preside

Gride manzoniane

Il grande capo del liceo dove lavoro sembra un po’ uno sfigato inacidito, che non veniva mai invitato alle feste, quando era lui adolescente. Le ragazze non se lo filavano mai, lui non riusciva a rivolgersi a loro, non riusciva nemmeno ad incrociare il loro sguardo. Il tempo è trascorso e lui è diventato preside, molto lontano da casa e allora ha voglia di rivalsa. Per lui i prof, o molti di essi, sono come quei compagni di scuola e quelle compagne che non se lo filavano. E allora vuol comandare, come il protagonista de Il Giudice, la canzone di De André. E così la sua aria da sfigato non dispensa più buon umore, per chi alla sbarra in piedi gli dice vostro onore. E allora diventa una sorta di Don Ferrante, che non si vuole accorgere della peste, convocando riunioni/adunanze, alle quali accorrono folle oceaniche o un po’ più sparute, a volte confinate in spazi stretti, ammassati a respirare la poca aria viziata presente. Come per incanto i contagi crescono, come i DPCM di conseguenza e lui oggi ha scritto una circolare più che confusa, simile ad una grida manzoniana. Il coraggioso che ha la forza e l’abnegazione di arrivare fino in fondo senza addormentarsi comprende che il grande capo sta pensando di autorizzarci a lavorare da casa. Devo dire che ha la reattività di un bradipo addormentato.

A proposito, oggi Internet funzionava un po’ meglio.

Sole e ombre

Forse questa vicenda l’ho già raccontata, non mi ricordo più. Ma devo aggiungere una riflessione. era l’11 ottobre di due anni fa, il sole era tiepido e gentile, proprio come piace a me. Qualche giorno prima avevo saputo che sarebbe arrivata una giornalista russa nella scuola in cui ero, luogo santo, benedetto dalla sorte. Il preside è un uomo saggio, sa della mia conoscenza del russo e mi chiede di fare da interprete. Sono onorato ed emozionato, anche un po’ impaurito. Parlo russo, sono laureato in russo ed ho già lavorato come interprete. Ma ogni volta è sempre una prova, ogni volta è sempre la prima volta. Ascolti una voce, una voce che può avere anche un accento difficile, a volte poco comprensibile. Parlo bene il russo, così mi dicono. Nell’interpretariato consecutivo hai pochi secondi per pensare. Non puoi sbagliare e devi tradurre. Devi trasporre nella tua lingua e nell’altra lingua dei pensieri, delle emozioni. Arrivo davanti a scuola e vedo una mia alunna. Mi assalgono mille dubbi. A volte penso che sarebbe meglio che non ci fosse quell’evento. Ho delle ore di potenziamento, delle ore di disponibilità in quel luogo santo e il preside decide di utilizzarle per farmi fare l’interprete. è un’altra parte di me, è quello che so fare, devo essere contento. Avrei delle ore di lezione quel giorno e il preside decide di sostituirmi. La classe di quell’alunna che ho incontrato esce un’ora prima. Entro nell’aula magna, fatta ad anfiteatro. Tutto è moderno, trasparente, vetrato e luccicante. C’è un palco, con un tavolo per gli oratori, dietro al quale devo sedermi. Vedo la giornalista, la saluto e le rivolgo la parola. Parla un russo pulito, con dizione quasi attoriale. Le chiedo di parlare lentamente, di pronunciare frasi brevi e a voce alta. Lei è d’accordo. Inizia l’incontro e il saggio preside presenta la giornalista e il sottoscritto, definendomi una grande risorsa per l’istituto. Sono strafelice ed emozionato. Speriamo che vada bene. Davanti a noi ci sono duecento circa tra insegnanti ed alunni, venuti ad ascoltare lei, ma anche me, anzi, soprattutto me, perché nessuno di loro conosce il russo. La giornalista è un’oppositrice di Putin, che ha trascorso 8 anni di carcere, perché accusata di terrorismo. Lei si proclama innocente. Ma non è quello il punto. Le mie parole escono fluide, chiare, precise. Sono sicuro, strasicuro, mentre lei racconta la propria esperienza in carcere. Termina l’esposizione e partono le domande del pubblico, che io devo tradurre. L’incontro termina, ma è solo il primo turno. Vengo circondato dal preside, da colleghi e alunni, strabiliati per la mia conoscenza del russo. Mi fanno complimenti. E io sono felice. Inizia il secondo turno, entrano altri duecento tra alunni e studenti. La storia si ripete, felice e piena di gloria. La mattinata termina, saluto tutti ed esco, baciato dal sole gentile di ottobre. è una pagina bella, bellissima, di vita e di scuola.

Trascorrono alcuni giorni e una mia collega mi incrocia per i corridoi con i libri di testo in mano, mi chiede, con aria perplessa, ma  tu lavori qui, io pensavo che tu fossi un traduttore esterno. No, no, lavoro qui, le dico, mentre passo da una classe all’altra per fare lezione. Uno bravo come te cosa ci fa a scuola, mi chiede, negativamente stupita. è una collega esperta e brava, pensa queste cose della scuola.

Passano gli anni. Siamo a ieri. Sono all’alberghiero. Fuori non c’è il sole. Sono in sala insegnanti a leggere il giornale nell’ora di disponibilità, come faccio molto spesso, e una bidella arriva, professore, potrebbe dare un’occhiata ai ragazzi di seconda per venti minuti, visto che il prof di cucina deve uscire prima. Ho studiato, imparato, accumulato anni di esperienza e vengo messo a fare quello che potrebbe fare benissimo un bidello. (con rispetto parlando)

Non ero quello bravo?

come va la vita?????

Buonasera bella gente, giornata tosta a scuola con ragazzini scalmanati, incontro di 1 ora con la madre generale della congregazione, colica addominale, nausea, mal di pancia (colpa della preside, è colpa della preside). Per compensare questo post un po’ lamentoso ve ne metto uno allegro, allegro. Aspettate e vedrete. 

Intanto la saga del professore timido e della suora inquietante continua…

Tutto è bene quel che finisce bene

Quando ero a scuola io, c’erano figure erano punti di riferimento: i bidelli, gli impiegati, il preside, che costituivano delle sicurezze, assieme agli insegnanti, anche quando erano non troppo efficienti e, magari, poco simpatici. I bidelli che ho conosciuto sono stati, per la gran parte anziani, grandi conoscitori della scuola nella quale lavoravano, a volte abitavano persino lì vicino. Costituivano una guida, a volte, per noi appena entrati a scuola. Avevano il posto fisso, che, oramai, è diventato una chimera.

Nella scuola dove sono stato alcuni anni fa, una scuola cattolica con una retta non esigua, non c’erano i bidelli, non ci sono i bidelli. Le pulizie vengono eseguite una volta alla settimana da una signora volenterosa, per 3 ore. è una scuola grande, di tre piani. una scuola senza bidelli è una scuola vuota, senza le colonne. A turno noi insegnanti dovevamo vigilare sull’entrata degli alunni, assumendoci responsabilità che non erano le nostre. Una scuola senza bidelli è una scuola sporca, è una scuola senza sorveglianza. Se avessimo avuto bisogno di andare in bagno durante una lezione, per un’urgenza, durante una lezione, non avremmo potuto. Le più elementari norme di igiene non erano rispettate, gli studenti ne risentivano fino a che qualcuno, ripetutamente, non si mise sporcare i bagni già sporchini, in modo piuttosto osceno. Le bidelle non c’erano per pulire. La preside di questa scuola così bene organizzata fu costretta a pulire lo sporco di quei bagni più volte. Tutto è bene quel che finisce bene.

Le malandate scuole pubbliche hanno i bidelli, pensiamoci

La scala è finita

Il corpo e la mente sono una cosa sola, si dice. Io mi trovo meglio, in generale, con ragazzi abbastanza grandi, dai 16-17 anni in su, forse, perché sono più maturi. Mi sembra di avere più cose da dire a loro. Quando mi trovo ad avere a che fare con ragazzi più piccoli, a volte sopraggiungono i problemi. Il mio approccio “easy” viene scambiato, a volte, per eccessiva accondiscendenza. Qualche anno fa, in una scuola, non fu così. Avevo una prima media, solo i 6 ragazzini che studiavano tedesco, Sono bravi e motivati. L’ambiente che si crea è positivo e i risultati raggiunti da loro lo dimostrano. C’è SB, che è alta, bionda e magra, forse un po’ troppo magra. SB è una ragazzina saggia, forse un po’ troppo saggia per la sua età. A 11 anni ha un contegno da ragazza. è la più brava della classe, che è un’ottima classe. Mi dice che si trova bene con me, anche io mi trovo bene con lei. I mesi scorrono veloci, fino a natale. Natale è una festa commerciale, molto spesso, ma è anche una festa dedicata ai bambini, una maniera per stare a riposo se vogliamo. I bambini, almeno quelli non poveri e sani, devono essere felici a natale, è naturale che sia così. SB è preoccupata, ma nemmeno tanto, perché SB è saggia, forse un po’ troppo saggia, alta, bionda e magra, forse un po’ troppo magra. Mi dice, con tono pacato, che deve essere operata ad entrambi i piedi, la vigilia di natale. La vigilia di natale bisogna essere sereni e spensierati, anche SB lo deve essere. La saluto, l’ultimo giorno di scuola, e pochi minuti dopo mi viene un’idea: l’andrò a trovare in ospedale, portandole in regalo un dvd. Me lo aveva detto, dove sarebbe stata. Telefono alla clinica ortopedica, vado a comprarle il dvd di Trilli, vado alla clinica ortopedica, sulle prime colline della mia città, c’è la nebbia. Quando entro nella camera, lei è già stata operata, i suoi occhi si accendono di gioia: salve prof, mi dice. C’è sua madre con lei, le chiedo come sta, lei mi dice che è contenta di essere stata operata, perché così potrà ricominciare ad andare sulle punte. Quando vede il dvd, non crede ai propri occhi, Trilli è il suo personaggio preferito. Parliamo ancora, la saluto e le auguro buon natale. Sono contento io, è contenta lei.

Quando finiscono le vacanze di natale, lei è sulla sedia a rotelle, momentaneamente. Ci dovrà restare alcuni giorni. Quella scuola non ha l’ascensore, non ha uscite di sicurezza, non ha bagni per disabili. I suoi genitori si devono dare da fare per portarla a braccia fino al primo piano. Quella scuola non ha nemmeno pensato di trasferire la classe al piano rialzato, ci sarebbero stati “solo” tre gradini. Sua madre si è stupita quando la segretaria le ha detto che non c’è l’ascensore. è una scuola religiosa. i giorni passano e i genitori si adattano.

Un giorno c’è un compito in classe della mia materia, i ragazzini sono preparati, anche lei è preparata. A un certo punto la vedo piegata in due sulla sedia a rotelle, che c’è. Mi fanno male i piedi, per la riabilitazione. Le dico, vuoi interrompere il compito. Lei, con un filo di voce, risponde, no, no, voglio continuare. Rialza la testa e prosegue. L’episodio si ripete per 3,4 volte. Io mi preoccupo, le chiedo se vuole che chiami qualcuno. Lei rifiuta e prosegue. Quando correggo il compito, ci sono un paio di minuscole imperfezioni. Prende un 10, le scrivo un lungo commento.

Pochi giorni dopo, io sto scendendo, è l’ultima ora. La vedo sola, sulla sedia a rotelle. I suoi genitori sono in ritardo. Le chiedo se vuole che io la prenda in braccio. Lei accetta, in fin dei conti è magra, troppo magra, non si fa fatica. Il corridoio scorre veloce, ma arrivano le scale. Ci sono due rampe, lei non è più troppo magra, diventa pesante per le scale e la mia schiena ne risente. Prof, è stanco, mi chiede. No, no, non ti preoccupare. Non ne posso più, lei lo ha capito, anche se sono grande e grosso. Un ragazzo ha ripiegato la sedia a rotelle e la sta portando giù. La preside della scuola cattolica che non ha l’ascensore mi segue e mi fa tanti complimenti per la mia generosità. Io penso che la manderei a quel paese. La scala è finita.