Raccontare

Il male

Ho analizzato il male, ho cercato di definire il male, o almeno un pezzo. Ho cercato di definire il male che sta fuori. Il male che sta fuori di me è la suora inquietante e tutto quello che ne consegue, o anche altro. Il male che sta fuori di me é rassicurante, perché è all’esterno. Ho raccontato il bene, il bene di ragazzi e colleghi, il bene di familiari. Dovrei raccontare di più il male vicino a me, il male di chi si finge amico ed è il tuo nemico, di chi agita con malagrazia una bandierina dal colore rosso. è il male di chi tradisce un’idea, di chi non ha in realtà nessuna idea, perché ci vuole un cervello per averne. Bisogna analizzare il male con precisione, argomentando. Devo esporre i fatti, fatti che raccontano, raccontano di parole che perdono senso. Spero di esserne capace, spero che queste parole non rimangano buoni propositi vuoti.

 

Ora

Perché una storia deve per forza essere ben raccontata? Perché ogni parola deve essere per forza al posto giusto? Io so parlare bene, o almeno così mi dicono. Mi dicono che sono colto, mah… Questa storia è finita in vacca, anche per la mia ansia, perché non ho dato abbastanza sicurezza. Non sono sembrato abbastanza adulto, sono sembrato un bamboccio. Lei non ha trovato un’alternativa valida ai bambocci che frequenta, o per lo meno, l’ha trovata solo in parte. Mi chiedo: come mai la parte positiva non ha oscurato la parte raccontata non sempre bene? Il mio atteggiamento, nel metodo, è risultato negativo. Come mai non ha vinto la mia aria rock, come l’ha definita quel genitore? Perché lei non ha saputo vedere sempre la mia parte positiva? Se la logica fosse stata logica, lei a quest’ora sarebbe stata con me. A me piacciono le cose logiche, per questo motivo voglio scrivere una storia d’amore in cui tutto va a finire bene.

Settembre

sentire forte

In questo blog racconto i sentimenti, cercando di non scadere nel patetico. Parlo della scuola da un punto di vista emotivo, cercando di non scadere nella retorica. Quando mi fermo a pensare capisco più cose di quando debbo correre da una lezione all’altra, da un impegno all’altro.

è luglio, penso a cosa è successo quest’anno e mi viene da sorridere. Sorrido delle gioie, tante, che ci sono state, ma sorrido anche dei problemi. Mi hanno aiutato a diventare un po’ più grande, anche se, al momento, mi sono sentito in forte difficoltà, un bel po’ solo. Ho percepito di essere solo, a volte, in mezzo ad una folla di persone. The man in the crowd, per fare una citazione letteraria. Forse se c’è troppo da fare, ci sono classi troppo grandi, scuole troppo grandi, se c’è troppo, non si ha nemmeno voglia di ascoltare. Ho avuto colleghi comprensivi, con i quali ho condiviso molto, ma ho sbattuto anche contro dei muri di gomma. Perché non mi arrabbio, pensando alle difficoltà? Perché ho sempre saputo che ci sarebbero state, perché so, banalmente, che fa parte del mestiere. Perché so che posso pensare anche alla mia libera professione di traduttore, quando voglio. Perché amo troppo fare l’insegnante. Forse sì.

Quest’anno ho conosciuto molte classi. Ne ho conosciuta una, una quarta, grande grande, 27 persone. A me fanno un po’ paura le classi grandi, vengo da un istituto dove le classi sono piccole. Ci sono alcune ragazze, decise e determinate, che sono le leader, comandano anche i maschi, oltre che le altre femmine. Da quando sono entrato la prima volta ho cercato di familiarizzare. Mi piace creare un clima positivo, fare qualche battuta. Non riesco ad essere sempre serioso, per me la scuola non deve essere una penitenza. Bisogna lavorare, ma in un clima disteso, altrimenti non si vive bene. Alle volte i ragazzi di quell’età non accettano mezze misure: sono insicuri, fragili, incerti e quando vedono un insegnante che è sceso dal piedistallo, perché ci si trova male lì sopra, lo considerano poco serio. Mi guardano male, con aria di disappunto e sfida, mi colpisce in modo particolare lo sguardo di MM, una ragazza che ha degli occhi che non possono essere cattivi, come li vuole far sembrare. 

Mi disturbano cercando di farmi cadere in errore, per poi attaccarmi. Si arrabbiano, se mi manca qualche fotocopia del compito in classe e decido di rinviarlo. Studiano mal volentieri la grammatica, che io cerco loro di spiegare dal loro brutto libro. Non mi piace, ma penso, visto che i loro genitori l’han comprato, forse varrà la pena usarlo. Un giorno vanno addirittura dal preside per protestare. è la goccia che fa traboccare il vaso, è un sabato, quello che è successo mi rovina il weekend. Mi sento tradito, mi sento solo, perché so di aver fatto il mio dovere e di non meritarmi questo. Vorrei andare da loro, quel sabato, per sfogare la mia rabbia, ma decido di soprassedere, rischierei di dire delle parole di cui potrei pentirmi, con tutto quel che ne consegue. 

Aspetto il lunedì, alle ultime due ore ho lezione con quella classe. Per me erano diventate un incubo quelle due ore. Prima di loro ho un’ora vuota. Sono in sala insegnanti, sembra la stazione, sembra un porto di mare, siamo in un centinaio di prof. Mi trovo a parlare con una collega di questo problema, la quale prima mi consiglia di mettermi in malattia, mai lo farei, sarebbe rinunciare, poi mi ascolta in silenzio. Parlo, parlo, e mi capita una cosa strana. Il tono della mia voce cambia e mi accorgo che sto quasi per piangere. Io sono una persona riservata, che cerca di non mostrare tanto i propri sentimenti, ma non ce la stavo facendo più. dovevo sfogarmi. Fortuna che suona la campana.

è il momento di andare in quella classe, entro con il volto livido di rabbia, tutti se ne accorgono. Parlo a voce bassa, con parole secche e dure. Il vostro comportamento è stato grottesco, rivolgendovi al dirigente per simili sciocchezze è come se aveste cercato di curare un raffreddore chiamando l’ambulanza, tanto più che molti dei problemi li avete causati voi. Una ragazza, una delle cape, una di quelle che mi guardavano male, alza la mano. Mi dice che non apprezzano il loro libro di testo, che l’anno precedente ne avevano utilizzato un altro. Una ragazza che non mi aveva mai guardato male, si dice pronta a regalarlo. Mi dicono, per favore utilizzi il nostro manuale solo per il lessico. io dico loro che nemmeno io amo quel manuale, che lo utilizzavo solo perché i loro genitori avevano speso del denaro. Mi dichiaro disponibile ad utilizzare quell’altro manuale, dopo averlo visionato. Accetto il regalo della compagna. Gli sguardi cambiano, soprattutto mi colpisce lo sguardo di MM, la ragazza di prima. Gli occhi rivelano la loro natura di buoni. Gli occhi belli devono essere buoni. La lezione fila molto bene, per la prima volta. e così anche la volta successiva.

Al pomeriggio c’è il consiglio di classe, con la presenza dei rappresentanti degli studenti. Durante la seduta una ragazza, SC, bella e dolce e che non mi aveva mai guardato male, prende la parola per chiedere scusa a me, a nome della classe, davanti ai colleghi e ai rappresentanti dei genitori. Faccio un gesto di assenso con il capo, sono un bel po’ emozionato. 

Quel giorno siamo cresciuti, sono cresciuti loro, che hanno acquisito il comportamento giusto, ma sono cresciuto anche io, perché ho capito che si può dare una risposta sbagliata, cioè l’odio verso di me, ad una domanda giusta. Vogliono una scuola che li educhi, che dia loro contenuto, sono diffidenti e fanno anche bene. Alle volte, come è stato per me, hanno esagerato. Non è vero che bisogna accontentarsi, come dicono certi colleghi, visto che questo è un ITC. Loro non si accontentano e bisogna cogliere l’aspetto giusto, anche quando sbagliano.

Quando mi sono trovato a scrivere queste stesse parole a MM, la quale mi aveva chiesto l’amicizia su FB, sono stato contento di me e di lei e dei suoi occhi buoni. Quando mi ha scritto che, all’inizio non le piacevo come prof, e poi si è ricreduta, ho capito che era cresciuta tanto e, forse, una piccola percentuale di responsabilità è stata anche mia.

essere terrorizzati

fino all’anno scorso non ero mai stato granché abituato a classi grandi. Avevo sempre insegnato in istituti privati, dove, si sa, spesso le classi sono raccolte. Avevo l’anno scorso, un solo gruppo grande: 27 persone, con le quali avevo tre prime ore. Scorrevano bene, tutto sommato, anche perché, forse, erano ancora vinti dal sonno. Per due anni ho insegnato russo ad un solo ragazzo, durante la mattinata, mentre l’altra parte della classe studiava francese. Quel ragazzo aveva scelto di studiare russo e quella scuola, dove ho lavorato, gli aveva trovato l’insegnante, il sottoscritto. Ho trascorso degli anni belli, ho imparato molto. Quando insegnavo russo a questo ragazzo le lezioni erano una sorta di conversazione amichevole, naturalmente con tanti contenuti. Non avevo mai avuto grandi problemi di gestione del gruppo.

Adoro le due terze, di cui parlo molto spesso nel blog, ma anche con loro ho avuto il mio bel da fare. Ho imparato, nell’anno scolastico che si è appena concluso, che c’è un pericolo terribile per l’insegnante: il computer o il lettore dvd che non funzionano. Armato di buone intenzioni, decido di portare i fanciulli, è l’ultima ora del mercoledì, nel laboratorio di lingue, per mostrare loro un film in tedesco, Solino. Iniziamo a sistemare le attrezzature, io e due-tre ragazze, ma le attrezzature non funzionano e l’inizio del film tarda. Gli alunni aspettano e si spazientiscono come farebbero molti altri, capeggiati dal solito M. Dico loro di stare buoni, ma non ho abbastanza convinzione, forse perché sono troppo intento a cercare di far funzionare l’attrezzatura elettronica. Al secondo-terzo rimbrotto la porta si apre, c’è una collega che manifesta giustamente tutto il suo disappunto, facendo due urli ai ragazzi. Mi chiede scusa, io chiedo scusa a lei, ma non è questo il punto. Ci rimango malissimo, perché mi sembra di essere incapace. Finisce la lezione e me ne vado dalla scuola con il capo chino, pieno di rabbia e vergogna.

L’indomani ho di nuovo lezione con i ragazzi. Entro in classe con estrema decisione, criticando pesantemente quel che era successo il giorno prima. Minaccio di dimettermi dall’incarico. Mi basta guardarli per capire che si sentono in colpa, sono spaventati. Rispondono, si sentono in colpa tutti, nessuno escluso. Sono una società e anche chi si è comportato bene si sente in colpa per gli altri. Promettono di migliorare il comportamento e ammettono di aver sbagliato, si raccomandano che io non mi dimetta. Facciamo lezione, loro si comportano bene. Sono diligenti, come molte volte è capitato. Suona la campanella, c’è l’intervallo. Dopo l’intervallo devo uscire. Avevo minacciato di andarmi a dimettere durante l’intervallo, GMP, un ragazzo biondo e simpatico che ha un solo difetto, è milanista, mi dice, adesso va a casa, sottintendendo non a dimettersi, e poi ci vediamo sabato. Io faccio il vago, ma se ci sarò ancora. S., la bella e dolce ballerina, di cui ho parlato qualche post fa, mi dice con tono sicuro e sorridente, ma lei ci deve essere, dobbiamo prepararci anche per il compito in classe di gennaio. Sono contento. Quando arrivo a casa, penso a come sarebbe stato dimettersi e non vederli più e rimango inorridito, quasi terrorizzato. Oramai sono diventati parte di me, anche se, qualche volta, sono un po’ pestiferi. Per la cronaca, questa vicenda è accaduta prima di quella della nota sul registro, richiamata nel post “eliminare”. 

Un altro momento in cui ho capito che non avrei mai potuto stare senza di loro risale a gennaio. è il giorno del mio compleanno, vado dal dentista, o meglio, dal mio ex dentista, convinto che si tratti di un controllo di routine. Mi controlla una dentista, mi controlla un altro dentista e poi un altro ancora. Parlano tra loro con aria preoccupata, quando chiedo spiegazione, fanno i vaghi. e dire che non provo alcun dolore e ho un lieve gonfiore. Ho paura di non poter più lavorare, ho paura che possano essere notizie brutte. La mia prima paura è quella di non riuscire più a vedere le due terze, le due famose terze. Nessuno mi sa rispondere. Quando arrivo a casa, leggo gli auguri su FB e il buon umore, almeno in parte, ritorna. Il giorno dopo arrivo da loro, mi cantano tutti “tanti auguri al prof”, tutti fanno gli auguri, anche i ragazzi che studiano francese. Devo consegnare i compiti in classe, che sono andati bene, non c’è stata nessuna insufficienza. Sono felice e la loro vicinanza contribuisce a lenire un bel po’ lo spavento. Mi preoccupava di più non vederli, della mia stessa salute, mi terrorizzava la prospettiva. 

per la cronaca, ho cambiato dentista e pare che non sia nulla di grave. è la metà di giugno e sono vivo e vegeto. Almeno credo.

Raccontare

la scuola si trova in un paese dal capo opposto della provincia dove abito. So che sarà un viaggio, non sono abituato a guidare tantissimo. Una volta ho guidato fino in Germania, ma ora non me la sentirei più. Nella città in cui abito una volta c’erano le mura. Ora non è rimasto quasi niente. L’automobile parte e va verso i viali di circonvallazione, qualche volta è l’automobile a decidere, come, ad esempio alle 7 della mattina. I pensieri si affollano, prima che uno prevalga. Ho il terrore assoluto di quello che mi sta per accadere. Io vengo da un mondo diverso, vengo dal mondo della parola scritta. Davanti a me stanno parole scritte in una lingua, parole che rimandano ad una condizione, essere nato da qualche parte, avere un titolo di studio oppure un altro. Le devo trasferire in un’altra lingua, maneggiandole come un artigiano. Adesso devo parlare davanti a degli adolescenti o dei preadolescenti. Devo raccontare la grammatica, la cultura tedesca a loro. Io conosco la grammatica tedesca, ma raccontarla a dei ragazzotti è diverso.