religione cattolica

scuole private

In tanti possono passare da quelle scuole, da studenti o da insegnanti precari. Tanti hanno una famiglia che ha messo da parte qualcosa e che ti consente di vivere con tranquillità. Puoi cercare lavoro senza ansie, ma, nello stesso tempo, hai voglia di fare esperienze, hai voglia di metterti alla prova. E hai voglia di metterti alla prova anche in una scuola privata. Si chiamano private e non “paritarie”, come le hanno ipocritamente ribattezzate. Sono scuole buone, discrete, belle e brutte, ma sono scuole di una parte, sono scuole che offrono una visione parziale della vita. Ci sono stato da comunista, ci sono stato da sostenitore della scuola pubblica, ci sono stato da persona curiosa ed aperta. E ho passato anche dei bei momenti e non pochi. Ho ancora degli amici, tra ex alunni e prof, sento ancora un mio ex collega, fondamentalista cattolico, il quale, udite udite, mi apprezzava. Ho trascorso molti anni nelle scuole private, ho conosciuto molte persone, mi sono innamorato di una ragazza. Ho visto bambini, ragazzi, alunni. Ho visto ragazzi pieni di vita che stonavano nello squallore bigotto della scuola ciellina, ho visto anche un uomo severo e abbastanza corretto, nella scuola del centro, ho visto una suora senza umanità. Ho visto e ho provato emozioni: mi sono emozionato, sono stato felice, sono stato arrabbiato e sono stato schifato.

Ci sono stato, ma non vorrei più tornarci. Ci sono stato ed è stato giusto esserci stato, ho imparato qualcosa.

Altre avventure della suora inquietante

Quando è trascorso del tempo da un avvenimento cresce l’esigenza di rifletterci sopra. L’esperienza con la suora inquietante mi ha mostrato un mondo pre-moderno e ultramoderno, allo stesso tempo. Mi ha mostrato il potere assoluto ancien regime e mi ha mostrato il neo capitalismo, che mette in discussione i diritti dei lavoratori e i rapporti con le persone, con la stragrande maggioranza degli alunni.

Ci sono tante sfaccettature del rapporto che ho avuto con quell’essere che è giusto analizzare: una di queste è la sfiducia che mi ha dimostrato fin dall’inizio della nostra conoscenza.

Quell’essere immondo mi assume con un contratto di quindici giorni, che prevede la possibilità del licenziamento ad nutum, così come la possibilità per me di andarmene senza preavviso. Alla fine dei 15 giorni, mi assume con un contratto di 6 mesi e mezzo. Lei mi deve dare un preavviso di 1 mese e io pure, se volessi andarmene. Pochi giorni dopo la proroga del contratto, quando sto uscendo dal ripostiglio chiamato pomposamente “aula di tedesco”, mi viene incontro e mi invita a tornarci dentro. Mi chiede come mai non ho aggiornato il registro elettronico e io le rispondo che la segretaria non l’ha ancora predisposto. Mi dice di farmi aiutare da un prof della scuola e io replico che il registro elettronico non è ancora pronto. Lei continua per la propria strada, mostrando di non credermi. Secondo quell’essere io avrei mentito su una cosa, per la quale mi avrebbe potuto smentire in 2 secondi, andando a chiedere alla segretaria, a pochi passi da lì. Secondo lei, io sarei stato, oltre che bugiardo, decisamente stupido. Forse ho già raccontato questo passaggio, ma mi serve per agganciarmi al passaggio successivo.

G.P. ha 13 anni, gli occhi come due fessure e la bocca grande, deformata da un ghigno cattivo. è vestito firmato dalla testa ai piedi, con il cellulare da 600 euro. Voi sapete del mio infinito affetto nei confronti di tanti alunni, che ho conosciuto nella mia carriera, ma non ho voluto bene a quel ragazzino. è un ragazzino viziato dalla madre, ricco, cattivo e bugiardo. è incapace di amare, perché non lo hanno mai amato nel modo giusto. Questo ragazzino va a dire alla suora inquietante che io passo tutto il tempo della lezione attaccato al tablet. Utilizzo il tablet nel ripostiglio di tedesco, per firmare il registro elettronico, visto che quello schifo di preside non ha messo la lim, per inserire gli argomenti della lezione e i voti, da quando la segretaria ha sistemato il registro elettronico. Io spiego la verità alla suora inquietante, non si capisce se mi crepe oppure no, ma io ho qualche sospetto che non mi creda. Un giorno di inverno con il sole, mentre sto facendo lezione alla terza media di G.P., questo inizia a lanciare pallini di carta a L.M., un ragazzino biondo, svogliato e maleducato. L.M. risponde e qualche altro ragazzino si associa, ma i due colpevoli principali sono loro due. Li sgrido, minaccio punizioni, ma continuano imperterriti, fino a ridurre il pavimento un tappeto di pezzetti di carta. Suona l’intervallo e la fine della lezione e io dico loro di raccogliere i pezzetti di carta, ma loro se ne vanno. Li raccolgo io. La volta successiva faccio loro una reprimenda e assegno un compito di punizione. Me lo portano e la cosa sembra finire lì. Sembra. Un venerdì sera alle 21 mi arriva una mail della suora inquietante, con scritto nell’oggetto “comunicazioni suora inquietante”, che mi fissa un appuntamento per il martedì successivo, per discutere di generiche questioni educative. è un processo kafkiano, l’ho capito. Il giorno dopo non ho lezione e la chiamo per sapere il motivo esatto della convocazione, lei si fa negare.

Arriva il martedì. Lei tarda 20 minuti e poi sfodera una lettera scritta da G.P., che mi accusa di umiliarlo. Sostiene che io l’avrei accusato ingiustamente di lanciare pallini, quando lui era innocente, e che non avrei controllato i suoi compiti di punizione. Mi racconto che la madre del ragazzino è andata a parlare con la suora al venerdì alle 20 30. Io spiego la verità alla suora e lei mi risponde “perché il ragazzino dovrebbe mentire?”. Io rimango basito, ma rispondo ugualmente “perché ha 13 anni, perché ha paura di essere punito, per nascondere quello che ha fatto.”Lei mostra di non credermi, crede ad un ragazzino di 13 anni e non ad un professore di 37 anni, che, secondo lei, si sarebbe inventato tutto, della storia dei pallini.

Penso che la madre di G.P. fa dei servizi gratis per la suora e mi spiego tutto, o quasi.

Sfodera una presunta lettera anonima, scritta da presunti anonimi genitori, contro di me e altre balle. Ho rimosso tutto dalla mia mente. Se me lo ricorderò, ve lo racconterò.

Personale/8

MENO OTTO

 

Alla sera guardò il telegiornale e fu colpito da una notizia. Era stato annunciato il risultato dell’autopsia sui corpi di Castaldi e Marini, non si trattava di suicidio, nel caso di Castaldi, mentre Marini non stava per compiere un attentato. Questo cambiava molte cose, confermava le tesi di S., che non ci aveva visto chiaro fin dall’inizio. Decise che avrebbe telefonato a Gianni il giorno successivo, quella sera avrebbe voluto starsene tranquillo.

La prima azione del mattino successivo fu la telefonata a Gianni. Ciao, dimmi subito se sai qualcosa della vicenda Castaldi e della vicenda Marini, gli chiese senza nemmeno averlo salutato; ma cosa vuoi che ne sappia, S., io so quello che è stato detto in televisione, mi meraviglio di te, che stai a perder tempo a far certe domande. Una persona matura come te dovrebbe avere più senso di responsabilità, non hai 10 anni. S. riattaccò. Ma vaffanculo, guarda che gente del cazzo dovevo conoscere, disse.

Forse la domanda era veramente stupida. Da anni e anni si sa che le linee telefoniche delle persone di sinistra sono sotto controllo, specialmente i telefoni di chi è molto impegnato politicamente. Qualcuno ascoltava con le cuffie la conversazione nei sotterranei di un edificio della periferia di B. Una telefonata allunga la vita, si diceva qualche tempo fa.

Il signor S. aveva una grande abilità, quella di saper staccare la spina da preoccupazioni, ansie ed incazzature con una facilità estrema.

[1]Ad onta di tutte queste bizzarrie, l’amico Stolz riusciva a trascinarlo tra la gente; ma Stolz lasciava spesso Pietroburgo per recarsi a Mosca, a Nižni, in Crimea, in seguito anche all’estero e, senza di lui, Oblomov ripiombava nella sua solitudine e nel suo isolamento, dai quali soltanto poteva trarlo alcunché di eccezionale, che uscisse dai fenomeni quotidiani della vita, ma nulla di più simile esisteva ne era prevedibile per l’avvenire.

Il suono del campanello era stato fastidioso, come al solito, e improvvido. Capitava sempre nei momenti peggiori. Chi è, disse con tono sconsolato. Vorremmo sapere la sua opinione sull’aldilà, sul regno di dio, la repubblica presidenziale di San Firmino, la repubblica parlamentare di San Leone Pudibondo. S. rimase per qualche secondo interdetto, poi andò ad aprire reprimendo con fatica una fragorosa risate. Voleva dare l’impressione di duro. Era Gianni, il suo secolare amico Gianni. Vieni dentro, ma che, vai ai 300 all’ora, dovrebbero revocare la patente alla gente come te. Mamma mia, pensi che si possa andare solo ai 2 all’ora, come fai tu, guarda che c’è il limite di velocità dei 130 e poi, B. è vicina. Vabbé, vabbé, che sei venuto a fare? Sono qua per raccontare di quella vicenda, rispose ineffabile e soddisfatto l’anziano medico. Mi vuoi proprio ossessionare, con questa storia, lo squadrò S. Prima di incominciare beviamo qualcosa caro. Cosa hai comprato di bello, disse Gianni, avvicinandosi all’armadietto dei liquori. Dopo che entrambi ebbero bevuto lentamente, il medico riprese. Ascione, il buon vecchio Ascione, il nostro caro amico Gerardo ha un caro amico che è medico legale, il dottor Paride Di Luigi, che ha eseguito l’autopsia sui corpi.

In un caso ha esaminato le ferite che ha sul collo il cadavere di Castaldi, e ha notato che non sono mortali. Quell’uomo è stato ucciso, forse avvelenato. Probabilmente anche Marini aveva subito la stessa sorte. Nel loro sangue sono state trovate tracce di sostanze tossiche. Il dottore dice che quelle sostanze sono state ingerite alcune ore prima, probabilmente all’ora di pranzo. Ora si tratta di capire dove fossero quando sono stati avvelenati. Ad S. brillavano gli occhi, di una luce sinistra. Capiva che i propri presentimenti erano più che fondati. L’ordigno accanto al quale era stata trovata la seconda vittima, o collaboratore scolastico, era vecchio e già innescato. S. si sentiva invaso da uno strano sentimento, da un lato provava cordoglio e rabbia, dall’altro era invaso dalla gioia, perchè quello che pensava si era avverato.

Il telefono suonò: era Ascione: siaaaa lodato don Santo Manganello, seeempre siaaa lodaaaaato. Che cazzo vuoi, rispose l’anziano scrittore. Il signor nostro è potenteeee e misericordioooosooo. La vuoi smettere di rompere le scatole, continuò sempre più adirato. Venite adoreeeeeemus, venite adoreeeemus, il signoooooore. Il signore è il mio pastore, nulla manca ad ogni mia attesa. In verdissimi prati mi pasce,… S. gli riattaccò il telefono. Il suo amico Gianni non fece in tempo a fermarlo, ma che fai, guarda che ha detto una cosa importante. E che ha detto, ha detto che è stupido, questo lo so, rispose l’amico. Voleva dire che i bidelli sono stati avvelenati al liceo. S. rimase sconvolto, quasi non riusciva a parlare, ma che stai dicendo, ma, ma, quello che è… Allora siamo a cavallo. Attenzione non è ancora detto che l’abbiano avvelenato. Dobbiamo provarlo, dobbiamo trovare il movente. S. attaccò, è stato ucciso, perché ha visto il traffico di cocaina. Il traffico di cocaina è la principale fonte di finanziamento della Fondazione ecc. ecc. Abbiamo Ascione, Lipari dalla nostra parte, ti sembra niente. E tu sei sicuro che stiano con noi, replicò Gianni. Sì, e saranno ancora di più dalla nostra parte, quando avremo i risultati delle inchieste indipendenti che stan venendo condotte.

Come era prevedibile, si scatenò la rincorsa di tutti i politicanti ad influenzare quel movimento che otteneva sempre più risposte convincenti e positive oltre che il seguito da parte di operai, impiegati, studenti, disoccupati, migranti di ogni etnia, sfigati di ogni genere, intellettuali, avvocati, professionisti, ecc. ecc. I “dirigenti” di quel movimento furono molto abili nell’ottenere spazi. Avremmo bisogno della vostra sede, dei vostri computer. Perché non ci fate venire visto che avete l’Adsl a 6 Mps, ecc ecc. Queste erano le domande ricorrenti. Stipularono anche delle convinzioni, oltre che organizzare una capillare raccolta fondi, anche utilizzando internet. Trattasi del cosiddetto fund-raising, per usare un termine che farebbe inorridire il signor S. È inutile dire che il ragazzo dalla fronte spaziosa, segretario provinciale del partito per la tumulazione della filosofia del Barbone di Treviri si vantò in maniera spudorata.

I grandi romanzieri e i parolieri delle canzoncine per adolescenti scrivono che, quando si ha appena fatto l’amore, si sta sdraiati sul letto con un’espressione da imbecilli senza parlare. Anche la piccola Sanchez guardava il soffitto senza parlare, non si sa se con un’espressione da imbecille, questo non è dato sapere. Ma come andrà a finire? Mia cara, forse sei fin troppo adulta, le rispose Hector. Non avere paura di tirare fuori il tuo lato fanciullesco, quello che scrisse la cavallina storta l’avrebbe definito il fanciullino. Che cosa è la fine? Che cosa è l’amore? Cosa è il tempo? Perché dovremmo essere sempre condizionati dal tempo? Restarono in silenzio per un bel po’.

I giorni trascorrevano, sembrava che spirasse un vento nuovo, l’aria cominciava ad avere l’odore della primavera. Alberto continuava a frequentare i propri amici e le lezioni di balletto. Un giorno vide, a lezione, la sorella maggiore di una piccola allieva ed iniziò a parlarle. Quella ragazza era lì per caso. Ad Alberto piaceva immaginare le storie delle persone che conosceva, con le quali scambiava anche solo poche parole. Cosa avrebbe potuto fare quella ragazza? Quale sarebbe stata la sua storia? Osservò la piccola, avrebbe potuto avere 5-6 anni, anche se ne dimostrava qualcuno di più. Aveva capelli color dell’oro, che le arrivavano fino al sedere, con i boccoli. Ad Alberto cominciò ad interessare e, parecchio, la sorella maggiore. Si chiese che sport avrebbe potuto praticare una ragazza così, che scuola avrebbe potuto frequentare. La ragazza era alta, dai lunghi capelli rossi, giunonico. Ad onor del vero, il fatto che l’abbigliamento per la danza sia abbastanza attillato, favorì l’osservazione discreta del fisico da parte della ragazza del fisico atletico del ragazzo. Se questo fosse un romanzo d’amore, il narratore inizierebbe a scrivere di sguardi furtivi, colpi di fulmine, cuori che battono, ma questa è una storia impegnata, che parla di politica, di poetica, di crescita personale e intellettuale. Va detto che si conosceranno e si fidanzeranno, anche in casa. Marcia Nuziale. Mendelsshon. Confetti.

Per le manifestazioni si organizzano treni speciali, navi speciali, aerei speciali. Si chiamano artisti, tra cui un noto gruppo modenese amante dell’Irlanda, ci sono cabarettisti famosi, che fan parte di quell’intellighentsia che interviene un po’ su tutto. C’è chi chiede il rimborso spese, c’è chi si esibisce senza nulla chiedere, c’è chi ma io sono il grande artista pieno di principi famoso che pubblica libri da 500000 copie, che va a fare gli spettacoli alle feste democratiche europeiste da 40 € pro capite. Ci sono le mamme con i bambini che dormono sulle loro ginocchia, ci sono gli operai con la schiscetta[2], gli azzimati avvocati in giacca e cravatta, ecc. ecc. Le indagini indipendenti erano aiutate da mezzi tecnologici sempre più imponenti, tra cui telefonini megagalattici. Qualcuno, forse un ragazzino, dai capelli ricci, di nome Ahmed con un videofonino, o forse una cinquantenne fotografa con una vecchia Leica, o forse ancora un trentenne timido, aveva scattato una foto, una delle tantissime che mani clandestine avevano provveduto a rubare al caos. È raffigurato un poliziotto, che sta massacrando di bastonate Giovanni. Era molto interessante notare come, nelle foto scattate nei momenti precedenti, si nota che quel poliziotto si avvicina appositamente per compiere l’opera, come se qualcosa o qualcuno l’avesse richiamato da lontano, in quel caos terribile. Altri poliziotti si allontanano per lasciargli spazio. Perché? Perché proprio quel poliziotto doveva menare Gio? La foto era stata ingrandita da una mano esperta, veramente esperta. Prese la lente di ingrandimento per osservare ancora più attentamente la foto, oltre che un dvd. Quel poliziotto, che amava così tanto dedicarsi a Giovanni e non ad altre zecche comuniste, gli ricordava qualcuno, gli altri non gli dicevano nulla. Era sicuro di averlo visto da qualche parte. Chiamò Ascione. Gerardo, silentes loquimur? Ma guarda in che cazzo di linguaggi segreti mi tocca esprimermi,pensò, quanto mi sento stupido. Kenzaburo Oe, Banana Yoshimoto, Takahide Sano. Trovarono la prova regina. Quel poliziotto era, in realtà, un bidello, il famoso bidello fermato dai carabinieri di Ascione. La domanda, allora, sorgeva spontanea, c’era qualcos’altro? C’erano altri poliziotti-bidelli-picchiatori? Sicuramente c’erano dei tutori dell’ordine responsabili, anche nelle alte sfere. Bisognava inviare una copia delle prove agli organi di stampa, in modo fintamente maldestro e proditorio, come faceva il signore alto, con il turbante bianco. Chi avrebbe potuto farlo? Un ragazzino di nome Ahmed, con la felpa con il cappuccio, mentre si diverte con gli amici. La ragazza, che aveva frequentato l’università di Via Del Gomito, non si era più fatta sentire, non rispondeva neanche al cellulare. Qualcuno, S. compreso, si era anche preoccupato.

Che cosa è il caos? È un periodo di turbamento nell’attesa di un nuovo ordine, forse. E’ una sensazione interna? È l’eliminazione di false sicurezze? Forse l’ultima domanda è quella più adatta. Anche i telegiornali organizzarono edizione straordinarie, come pure i quotidiani, nonostante fossero saldamente in mano a persone che, per usare un eufemismo, non amavano chi stava lottando. La polizia era diventata un servizio del tutto privato, al servizio della volontà dei capi, ma anche di chi, apparentemente non era coinvolto. La si utilizzava per reprimere gli avversari politici, il lettore scusi l’ovvietà. Durante il caos succedono anche degli imprevisti, come quello che era capitato a Lipari. Mentre stava viaggiando sulla statale per andare a lavorare, il magistrato non aveva la scorta, si sentì un botto, un pullman carico di studenti polacchi saltò in aria con 40 persone dentro. Va detto che nessuno avrebbe dovuto sapere che Lipari sarebbe passato in quel punto, proprio in quel momento. Qualche maligno potrebbe sospettare che era successo quel botto, perché il magistrato stava scoprendo il passaggio illecito di soldi tra il Liceo Ics, la Fondazione Cattolica Apostolica, conti correnti all’estero intestati ad Adelina Salsano, anziana madre di Mister Ics, e ad Giuseppa De Magistris, la cugina del questore. Si trattava dei soldi del traffico di droga.

Una piccola città può diventare media senza perdere la propria identità. B. rischiava di diventare grande in maniera disordinata, piena di cantieri di ogni tipo, che servivano per soddisfare le clientele europeiste democratiche e riformiste. Una città piccola o media è caratterizzata da delle sonorità diverse, meno sincopate ed assordanti, rispetto a quelle di città come Milano e Roma.

A volte la città originale scompare sotto la città dei manifestanti, scompare sotto la città degli studenti che occupano i licei, compreso il liceo Ics. Si erano indignati anche tanti studenti di destra, che avevano deciso di partecipare all’occupazione. I licei erano gestiti dagli studenti, che permettevano, lo stesso, lo svolgimento delle lezioni. Stava succedendo di tutto in brevissimo tempo. C’è da aggiungere che gli studenti occupanti avevano stabilito un servizio d’ordine e sanzioni, per chi avesse anche solo pensato di danneggiare qualche arredo. Non si disputava la gara di rutti, magari qualche incontro non competitivo. Non è dato sapere se vi era qualcuno che soffrisse di flatulenze. Avevano organizzato conferenze sulla costituzione, sulla pace, sulle guerre dimenticate, che non interessavano più ai media. Avevano invitato personalità del mondo della cultura, dell’informazione e dello spettacolo. Tanti avevano accettato.

C’era stata una lunga attesa, prima di quegli avvenimenti, poi, per qualche scherzo del destino, era successo tutto. Sempre ammesso che il destino esista. La storia è stata lunga, ora tutto è così veloce, come l’amore tra Gio e Eli. Per molto tempo sembrava che nulla potesse cambiare e che il loro rapporto non sarebbe mai potuto evolvere. Gio si sentiva un cavaliere cortese, che vagheggiava soltanto l’oggetto del desiderio. E poi, durante lo studio… Forse fu uno sguardo, un movimento della mano, è difficile spiegare, forse non serve neanche spiegare. Si abbracciarono, si strinsero, si baciarono.

Lasciamo perdere un attimo le vicende amorose, e torniamo alla politica impegnata. A tale proposito una domanda sorge spontanea: perché il potere non reagisce, perché non si muove? Cosa fanno le forze dell’ordine? Forse speravano che tutto finisse, che quel movimento si perdesse nella propria anarchia. Erano disorientati, persi. Può esistere il potere come soggetto, può esistere il potere come se fosse quasi una persona? Il potere è un entità astratta? E’ anche un’entità astratta? E’ astratta e concreta al tempo stesso, è concreta perché è composta da persone, obbedisce alle leggi del capitalismo. Stava facendo qualcos’altro l’ordine costituito? L’ordine costituito democratico, progredito, avanzato, illuminato, rappresentato da Lipari stava lavorando alacremente, stava preparando ordini di custodia cautelare.

Gli operai scioperavano perché volevano la verità, come gli impiegati e altre categorie professionali. Alla manifestazione nazionale seguì, dopo qualche tempo, una giornata con tante manifestazioni locali, con tantissima gente. Quel movimento stava colpendo una scuola azienda, simbolo di quel grande rinnovamento dell’istruzione che il governo di destraestremadestramenoestremadestracentrocattolicoriformistaliberaleriformatoresocialistateodemteoconcattolicodemocratico aveva voluto avviare. Tutti le scuole avrebbero dovuto diventare come quel liceo. Finalmente lo spirito critico sarebbe sparito per sempre dalle menti degli studenti. Dalla scuola stava partendo il rinnovamento del paese, per citare un solo episodio, si insegnava il grande valore educativo dei processi che i capimafia, diventati giudici, celebravano contro quei rompicoglioni dai cognomi buffi, non si capisce perché contumaci. C’era quello con il cognome simile al falco e quello che si chiamava come una piccola borsa, come li definiva un ometto con la voce strana.

Le ordinanze di custodia cautelare furono eseguite prontamente, andarono in gattabuia tanti, tra cui Mister Ics, Pancrazi, Paperini e tutti i loro fiancheggiatori. In galera andarono anche Lo Marchio, il suo boa di struzzo, Piecioni e tutti i poliziotti picchiatori. Il blitz fu guidato da Ascione. Non solum sed etiam che minchia volete comunistacci schifosi morfema epatico gastrointestinale gastroenterico superliquidator paratattico ego ne sum cerasa cum lupus attendis, in animo descendis destrutturazione del linguaggio salivazione paratattica ipotattica e olifantica destrutturazione della società.

Il ministro della privatissima istruzione si dimise e ci fu la crisi di governo. Molti partiti chiusero, al governo furono installati dei cittadini estratti a sorte, visto che non c’erano quasi più politici. L’estate era già arrivata, i servizi televisivi sul caldo record e i consigli del medico, su cosa bisogna bere in estate pure. Le famiglie di Gio, Eli e Alberto andarono in vacanza tutte assieme. Il narratore è obbligato ad aggiungere che Alberto si era fidanzato con la sorella maggiore della piccola allieva, che si chiamava Chiara e giocava a calcio nel ruolo di centravanti di manovra.

Caspita, potrebbe sembrare un bel finale. Il narratore si è dimenticato di aggiungere che il movimento che aveva lottato e aveva vinto pensava di trasformarsi in partito, che le difese degli imputati stavano lottando su tutti i fronti, da quello giudiziario a quello mediatico. Paperini era stato scarcerato a causa dell’età avanzata e perché aveva promesso di ritirarsi dalla scuola. Anche Mister Ics era stato scarcerato, per un cavillo procedurale, inventato o trovato dal proprio avvocato, aveva scritto le mie prigioni, mentre era agli arresti domiciliari. Pancrazi era in galera invece. I giornali di destra cercano ombre nel passato di Lipari, così come in quello di Gianni ed S.

L’associazione culturale Shimonoseki, dedita allo studio della famosa città nipponica, si riunì in un appartamento del centro di B. Si dice che fosse di proprietà dell’Opus Dei, oops, è un nome taboo. Intendiamo dedicarci qui allo studio di questa città, centro delle comunicazioni tra Cina, Corea e Russia. Sappiamo tutti che è famosa per impianti metallurgici e cantieri navali, l’industria chimica, tessile, meccanica e alimentare. Lì fu firmata la famosa pace, nel 1895, tra Giappone e Cina, che pose fine al conflitto scoppiato nel 1894. La Cina perse molti territori. Nella sala, ad un certo punto, entrò un anziano signore alto, con il bastone. Sembrava proprio Paperini. Quanto tempo sia passato da quando aveva annunciato il ritiro non è dato sapere.

La nave solcava l’oceano. Hector e Julia guardavano il mare. Non era più il caso di stare in Argentina, i militari[3] erano al potere. Anche la piccola Sanchez lo guardava. Leggere il mare[4].

FINE TESTO 25 MARZO 2007

[1]              Cfr Ivan Gončarov, Oblomov, Rizzoli Milano 1985

[2]              Cfr. http://nuovaamilano.blog.kataweb.it/nuova_a_milano/2006/10/schiscetta_in_t.html. In questo sito si racconta del significato del termine e dei corrispondenti nelle altre regioni.

[3]              Cfr. www.desaparecidos.org. È uno dei siti migliori a proposito di dittature militari, specialmente del sudamerica.

[4]           Cfr. PIETRO INGRAO, L’alta febbre del fare, Mondadori, Milano, 1994.

 

Personale/5

MENO CINQUE

 

Corri ragazzo corri, corri ragazzo corri, ma cosa cazzo insegui, coglione? La speranza si svende, tutto il resto si compra, diceva qualcuno. I folli sono coloro i quali vedono la fine del tunnel. Eh, già, anche io la vedevo, poi ho visto le pastiglie dentro una confezione azzurra, gli sguardi pietosi di quei bastardi fottuti e i camici bianchi. Sorridi, sorridi, stronzo, poverino, hai bisogno di essere sorvegliato. Il signor S. sentiva provenire questa canzone da un palazzo vicino, mentre stava lavorando. Non se ne intendeva molto di certa musica.

Alberto non aveva parlato della sua attività neanche a Giovanni ed Elisabetta, aveva paura. In quei giorni Alberto voleva cercare una scuola di balletto da frequentare e si era informato. Un pomeriggio si presentò alla scuola Tersicore. La porta a vetri che conduceva a quella scuola era decorata da un bel disegno della musa della danza. Sulla destra c’erano gli spogliatoi che l’insegnante gli mostrò. Lo spogliatoio per i maschi era quasi deserto. Lungo il corridoio si vedevano le sale corsi, che erano tre. Alberto notò che nella prima sala c’erano un gruppo di bambine di 4-5 anni che si esercitavano. Sono le nostre piccole, gli disse l’insegnante. Alberto parlava con voce rotta dall’emozione e l’insegnante se ne accorse molto presto. Scusa, ma sei emozionato? Il ragazzo rispose, sa io ho sempre avuto un po’ di problemi a rivelare la mia passione. L’insegnante, una ragazza alta mora e dai lunghi capelli lisci neri raccolti, sorrise. Nella seconda sala la lezione coinvolgeva un gruppo di ragazzini e ragazzine sui dodici anni, tra i quali noto due maschi. Alberto si rincuorò. Pensò, meno male che non sono il solo. Alberto non sapeva che cosa lo stava aspettando. Un, deux, trois, quatre, la voce dell’insegnante della terza sala ritmava i movimenti degli allievi. La ragazza indicò la terza sala e guardò Alberto, questo sarà il tuo gruppo, hanno dai 15 ai 18 anni. Ci sono due ragazzi anche qui. Ancora un po’ e superiamo la parte femminile, disse Alberto. Sarebbe bello, disse la ragazza. Punto la sua attenzione sui ragazzi, perché voleva controllare se li aveva già visti. Un ragazzo moro, dai capelli corti e dai lineamenti dolci, gli sorrise timidamente. A un certo punto accadde l’irreparabile, se così lo si può definire. Una ragazza lo notò con la coda dell’occhio e lo chiamò: Alberto!!. Era Eli che stava frequentando la lezione di danza. Il ragazzo si mise a tossire, fece finta di non vedere e si allontanò, diventando di tutti i colori per la vergogna. All’insegnante che lo accompagnava disse, scusi, vado in bagno. La sua testa fu invasa da orrendi pensieri, presagiva il peggio. Aveva paura che si scoprisse quale era la sua grande passione. Mentre si allontanava venne salutato da un’imponente figura, postasi davanti a lui. Era Gio che era venuto a trovare quella ragazza, che ormai si era reso conto di amare, anche se non riusciva a dirglielo, perché non si sentiva alla sua altezza. Il povero Alberto era ormai divenuto paonazzo, la lezione di danza era finita, quando Elisabetta uscì. Ciao Giovanni, ciao Alberto che ci fai qui? Alberto rispose con un filo di voce, ero… ero passato per salutarti. Hai fatto benissimo! Come va la vita? A me bene. L’insegnante che lo accompagnava, intanto, si era distratta per un attimo, poi disse sorridendo, vi conoscete? Lei sarà una delle tue compagne del corso di balletto. Elisabetta sorrise, con gli occhi che sprizzavano gioia. Che bello, anche tu studi danza classica, perché non me lo avevi detto? Mi vergognavo. Guarda che è un’arte stupenda, rispose Eli. Gio annuiva. Vieni che ti presento gli altri. I componenti del corso erano 12. Tutti i ragazzi gli si fecero intorno, ponendogli mille domande, esprimendogli la loro gioia per averlo come nuovo compagno di corso. Alberto passò dall’imbarazzo alla gioia per aver conosciuto tutte quelle persone. Andò a casa contento.

Il narratore di questa storia è tenuto a fare una precisazione: come certamente i lettori si saranno accorti non sta raccontando tutto quello che succede giorno per giorno al signor S., per due ragioni principali. La prima è rappresentata dal fatto che lo scrittore è una persona riservata, la seconda risiede nella scarsa importanza di certi particolari per l’economia del racconto, come scriverebbero i professionisti.

Driin, quella cazzo di porta doveva proprio suonare in quel momento. Il signor S. era in una situazione molto imbarazzante. Con i pantaloni in mano corse a chiedere, chi è. Cartella esattoriale, fece una voce decisa. Che sarà mai successo? Mannaggia a Borri, si disse. Che cosa avrà mai combinato? Penso che lo inseguirò con una mazza da baseball. Andò ad aprir la porta. C’era Gianni vestito elegantemente con un cappello Borsalino e una sciarpa di seta. S. scosse la testa in segno di disapprovazione. Ancora tu, ma che sei venuto a fare, gli chiese con aria scocciata. Anche se potrebbe sembrare strano S. gradiva la visita del suo amico con i baffetti. Entra, entra, ti preparo un caffè, gli disse subito dopo. Entro, ma dobbiamo far presto, replicò l’anziano medico. Perché, che vuoi, S. lo guardò con aria spazientita. Beviamoci il caffè, poi te lo spiego. Adesso mi racconti tutto, altrimenti ti sbatto fuori di casa a pedate. Prima rilassati, insisteva l’amico. Ho detto di no, voglio sapere tutto, non farmi stare in ansia. Vabbé, dobbiamo andare subito da Ascione. Tu sei completamente pazzo, non ci penso nemmeno. Vacci tu, io sono un vecchio stanco. S., nel frattempo, era scattato in piedi come una molla. A me i democristiani fanno schifo. Affanculo il compromesso storico. Tu devi venire, è un’impresa difficile, dobbiamo essere in due. Il medico continuò, devi assumerti le tue responsabilità, disse con tono solenne e un po’ paternalista. Fu a questo punto che l’anziano scrittore tuonò letteralmente, le mie responsabilità, quali responsabilità. Un vecchio rottame, secondo te, avrebbe delle responsabilità. Io non voglio entrare in questa storia, non ci voglio entrare nel modo più assoluto. Per me la vita è finita, si esaurisce a C. Gianni sorrise, lo so benissimo che sei interessato, a me non la fai, ti conosco troppo bene. E sorseggiò il caffè, che S. gli aveva porto. L’anziano scrittore lo guardò severamente e, dopo qualche secondo di silenzio, gli disse, mi raccomando, dopo che siamo andati da quello lì, voglio essere riportato subito qui. E poi, pare che nevichi, si rischia pure per la strada. Ma che si rischia, con la mia automobile non si rischia nulla. Il cielo prometteva malissimo. S. imprecò più volte, ripeteva, voglio essere riportato qua, subito. Te l’ho detto che sono stanco. Si vestì. Per arrivare all’autostrada da quel paese c’erano circa 50 chilometri di distanza. Presero la statale R. e la S. S. che era una lunga striscia di asfalto con le ambizioni da autostrada, ma non aveva né una corsia di emergenza, né un’area di servizio. S. era preoccupato, una pioggerellina mista a neve incominciava a scendere, mentre Gianni commentava, mi manca un sigaro. Tu non fumi, vero, gli fece. No, e non provarci nemmeno ad accenderti il toscano, altrimenti scendo dalla macchina e me ne torno a casa con il taxi. Il medico sorrise. Entrarono in autostrada, passando per una corsia di accelerazione eccessivamente tortuosa ed illogica. Iniziò a nevicare. S. era ancor più in ansia ed imprecò nuovamente. Gianni rise fragorosamente, guardandolo con aria di chi sa tutto gli disse, ma non sai che ho fatto mettere i pneumatici invernali e poi questa automobile ha l’ABS, l’EBD, l’ESP, l’OST. Basta!!! Gridò S. e la risata dell’amico divenne ancor più violenta. Dopo avere percorso alcuni chilometri uscirono dall’autostrada, mentre qualche automobile sbandava a causa del fondo stradale. Non vedi che è pericoloso?!! Gli gridò. Sono loro che non sanno come si guida, replicò Gianni. Prese la tangenziale fino ad uno svincolo periferico che conduceva ad una zona ricca di officine di vario genere e natura che fungeva da confine con quel po’ che rimaneva di campagna. Sorpassarono un poligono di tiro, un passaggio a livello e si avviarono verso un edificio risalente agli anni ’50. Scesero dall’automobile, i campi erano coperti di neve. L’automobile perfetta nuovissima superaccessoriata multiequipaggiata eccetera eccetera di Gianni non aveva avuto alcun problema nonostante il fatto che molte strade fossero coperte da uno spesso strato di fanghiglia, neve e polvere che, invece, avrebbe terrorizzato il povero signor S., se fosse stato da solo alla guida della sua F..T T.

Sgusasse, dove vorrebbi andare, chiese loro il carabiniere che stava all’entrata, un ragazzo di 18-20 anni dall’aria non proprio sveglia. Abbiamo bisogno del maresciallo Ascione. Mi fagiesse vedere un documento, per favore. S. e Gianni mostrarono i rispettivi documenti. Il carabiniere disse, con aria sorridente, vadino, vadino. Tornò a leggere lo Stadio e Forza B., ce la puoi fare. Da notare che era il nome della testata. Segondo uffigio a deztra. Bussarono alla porta dopo avere attraversato i corridoi di quella che era stata una scuola elementare. Maresciallo Grand. Uff. Cav. Di Gr. Cr. Gerardo Ascione. Quanno fa notte e ‘o sole se ne scenne, me viene quasi ‘na malinconia, la radio era stata accesa a tutto volume. T’aggio voluto bene a te tu m’è voluto bene a me. Chi siete? Siamo S. e Gianni Marchi. Ooo sole mio sta ‘n fronte a te, intonò Gerardo, era anche un tenore dilettante. Come so’ contento!!! Alle pareti c’erano quadri di Sant’Alfina, San Gennaro, San Gelasio e San Gerardo D’Alessio di Casavatore, posteggiatore abusivo proclamato santo nel 1994. Ascione aveva in mano un rosario. Aggio ditto 10 Pater 20 Ave e 30 Gloria per confessarmi dei piccati che ho commettuto. Tengo nu’ cabaret e babà, na’ butteglia e sciambagn, sciambagn per brindare a un incontro, Peppino Di Capri, ti amo!! S. e Gianni rimasero allibiti, nonostante lo conoscessero da molti anni. Brindarono, mannaggia, quanto magnate, sorcimel, come diciamo a Bbologna… Gerà, ascolta, abbiamo bisogno di te. Che, vi ha chiamato Rosà, Rosariuzza, l’amore mio. No, si tratta del liceo Ics, lo conoscerai di sicuro. Dovresti promuovere un’indagine sui conti correnti del preside e di tutto il CDA. Dobbiamo saper tutto dei parenti e anche degli amici. Ma è complicato, non si può, bisogna chiedere l’autorizzazione del magistrato, è lungo, sta volta non posso proprio. Ascione si era irrigidito tutto ad un tratto. S. e Gianni lo guardarono sconsolati. S. attaccò discorso a proposito del monastero intitolato a San Gerardo D’Alessio, al quale era molto devoto il maresciallo. Si trattava di una costruzione progettata dal grande architetto nipponico Yosuke Kazzuya Shikatzu. Il parroco è Don Cherubino Ronzinante Scapece, grande amico di Ascione. Abbiamo intenzione di fare un’offerta per il monastero, disse, ad un certo punto, l’anziano scrittore. Il maresciallo si intenerì di nuovo, ah Gesù, Gesù sia lodato. Oi vita, oi vita mia, oi core e chistu core, si’ stato o’ primmo ammore e o’ primmo e l’ultimo sarai pe’ mme. Voi volete fare un’offerta per il monastero. Invoco tutti i santi drammaturghi o taumaturghi come si chiamano, San Gennaro, Sant’Alfina, San Gelasio e San Gerardo. Forza, cacciate l’assegno, 3000, 4000, 5000? Pensandoci bene, forse sono meglio i contanti, in banconote da 50 euro. Gianni sorrise aveva capito benissimo cosa voleva dire S. in quel preciso momento, poi assunse un’espressione seria. Gerà, ascolta, tu ci devi un favore. Lo sai che noi due non siamo religiosi. Stiamo però riscoprendo il senso del divino. Per premiare questa nostra scoperta, che testimonia la possibilità anche per gli atei di redimersi, devi iniziare quell’indagine. Eh no, mica è giusto, rispose il carabiniere con aria triste. Aggio ditto che non puozz. S. guardò prima Gianni e poi Ascione, credo di non poter contribuire sai, mio caro, perché devo far eseguire una riparazione alla mia automobile. Lo sai quanto costano le riparazioni… Io devo far eseguire una riparazione in bagno molto importante, invece, disse Gianni. L’idraulico è caro arrabbiato. Gerardo li guardò con l’aria di chi si arrende e disse, guagliù, aggio capito. Puozz’ provà, ma nun vi garantisco, è ddifficile. S. e Gianni fecero finta di niente. Noi dobbiamo andare, speriamo in bene Gerà. Ti faremo avere la vile pecunia. Si salutarono e se ne andarono.

Vuoi passare da casa tua, chiese Gianni. No, no, replicò l’amico con aria infastidita, riportami a C. Gianni riprese, sulla strada per C. conosco una trattoria sensazionale, potrei chiamare anche Cecilia. Si chiama L’acqua fa male, il vino fa cantare. È un posticino un po’ isolato, conosco bene il proprietario. Mi sembra una buona idea, rispose l’anziano scrittore. Il medico telefonò alla moglie, le propose di raggiungerli con il taxi, ma lei si dimostrò recalcitrante. E se ti venissi a prendere con l’automobile… In tal caso potrei pensarci, rispose Cecilia. Deviarono verso casa Marchi, la moglie li attendeva agghindata di tutto punto, fuori dalla porta. Li salutò, baciò il marito e S. Era sempre ben pettinata, anche quando faceva le pulizie in casa. Quel giorno c’era un traffico esagerato. Le automobili procedevano a passo d’uomo. Imboccarono la statale che conduceva a C., poi una strada secondaria. Quanto manca, chiese S. Siamo arrivati, rispose con aria soddisfatta Gianni. Percorsero ancora 7-8 chilometri per quella strada sterrata, che, a differenza della statale, non era stata ancora ripulita dalla neve, la quale, nel frattempo, aveva smesso di tormentare. La trattoria era un vecchio palazzo in sasso, risalente almeno al ‘600. S. si domandava come potessero abitare, 400 anni prima, in quel luogo sperduto. Sul cartello davanti alla porta del ristorante, sarebbe esagerato chiamarlo insegna, c’era scritto pan ed gran, vén ed’ tarbian, fug d’querza, e una bela dona, anc’ s’l’è guerza. Che c’entra con l’acqua fa male e il vino fa cantare, chiese S. Quello era il vecchio nome con il vecchio proprietario. Da quanto tempo è cambiata la gestione, replicò S. Da 10 anni. Mah, fece lo scrittore. Sull’elenco telefonico è indicato con la ragione sociale Frà Pignat e d’beva e’ Sanzves int la bocia ed lat snc. Avevano dovuto parcheggiare ad un paio di km di distanza, perché il ristorante si trovava in mezzo ad un campo, impossibile da raggiungere con l’automobile. Un carro agricolo, guidato da Salomone, il nipote del proprietario, andava a raccogliere i clienti facendoli sedere sulle balle di fieno appoggiate nella parte posteriore del veicolo. Salomone era un giovanottone della montagna modenese, aveva sempre in testa un cappello da contadino per 12 mesi l’anno, anche quando si coricava. Era sempre con il maglione, con lo stesso. S’al tein al fred, al tein anch’al cald, diceva sempre, ziocaantaa. Ziocantaa, avete visto c’è stata la neve. Nel ristorante non c’era il riscaldamento, né, tanto meno, l’aria condizionata. Ettore Moscatelli era un uomo sul metro e novanta, di 55-60 anni, con i baffoni neri, il grembiulone perennemente unto e bisunto. C’erano 5 tavolacci di legno tarlato e un cameriere ubriaco con lo stomaco gonfio che emetteva terribili rutti che facevano aprire  le finestre, dalle quali entravano terribili spifferi. Alle pareti erano appesi cartelli con frasi tipo cioccolata, ponc, rum, cervogia, barberia, giulebbe e sidro, e thé, fin che vino al mondo c’è non farete mai per me e calendarietti con donne nude in pose sconce. Il menu era composto da 3 primi e 3 secondi, scelti a seconda dell’umore del cuoco. Mangiarono un succulento piattone di tagliatelle e coniglio alla cacciatora. Pagarono, la ricevuta trasudava olio. Lasciarono il ristorante e S. fu accompagnato a C. Cecilia e Gianni non si trattennero. S. era stanco.

La manifestazione contro il vertice internazionale si avvicinava. I partiti di destra, ma anche alcuni di sinistra moderata, presagivano sicure violenze da parte delle frange estremiste dei manifestanti. Una famosa giornalista scrisse in un articolo che i violenti andavano isolati. Si intende che la giornalista definiva come violenti tutti i manifestanti. Andavano isolati anche ricorrendo a mezzi drastici, come la violenza. Bisognava imporre la pace a quei fascisti, intolleranti, bastardi, putridi, infingardi, leccapiedi, nipotinidistalinlenintogliattiechipiùnehapiùnemetta, pezzi di merda. Quando chiesero alla giornalista il perché di quell’espressione non molto urbana, rispose che era un complimento per quei noglobalcomunistiintollerantinipotinidibertinottieanchedelsubcomandantemarcos. Il ministero dell’interno aveva annunciato l’arrivo di nuovi manganelli, chiamati tonfa, per reprimere la violenza dei manifestanti. Avrebbero di sicuro fatto molto male. Migliaia di poliziotti, carabinieri, finanzieri e militari furono mobilitati per garantire la sicurezza della città di B. il governo decise di istituire una zona rosso fuoco, una zona rossa, una zona rosa, una zona rosa pallido, a seconda dei vari livelli di sicurezza. Dalla zona rosso fuoco furono evacuati gli abitanti, che erano solo qualche migliaio. Avrebbero dovuto stare lontani dalle loro case per solo dieci giorni. La zona rosso fuoco fu chiusa con il filo spinato, collegato all’alta tensione. Chi osava avvicinarsi sarebbe stato scosso da migliaia di volt di tensione. Tutti i palazzi vennero controllati da capo a piedi. Nelle case furono rivoltati i cassetti e buttato all’aria tutto quello che c’era. Furono smontati tutti i mobili. Furono mobilitati i corpi speciali della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza. Anche i vigili urbani furono dotati di manganelli speciali. Si parlò anche di un divieto di manifestazione. Tutti i giornali governativi e di sinistra moderata riportavano le immagini di “manifestanti” con il coltello tra i denti e il sangue alla bocca. Gli editorialisti dei giornali parlavano delle assurde pretese dei manifestanti di fermare la globalizzazione e dei loro piercing. Alcuni vignettisti alla moda li ritraevano con bombe molotov in mano e sguardo truce.

Il signor S. non prestava molta attenzione a queste notizie. La storia la fanno i vincitori, diceva. In questo caso gli sconfitti siamo noi e questi ragazzi ne pagano le conseguenze. A volte penso che dovremmo vergognarci di quello che abbiamo fatto loro oppure a volte penso che facciamo ridere, con le nostre fissazioni e la nostra vecchiaia, che è vecchiaia mentale, prima di tutto. Pensava questo mentre si stava per coricare. Faceva un freddo cane. Il clima era umido e sgradevole. Alla mattina si alzò presto, dopo un po’ accese la radio. Questi truci individui chiamati noglobal facevano paura, perché avevano tutti il piercing e fumavano gli spinelli, che sono la droga per le zecche comuniste. I poliziotti fermavano ragazzi, perché avevano i pantaloni troppo larghi. La radio annunciava che a B. la giornata sarebbe stata molto agitata. Quel giorno le scuole sarebbero state chiuse, come i negozi, a causa di un ordinanza ministeriale. Alcuni negozianti, che violarono il divieto, furono accusati di “intelligenza con il nemico”, vennero arrestati e processati per direttissima da magistrati leali ed equilibrati e non da toghe rosse politicizzate e parziali. Il cielo era grigio, cadeva una pioggerellina fitta, fredda e terribilmente fastidiosa. Mentre gli pareva di sentire il suono di una radio che trasmetteva un gruppo della città della Ghirlandina di musica irlandese, il signor S. si sentiva fiacco, stanco, demotivato. Pensava che non avrebbe concluso niente e, così si mise ad ascoltare la radio, non prima di avere sbrigato le sue formalità. Era attaccato alle abitudini, come tutti gli anziani. Quando glielo facevano notare, lui sosteneva di esserlo sempre stato, anche da giovane. Intanto era arrivata metà mattina, si preparò una tazza di tè caldo.

Il fidanzato di Helena è un giovane di buona famiglia, forse il narratore ha già menzionato questo particolare. È brillante e religioso, va sempre in parrocchia, fa mille battute, è sempre impegnato. Helena è libera, non ne vuol sapere di religione. L’uomo crea le proprie divinità, come sosteneva Senofonte e come ha ripreso Feuerbach. Cerca di offrire spiegazioni soprannaturali a fenomeni che non vuole e non può capire. La divinità è la proiezione del nostro pensiero, della nostra insicurezza. È così per tutte le religioni, anche se, qualche ex marxista, devoto all’ideologia del politically correct, finge di scordarsene. A cena Hector si stupì molto, perché Helena conosceva i suoi libri. Era persuaso che una ragazza potesse pensare solo alle frivolezze della vita, ma, quando la sentì citare i filosofi, i suoi pregiudizi furono messi in discussione. Il suo fidanzato faceva battute su tutto, anche sui filosofi. Beninteso, Helena era una ragazza allegra ed ironica, ma, ogni tanto, voleva occuparsi anche di qualcosa di serio. È stato bello parlare con te, ci resterei sempre, disse a voce bassa Helena. Anche io, si lasciò scappare Hector. Non pensò nemmeno a ciò che aveva appena detto. Sua moglie non sentì. Tornarono a casa.

  1. guardò il cielo, se non fosse stato perché aveva mangiato bene, sarebbe stato di pessimo umore. Gli venne da pensare alle morti di Marini e Castaldi. Le indagini erano state subito archiviate, anche se le incongruenze erano molte. Marini era stato considerato un potenziale attentatore e Castaldi un suicida. Tutti i giornali ne avevano parlato. I giudici non avevano nemmeno disposto l’autopsia. Come fare ad arrivarne a capo? La risposta era sempre quella: Ascione!

Gio scriveva poesie, era timido. Non voleva che nessuno lo sapesse. Era tanto casinista. Scriveva su lembi di giornali, su scontrini di cassa. Aveva scritto una poesia per Eli durante una lezione di Paperini. Nunc- se – la – fecit- addossum – Maria. Leva – in – alto – manum – sum – tuum – capitanum. Move – in – tempo-bacinum- sum – capitanum – uncinum  – prego – ante – tuum – nomen – vero – qui- es- sfigatus- vero – qui – cantis – bene – falsum. Aaammenn. Arriva l’intervallo. Gio, che hai lì. Lascia stare, insmita, rispose il ragazzo. Lei gli strappo di mano il foglietto, uno scontrino della coop, e iniziò a correre verso il corridoio. C’era un grande caos, tutti erano in giro tra una classe e l’altra e conversavano animatamente. Dammi qua, dammi qua, le gridava il ragazzo. Il preside era, tutto sommato, magnanimo, lasciava far l’intervallo anche ai meno abbienti, i quali avrebbero potuto essere rosi dall’invidia nel vedere i loro coetanei con tutti gli ultimi modelli della famosa marca, quei pezzentoni ne avevano solo uno, due al massimo. L’invidia nei confronti dei più abbienti li conduce sicuramente alla delinquenza e al comunismo, che sono fratelli. Stavano ancora correndo per il liceo, mentre le casse dell’impianto stereo diffondevano canzoni come Faccetta Nera e Giovinezza. C’era stata la pacificazione. Sicuramente qualcuno avrebbe visto i ragazzi, perché il liceo era pieno di gente e di telecamere. Sarebbero stati sicuramente processati e puniti dal Tribunale Speciale Per la Difesa Del Liceo, il quale altro non era che il Consiglio di Amministrazione. La punizione maggiore e più temuta era la crocifissione in aula magna, seguita dal supplizio di stare in ginocchio sui ceci. Fermati, fermati, cazzo. No, no, che hai da nascondere, rispondeva allegramente Eli. Gio era un campione di atletica e non tardò a far valere le proprie doti, raggiungendo la ragazza e afferrandola. La fanciulla si sbilanciò e cadde. Sotto c’erano quelle confezioni, che sembravano risme di carta. Anche Gio cadde. Si udì un rumore provenire dall’interno di quelle risme, sembrava quello di granelli di sabbia. Eli guardò Gio con aria turbata, vista anche la posizione in cui erano in quel momento. Si alzò in piedi. Che c’è qua dentro. Tagliò la fascetta che la chiudeva con il cutter. Sollevo il coperchio, che non emise alcun rumore. Scosse il contenitore, non si udì nulla. I secondi passavano, si rischiava. Fece la stessa cosa con un altro contenitore. Il coperchio emise un rumore di granelli di sabbia. Lo osservò, sembrava che non avesse nulla di strano. Sicuramente c’era un doppio fondo. Incise la parte interna del coperchio. Caddero dei granelli bianchi, cocaina. Si guardarono allibiti. Non pensarono più a quel che stava scritto sullo scontrino. Gio richiuse il contenitore poco prima che arrivasse il prof. Marini che iniziò a cantare a squarciagola: IN TUTTO IL MONDO, DOVUNQUE ANDIAMO, QUANDO QUALCUNO CI DOMANDA, CHI NOI SIAMO, CHI NOI SIAMO. E NOI IN CORO RISPONDIAMO: SIAMO L’ARMATA ROSSONERA E MAI NESSUN CI FERMERÀ, NOI SAREMO SEMPRE QUA, SIAMO DEL COMMANDO ULTRÀ, IL MILAN E’ LA SQUADRA DEL MIO CUOR. INTER, INTER, VAFFANCULO!!! Ciao regaz, come butta?

Era molto contento del fatto che quei due ragazzi partecipassero ai roghi dei libri, essi, inoltre partecipavano alle messe di Don Paperini e si erano iscritti al partito Forza Nonsocosa. Finalmente abbiamo strappato quei due ragazzi alla merda comunista, disse, parlando con Mister Ics. Il nostro Signore Potente e Misericordioso ci ha aiutati, disse il preside, passandosi una mano sui candidi capelli. Era vestito di grigio con una cravatta argentata.

Esistono dei presupposti che fondano il sistema culturale di ogni città, di ogni nazione. Dopo la guerra, a B., i discendenti di quei signori con la camicia nera venivano messi ai margini. Un signore con i baffetti bianchi, che parlava molto bene, non poté nemmeno cibarsi ad un autogrill dal buffo nome. Quei signori, che avevano coperto la camicia dal colore molto scuro con il doppiopetto, non potevano neanche tenere le proprie adunate nella famosa piazza centrale ed erano costretti ad andare in punti periferici della città, venendo inoltre ricoperti di insulti. Troppe persone avevano subito dei drammi in famiglia: parenti, amici, conoscenti uccisi oppure essi stessi avevano sofferto per quello che era successo in tanti anni. Anche coloro i quali non ne erano stati toccati direttamente provavano un sentimento vero e sincero di profonda avversione nei confronti di quelle idee nefaste che avevano provocato la disfatta del loro paese. Avevano ottenuto qualcosa di concreto, la democrazia, la libertà e differenti rapporti sociali, l’avevano ottenuto perché avevano lottato strenuamente, anche commettendo errori tragici. Qualcuno aveva santificato la Resistenza, ma non le aveva voluto veramente bene, l’aveva esposta alle critiche maligne di quei soloni che gridavano, chi sa parli, il triangolo della morte, l’Italia divisa, le ragioni dei ragazzi di salò. Gli esseri umani sono fallibili: i partigiani hanno certamente commesso errori, ma perseguendo il nobile fine di liberare l’Italia dalla schiavitù fascista. Si è incominciato a cedere pezzo per pezzo, a seppellire le ragioni dell’antifascismo a forza di rivedere. Il loro fine è stato quello di cambiare le carte in tavola, di ribaltare i ruoli di vittima e carnefice per i loro sporchi fini di utilità politica. Chi sono i bastardi che compiono questa operazione: sono gli eredi di quei signori che incentivavano i trasporti verso i parchi di divertimento di Bergen Belsen e Treblinka, sono quei signori che si sono tagliati la barba lunga e hanno nascosto le foto del matrimonio officiato dal prete rosso.

Dobbiamo avere il coraggio di rivedere, dobbiamo chiedere scusa. In fin dei conti quelli che ammazzavano gli uomini con gli stivali, solo perché li credevano poliziotti, non erano poi così cattivi, avevano le loro ragioni. coloro i quali ammazzavano le donne e i bambini, torturavano persone innocenti, erano pochi ragazzi ingenui. I ragazzi possono commettere degli sbagli. Alcuni di loro erano tanto bravi a giocare a carte, questo è un indubbio merito che non può essere inficiato da qualche peccatuccio veniale.

Gli ebrei erano una potente lobby, forse lo sono tuttora. C’è stato chi, come la gerarchia cattolica o i nazisti, li contrastava perpetrando atroci stragi fino a giungere al più colossale dei massacri, l’Olocausto. Ora non si può criticare gli ebrei, perché si viene subito tacciati di antisemitismo, come se le critiche a quell’individuo che organizza operazioni pacifiche chiamate Pioggia d’estate fossero una critica all’essenza stessa del giudaismo. E. O. è un perfetto stronzo, e così anche il narratore di questa storia è diventato antisemita. Secondo l’Enciclopedia, l’antisemitismo

È l’ostilità verso gli ebrei (benché tra i popoli semiti, ossia discendenti di Sem, si annoverassero anche arabi, assiri e aramai) [1] è un sentimento fortemente diffuso nella società europea, soprattutto a partire dalla diffusione del cristianesimo; ma ha acquistato una dimensione nuova nei secc. XIX e XX, con l’avvento del nazionalsocialismo […] e dei fascismi.[2]

In questo periodo va di moda, da una parte, il razzismo nei confronti degli arabi, da un’altra un buonismo cazzuto propugnato da cattolici ipocriti. Si può essere assunti in regione a rubare lo stipendio, perché si è un po’ zoppi o claudicanti. Dopo avere compiuto questa digressione pazzescamente lunga il narratore viene al punto. Gio e Eli si ponevano il quesito: era opportuno rivelare quello che avevano visto. Sul fatto che fosse giusto non vi erano dubbi. Era eticamente condivisibile, ma che cosa avrebbe comportato? Ci faranno un mazzo così. Ti pare possibile. Eli attaccò, se andassimo a dire che il liceo piccolo borghese perfetto senza macchia è in mano a cocainomani rischiamo una denuncia per calunnia e un processo dal Tribunale Speciale Per La Difesa Del Liceo. Sui giornali di destra e di sinistra moderata saremo additati come due fighetti radical-chic. Decisero di telefonare, comunque, al signor S., ma le linee non erano mai state così disturbate. Mister Ics, Pancrazi, Giorgino e Paperini erano attenti osservatori, le microtelecamere nascoste aiutano molto.

Nella piazza principale i manifestanti si radunavano molto lentamente, perché molti di essi venivano fermati dalla polizia. C’erano molti striscioni di scuole e molti provenienti da molte fabbriche della città e dalla provincia. Volti anziani segnati dal tempo si mescolavano a volti giovani, imberbi.  Dalla periferia arrivavano gruppi di persone, anziani con il cappello parlavano animatamente tra loro. Alcuni arrivavano con l’autobus, che si era fermato un po’ prima a causa dell’afflusso abnorme di persone, altri arrivavano con la bicicletta, mentre i più atletici arrivavano eroicamente a piedi. Tra questi vi era chi discuteva amichevolmente, ma anche scontrandosi, con giovani di vario tipo. Alcuni avevano un’aria tranquilla e distinta, direbbero i benpensanti. Altri avevano l’aria scapigliata e vagamente selvaggia che tanto impauriva le signore con la pelliccia che passeggiavano spesso lungo quelle strade del centro. I volti erano tanti, così come le età e le nazionalità. Abbondavano i volti con la pelle scura e le parlate esotiche, così come i modi di vestire. In quella città si stava bene e l’abbigliamento di molti dei suoi abitanti lo testimoniava. Si muovevano sereni, qualcuno direbbe, con giovanile incoscienza. UN MONDO DIVERSO E’ POSSIBILE ANOTHER WORLD IS POSSIBLE UN OTRO MUNDO ES POSSIBLE, gridavano quelle piccole donne e quei piccoli uomini che camminavano verso il concentramento, che brutto nome, della manifestazione. Il concentramento sarebbe dovuto avvenire nella grande piazza, che si stava riempiendo inesorabilmente dalle prime ore della mattinata. Davanti ad un’edicola in via Ugo si erano dati appuntamento i ragazzi del collettivo, Giò ed Eli compresi. Quando arrivò Giò era visibilmente preoccupato, indossava il casco del motorino che suo padre aveva voluto a tutti i costi che si infilasse. Credo che ti servirà, ho paura che tu tornerai a casa con la testa rotta. Eli aveva una giacca sportiva, con sotto la felpa con il cappuccio all’ultima moda. Quando se la metteva, gli studenti e gli insegnanti di buona famiglia del liceo la rimproveravano, perché sostenevano che una comunista non dovesse avere dei gran intappi. Qualcuno arrivò a dire, come il loro compagno nobile ed intellettuale, tal Gioacchino Curculioni dei Medici, che Marx aveva scritto, nel Manifesto, testo da aborrire, che i comunisti dovevano vestirsi di stracci per essere fedeli alla proprie nefande nefaste criminali idee. Eli aveva dovuto litigare con il padre, prima di venire alla manifestazione. Il padre non aveva approvato la sua scelta, secondo me non serve a nulla. Voi pretendete di risospingere verso l’alto la pioggia che ci cade sulla testa. Siete solo dei poveri, teneri illusi. Le ingiustizie ci sono, ma bisogna provare a risolverle partendo da una realtà come quella del quartiere. Mi sembra che questa sia tutta retorica. In ogni caso, vai pure, le aveva detto. Non voglio interpretare la parte del genitore antidemocratico, questo le aveva detto. Alberto, l’infame frocio ballerino, come direbbero i benpensanti, era venuto con il grande imbarazzo nel cuore che gli era costata la sorpresa che aveva avuto alla scuola di balletto. E pensare che una volta la danza classica era vietata alle donne. Si chiama danza classica, perché è originaria del ‘700, quando non ci si vestiva certo con i jeans. I nomi dei passi sono bellissimi eleganti e melodiosi. Arabesque- degagè- port de bras, rond de jambes, à – la – première. Aveva lo sguardo basso, quando arrivò all’appuntamento con gli altri ascoltava il walkman, come fanno tanti ragazzi della sua età. Quello che sei per me è inutile spiegarlo con parole, con le note proverò… Faceva la canzone, che era di un gruppo di terroni sporchi comunisti. Di questi tempi è sempre necessario precisare le persone di cui si sta parlando, c’è sempre il rischio della censura. Ragazzi, ho una paura fottuta, disse Gio, qui ci legnano di brutto. Eli rispose, non siamo mica tanto normali, per andare a questa manifestazione. Fa un freddo porco, meno male che questa città ha i portici, anzi è nota per i portici. Iniziarono a camminare verso la piazza. Un poliziotto fermò Alberto e lo perquisì. Volle sapere che cosa stava ascoltando con quegli auricolari, temeva che fosse un terrorista in contatto con la base. Si sa, di questi tempi, con quel tipo curioso, alto alto, con il vestito bianco e la barba lunga, bisogna stare attenti. Molto lentamente si avvicinarono alla piazza, decisero di fermarsi sotto una lapide, piccola e striminzita, che ricordava dell’omicidio di tal Zamboni, un ragazzo che fu linciato, perché incolpato dell’attentato al duce, che era stato compiuto da qualcun altro. Un esponente di quel partito che non è più fascista l’aveva definito un terrorista, paragonabile ai terroristi di Al Qaeda. Lungo la strada Gio si era messo a raccontare degli ultimi mp3 che aveva scaricato da Internet e delle madonne che aveva tirato suo padre, quando era arrivata la bolletta del telefono. Limp bizkit, nofx, gli piaceva un po’ di tutto… Sì, sì, sempre, con ‘sti mp3, mi hai fatto aspettare fino a mezzanotte per dirmi le risposte del questionario sulla storia del Milan. Che mi frega di Aldo Maldera? Se tu non conosci il Milan degli anni settanta non sei nessuno nella vita, gli rispose il ragazzo. Alberto intervenne, io so appena dove sta Milano… Il prof è talmente rinco che si può copiare come si vuole. In piazza aspettarono almeno 40 minuti prima che il corteo si muovesse. I ragazzi si misero dietro ad un camion sul quale era montato uno stereo da migliaia di watt.

Ci sono persone nella vita che vivono dell’ottimismo della volontà e del pessimismo della ragione.  Ci sono tanti che si credono uomini e donne e, in realtà, sono pulci. Ci sono le pulci di buona volontà, quelle che combattono contro i mulini a vento, e ci sono le pulci senza speranza, che credono di essere dei giganti e invece sono solo delle mosche cocchiere. Quelle che camminavano per quelle strade erano pulci di buona volontà che combattevano contro dei mulini a vento. Come mai come mai noi non decidiamo mai, d’ora in poi, d’ora in poi decidiamo solo noi.. L’ottimismo della volontà a volte è permeato di follia. Le pulci di solito stanno sui cani e un po’ li disturbano, è questo il loro compito da migliaia di anni. In piazza c’erano anche delle altre pulci, i tutori dell’ordine, che stavano lì a difesa dei cani. Forse credevano essi stessi di essere i cani. I tutori dell’ordine erano in tanti, sembravano tanti Robocop. Indossavano i caschi, si proteggevano con gli scudi e stavano estraendo i manganelli, i tonfa, che avrebbero dovuto far cambiare idea a quelle pulci che manifestavano. Ad un certo punto quel grosso cane che era l’ordine costituito decise di togliersi di dosso quelle pulci. La schiera compatta di solerti tutori dell’ordine partì alla carica contro quelle zecche comuniste, che iniziarono a disperdersi. Gio ed Eli iniziarono a correre per una strada isolata, sul capo del ragazzo si abbatté una manganellata e, in breve tempo, quella sporca zecca comunista finì a terra. La ragazza urlava Bastardi non potete, ma quei solerti tutori dell’ordine si affrettarono a colpire con uno di quei tonfa anche lei che cadde a terra con il viso insanguinato. I due ragazzi venero ammanettati e caricati sul cellulare, che non è un oggetto elettronico che serve per mandare sms e mms. Alberto era riuscito a nascondersi in un cortile interno di un vecchio palazzo del centro di B. Ora non li trovava e non si dava pace. Il cellulare era ingombro di altre sporche zecche che insozzavano con il loro sangue maledetto quel veicolo, pagato con i soldi dei bravi cittadini onesti. Lo scrittore deve ogni tanto usare certi vocaboli all’indirizzo dei comunisti, non si sa mai di questi tempi. Ma torniamo al racconto. Mentre le sporche zecche comuniste venivano giustamente punite per avere manifestato, dei ragazzotti con la tuta nera spuntarono miracolosamente da un furgone bianco parcheggiato nella zona. Questi ragazzotti avevano mazze da baseball con le quali incominciarono ad infrangere le vetrine dei negozi e degli uffici e i vetri di quelle poche automobili, che erano ferme lì. La polizia li lasciava passare, perché era intenta a sfasciare la testa ai rossi che manifestavano. Il lettore tenga presente che si intendono per rossi anche i boy-scouts e le suorine. Chiunque si oppone al solenne ordine costituito è un rosso. Una di quelle suore comuniste aveva il volto insanguinato, un boy-scout con i pantaloni corti in quel giorno con 2 gradi venne ammanettato da un tutore dell’ordine che gli urlava comunista di merda, comunista di merda, ti inculo. Il ragazzo, che avrà avuto all’incirca 14 anni, recitava il padre nostro. Padre nostro, che sei nei cieli, sia fatta la tua volontà. Mentre succedeva tutto ciò in quelle vie dai nomi antichi come via Ugo Bassi e via Indipendenza il cellulare sfrecciava a tutta velocità per quelle strade sfiorando con le ruote anche qualche manifestante che scappava. I tre tutori dell’ordine alla guida gridavano, vi ammazziamo tutti comunisti, siete finiti pezzi di merda. Faccetta nera, bell’abissina, aspetta e spera che già l’ora si avvicina. Quando saremo a Macallè, noi ti daremo un’altra legge e un altro re. Faccetta nera, sarai romana, noi per bandiera ti darem quella italiana. Quando saremo a Macallè, noi ti daremo un’altra legge e un altro re. Gio guardava nel vuoto senza espressione, Eli piangeva di rabbia. Arrivati alla questura, le zecche furono fatte scendere e condotte nei sotterranei. Eli urlava, perché, perché, non è giusto. Un poliziotto mascelluto la trascinò per un braccio e la chiuse in un bagno. Stai zitta troia, che dopo ti stupro, le disse. Un omaccione costrinse Gio in ginocchio: dovete stare così tutti, comunisti di merda. Il ragazzo, che aveva il volto imbrattato di sangue, si accorse che alla parete c’era la foto di un altro omone mascelluto, tal benito mussolini, che qualcuno aveva definito il più grande statista del secolo. Anche in un’altra caserma, saltata in aria in un paese lontano, c’erano foto di quell’omone. Bacia la foto, maiale, bacia la foto, gli gridavano due poliziotti inferociti, mentre le ore passavano. Non la bacio, la tua foto del cazzo. Il ragazzo era un temerario e la sua temerarietà gli valse come premio, se così lo si può definire, una serie di calci un po’ dappertutto. Accanto a Gio c’erano altri ragazzi, in ginocchio, ammanettati, con le braccia contro il muro, bendati. I poliziotti tolsero loro le bende per mostrare meglio il trattamento riservato a chi alzava troppo la testa. Un ragazzo, che aveva distolto lo sguardo, ricevette una violentissima sberla. Il problema di quei poliziotti era riuscire nel loro intento, persuadere, anche con le maniere forti, quel ragazzaccio di Gio che era proprio il caso di baciare la foto del duce.

 

 

Alberto era uscito dal nascondiglio, perché aveva visto che la strada era sgombra. Nessuno lo aveva notato tranne un bambino che osservava da una finestra di quell’antico palazzo. Erano ormai le due del pomeriggio, non si udivano rumori, tranne qualche sirena lontana. Usciva, guardandosi intorno in modo circospetto. Dovette tornare a casa a piedi, perché non c’erano mezzi pubblici a disposizione. Il suo telefonino suonò: che è successo, che è successo, abbiamo provato a telefonarvi tutta la mattina. Era sua madre. C’è stato un gran casino, tanti hanno preso un sacco di botte. Io sono riuscito a scappare ma Gio ed Eli sono stati arrestati, non so dove sono. Mi hanno telefonato i loro genitori, dicono che i loro cellulari non rispondono.

Un cellulare rotto non serve molto per rispondere, uno dei solerti tutori dell’ordine che avevano arrestato i due reprobi aveva sequestrato loro i cellulari e li aveva calpestati con uno stivale numero 46. I poliziotti avevano trovato il modo di risolvere il problema di cui si scriveva poc’anzi. In due avevano afferrato Gio e gli avevano sbattuto la testa contro il muro. Gio non riusciva più a vedere nulla, il sangue era troppo. Nel frattempo Eli era sola, piangeva. Doveva pure trovare qualche maniera per passare il tempo. Il tempo in prigione scorre lento, o forse non scorre proprio. Il suo ragazzo, che non stava molto bene, era stato trascinato dai solerti tutori dell’ordine in una cella nei sotterranei di quell’antico palazzo. Il signor S. aveva acceso la televisione perché voleva rendersi conto di ciò che stava succedendo. Aveva ascoltato la radio. Ci credeva, ma non riusciva a crederci, come poteva crederci? Aveva sempre creduto di vivere in uno stato democratico, dove venivano rispettate le garanzie dei cittadini. Era un povero illuso, che ogni tanto si svegliava dal suo torpore. Ogni tanto prendeva coscienza. Questa Italia l’abbiamo costruita noi, come è ridotta ora, diceva.

Alla televisione bacchettavano i violenti no global. Con la scusa della protesta se ne approfittano per danneggiare i poveri poliziotti che stanno lavorando. Sfasciano le vetrine, sfasciano i negozi, sono dei barbari. Le immagini che venivano mandate in onda erano abbastanza confuse. Si vedevano gli scontri con la polizia, che collaudava i nuovi manganelli sulle teste di quegli sporchi manifestanti, ma a sfasciare le vetrine erano dei giovanotti in tuta nera che passavano indisturbati vicino alle automobili della polizia. Il signor S aveva visto, che in un paese straniero molto potente, c’erano dei prigionieri che venivano maltrattati dai rappresentanti di un paese libero. I prigionieri erano incaprettati e incappucciati. Erano trattati peggio delle bestie. Il vecchio pensava che in Italia non sarebbero mai potute succedere certe cose, anche se, a volte, si era dovuto ricredere. Il padre di Eli era incavolato nero, l’avevo sempre detto che quei no global non avevano futuro, l’avevo sempre detto. Sono convinti che con la violenza si possa risolvere tutto. Cosa credono, che si possa rompere i vetri delle banche per fare la rivoluzione. Le sinistre non dovrebbero legarsi con quel genere di persone. Era appena rientrato dal lavoro, non aveva ancora acceso la televisione. La moglie scuoteva la testa, cosa stai dicendo, cosa stai blaterando. Mi ha telefonato la madre di Giovanni, l’amico di Eli, mi ha detto di aver saputo dal loro compagno di scuola Alberto che i ragazzi sono stati arrestati e picchiati dalla polizia. Ha detto che stavano manifestando tranquillamente, quando c’è stata una carica a freddo, la chiamano così. L’uomo aveva l’aria perplessa, rimase in silenzio per qualche secondo poi disse, io credo a mia figlia, non ho motivo per dubitare, ma non vorrei che le fosse venuto un momento di rabbia e si fosse immischiata in un gruppo di provocatori. Questi usano degli argomenti che si possono anche condividere, ma sono i mezzi che sono sbagliati. Quando parlano male delle banche che finanziano il traffico di armi non posso che essere d’accordo con loro, ma a che serve spaccare una vetrina? A che serve? Alberto, io credo che né nostra figlia, né i suoi amici possano mai compiere certe azioni. Ho conosciuto anche i suoi amici, mi sembrano giudiziosi. Adesso bisogna chiamare l’avvocato. Rossini prese il telefono e contattò l’avvocato Nanni, una donna piacente sulla quarantina, che aveva esperienza di questo tipo di casi. L’avvocata inforcò lo scooter, subito dopo aver ricevuto la telefonata, e si precipitò alla questura. Domandò della sorte dei ragazzi, ma non ebbe risposta da nessuno dei dirigenti con cui parlò. Dentro la questura c’erano altri avvocati che chiedevano delle sorti dei loro assistiti, ma non ricevettero risposta. AD un certo punto arrivarono anche i genitori di Gio, i quali non furono nemmeno ascoltati.

Contra i pinsir un gran rimedi l’è e’ bicir, così sentenziavano e sentenziano i romagnoli poveri, quando, molte sere mangiavano solo cipolla e un po’ di piadotto fatto più di farina di formentone che di grano.[3] Cosa serve per rimediare ai pensieri? Dario Fo è il più grande autore e attore teatrale dell’era moderna. Egli sostiene l’importanza della commedia grottesca, perché non crea la catarsi come nella tragedia, che provoca il pianto e fa cadere l’indignazione. Questo è certo, ma è anche vero che l’orrore sconvolge, toglie l’equilibrio mentale. Si rischia la malattia. Molte volte bisognerebbe evitare di prendere il mondo troppo sul serio, ma, in quella situazione, come era possibile? A dire il vero, non era neanche la prima volta, bastava pensare ai tempi di Scelba. Era capitato molte altre volte, tra le quali a Reggio Emilia. Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa, fuori a cantar con noi Bandiera Rossa. Compagno cittadino, fratello partigiano, teniamoci per mano, in questi giorni tristi. Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia, son morti dei compagni per mano dei fascisti. Ora S. si sentiva più anziano del solito, anche se, forse, non era mai stato giovane. Rimase bloccato a sedere, non riusciva ad alzarsi. Non sapeva perché. Aveva visto anche la foto di un ragazzino accasciato a terra, con un occhio pesto, preso a calci dappertutto dai solerti tutori dell’ordine.

La polizia aveva sequestrato delle bombe molotov ai manifestanti e aveva dovuto assalire una scuola, dove alloggiavano i manifestanti, facendo schizzare il loro sangue sulle pareti, perché essi, a loro dire, avevano lanciato contro le forze dell’ordine dei sassi. Erano entrati di forza nella scuola e una zecca comunista aveva tentato di accoltellare un appartenente alla Benemerita.

L’avvocato Costanza Nanni conosceva tutti i dettagli del codice penale e cercò di sapere in tutti i modi la sorte dei ragazzi. Seppe anche di un gruppo di avvocati, che stavano cercando di difendere assieme i diritti dei detenuti, e si mise immediatamente in contatto con loro. Riuscirono anche a mettersi in contatto con un deputato che faceva riferimento a quel noto partito della sinistra radicale. Egli cercò di capire dove erano state portate quelle sporche zecche comuniste.

L’anziano scrittore guardava la televisione: c’era una conferenza stampa. Stavano parlando degli energumeni con il passamontagna, con la scritta polizia sulla casacca che indossavano. Erano le famose teste di cuoio, così venivano definiti i corpi speciali di polizia e carabinieri superaddestrati per operazioni particolari: GICO, ROS, POS, NOCS, TACS, GSM. Erano grandi, grossi e mascelluti. Va, la vita va, con sé ci porta, ci promette l’avvenir, una maschia gioventù con romana volontà combatterà. Verrà, quel dì verrà, che la gran madre degli eroi ci chiamerà. Così cantavano all’inizio della conferenza. Verrà, quel dì verrà, che la gramagnna e i macaroun a’ s’ magnarà. Il questore iniziò a parlare con tono solenne: abbiamo esecutato il sequestro di numerosso materiale atto ad offendere. Questo è un grande successo dello stato e dell’ordine costituito. Abbiamo stroncato la violenza. Siamo rammaricati per le gonsequenze collaterali come l’uccisione della Di Leo Marianna e della Frabboni Martina pericolosissime delinquenti comuniste potenziali terroriste, le quali avrebbero comunque rappresentato un sicuro pericolo essendo anche parenti ed affini di terribili bolscevichi. Marianna e Martina non si conoscevano, avevano 15 anni. Martina frequentava i boy-scouts. L’uccisione con un colpo di pistola alla tempia sparato da molto lontano, potrebbe essere stato un cecchino, rappresentava sicuramente l’extrema ratio per eliminare due individui di 40 kg scarsi di peso, come erano quelle due ragazze. Un poliziotto parlò, cercando di celare l’accento di B., dobbiamo essere determinati nel frenare questi delinquenti rossi, come lo furono i nostri avi il 28 ottobre 1922, per garantire la democrazia, la legalità e il rispetto dell’ordine costituito contro la violenza. Perché, se non saressimo stati così determinati, quelli lì si sarebbiro conquisstati la città, abbeverando i propri destraieri alla fontana di lui lì, quello che ci ha il pisello di fuori, in centro. Il modo di parlare di quel carabiniere colpì molto S. Neanche lui sapeva il perché. La conferenza stampa terminò con un canto corale dei poliziotti e del questore, tutti in piedi, di quello che era stato proposto come nuovo inno nazionale. Salve, o popolo di eroi. Salve, o patria immortale! Sono rimasti i figli tuoi, con la fé nell’ideale. Il valore dei tuoi guerrieri, la virtù dei pionieri, la vision de l’Alighieri oggi brilla in tutti i cuor. La proposta del nuovo inno era stata inoltrata dall’onorevole Fogna, di un partito erede della grande tradizione liberale. A bassa voce, un poliziotto disse, mo guarda che bella canzone, parlano anche della mia amica Federica Brusafazzi. La chiamiamo Fe. Mo soccia, non me ne ero mai accorto. Son troppo contento, oh! Il servizio successivo trattava della torbida vita di Marianna Di Leo e di Martina Frabboni.  Le reprobe avevano frequentato persino uomini sposati e una di loro aveva pure avuto un figlio. La showgirl Epicurea Pecorazzi spiegò che la Famiglia è il principale valore della società. Se sarebbimo senza famiglia, come faressimo, disse, guardando la telecamera. Lei sì che se ne intendeva di famiglie, ne aveva 3 o 4. È naturale che chi non ama la famiglia porti le molotov, come la polizia ha dimostrato per la Di Leo e la Frabboni.

A volte l’orrore sconvolge, ma, dopo un po’, ci si abitua. È un’espressione molto brutta da usare. L’impressione iniziale, suscitata da quello che era successo, si stava tramutando nello sguardo disincantato dell’uomo anziano che, oramai, ne ha viste troppe. Decise di andare a mangiare da Nevio.

Nella Teogonia di Esiodo si narra dello scontro tra le divinità materne, del caos, e le divinità dell’ordine, del cosmo, governate da Giove.[4] Il sangiovese è sangue di Giove, portatore dell’ordine. Il vino è una religione, caratterizzata da importanti riti secolari, testimoni di un sincretismo che resiste da secoli. Par San Simon us tira fora la bota de canton. Il 28 ottobre si cominciava a spillare il vino buono, dopo che si era esaurito quello rimasto nei piccoli recipienti, non collocato nelle capaci botti di rovere. Par San Martén us bev e’ bon ven, questa immagine ricorda bacchiche brumalia quando uomini mascherati da caproni amavano apparire becchi nell’aspetto e forse anche nella sostanza.[5] I satiri[6] personificavano la natura selvaggia e facevano parte, con i sileni, del corteo di Dioniso, ed erano accompagnati delle Ninfe. Giulio Romano li raffigura in un affresco del 1524-25, presente nella sala di Amore e Psiche a Palazzo Te, a Mantova. Le testimonianze in campo archeologico e letterario li presentano come esseri metà uomo e metà capra. Ai rituali in cui c’erano persone mascherate da satiri si ricollegano gli inizi della tragedia greca. L’avvento e l’ascesa del cristianesimo portano, ad esempio, un poeta come Jacopo Landoni, grande amante del frutto di Bacco, ad inneggiare al santo protettor Giovese. Landoni andava a bere all’osteria della Zabariona, della Pifania, della Sartina, da Cagò e da Mastellina. Possiamo citare anche Olindo Guerrini e Giuseppe Piolanti, come altri adepti di questa religione enofila.[7] Tra i seguaci di questo culto si può annoverare anche S. A qualcuno quest’uomo potrebbe apparire insensibile e strano, soggetto ad una patologia schizofrenica, ad uno sdoppiamento di personalità.

Decise di telefonare a Borri per invitarlo a cena da Nevio. Carissimo, non sei sconvolto per quello che è successo. Lo sono, lo sono, ma se non mangio come si deve non ragiono, replicò S. all’iniziale stupore di Borri. Ci vediamo tra circa 30 minuti davanti a casa tua. Parcheggiò la sua vecchia automobile ben tenuta e salì da S. Il narratore si è dimenticato di specificare che si stava approssimando la festività ora dedicata a blasfemi sacerdoti del dio Mercurio, un tempo denominata dies solis invicti. Le strade di C. erano adorne di decorazioni e le vetrine dei negozi illuminate più del solito. Entrarono nel ristorante e Nevio rivolse loro un timido ed impaurito sorriso. Il sorriso era impaurito perché aveva visto la faccia di S., terribilmente nera. Nevio, dacci un tavolo d’angolo, e spegni immediatamente quella cazzo di televisione. Il ristoratore eseguì prontamente. Borri non accennò nemmeno a quell’argomento, capiva che avrebbe potuto irritare S. Avrebbe potuto farne menzione solo a pranzo finito, forse. L’opposizione tra il regno della misura, la dimensione dell’apollineo, e la dimensione del dionisiaco è la base del pensiero. Per essere più precisi, non si tratta di una vera e propria opposizione. Sono due parti dello stesso intero, divise dalla spezialisierung[8] goethiana crudele ed impietosa. L’intero è rappresentato in vari modi, una di queste è la danza classica. Il dionisiaco è il ballo sfrenato, è il vino. Il magistero della chiesa ha esaltato una religiosità dura, impietosa, primitiva, spirituale. Anche il vino è stato colpito. Esso veniva ritenuto veicolo di mali e disordine, per questo motivo o pretesto venivano emanati editti contro l’abitudine di piantare vigne, anche se lo scrittore Massimo Grillandi definì la Ca De Ven di Ravenna come la cattedrale di San Giovese. Il vino è il complemento ideale per una cena elegante o la consolazione per i poveri.[9] Anche il povero S. aveva bisogno di essere consolato e un Sangiovese superiore affinato in barrique assolveva a questa funzione degnamente. Alla fine del pasto S. si era molto rasserenato e Borri credeva di potere toccare quell’argomento, ma quando vide la faccia di S. dovette recedere dal suo proposito. Il ragioniere si era reso conto che quell’uomo era interessato a quel che stava succedendo, ma aveva i suoi tempi. Si salutarono e S. se ne andò a casa. Si mise alla scrivania e telefonò ad Ascione. Non capiva perché lo faceva. Qualche maligno potrebbe insinuare che lo stava facendo per cercare sostegno.

Il cellulare di Ascione aveva una risponderia un po’ lunga: E damme ‘a mano, na zingara mm’ha ditto ca, quanto pe’ destino puorte scritto, t”o voglio fa’ sape’, ce sta n’amico, buono quanto meje, ca te vo’ bene assaje, e tutto fa pe’ te![10] S. riattaccò pronunciando frasi poco urbane all’indirizzo di Ascione. Va bain a fer dal pepp’, esortazione all’autoerotismo nel vernacolo petroniano. Ricompose il numero. E ripartì la risponderia, Vattenne, zingara, nun mme fa ridere! Chieste so’ chiacchiere ca mme vuo’ vennere pe’ verità! [11]Decise di pazientare. Ciao Asciò, come stai? Ahh, che piaciere. Oggi si sta freschi, ahhh, che bell’aria freescca. Anche troppo, stiamo sotto zero Gerà. Ah, già, è vero. Sto nu’ poco turbato per quello che è successo. Pure io sto turbato, tagliò corto S. Tengo novità su Marini e Castaldi. S. rimase allibito. Io però avrebbi voglia di vedervi. Che, mi vieni a trovare? Boh, non so, vedremo. Forse viene Gianni a trovarti. Alla messa ci vai, a pregare l’amico nostro Gesù? Non ci penso neanche, non ho amici. Ciao. Nce’ simmo a la partenza… lo mme veco… addio. Napule bello mio, non te vedraggio cchiù,[12] intonò il carabiniere. S. riattaccò. Faceva un freddo cane. Per lo meno non nevicava e non rischiava nemmeno. Preparò i bagagli e decise di andare a B. La strada era priva di automobili. A momenti si rischiava di addormentarsi. Pensò di non dire nulla a Gianni, non voleva dargli soddisfazione. Gianni era un rompiscatole, ma gli voleva bene, in fondo.

Arrivò a casa propria e si sentiva a disagio. Non era quello il suo mondo, anche se viveva in una zona abbastanza silenziosa. Si sentiva fuori posto, perché quella casa era troppo elegante, troppo all’avanguardia, troppo tutto. Il suo vicino di casa Rosi era un maniaco dell’arredamento: studiava tutte le riviste di design. Un giorno S. ebbe una pessima idea: si era rotto lo scarico del water. Pensò, già che ci sono potrei far ristrutturare il bagno, ma come faccio, non me ne intendo. Chiese informazioni a Rosi, il suo vicino di casa di B., che gli disse tranquillamente, potrei darti una mano. Perché no, rispose l’anziano scrittore. Questa risposta rappresentò l’inizio dei suoi guai. Il giorno dopo Rosi si presentò con in mano circa 3 chilogrammi di riviste. Già che ci sei, perché non ristrutturiamo tutto? Ora che hai fatto trenta, fa trentuno. Visto che ci sarà un cantiere è sicuramente più conveniente. Te lo consiglio sia per motivi burocratici, che per motivi tecnici. Lo guardò con aria autorevole, quell’aria che contraddistingue chi ne sa tante, ma proprio tante, di argomenti tecnici e si rivolge a chi è ignorante in materia, e autoritaria, poiché aveva notato lo sguardo timoroso di S. L’anziano scrittore gli voleva bene e decise di affidarsi a lui. Il vicino gli preparò un capitolato dei lavori con un sacco di voci, tra cui un impianto di climatizzazione, che fu delle prime ad essere depennate da S., il quale detestava ferocemente i condizionatori. S. iniziò a leggere quelle riviste, ma le richiuse con orrore dopo poche pagine, terrorizzato da quei termini specialistici incomprensibili e del tutto autoreferenziali che le caratterizzavano. Quei giornali avevano dei nomi particolari: Io Arredatore, Tutto Arredo, L’Arredo Perfetto, L’Arredatore Strafico, The Arredamento Journal. Il narratore intende tralasciare gli approfondimenti sull’arredamento, in quanto non è onnisciente, vivaddio. Entrò in casa e accese la televisione, si parlava del caso di un’alunna affetta dalla sindrome di Down che era stata malmenata da un suo compagno. Egli aveva anche scritto delle frasi naziste e disegnato svastiche sulla lavagna. Fu intervistato Mister Ics che lodò il grande civismo del ragazzo picchiatore e di tutti quei compagni che avevano riso e scherzato osservando quella scena. Il prof. Marini dichiarò che i mongoloidi di merda facevano schifo e che andavano schiacciati. Paperini parlò: ERAT – PULCHERRIMUS – STAT- CUM – TIBI. MONGOLOIDI – DELENDI – SUNT. POST- HABERE – LIGATUM – PETRUM – PAN – PORTA – IN – ALTO – MANUS – SEQUITUR – TUUM – CAPITANUM – MOVE – IN – TEMPO – BACINUS – SUM – CAPITANUS – UNCINUM. WWW – ME – PLACUIT- TU. Il narratore comunica che ha utilizzato le lettere maiuscole per sottolineare l’importanza delle affermazioni di quell’insegnante. Il preside organizzò la FONDAZIONE JOSEF MENGELE PER LA MORALITÀ E L’EDUCAZIONE DEI GIOVANI. Organizziamo questa fondazione per rendere giustizia alla memoria di un coraggioso medico ingiustamente perseguitato dallo stalinismo. Per fortuna quelle scene, in cui viene giustamente punita una mongoloide, sono state filmate e diffuse in Internet, quell’atto di grande educazione civica ha ricevuto una testimonianza filmata, dichiarò Mister Ics durante la grande cerimonia che venne organizzata dal liceo per quel ragazzo, che venne ricompensato con una borsa di studio di € 10.000,00 che gli avrebbe consentito di studiare all’Università di San Giorgetto Almirante. Paperini intervenne con aria solenne, ma parlò in italiano, e non nel suo bel latino. Quel ragazzo ha adempiuto al disegno divino. Se quella è nata mongoloide, significa che è segnata dalla tragica ombra del peccato e deve essere punita perché infesta con la sua presenza il mondo di noi persone normali. Poiché ella non ha proceduto all’unico gesto che le sarebbe consono, il suicidio, la mano del signore per via di quel ragazzo l’ha punita. Amen.

  1. prese l’automobile e arrivò alla caserma. Chiese al carabiniere di guardia dove fosse Gerardo. Se lo saprei dove stesse il Maresciallo Ascione glielo direbbi, ma non lo so e telefono. Chiamò un numero interno. Mariscià, ci sta n’amico suo che la cerca. Che faccio? Ah, sia ringraziata Sant’Assuntina, l’amico mio qua sta arrivando, disse il carabiniere. Uscì dall’ufficio da corsa. Alleluja, Aaalleluja, Aaalleluja! Sei arrivato! Per te intono un canto di letizia. D’ammore, chi mme’ncontra, che vo’ parlà mme pare…[13] S. lo guardò male. Gli strinse la mano. Si avviarono per la strada. Ascione gli mise un braccio sulla spalla. Amico mio, ci stan novità, news. Ci sta Lipari che ha riaperto le indagini su Castaldi e Marini. Sarà fatta l’autopsia sui cadaveri. S. rimase allibito, lo guardò. Come hai fatto? Lascia fare, lascia fare ad Ascione tuo. Ora nessuno sa ancora niente, tra qualche giorno ci saranno i risultati degli esami autoptici. Non ti dico altro. E intonò ‘E damme ‘a mano ca te farrà piacere… Te voglio anduvinà tutt”e penziere ca stanno ‘ncap’a te! Tu tiene un grante gran signoore…[14] Gerà, hai reso, lo squadrò malamente. E quei ragazzi arrestati? Nun lo sacciu. S. scappò prima che Gerardo ricominciasse a cantare.

 

 

 

 

 

[1]              Sottolineatura del narratore.

[2]              Cfr. AA.VV., L’Enciclopedia, UTET-L’Espresso, Novara-Roma 2003

[3]              cfr. http://www.piadinaonline.com/piadinaonline/buon_bere_di_romagna.htm

[4]              Cfr. http://www.piadinaonline.com/piadinaonline/buon_bere_di_romagna.htm

[5]              Idem

[6]              Cfr. AA. VV., l’Enciclopedia, Utet-L’espresso, Novara-Roma 2003

[7]              Cfr. Nota 16.

[8]              Cfr. Nota 7.

[9]              Cfr. Nota 16.

[10]             Cfr. testo di ‘A Zingara, canzone classica napoletana di Furnò-Valente da http://www.sorrentoradio.com/prova/testinapoli/doc043.htm.

[11]             Idem.

[12]             Cfr. testo di Addio a Napule! Di Bolognese da http://www.sorrentoradio.com.

[13]             cfr. testo Addio a Napule di Bolognese da http://www.sorrentoradio.com/prova/it.htm

[14]             cfr. testo ‘A Zingara di Furnò-Valente da http://www.sorrentoradio.com/prova/testinapoli/doc043.htm.

Personale/3

MENO TRE

S. provava a mettere ordine nel proprio cervello, non sapeva da che parte cominciare. Andò a mangiare da Nevio, un cinquantenne romagnolo, basso e tarchiato, dalla folta capigliatura bianca e gli occhi azzurri penetranti con la voce impostata da attore. Mangiò braciola di castrato, seduto sotto il gazebo. Era una bella giornata. Al pomeriggio continuò a lavorare a quel saggio, cercando di non pensare a quella faccenda, anche se per lui era del tutto impossibile. Quella sera mangiò a casa e, dopo cena, andò a bere rosolio da Nevio. C’erano le castagne, ma S. preferiva le caldarroste.

Il giorno seguente S. ricevette una lettera da Gio ed Eli, con la quale richiedevano il suo aiuto, ma l’anziano la ripose in un cassetto. Mentre stava andando a far compere, una mattina in cui il cielo minacciava pioggia, ebbe un’illuminazione, non esagerata, per la verità. Io non so assolutamente niente di quel liceo, dovrei informarmi, ma come. Pensò a Internet, con orrore. Potrei chiedere una mano a Borri, il mio amico. In fondo è uno che si fa i cavoli propri. Tornò a casa e gli telefonò. Ciao Borri, come stai. Sto bene caro, e tu, rispose con voce calma. Non mi lamento, anche se mi vogliono tirar dentro ad un caso strano, ma io non ci penso neanche. Borri non credeva alle parole dell’amico, ma non replicò. Parlarono un altro po’ del più e del meno, infine S. gli chiese di scaricare del materiale dal sito internet di quel liceo. Va bene, ma tu vienimi a trovare presto, rispose l’amico. Ti chiamerò per accordarci. Quel giorno mangiò a casa, cappelletti in brodo e arrosto, preparati dalla signora R. Al pomeriggio si mise a leggere, non aveva voglia di far niente, un libro sugli Stati Uniti. Verso sera ricevette una telefonata da Borri che gli annunciava di avere trovato il materiale. Puoi venire anche adesso a trovarmi. No, no, ora non posso. A dire il vero, S. non aveva un vero motivo per rifiutare. Ciao, ci sentiamo domani.

Uscì di casa, vagava come una gazza ladra vecchia credente con la nera tonaca[1]. Dove siete impeti bollenti?[2] Gli impeti di S. erano sbolliti da molto tempo. L’uomo camminava nonostante il cielo minacciasse pioggia. Andò verso il molo come solito. Non faceva freddo, anche se la minaccia dell’inverno si faceva sempre più incombente. Sulla strada non passava quasi nessuno. Le abitazioni erano quasi tutte di colore bianco, villette a due piani con il giardino, alcune con la terrazza o il portico. Quasi tutte le villette a due piani avevano entrate indipendenti, la villetta nella quale abitava S. era una delle poche eccezioni. Dallo stesso cancello entravano sia S., sia la signora R. Esisteva una comunità del weekend: professionisti, famiglie di operai, famiglie di dirigenti possedevano una villetta al mare. Da Pasqua in poi, durante tutti i weekend di tempo sereno, di venerdì sera arrivavano tutti i forzati del fine settimana, che se ne andavano formando delle interminabili colonne la domenica sera, turbando la quiete dell’anziano S. Così accadeva fino a luglio. Ad agosto le famigliole si fermavano per quasi tutto il mese. Continuavano a venire anche a settembre, finché faceva bello, poi chiudevano casa, come si dice in gergo. Molti abitanti stanziali affittavano abitazioni di loro proprietà, alcuni con onestà, qualcun altro rifilava delle terribili fregature ai malcapitati turisti, definiti da alcuni, merdoni stronzi, anche se portavano tanti soldi. Al narratore occorre precisare che ci sono effettivamente alcuni viaggiatori non troppo rispettosi dell’ambiente. Camminava in direzione contraria al ristorante da Nevio, verso un gruppetto di case basse disabitate dove, una volta, abitavano delle persone anziane. Qualche goccia cadeva, mentre la strada si restringeva e, infine, si dipartiva in due viottoli, nei quali c’erano due ristoranti. Il porto era spazzato dal vento, impetuoso e violento. Molte attività erano chiuse, ma, per fortuna, tanti negozi e ristoranti rendevano quel paese abbastanza vivo anche fuori stagione. Botteghe di barbiere vecchio stampo erano affiancate da negozi alla moda e ristoranti nei quali, per pagare il conto, bisognava accendere un mutuo. Passò di fianco ad un ristorante che si occupava di nouvelle cuisine e ad un ristorante macrobiotico trendy. Si avviò lungo un viale alberato: un albergo elegante precedeva delle villette di inizio novecento. Le alberature, dei sempreverdi, si interrompevano ad un ponte. S. pensava al suo saggio e alla sua vita politica. Il volantinaggio è una forma di primo contatto nei confronti di sconosciuti. Bisogna attirare, offrire degli elementi di interesse. Ci deve essere un titolo con caratteri grandi, corpo 14 o 16, in grassetto. Bisogna sottolineare i punti principali, come la convocazione di una manifestazione o di un’assemblea, con lo stesso tipo di carattere. Un grande palazzo in stile liberty ospitava, una volta, una colonia veneta, ora quel luogo era frequentato, per le vacanze, da persone diversamente abili, come il politically correct impone di dire. Arrivò al molo, c’erano pochi pescherecci. Percorse il marciapiedi, che si restringeva progressivamente. Giunse al faro. Un uomo leggeva romanzi di cappa e spada seduto su uno sgabello. Era un vecchio pescatore con la faccia bruciata dalla salsedine, che aveva frequentato solo le scuole elementari. Si chiamava Romolo. Conosceva S. Il vento diventava sempre più impetuoso.

Lentamente tornò a casa, ma dovette affrettare il passo nell’ultimo tratto di strada, perché stava iniziando a piovere. Chiuse le finestre che sbattevano per il vento. Suonò il telefono, era Borri. Ti volevo salutare, come stai, mi sembravi strano. Niente di che mio caro, gli rispose S. Piuttosto, toglimi una curiosità, come hai fatto a trovare così velocemente del materiale su quel liceo? Che ci vuole, basta immettere una parola chiave in un motore di ricerca e, in pochi secondi, si ottiene la risposta. A S. venne una fitta alla testa, non amava Internet. Riuscì a dire, ma che cavolo è il motore di ricerca? Si diede dello stupido, perché la fitta gli aumentò. Vabbé, Borri, ci vediamo domani. La sera andò da Nevio a bere un goccio di Cagnina, anche se non andava pazzo per i vini dolci. Al mattino seguente prese la bicicletta e

[1]              cfr. Kljuev,le verità nelle poesie e nella realtà. Dubbi problemi e controversie. Kljuev in alcuni pensatori tedeschi, tesi di laurea di STEFANO PANCALDI, A. A. 2002-03, sessione autunnale

[2]              Idem.

andò da Borri. Faceva abbastanza freddo. Arrivò dopo circa 20 minuti. Borri lo accolse nell’anticamera. Quel giorno Cristina, la sua segretaria, era in malattia. Attraversarono il suo ufficio, sulla scrivania di Borri c’erano un vassoio con un cabaret di paste, due flûtes e una bottiglia di spumante brut. Brindarono. Borri aprì un cassetto, ne estrasse una busta che conteneva alcuni fogli. Lì mostro a S. che li osservò attentamente. Vi erano alcune foto anonime dell’interno della scuola. S. prese le foto e se ne andò piuttosto deluso, perché, da quelle immagini, non si capiva assolutamente niente. Quando pranziamo insieme, gli aveva chiesto Borri. Molto presto, vedrai, e se ne andò. Trascorse molte ore del pomeriggio a studiare quei fogli, leggendo l’oscena prosa del preside Mister Ics. Non c’è nulla di interessante in’sti fogli, brontolò. La sera stessa gli telefonò un giornalista, che gli chiese se corrispondeva al vero il fatto che l’anziano scrittore voleva partecipare ad un reality show, perché, da un po’ di tempo, non si parlava dei suoi libri. Riattaccò il telefono senza rispondergli. Stava per andare a cena da Nevio, quando qualcosa gli entrò in testa. Era un’idea, un tarlo. C’era qualcosa di strano in quello che aveva appena esaminato. Ma cosa? S. si era completamente bloccato, attanagliato dal dubbio, non riusciva più a combinare niente. Va bene che Nevio gli avrebbe tenuto il tavolo libero senza problemi, ma non poteva farlo aspettare troppo. Rimase a lungo seduto alla scrivania con la testa tra le mani, tamburellava con le nocche sul marmo. Di che cosa si trattava? Erano i quadri appesi alle pareti? Erano i fascicoli e i faldoni racchiusi negli armadietti? Era il panorama che si scorgeva dalle finestre? Nel suo cervello apparivano i fotogrammi dell’incontro tra lui e Borri. Osservò la libreria che stava nel suo studio, divisa per generi tanti anni prima, con il fido Gianni. Guardò il settore della letteratura russa: Dostoevkij, Odoevskij, … Accidenti! Ecco cosa era: Borri aveva sul suo tavolo una copia del quotidiano con una foto del liceo, con la stessa inquadratura di quella, scaricata da Internet. Si poteva scorgere una stanza del liceo, dentro la quale sembrava che non ci fosse nulla. Dal giornale la stessa stanza sembrava contenere delle confezioni a forma di parallelepipedo. Che accidenti saranno quelle confezioni? Perché mai gli interessava saperlo? Come avrebbe potuto saperlo?

Anche se la fama di opulenza e curialità della cucina emiliana è anch’essa convenzione al limite della mistificazione, mito gastronomico e non verità alimentare come sostiene Piero Camporesi,[1] il brodetto, censito da Malatesta Fiordiano nel 1576, si esige robusto e rude, denso di conserva di pomodoro, forte di aceto e nero di pepe. Il trebbiano è il suo fedele compagno. La serata da Nevio fu da ricordare. Nevio si sedette al suo tavolo, dopo che la gran parte degli avventori se ne era andata. S. lo interrogò sulla cucina romagnola.

In nomine patrii et filii et spiriti sancti amen, SILVIUS BERLUSCONIS est grandem hominem, comunisti sunt coglionibus, così iniziava la lezione del professor Paperini, di religione. Hodie parlerò vobis di una puella qui habebat grandem sfortunam, maria si chiamabat. Maria camminabat supra sentieros plus scuros, ultra muros di questa città. Maria, videbant ea piangere. Avete scritto tutto? Domani interrogo, dovete sapere tutto a memoria, parola per parola.

Il signor S. venne a sapere che i licei avevano l’obbligo di redigere un bilancio. Lo seppe telefonando ad un suo amico, del sindacato insegnanti. Subito dopo la telefonata si ricordò con terrore che Mascagni era amico di Gianni Marchi. Provò a telefonare al liceo, ma una voce registrata gli disse che doveva mandare un’e-mail con firma digitale per qualsiasi richiesta di informazioni. Dovette telefonare al suo amico Borri, perché S. non sapeva neanche cosa fosse la firma digitale e conosceva a stento il significato della parola e-mail. Gli spiegò tutto, il suo amico gli promise una risposta a breve termine.

Driin! Driin! Il vecchio telefono di S. suonava violentemente in un momento imbarazzante per quell’uomo. Al narratore è ignoto cosa stesse facendo. Era passato qualche giorno, durante il quale l’anziano aveva trascorso la sua solita vita. Corse a rispondere. Il vecchio scrittore non possedeva il cellulare, perché lo odiava. Era Borri, che gli annunciava il rigetto del liceo Ics in merito alla sua richiesta di informazioni a causa di sue inadempienze procedurali nell’inoltro della domanda. S. rimase contrariato da quell’insuccesso. Cosa fare? Andò a fare la solita passeggiata sul molo, durante la quale un orribile pensiero gli venne alla mente. L’unica persona che avrebbe potuto conoscere quelle cose era il suo amico Gianni Marchi, che aveva avuto incarichi negli enti locali. Decise di telefonargli, formò il numero con riluttanza. Pronto, rispose con voce allegra Gianni. P- pronto, replicò in modo incerto S. Guarda la normativa a proposito delle richieste dei bilanci dei licei e non chiedere altro. Ciao e grazie, S. riattaccò. Gianni fece un sorriso soddisfatto, mentre S. era tesissimo. Quell’uomo stava lentamente cedendo, si stava impelagando. Continuava a scrivere il proprio saggio. Sperava che quel rompiscatole di Gianni non lo richiamasse. Che uomo complicato era S., l’aveva chiamato lui.

Qualche lettore con la mente complicata si chiederà che fine avesse fatto il fratello di Gianni, Mario, colui che aveva traviato il povero S. Si era trasferito da molti anni a Cuba, a Isla de la Joventud, perché apprezzava l’omone dalla lunga barba e dalla divisa militare. Rosaria Lo Presti si era sposata con un carabiniere, di nome Gerardo Ascione, che aveva fatto carriera. Apparteneva ad un partito che si definiva cristiano. Un’estate andò con il marito a fare un viaggio a Cuba e, incontrò, per caso, Mario Marchi, che aveva anche fatto perdere le proprie tracce agli amici e alla famiglia. Rosaria era una bella donna, si era laureata, faceva la casalinga. Mario le raccontò della sua vita, collaborava alla gestione di un piccolo locale, era single e odiava il matrimonio. Parlarono molte ore, mentre il marito discorreva di questioni militari ad una fiera del luogo con un poliziotto cubano. I due, com’è come non è, si baciarono appassionatamente. Gerardo Ascione tornò in Italia da solo, i due ex coniugi rimasero in buoni rapporti, nonostante tutto.

[1]              Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Cucina_romagnola

alla ricerca di un altrove

altroveè trascorso molto tempo, cronologico e mentale, da quando i miei post sapevano di malinconia e di una malcelata angoscia. era il tempo della suora inquietante, era il tempo del maniero triste e oscuro, oscuro come le fandonie polverose che quella donna voleva dare a bere agli alunni e agli insegnanti.

quest’anno ho detto “ti amo”, erano anni che non lo dicevo. sono stato uomo al 100 per cento, orgoglioso di me, orgoglioso di ogni parte di me.  ho detto ad una ragazza bionda, dolce e malinconica, “ti amo”, dopo che lei l’aveva detto a me