, quindi, è stata scelta. Questo verso esprime ancora una volta il suo panteismo, il suo culto della natura. L‟albero è associato al paradiso, che è un concetto che si trova in molte religioni e che può avere una valenza più spirituale o materiale, a seconda che si ragioni in termini cristiani o mussulmani. Egli vuole coccolare l‟albero del paradiso, assieme alla ragazza uccello, che è definita preziosa. E‟ interessante notare il connubio tra un essere vivente ed un animale. La ragazza uccello ha il compito di suonare per il re Davide con una canzone, che è definita singhiozzante. E‟ da notare il rapporto tra un personaggio biblico come il re Davide e uno strumento della tradizione slava, che mostrano la vastità della poetica kljueviana. Il luogo dove si canta, oltre tutto in modo soave, è un boschetto: non a caso è definito con un vezzeggiativo per sottolinearne il carattere idilliaco. Nel boschetto il ruscello si lamenta per i baci che gli amanti si scambiano. Troviamo l‟uva e gli zaffiri: abbiamo ancora una volta un rapporto tra un elemento della natura organica e uno della natura inorganica. Dal verso 8 sappiamo a chi si rivolge: si tratta di un personaggio femminile, che stava dormendo, e probabilmente sognando quello che è stato descritto in precedenza. Siamo in luglio, il mese centrale dell‟estate, nella quale essa si manifesta in tutto il suo splendore. Troviamo dunque anche un rapporto tra due diversi stati di coscienza, il sonno e la veglia. In questo caso il sogno rappresenta un altro livello di realtà, o meglio, una fuga dalla realtà. Il sogno altera ogni riferimento temporale e spaziale e, nel verso 9, si cerca di ristabilirli, attraverso una domanda retorica. Siamo nella regione di Rjazan‟, che è la regione
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nella quale è nato Esenin, e che viene citata anche a proposito delle lotte contro i tartari. Al risveglio la ragazza si stropiccia gli occhi con la manica di mussolina, un tessuto molto ricco. E‟ significativo notare come, nelle poesie kljueviane, vi sia la presenza di una grande quantità di tessuti93, molto spesso lussuosi. La presenza di una grande quantità di tessuti è in stretta relazione con l‟attività della cucitura e della tessitura, che sono attività tipiche della povera gente. Dopo essersi svegliata alla ragazza rimane comunque qualcosa della magnificenza di quel luogo: i meli che hanno frutti dal profumo d‟oro. Si tratta di un albero dal forte significato simbolico: ricordiamo la cacciata di Adamo ed Eva dall‟Eden94.
Nella seconda parte della poesia si ritorna alla triste realtà, che ritorna in modo prepotente in scena attraverso il pianto della ragazza, che stringe amicizia e va nello stallo per cantare un canzone religiosa. Ci troviamo in una cattedrale, e la ragazza non sta certo bene, perché arde dal sudore. Soffre, come soffre il poeta e come soffre il suo mondo. Egli cita una famosa cantante, perché si rende conto che alla gente non interessa più la religione, alla popolazione interessano argomenti frivoli. Nei versi successivi usa il plurale, paragona sé stesso ed altri che appartengono al suo mondo a dei lacchè. Questi due versi manifestano la totale impotenza che il poeta sente di fronte alla realtà che lo circonda. E‟ stata scelta la traduzione sgraniamo gli occhi inespressivi, per sottolineare che anche lo sguardo perde vigore di fronte a quello che sta succedendo. Il poeta è ormai incapace di vedere, nel senso di quella visione intensa che prima aveva e che gli permetteva di capire il mondo al di là di come lo capivano gli altri. La capacità di sapere vedere più avanti compare anche in altre poesie di Kljuev. Non riesce cogliere più nemmeno la vista di sirin, che è un uccello magico e nemmeno il cuore, definito una volta ancora con un aggettivo che è stato tradotto come paradisiaco95, sta sotto il bianco tulle. Le disgrazie, che, secondo K., stanno affliggendo il suo paese, gli impediscono di vedere, anche perché è troppo occupato ad osservare ciò che gli sta intorno. Il suo paese brucia, la sua natura è distrutta a causa di incendi boschivi, fame e moria, che questa volta non vengono
93 Cfr. Vi è in Lenin lo spirito del vecchio credente p. 90-99 Ottobre mi raggiungerà largo di spalle p. 128-133 Le isbe scongelate, la strada p. 68-74. 94 Cfr. Genesi 1, 1-31. 95 Cfr. Io ero magnifico e alato p. 25-28.
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personificate, come accade in altre poesie96 di K. In paradiso, intanto, sui celesti laghi del cielo, c‟è disperazione. La personificazione dell‟amore si dispera così come Marfa, nell‟infuocato suono di campane. E‟ da notare ancora la presenza di una relazione tra l‟alto e il basso, così comune per questo poeta. Ritroviamo la ripresa di termini legati al calore, al fuoco che sono tipici di K.. e un ulteriore riferimento sensuale, che si può rintracciare spesso nelle poesie di questo poeta. In questa poesia troviamo anche la ripresa del procedimento della ripetizione, per sottolineare e per dare consistenza all‟impotenza nella quale si trova in questo momento il poeta. Ora gli uccelli non volano più: uno degli elementi più significativi del paesaggio poetico97 kljueviano è scomparso. Egli scrive: non notiamo ali nell‟opale98 dell‟aurora. Anche il gusli del re Davide non emette più le sue note, perché il fumo riempie l‟aria e c‟è solo la morte. Essi attendono solo di dovere seppellire qualcuno altro, a Kostroma, oppure a Rjazan‟. Ora Ljubašca risponde che devono subire un triste destino: la distruzione dei campi, la loro morte e la fine di tutto ciò che avevano di più caro sul fondo del mare. Questa poesia esprime un brusco risveglio dal sogno di una vita contadina idilliaca: questo brusco risveglio fa trovare una realtà nella quale i suoni, gli oggetti, tutto ciò che c‟era prima, è stato distrutto, perché la morte ha soppiantato la vita e la vita è rappresentata dalla natura. Anche l‟universo del paganesimo non si riesce più a cogliere perché oramai tutto è stato stravolto, non è stato sconvolto solo l‟universo materiale, ma anche questa seconda realtà compenetrata con la prima. Stanno soccombendo, oltre che i Lari, anche i Penati. Troviamo anche un interessante rapporto tra sogno e realtà, come anche una relazione tra diversi stati di coscienza.

essere comunisti – quelli veri e quelli finti (parte prima)

Debbo confessare di non essere mai stato tanto bravo con la teoria, in tutti i sensi. Ho letto qualche testo di Marx, tra cui il Manifesto, qualcosa di Lenin, Fidel e poco altro. Per me essere comunisti vuol dire credere che il capitalismo non sia la sorte definitiva dell’umanità, per me essere comunista significa credere che la lotta di classe esista. Per me il comunismo significa amare la vita. A casa ho un minuscolo busto di Lenin, comprato in uno dei miei viaggi in Russia, ma non amo i busti, le spille. Per me il comunismo è qualcosa di concreto, è pratica quotidiana. Per me il comunismo è mia nonna, che mi ha insegnato a guardare il mondo con sguardo critico, con la consapevolezza di propugnare delle idee giuste, ma, con la stessa consapevolezza mi ha insegnato a non prendere per oro colato tutto quello che mi veniva detto dai vari capi. Per me il comunismo è mia nonna che aiuta, consiglia e sostiene persone che stanno peggio di lei, che alleva due nipoti con amore, stimolando l’amore per la cultura e la bellezza. 

Vorrei raccontare una vicenda di finti comunisti che ho avuto la sventura di conoscere, ma ho troppo sonno per farlo…. Un giorno un mio amico mi presento un tipo simpatico, si chiamava D.