scuola

V.

Non ero molto contento di insegnare all’alberghiero. Ci vanno i ragazzi svogliati, molto spesso. Molto spesso è un parcheggio per persone che non hanno voglia di fare niente. Mi sono detto: ci sono e ci devo provare. Anzi, non me lo sono neanche detto. L’ho fatto e basta. Perché sì, perché mi piacciono le sfide, anzi, perché sì e basta.

Ho conosciuto V., che è un ragazzo con mille difficoltà in tedesco e molto timido. Si è dato da fare, partecipando anche alle mie lezioni individuali, chiamate sportelli didattici. è educato e simpatico. Ha fatto tantissimi progressi ed ora qualcosa ha imparato, anche se so che non sarà mai un mio concorrente come traduttore. Pochi giorni fa mi cerca nei pressi della sala insegnanti e tira fuori una scatola da un sacchetto. è una scatola di cioccolatini, si chiamano Herzkirschen, cuori di ciliegia. è un regalo da parte mia e dei miei, mi dice. Lei è l’unica ragione per la quale studio tedesco. Ora sono qui, in salotto, guardo la scatola di cioccolatini, che stanno ormai per finire. E sorrido soddisfatto.

P.S. Da qualche post questo blog sta ricominciando ad essere un blog sulla scuola e sulle storie, spesso belle, che capitano in essa. Sta ritrovando se stesso? Chissà?

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Storia di L.

L. è una ragazzina con le gambe lunghe e piene e il viso da bambina, che tradisce i suoi 15 anni scarsi. Non è bravissima a scuola, non diventerà mai una traduttrice e probabilmente non andrà all’università. L. ha la faccia paffuta e un sorriso sincero, che rivela come è lei dentro, pura e sincera. Si è impegnata in tedesco, superando molte delle lacune che aveva. Si è impegnata ad aiutare i compagni in difficoltà. L. è una ragazzina solida e di buon cuore. Qualche giorno fa mi è corsa incontro nel corridoio e mi ha abbracciato sussurrandomi, grazie per tutto quello che ha fatto per me. Io ho ricambiato l’abbraccio e mi sono emozionato. Il cuore mi si è aperto e mi sono sentito bene. Quell’abbraccio mi servirà, mi servirà per gli inverni dell’anima, perché la dovrò riscaldare. Che bello insegnare.

Dire le cose

Ho ancora il ricordo dell’anima a pezzi che avevo il giorno in cui sono uscito dall’ospedale l’ultima volta, quasi un anno e mezzo fa. Ho ancora il ricordo di quando sono diventato un pezzo di carne, il giorno in cui mi hanno preso di peso per portarmi in ospedale, senza darmi il tempo di ricompormi, di vestirmi. Era febbraio e faceva un freddo boia. Mi hanno trascinato in mutande in una fredda mattina di febbraio, hanno supposto che io facessi uso di droghe, addirittura. Ero banalmente svenuto, una banale sincope, la chiamano. Pensateci e pensiamoci. Ero io, una persona normale, una persona come tante. Avrebbe potuto essere chiunque, avremmo potuto essere tutti. Siamo esseri senzienti, viviamo e soffriamo. Ci troviamo in condizione di bisogno, diventiamo minuscoli e fragili. In quel momento abbiamo ancora più bisogno di aiuto e comprensione. E invece, diventiamo oggetti, pezzi di carne morta nelle mani di portantini senza umanità. Uscii con un profondo terrore ed orrore per quel luogo, per quei luoghi.

Nei mesi successivi ho fatto esperienze, sono andato in gita a Praga con i miei alunni. Ho vissuto tanto e ho vissuto bene. Ho continuato ad amare la vita, di un amore folle, spesso corrisposto. Ho amato tanto, forse troppo. Ho continuato a pensare che l’unica soluzione sia amare, anche perché è l’unica cosa che so fare. Trascorrono i mesi, che dispensano spesso cose belle. Alcuni mesi fa mi arriva una telefonata da parte della collega, che coordina la sezione in ospedale della scuola in cui lavoro. Mi propone di insegnare tedesco ad un ragazzino malato. Io rimango sorpreso e, ammetto, pure un po’ preoccupato. Non avevo voglia di entrare in un ospedale, quasi che l’entrata in un luogo del genere facesse rinascere il profondo dolore. Non sapevo assolutamente, come fosse la scuola lì. Mi immaginavo delle lezioni all’interno dei reparti ospedalieri. Pongo molte domande alla collega, con la paura di trovarmi di fronte ad un alunno con il volto e il corpo straziati dalla sofferenza fisica. La mia collega dissipa molta parte dei miei dubbi e mi convinco. O forse sono quasi convinto. Parto per la mia prima mattina nella scuola ospedale e cerco di non pensare troppo a quello che mi sta accadere. Esco dalla città, dopo essere uscito dall’autostrada e risalgo il dolce pendio di una collina baciata dal sole. Mi sembra di stare andando ad una gita. Entro nell’ospedale, gremito da folle veloci e lente. Al centralino dell’ospedale faccio chiamare la mia collega, la quale arriva e mi da il benvenuto, accompagnandomi al piano della scuola, dove non ci sono reparti ospedalieri, proprio per fare “staccare la spina” ai pazienti. L’ospedale nel quale si trova la scuola è dedicato a pazienti con lesioni del midollo spinale e il mio alunno è stato vittima di un grave incidente stradale, finendo in coma ed essendo operato un’infinità di volte. La mia collega è una persona accogliente e tranquillizzante e, quando arriva il mio alunno, mi accorgo che anche lui è così. Facciamo conoscenza, inizio a spiegare tedesco con la sicurezza di sempre e il mio alunno mi segue, mostrando passione e dandomi serenità. Finisce la lezione, il ragazzo se ne va, con qualche rammarico, perché avrebbe voluto continuare, ma anche con un po’ di dispiacere mio, perché mi fa sentire bene. Emana delle vibrazioni positive, che cerco di ritrovare nella natura splendidamente primaverile che circonda quell’ospedale, dove ha sede la scuola. Attorno al tavolo a cui stiamo seduti ci sono altri alunni e professori, che spiegano un sacco di materie: scienze, italiano, inglese,… Ogni tanto penso che forse anche gli altri insegnanti provano sensazioni simili alle mie. e penso che sia vero. Esiste ancora chi vive questo mestiere con sentimento. Altrimenti non lo farebbero, almeno molti di loro. Penso che garantire il diritto allo studio di chi sta soffrendo sia una ricchezza infinita e sia la riprova che la scuola pubblica, nonostante tutto, è ancora un’ancora di salvezza per la nostra società. Durante e dopo le lezioni mi godo le sensazioni, la sensazione di giovamento estremo che mi porta il rapporto con un ragazzo come lui. Penso che stia crescendo la sua conoscenza del tedesco, ma penso che, soprattutto, la mia anima sia beneficata da lui. Credo di avere assistito a delle lezioni, chiamiamole di resilienza, chiamiamole di vita. Ho assistito a delle lezioni di forza di vita e spero di essere stato almeno un buon allievo, almeno di avere la sufficienza, di non essere stato rimandato a settembre. Martedì scorso è stata l’ultima lezione, lui mi ha raccontato che da 7 mesi sta in ospedale e che vorrebbe presto ritornare a casa propria, molto lontano da quell’ospedale. Io gli ho fatto gli auguri e l’ho ringraziato per il giovamento che ho tratto da quelle lezioni. Si sta proprio bene con te, mi sono trovato veramente bene. Tu sei veramente una persona positiva. Lui mi ha ringraziato e mi ha detto, bisogna essere sempre positivi. Io ho sorriso, per tanti motivi, sicuramente, il primo è che sono stato fortunato ad avere un insegnante di vita come lui. Ha insegnato più lui a me di quanto io abbia insegnato a lui. Ho ringraziato anche la mia collega, per l’opportunità che mi ha detto. Ho sbloccato un po’ la mia timidezza, la mia ritrosia ad esprimere tutto quello che provo. Perché era giusto così, perché è stato bello così. W la vita! (Non avrei mai creduto che stare in un ospedale avrebbe potuto anche essere bellissimo)

Rimini Wellness

Oggi ho accompagnato delle classi della scuola in cui lavoro a Rimini Wellness. Sono stato scelto, in quanto appassionato di fitness. Sono contento che si scoprano altri lati di me. è stata una giornata iperstimolante. Sono molto eccitato, perché mi sono allenato tanto, ho ballato zumba, etc. Volevo scrivere solo questo, senza voli pindarici. Sono felice, oggi è stata una giornata guadagnata. Passo e chiudo.

Buon Primo Maggio (i bambini mi curano l’anima – cit.)

Da un po’ di settimane ho accettato un incarico di tedesco, presso la sezione ospedaliera della scuola in cui lavoro. Avevo delle perplessità, avevo paura di non sapere reggere i segni della malattia sul corpo degli alunni. La prima volta mi sono presentato in questo ospedale, con timore reverenziale. Sono stato messo a mio agio da una collega piena di saggezza e gentilezza. Ho conosciuto un ragazzo, il mio alunno, che mette serenità. è allegro e non si lamenta mai. è positivo. Da quando l’ho conosciuto vado in quel luogo con gioia. è un luogo immerso nel verde, sulle prime colline nei pressi dell’uscita autostradale. C’è silenzio, sole e verde. E io mi sento quasi in vacanza, mi sembra di essere andato ad una scampagnata. Ma l’aspetto più importante è questo ragazzo, la sua presenza e la sua positività mi rigenerano. Lui mi sta curando l’anima e nemmeno lo sa. Mi scordo di essere in un ospedale, quando sono lì. è un luogo ben collocato, ad un piano in cui non ci sono ambulatori o reparti, per permettere ai pazienti di staccare un po’ dalla solita vita. Sono felice di lavorare lì e vorrei tornarci tutti i giorni. Mai avrei pensato di essere felice andando in ospedale, anche se, in realtà, io sto andando a scuola.

Buon Primo Maggio, auguri soprattutto a chi non ha un lavoro, a chi ha un lavoro che non lo soddisfa, vi auguro la mia felicità. Buona Festa dei Lavoratori, il mio secondo Natale ateo, dopo il 25 Aprile. Un abbraccio.

M.

Idiota (storia vera/falsa)

idiòta (ant. idiòto) agg. e s. m. e f. [dal lat. idiota, gr. ἰδιώτης «individuo privato, senza cariche pubbliche; inabile, rozzo, ecc.» (der. di ἴδιος «particolare, che sta a sé»)] (pl. m. -i). – 1. ant. Uomo semplice; persona rozza, priva d’istruzione: molto più conosce Iddio un santo idioto che un savio peccatore (Cavalca); come tu sai, io non ho la grazia del predicare, e sono semplice e idioto (Fior. di s. Franc.); parole le quali lo Spirito santo sopra la lingua dell’uomo idiota poneva (Boccaccio); noi laici ed idioti (Della Casa). 2. Persona di scarsa intelligenza, stupido, deficiente: è un povero i.; comportarsi come un i.; guarda, piccolo stupido, un pupazzino così, con la cera, l’ho fatto stanotte, non spalancare la bocca come un i., è solo un animaletto, non è somigliante? (Antonio Tabucchi); spesso titolo d’ingiuria: è un perfetto i.; ha una faccia da i.; per estens., solo come agg., di atto o parole che rivelano idiozia: espressione i.; una risposta idiota. Nel linguaggio politico e giornalistico è stata usata talvolta la locuz. utile i. per indicare chi assume posizioni che fanno, anche indirettamente, il gioco degli avversarî (di partito o d’ideologia) favorendone le manovre. 3. In medicina, persona affetta da idiozia. Qual è il significato etimologico, storiografico e letterario della parola “idiota”? Quali sono i suoi usi?
RISPOSTA
Stella Domino
In italiano la parola idiota entra nel XIV secolo, riprendendo di peso per via colta il latino idiota. In latino, idiota significava ‘incompetente, inesperto, incolto’ e proveniva a sua volta dal greco idiótes. Idiótes voleva dire ‘uomo privato’, in contrapposizione all’uomo pubblico, il quale ultimo rivestiva cariche politiche e dunque era colto, capace, esperto; quindi già in greco idiótes valeva ‘uomo inesperto, non competente’. Torniamo alla lingua italiana del Trecento: idiota vi significa (e di lì in poi significherà fino ai giorni nostri) ‘che, chi è stupido, privo di senno, incapace di ben ragionare’ e, anche per influsso della coeva poesia francese, ‘incolto, ignorante’. Come per altri vocaboli di significato simile (stupido, scemo, imbecille ecc.) è possibile fare di idiota un uso, come dire, aggressivo, adoperandolo come epiteto spregiativo o colloquialmente scherzoso.
Idiota ‘chi è malato di idiozia’ risente di una tecnicizzazione medica del vocabolo idiozia e famiglia (idiota, idiotismo), che ci proviene dal francese dell’Ottocento. L’idiozia come ‘grave malattia dello sviluppo mentale’ ha cessato da tempo di costituire una fattispecie nosografica valida nella medicina. Insomma, oggi idiota e idiozia restano nel dominio esclusivo della lingua comune.
Per un celebre idiota letterario, basti citare L’idiota (titolo originale russo: Idiòt) del grande narratore Fëdor Dostoèvskij. L'”idiota” protagonista del romanzo, il principe Myškin, è però un idiota molto particolare, segnato da una forte valenza simbolica: un candido, un buono integrale, un angelo che cerca di farsi uomo e, in quanto tale, riguardato dagli altri esseri umani – di animo molto meno nobile – come una sorta di socialmente disadattato, di mentecatto, di malato di idiozia (nel senso tecnico del termine, allora in voga): un idiota, appunto.
L’idiota della locuzione utili idioti è, come mostra di sapere il signor Cristofori, un “idiota politico”: in origine, appena dopo la seconda guerra mondiale e per molti anni ancora, l’espressione (coniata da Stalin ma immediatamente fatta propria dagli anticomunisti) si riferì a coloro che, per ingenuità, finivano col fare gli interessi dei partiti di sinistra (e specialmente del Partito comunista), pur non militandovi. In séguito, per estensione, pur mantenendo il significato originario, la locuzione ne ha sviluppato uno più generico, riferendosi a chiunque agisce a vantaggio di altri senza che il proprio merito sia riconosciuto e senza guadagnarci nulla.

C’è un alunno che da dell’idiota ad un professore. Cerchiamo di capire come abbiamo fatto per arrivare a questa situazione. Il professore di sostegno scrive la nota disciplinare, anche se sa che è perfettamente inutile scriverla. È perfettamente inutile, perché se una ragazzina di 12 anni da dell’idiota ad un insegnante che ha rimproverato un compagno, vuol dire che quella ragazzina manca delle basi del vivere civile, vuol dire che quella ragazzina è infinitamente povera, povera di empatia, povera di civiltà. Quale educazione le hanno impartito i genitori? A volte mi verrebbe da chiedermi, quanti libri hanno letto i genitori. E poi penso alla mia bisnonna, la quale ha imparato a leggere dai libri dei propri figli, che educava al rispetto e alla civiltà. I libri servono, sono importanti, io stesso amo infinitamente leggere, ma credo che la soluzione sia ben più complicata. Cosa fanno i genitori appena ritornano a casa dal lavoro? Forse sono stanchi, forse fanno un lavoro schifoso e frustrante. Sul lavoro vengono maltrattati, ricevono uno stipendio basso e faticano a pagare le bollette. Anche i miei nonni e i miei bisnonni faticavano a pagare le bollette, mi viene da dire e insegnavano il rispetto nei confronti dell’insegnante, rispetto che non significa perdita del senso critico, ma significa giusta considerazione della figura che ho davanti. Scrivo queste righe, mentre sono dentro ad una saletta che viene usata dal responsabile del plesso di un grosso istituto in cui lavoro. È dicembre, in questa saletta si arriva a stento ai 18 gradi. Sto scrivendo con il mio computer portatile, c’è una scrivania dove sono poggiati in disordine dei documenti, alla sinistra della scrivania dietro la quale sono seduto c’è un termoventilatore, perché questa stanzetta è senza riscaldamento, accanto a questo termoventilatore c’è un’altra scrivania, sulla quale è poggiato un computer abbastanza recente con la stampante un po’ vecchiotta. Di fianco all’altra scrivania c’è un armadietto pieno di computer portatili. Davanti a me c’è una porta, questa saletta misura circa 15 metri quadrati, c’è un’altra saletta, fa freddino anche lì con un tavolo e delle sedie posti al centro, alla destra del tavolo c’è una porta, quasi sempre aperta. Dalla porta entra l’aria fredda dal cortile di cemento. Poco lontano da questa scuola c’è una scuola privata nella quale ho insegnato alcuni anni fa. Le famiglie pagano la retta all’istituto e non ci sono bidelli, la scuola viene pulita per tre ore alla settimana da una signora di un’impresa di pulizie. È una scuola molto grande, divisa in due ali. Questa scuola privata percepisce dei finanziamenti dallo stato, da tutta la collettività dunque, atei compresi. Un governo di centrosinistra ha deciso questi finanziamenti, i governi di destra li hanno sempre avallati. Adesso al governo c’è un partito strano, fatto di tutto e di niente, per il quale io ho votato al senato, in coalizione con la lega, un partito di destra. Il primo dei due si è presentato come partito antisistema, pur non convincendomi mai del tutto. Ha bacchettato pesantemente la destra e il centrosinistra e li bacchetta ancora. Qualche minuto fa ho letto di un deputato del partito di Grillo, che è passato al partito di Berlusconi, così come altri sono passati al Pd, a Fdi e robe varie e le perplessità su quel movimento aumentano. Avevano combattuto contro i finanziamenti alle scuole private, che sono un abominio, ma si sono alleati con un partito come la Lega, il quale supporta ed è supportato da bigotti, dunque, di eliminare questo abominio non se ne parla. Torniamo a noi, chi leggerà queste digressioni è invitato a perdonarmele. È dal 1999 che questa cosa mi indigna. Sono in questa saletta piena di umidità, che mi si infila nelle ossa. Sto per infilarmi il cappotto, mentre penso alla metropolitana di Mosca. Le stazioni del centro di Mosca sembrano gli atrii di grandi alberghi, il Baffone le aveva volute così, per rendere omaggio ai lavoratori che le avrebbero utilizzate. C’è qualcosa che lega intimamente questa saletta fredda e le stazioni della metropolitana di Mosca, c’è un filo sottile che accomuna queste due realtà con l’aula grigia e spoglia, con gli attaccapanni che cadono, della scuola di Culonia. Osservo il mio smartphone e leggo di un programma radiofonico, in cui viene intervistato un calciatore. Il livello di ignoranza dei calciatori è noto, per questo motivo gli pongono domande di storia, lo so che sembra una battuta, ma a questo punto sono ridotti i media in Italia. Questo cretino sostiene che mussolini abbia fatto anche cose buone, la classica frase idiota da bar di terzo ordine, il classico luogo comune sputato da ignoranti. Il web è una cassa di risonanza quanto mai efficace per gli ignoranti, i quali possono ostentare la loro incompetenza e la loro stupidità davanti a folle, spesso adoranti. Ma torniamo al calciatore cretino. Parla a vanvera, i social media riportano la notizia, come se fosse una notizia. O almeno i social media dovrebbero ribadire che quel calciatore è un povero cretino ignorante, come molti calciatori sono. È istruttivo leggere i commenti, tra i quali compaiono quelli di apologeti del fascismo, i quali discettano con enciclopedica incompetenza di mussolini, riferendosi, a volte, a siti internet dotati di zero autorevolezza. C’è qualcosa che lega quella parola proferita da quella ragazzina dallo sguardo duro e dall’aria fredda alla manifesta insipienza di quei commentatori. Internet fornisce la possibilità di sentirsi competenti, di sentirsi colti, anche quando non si sa nulla. Chiunque può scrivere su internet, anche io posso mettermi a scrivere su Internet di idraulica, anche se non so niente di idraulica, ma non lo faccio. C’è gente che scrive di storia o di politica senza saperne nulla e ci sono dei boccaloni che ci credono. Vi fareste curare i denti da un idraulico? No, di sicuro, però date retta ad incompetenti sulla politica, sull’attualità e sulla storia, alcuni danno retta, mica tutti, è ovvio. Ma torniamo a noi, torniamo a quella ragazzina piccola e magra, dalla voce stridula e dal naso pronunciato, che ha offeso quel professore di sostegno. Gli ha posto una domanda, mentre l’aula esplodeva di rumore, durante la lezione di arte e immagine. Ma lei non dovrebbe seguire quelli che hanno dei problemi, gli ha chiesto. L’insegnante di sostegno deve essere emarginato, deve considerato uno che vale di meno, al pari di quella ragazzina che lui segue. Se ha dei problemi vale di meno, per la ragazzina che gli ha dato dell’idiota. E se vale di meno la ragazzina disabile vale di meno anche il professore, tanto più che non fa lezione, tanto più che non può nemmeno mettere i voti. Quando il professore è in classe, la gran parte degli insegnanti lo ignora e la cosiddetta insegnante di tedesco, Bastonnelculo, non lo saluta nemmeno. Nemmeno lei lo chiama in considerazione, nonostante lui sia esperto, sia capace, sia un traduttore iscritto all’albo dei CTU del Tribunale. La sedicente insegnante di musica non accetta nemmeno che lui autorizzi le uscite degli alunni. Attraverso questa riflessione credo di star delineando la strada che porta all’insulto della ragazzina, anche se manca ancora qualche pezzo. Il professore di sostegno scrive la nota sul registro elettronico, a seguito della quale i genitori ricevono un messaggio sul proprio cellulare. Passano 48 ore, il professore consulta il registro, il quale segnala che i genitori non hanno visto la nota. In 48 ore non hanno avuto tempo di consultare il registro elettronico per comunicazioni riguardanti la loro figlia. Chiunque ha uno smartphone e questi genitori non hanno il tempo per verificare quanto loro comunicato. È lunedì sera e il professore di sostegno sta tornando dalla palestra, quando gli arriva una chiamata, è quella della coordinatrice di classe, Bastonnelculo. Ho letto la nota, attacca senza salutarlo, volevo dirti che avresti dovuto avvisare immediatamente me e la dirigente scolastica, perché hai scritto che ti ha dato dell’idiota. Lo dice il regolamento scolastico, al comma 9877/bis dell’articolo 151. Adesso bisogna convocare un consiglio straordinario con la presenza della dirigente scolastica, dell’alunna e dei genitori. E guarda che ti dovrai difendere. Il professore di sostegno si dovrà difendere dall’aver preso dell’idiota, per aver sgridato un compagno della ragazzina dallo sguardo duro, il quale voleva tenere la finestra aperta con meno sei gradi sotto zero. Bastonnelculo proseguì, devi cambiare la nota, scrivendo che l’alunna ha pronunciato frasi ingiuriose, perché altrimenti rischi un richiamo scritto e la sospensione dallo stipendio, ma tanto la cambio io. Bastonnelculo riattacca. Forse sta arrivando qualche risposta, forse la curiosità del narratore e quella dei lettori, se mai ce ne saranno, sarà appagata. Forse. Ma torniamo a Bastonnelculo. Non vuole rotture di palle, non se la sente neanche, ma chiama, chiama meccanicamente i genitori della bambina con il naso prominente, quella che ha dato dell’idiota al professore. Vuol fare vedere al professore di sostegno che la scuola ha polso. Vuole fargli vedere che lei non è una vigliacca, per una questione di orgoglio. Non sa neanche perché lo fa. Lui non le piace, non le è mai piaciuto, perché lei non tollera che un laureato in tedesco presenzi alle sue “lezioni”. Dall’altro capo del filo risponde una donna cicciottella con il naso prominente. Pronto, sono la professoressa Bastonnelculo della scuola secondaria di primo grado di Santa Incatenata. La donna cicciottella stava guardando il grande fratello e le è scocciato molto alzarsi per andare a rispondere, era quasi sola in casa. Suo marito era uscito per andare ad organizzare il Family Day e poi era andato a farsi frustare da un trans. Sua figlia stava giocando con il cellulare e non voleva disturbarla. Lei ha sempre tenuto molto alla figlia. Sì, cosa c’è, spero che lei abbia un motivo importante per importunarmi, visto che stavo guardando il gf. Guardi, veramente no, disse Bastonnelculo in modo triste e insicuro. Lei era una donna che ostentava spesso la propria sicurezza, le piaceva farsi grande, ma in quel momento si sentiva dominata dalla signora cicciottella con il nasone, si sentiva in soggezione. Ascolti, mi faccia un favore, venga con suo marito una di queste mattine a parlare con me, perché quell’idiota dell’insegnante di sostegno ha dato una nota a vostra figlia, perché lei, di sicuro giustamente, gli ha dato dell’idiota. Non si preoccupi, a sua figlia non accadrà niente, non sarà punita. Voglio solo far vedere a quel povero sfigato che non sono una pusillanime. Cooosa, gridò la signora cicciottella, chi ha osato punire la carne della mia carne, la mia povera bambina, ma come si permette quel cretino, io lo denuncio, lo denuncio, professoressa Bastonnelculo lei deve prendere dei provvedimenti contro quello schifo di insegnante. Cara signora, lei ha ragione, se io potessi licenzierei quello schifo di insegnante, anche solo per il fatto che porta la giacca, ma non posso. Ascolti, venga a scuola, così metto a tacere quel cretino, è un fatto di orgoglio, voglio far finta di essere un po’ severa per pigliarlo per il culo. Le pago un aperitivo, una cena, ma venga, mi faccia ‘sto piacere. La signora cicciottella con il naso prominente alzò gli occhi al cielo e disse, senta, mi mancano 100 euro per il nuovo Iphone e la finanziaria non concede il finanziamento, cacci 100 euro e veniamo a scuola io e mio marito per fare ‘sta buffonata, ma che sia l’ultima volta, la prossima volta mi dovrà pagare un vestito di Gucci. Bastonnelculo sudava al telefono, guardava nel vuoto, sì, grazie, grazie mille signora, come è umana lei. Si salutarono. La cosiddetta professoressa di tedesco aveva la salivazione azzerata e la lingua felpata. Faticò a dormire quella notte. Mandò un messaggio al professore di sostegno verso le due di notte, mentre stava guardando un film di Kiarostami in farsi. Ricoprì di spilloni la bambola vodoo con le sembianze dell’odiato prof, mentre la mattina arrivava. Il narratore di questa storia è un professore di tedesco, come lo è il professore di sostegno. Ha esperienza e capacità, ha una cattedra ha 50 km da casa, in cui deve insegnare tedesco per quattro ore e per undici ore deve fare da tappabuchi per delle supplenze oppure rimanere solo soletto in sala insegnanti, pagato con i soldi pubblici per non fare niente, mentre, a qualche decina di chilometri da lui, c’è un professore ubriaco che sta cercando di fare lezione di lingua. Il professore ubriaco ha il posto fisso, mentre il professore competente ed esperto, ma anche sobrio, non l’ha.
All’appuntamento del giovedì il professore di sostegno si presentò agguerrito, per parlare con i cosiddetti genitori della ragazzina dal naso prominente. I cosiddetti genitori lo volevano denunciare, per avere scritto la nota di demerito nei confronti della loro bambina innocente. Volevano denunciare anche la scuola, per non avere impedito al professore di mettere la nota alla figlia, provocandole un grave turbamento morale. La signora cicciottella e il marito, un tipo senza capelli e gli occhiali, sottomesso alla moglie, entrano nell’aula di educazione artistica, oppure arte immagine, con pochi pennelli e poco di tutto, sporca e vecchia, fredda e spoglia. La signora cicciottella camminava qualche passo avanti rispetto al marito, da lei represso e sottomesso. In aula ci sono il professore di sostegno e Bastonnelculo. Bastonnelculo aveva delle occhiaia profonde come solchi e puzzava come un cane marcio in una giornata di pioggia (cit.), ogni tanto guardava in cagnesco il professore di sostegno. Lei incominciò, rivolta alla madre, signora e padrona, innanzitutto la ringrazio per essere venuta qua sacrificando il suo tempo e per aver trascinato quella specie di pupazzo che lei ha sposato. Il marito guardò la moglie con aria supplichevole e la lingua fuori, ho tanta fame e tanta sete, le disse. Dammi da bere, cucciola. Modera i termini, carino, gli disse la moglie, prima di tutto dammi del Lei e chiamami signora e padrona, visto che ho un conto in banca doppio rispetto al tuo e poi fammi vedere se ti ho comprato le scatolette dell’hard discount, sì, ne ho una, per tua fortuna e ho anche la ciotola. Tirò fuori la ciotola dalla borsetta, la riempì con del cibo per cani gelatinoso e puzzolente, l’appoggiò a terra e il marito iniziò a mangiare. Allora, adesso, zitto e a cuccia che parla la padrona, testa bassa e muto. Con gli occhi che le uscivano dalle orbite incominciò a parlare, noi siamo veramente arrabbiati per essere stati chiamati, perché noi lavoriamo e dobbiamo guadagnare. Riteniamo la cosa inqualificabile. Sì, certo, avete ragione, rispose Bastonnelculo, mi dispiace avervi disturbato, ma forse vostra figlia, può essere che abbia un pochino esagerato dando dell’idiota al professore di sostegno, al massimo avrebbe potuto dargli dello scemo e non dell’idiota. La signora cicciottella era diventata paonazza, senta, se nostra figlia ha dato dell’idiota all’insegnante avrà avuto delle buone ragioni. Mia figlia è una che ragiona e se ha dato dell’idiota all’insegnante se lo è meritato. Nostra figlia è buonissima a casa e a scuola si agita. La colpa è vostra, solo vostra. Adesso andiamo a denunciare la scuola e anche lei, urlò verso l’insegnante di sostegno. L’insegnante di sostegno parlò con tono calmo ed agguerrito, lei non si può preoccupare di quello che fa sua figlia, ma si rende conto, è sua figlia, non la mia, l’avete fatta voi e indicava i cosiddetti genitori della bambina con il naso prominente. Per quanto mi riguarda potete denunciare chi volete, anzi, sapete che faccio, vengo con voi e denuncio voi, per non avere impartito nessuna educazione a quella bambina. La professoressa Bastonnelculo era nel panico più completo, un momento, ragioniamo, signora cicciottella, non vada a denunciare la scuola, la supplico, non mi ci faccia finire in mezzo. Guardi, capisco che il professore di sostegno possa avere commesso degli errori che hanno fatto sì che vostra figlia gli desse dell’idiota, le chiedo scusa anche da parte sua, ma non denunci la scuola, dopo la preside mi cazzia, la prego, mi metto in ginocchio da lei. Il professore di sostegno intervenne, ma quali errori avrei commesso che mi emarginate in continuazione, ma quali errori, ma vi rendete conto. Ma vi rendete conto che quella figlia l’avete fatta voi. Voi siete i responsabili per vostra figlia sempre e dovete porvi delle domande molto serie se vostra figlia si comporta in questo modo a scuola. Ma scherziamo,… Il professore di sostegno si rendeva conto che doveva difendersi, non solo da quelle specie di genitori, ma anche dal rischio di cambiare, dal rischio di perdere la propria natura. Certi alunni gli stavano tremendamente sulle palle, ed era umano, perché erano maleducati e incivili, proprio degli stronzi, sì, proprio degli stronzi, ma la colpa maggiore era dei loro cosiddetti genitori e dei sedicenti insegnanti. Se erano cresciuti così era soprattutto colpa loro. È tutto ovvio, ma non è scontato. Bisogna ripeterselo, ripeterselo, soprattutto quando si è mezzo alla bufera, quando la nebbia ricopre tutto di grigio, soprattutto ricopre la testa e l’anima e rischia di ricoprire anche la testa e l’anima di chi è dotato di buona volontà. Bisogna ripeterselo quando i tuoi colleghi non sono tuoi alleati. Il cosiddetto padre della ragazzina con il naso prominente parlò, con la bocca piena, professore lei di solito ha problemi ad andare d’accordo con gli alunni, mi sembra impossibile che nostra figlia le abbia dato dell’idiota senza una ragione. La moglie lo guardò malissimo, hai mangiato il chappi inferiore (cit.), sì, sì, rispose l’inferiore sudato, hai visto e indicò la ciotola vuota. Allora, ha problemi ad andare d’accordo con gli alunni. Il professore di sostegno parlò, lo sa che io con i miei alunni sono andato in discoteca, lo sa che ho amicizie che durano da dieci anni con i miei ex alunni, con i miei alunni ho ballato salsa. Ma come le vengono in mente certe domande, come le vengono in mente certe insinuazioni. Ma come ti vengono in mente certe domande, gli gridò la moglie, innanzitutto devi chiedere il permesso per poter parlare, caro il mio inferiore, e tu non l’hai chiesto, razza di sfigato. Scusa, scusa, rispose il marito. Scusa un cazzo, replicò la moglie e gli mollò un ceffone. E poi mi devi dare del lei, davanti agli altri. Stasera dormi in cortile e chiudo a chiave la tua cuccia. Nooo, la cuccia no, il marito era a quattro zampe e piangeva. La professoressa Bastonnelculo stava, come al solito, ritta, come se avesse avuto un bastone piantato nel retto anale e con la boccuccia a culo di gallina. La prego, non denunci la scuola. Le stacco un assegno. La madre della bambina con il naso prominente la guardò con aria di compatimento, non meno di 500 euro, mi raccomando. Va bene, va bene, come è gentile lei, rispose Bastonnelculo. Intanto la madre rivolse la parola di nuovo al professore di sostegno, senta, mia figlia a casa è buonissima, bisogna indagare comunque su quel che succede a scuola. Forse ha problemi con qualche insegnane, magari non con lei, chi lo sa. Aveva cambiato espressione quella donna, non guardava più con aria di superiorità e rabbia l’insegnante di sostegno. Era rimasta colpita da quella reazione decisa, non l’avrebbe mai ammesso con nessuno che era rimasta colpita. Forse forse un po’ lo ammirava, ma non glielo avrebbe mai detto. Mia figlia a casa è buona, io le do un sacco di schiaffi, però è buonissima a casa. Alle elementari era buonissima, prendeva sempre note e voti bassi in condotta, però era buonissima. Lei difendeva i compagni, quando riteneva fossero vittime di ingiustizie da parte degli insegnanti. Adesso le dirò di farsi i cavoli propri, per quieto vivere. Le darò un sacco di schiaffi e poi uscirò a comprarle l’hoverboard da 400 euro, così si potrà sfogare. Magari, ogni tanto, provi ad affidarle qualche mansione, anche nei riguardi della bambina a cui lei fa sostegno. Il professore di sostegno la guardò con un sorrisino di compatimento, va bene, va bene. La madre mise il guinzaglio al marito, lavò nel rubinetto lì vicino la ciotola e si avvicinò all’uscita. Diedero entrambi la mano al professore di sostegno, sorridendogli e con aria sicuramente meno spavalda dell’inizio. Diedero la mano alla professoressa Bastonnelculo, schifati perché le sudavano le mani.
Il quadro svanisce in dissolvenza e si delineano i contorni per primi e poi tutto il resto dell’aula della classe del professore di sostegno. C’è la professoressa Scapece Immacolata, piccola, bassa, puzzolente e con i baffi, che “insegna” italiano e storia. Entra in classe senza salutare il professore di sostegno, ciao bambini, ma come state puffetti. Bene prof, bene, bene, qualcuno non rispose, perché guardava i siti porno sullo smartphone, con una mano infilata nelle mutande. Vaffanculo brutta troia, le rispose il ragazzino che sbatteva sempre la testa al muro, perché mi stracci la minchia mentre guardo hitler.org. La professoressa Scapece Immacolata, scusa carino, non lo faccio più. Guardò la cattedra e vide che non c’era il computer collegato ad internet. Ancora su sta il computer, chiese agli alunni, bisogna scendere il computer, già, una professoressa di italiano che dice, bisogna scendere il computer. E scendi sto cazzo, le ribatté il ragazzino Psico. Bimbi, prendete il libro di storia, forza, sottolineate dalla riga 1 alla riga 10, bravi, e mo sottolineate dalla riga 12 alla riga 37. Bravi, l’avete fatto. La seguivano solo una ragazzina e un ragazzino con gli occhiali. C’era un ragazzino biondo grassottello che si trastullava con il cellulare. Alza la mano e parla senza aver chiesto il permesso, scusi prof, ho scritto una poesia, la posso leggere. Ma prego carino, gli rispose la sedicente prof, la quale era ben contenta di smettere di spiegare. Il ragazzino biondo cicciottello andò alla cattedra e lesse per venti minuti con enfasi degna di un Gassmann che non ce l’ha fatta. La poesia era una schifezza indegna. Professoressa, posso leggere i soprannomi che ho dato ai miei compagni, erano 23, li spiegò uno per uno, professoressa posso leggere i soprannomi che ho dato ai prof. Ma certo carino, gli rispose la prof. E lui lesse i soprannomi per i prof, l’handicappato, il negro, il frocio, il comunista di merda, aveva chiamato la prof di storia la puzzona e lei si era messa a ridere. Che simpatico, sei proprio simpatico, gli aveva detto. Adesso ti metto 9 in italiano, la poesia è stupenda, i soprannomi poi, sono uno spasso. Hai capito proprio il senso della mia vita, io mi ispiro al personaggio di Franchino in Fantozzi subisce ancora, vorrei avere la barba come lui, pensa te. Il ragazzino la guardò male, ma quale 9 professoressa lei non capisce proprio niente, oltre ad essere una puzzona, mi deve dare 10 almeno. Mi dia la password del registro elettronico che lo scrivo io il voto. Bravo, grazie, giusto, hai capito tutto, io penso che tu sia veramente avanti, gli dice la prof. I ragazzini che avrebbero voluto seguire guardavano la scena sconsolati. Suonò la campana. Forse siamo perduti, forse la speranza è una trappola. (cit.) Forse non c’è niente da fare e questa nebbia dura più di quest’inverno.