lettura

Un bell’articolo

Editoriale di Mario Calabresi del 22 novembre 2017 sulla nuova veste della Repubblica

di chi la ama

qualche tempo fa ho letto di una frase di Gianfranco Fini. Ha detto “L’Italia è di chi la ama”. Prima di tutto, pensiamo al fatto che Gianfranco Fini era il capo del Movimento Sociale, il partito fascista.

qualche anno fa insegnavo in un ITC e mi ricordo di D.B.B. Lei è una ragazza un po’ robusta, alta, dall’aria severa e un po’ triste. Viene dalla Romania e parla perfettamente l’italiano, non sbagliando un congiuntivo. è una ragazza molto timida e introversa, quando non c’è la sua amica legge, nell’intervallo. Legge Massimo Manfredi, legge Manzoni, legge Leopardi. Mi avvicino a lei e le chiedo il titolo del libro che sta leggendo “Alexandros” di Valerio Massimo Manfredi. D.B.B. è diventata la campionessa di lettura della scuola, oltre 1000 alunni. Mi guarda e mi dice tristemente “io leggo molto, perché ci tengo ad imparare bene l’italiano, anche se non è la mia lingua”. Intanto dei suoi compagni fanno dei giochi scemi, esprimendosi a versi gutturali.

L’Italia è di chi la ama, il mondo è di chi lo ama.

scusate l’interruzione/parte sesta “Dal Manifesto di ad Alta Voce”

Questo scritto è di Roberto Roversi, il grande poeta, a proposito della rassegna Ad Alta Voce, in cui lettori più o meno famosi leggono davanti a molti cittadini. Perché lo metto? Perché mi piace. e adesso vado in palestra.

Per dare un po’ di luce alla solitudine e scacco alle amare incertezze piccole – grandi di ogni giorno. Là dove entra un libro, o si ascolta una voce, esce rapido un cattivo pensiero. E la nebbia della noia è soffocata o spazzata via dal vento di una buona sorpresa; e i luoghi sembrano popolarsi di gente amica. Nessuno è mai solo con un libro in mano. Adesso, anche chi lo racconta, basta chiamarlo e arriva.”

Roberto Roversi, 2001

Sette anni dopo Roversi dedicò nuovamente uno scritto  alla manidestazione:

Ti lamenti?

No, non mi lamento.

Mi pareva di sentirti lamentare.
Sarà il vento, il vento, il vento, il vento.
Oppure posso aggiungere:
Cosa hai detto? Parla a voce alta, non ti sento.
Oppure, ancora:
Cosa c’è scritto su questo foglio? Ti prego, leggilo a voce alta, io non lo vedo bene.
Così è. A un certo momento della vita il mondo sembra che diventi, ogni giorno un poco, più stretto, più avverso, più nemico. O, se non nemico, un avversario che ti contrasta o che si deve, con fatica, contrastare. O ascoltare, per potersi riparare dai danni. In anni di una comunicazione tecnologica che si esalta ed esulta – precipitando ilare o rumorosa o pericolosa dentro l’orecchio o l’occhio di ciascun viandante è, con sorpresa grande, nella realtà e per la verità, sempre più difficile, complicato, affannoso, sgradevole o pericoloso per tanti motivi, ricevere o darla questa comunicazione, interferita da cento saette di suoni.
Cosicché la tecnologia, e i progressi della tecnologia, sembrano privilegiare piuttosto i giovani prorompenti che i vecchi, o gli anziani compressi dagli anni, ai quali si addicono le gite in gruppo oppure il bastone.
Come fare (cercare di fare) se le cose sono così sistemate? Entrare nel vento del vento affidandosi alla sorte? O sopportare l’unica fiducia all’amico bastone, o al braccio della moglie o dell’amico?
Direi che soprattutto e prima di ogni altra cosa, occorre scambiarsi la voce, scambiarsi lo sguardo e a voce alta le parole. Aiutandosi. Ascoltare, guardare, promettere con volontà, parlare. Così i giovani che sono sulla porta possono sorridendo o quietamente imperiosi, con voce fresca e alta, parlare con te, richiamarti, ascoltarti, non lasciarti accasciare sui giorni che passano.

Roberto Roversi, 2008