senso

Una risposta

Sono seduto in un’aula dell’istituto alberghiero. La parola magica che usano è “stare a disposizione”. Il significato è non fare assolutamente nulla o fare da badante di ragazzi molto spesso svogliati, non sempre. Ho sonno ed è lunedì mattina. Sto cercando di dare una risposta a tutta questa noia. Sto cercando di dare un senso. Ho studiato anni e sono in questa palude, per prendere un bonifico il 23 del mese. Con tutta probabilità oggi non terrò una sola ora di lezione. Torneranno i giorni delle belle emozioni, uscirò da questo frigorifero emotivo. A presto

le parole che non si possono dire

quando ho vissuto la storia d’amore con VN, di cui ho parlato in diversi blog, molti luoghi ne sono stati il simbolo. VN è una splendida insegnante bielorussa, conosciuta durante il mio servizio civile. Ci siamo conosciuti a scuola, che, per me, è anche il luogo dell’amore. 

VN abita in Bielorussia. Telefonarle da casa diventava abbastanza complicato, più che altro un bel po’ caro. Una volta le cabine telefoniche erano una costante nelle nostre città, sono state sostituite, negli ultimi anni da tanti call-center. Ci sono tanti uomini e donne venuti da lontano, desiderosi di mantenere il contatto con la loro terra. Una parte di loro ha aperto questi call-center, con tante cabine, con i computer per collegarsi ad internet e parlare tramite skype. C’è un’umanità varia, ci sono tranquilli romeni, ucraini con la faccia seria, senegalesi, marocchini, albanesi, ecc. Vicino casa mia c’era un call-.center, forse c’è ancora. Il titolare era K., un ragazzo con il viso rubicondo, venuto dal Bangladesh. K. è un bravo ragazzo, ha sposato F. (matrimonio combinato, sigh), timida e riservata, ha un figlio, W, un preadolescente giudizioso. K fa amicizia con tutti, me compreso. Vado tutti i giorni a telefonare, come tutti i giorni mando una lettera o una cartolina a VN. Parliamo, lui faceva l’operaio e poi si è messo in proprio, non si arrabbia quasi mai. Parla dell’affetto che ha verso la moglie e il figlio, io gli racconto un po’ della mia relazione con VN. K parla bene l’italiano, oltre all’inglese e al bangla, lingua che trovo molto simpatica. La moglie, F,  indossa gli abiti tipici della sua terra, non mi accorgo subito che è incinta. Me lo dice lui. è contento, raggiante. Nasce una bambina, S., mentre la mia storia d’amore va avanti nella cabina del telefono, tra le estati e gli inverni. Dopo poco tempo dalla sua nascita, la madre la porta al call center, che è aperto dalle 7 alle 22, 7 giorni su 7. Ha il viso tondo come il papà e gli occhi grandi, come il papà. La bimba fa il riposino pomeridiano, fin quasi alle 16. In quel periodo sto frequentando di più il call center di K, sono tra i pochi italiani, perché sono senza la connessione internet. Quando la bimba si sveglia, è un po’ inquieta e piange un po’, un giorno io, seduto al computer, la osservo, le sorrido, lei si calma e si mette a ridere. Fa capire alla mamma di volere venire sulle mie ginocchia e la mamma acconsente. Rimane sulle mie ginocchia per almeno un paio d’ore, calma e sorridente. La storia si ripete per mesi e mesi, la bimba cresce, gioco con lei, le parlo. Lei cresce, impara a parlare e le insegno qualche parola. Diventa sempre più bella ed espressiva, come diventa sempre più bello il mio rapporto con VN. Suo padre vende il call center e compra un negozio di alimentari, a dieci chilometri da casa mia. Quando andiamo nel paese dove suo padre ha il negozio, a volte la vediamo. Cresce, i capelli diventano lunghi, le parole costruiscono frasi. Diventa sempre più espressiva e più bella.

Il mio rapporto con VN non è andato completamente come avrei voluto, si sa. Ieri sera sono andato alla fiera del paese dove suo padre ha il negozio. Una serata tranquilla, calda. Passo davanti al negozio, guardo dentro per vedere chi c’è. Lei è li fuori assieme a suo padre, i capelli sono lunghissimi, lisci. è contentissima di vedermi, ha 7 anni, mi dice, tu mi tenevi sulle ginocchia quando ero piccola ed io ero contenta. La abbraccio e la bacio. Ha un bellissimo vestitino colorato sopra ai pantaloni. Mi fa vedere delle foto della festa di compleanno,di quando è andata al parco dei divertimenti, chiede di me. Mi dice, adesso non posso venire tante volte al negozio, perché ho tanti impegni, come la scuola. Le chiedo se sa nuotare, le chiedo dei suoi cugini, ne ha tanti, le chiedo della scuola. Ho avuto tutti 8 e 9. Ho voglia di sorridere, perché è simpatica, sveglia, bellissima. Mette di buonumore, ha un sorriso che incanta. Avrei voglia di rivederla tutti i giorni, come un tempo. Avrei voglia di risentire VN tutti i giorni, come un tempo. Vederla mi rende la serata migliore, stamattina mi sono svegliato di umore migliore. 

L’amore per VN ha portato altro amore, quello per quella meravigliosa creatura. Confesso che ho provato anche un po’ di invidia: avrei voluto fosse stata mia figlia. Forse, in questo caso, l’amore ha un senso.

Le parole e le cose

Ho scelto di avviare questo blog, perché desideravo scrivere in libertà, parlando di una realtà, come quella scolastica, da un punto di vista emotivo. Il primo obiettivo è sempre stato quello di non raccontare balle, di parlare di qualcosa di spontaneo. Lo faccio, perché lo voglio fare. è questo l’importante. Quando sento qualche cosa che non corrisponde alla realtà, mi chiedo se le parole hanno ancora un senso e ho qualche dubbio. 

Come ormai tutti sanno, io non sono religioso. Non capisco come mai ci siano personaggi come Don Gallo assieme a ciellini, l’ho già scritto. Credo che chiunque dovrebbe essere almeno un po’ sincero, solo un po’. Quando lavoravo nella scuola ciellina, c’erano le medie, il liceo, l’istituto professionale. Io non insegnavo al professionale. Un giorno ho notato una ragazzina minuta, con il velo. Mi sono stupito, nel vedere una ragazzina mussulmana in una scuola ciellina, una scuola cattolica. La ragazzina muoveva a fatica una gamba. Notai, nel giro di pochi secondi, che quella ragazzina aveva una protesi. Quella ragazzina, nella scuola cattolica, senza ascensore né uscite di sicurezza, saliva lentamente le scale. Quella ragazzina arrivò fino all’ultimo piano, al terzo, le scale erano erte, gli estintori. Quali estintori? La classe di una ragazzina con una protesi al posto di una gamba, in una scuola cattolica senza ascensore né uscita di sicurezza, al terzo piano. Le parole e le cose.