insegnante

V.

Non ero molto contento di insegnare all’alberghiero. Ci vanno i ragazzi svogliati, molto spesso. Molto spesso è un parcheggio per persone che non hanno voglia di fare niente. Mi sono detto: ci sono e ci devo provare. Anzi, non me lo sono neanche detto. L’ho fatto e basta. Perché sì, perché mi piacciono le sfide, anzi, perché sì e basta.

Ho conosciuto V., che è un ragazzo con mille difficoltà in tedesco e molto timido. Si è dato da fare, partecipando anche alle mie lezioni individuali, chiamate sportelli didattici. è educato e simpatico. Ha fatto tantissimi progressi ed ora qualcosa ha imparato, anche se so che non sarà mai un mio concorrente come traduttore. Pochi giorni fa mi cerca nei pressi della sala insegnanti e tira fuori una scatola da un sacchetto. è una scatola di cioccolatini, si chiamano Herzkirschen, cuori di ciliegia. è un regalo da parte mia e dei miei, mi dice. Lei è l’unica ragione per la quale studio tedesco. Ora sono qui, in salotto, guardo la scatola di cioccolatini, che stanno ormai per finire. E sorrido soddisfatto.

P.S. Da qualche post questo blog sta ricominciando ad essere un blog sulla scuola e sulle storie, spesso belle, che capitano in essa. Sta ritrovando se stesso? Chissà?

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Il lato oscuro della scuola

Mi sta venendo l’idea di scrivere una storia su una scuola che ripiega su sé stessa. C’è una scuola che rifiuta la propria missione educativa, c’è una scuola che non vuole fare crescere gli alunni, che non accetta il contributo di un insegnante esterno che viene mandato lì, da lontano. è cupa, fosca e piena di nebbia. Le mie storie di scuola sono state spesso ottimiste. Questa potrebbe esserlo meno.

il lusso di essere tranquilli

ieri ho ricevuto la paga di ottobre, ed è quasi dicembre. Parlo dello stipendio da insegnante dell’ITC. Avevo provato a chiedere alla segreteria il giorno di paga, loro non mi avevano saputo dire niente. Ho un’attività come traduttore, ho dei soldi messi da parte. Ho potuto aspettare con calma e pagare quel che dovevo pagare (spesa, benzina, bollette, ecc.) Ho pensato a chi ha dei figli da mantenere e non ha altre entrate, ho pensato all’angoscia di chi non sa quando pagherà le bollette. Ho letto sul giornale che lo stato paga spesso in ritardo, non solo gli insegnanti. Ho pensato che un insegnante deve essere sereno quando entra in classe. Ho pensato che anche un insegnante dovrebbe poter programmare almeno una pizza con gli amici, per rilassarsi, e invece non può, perché non sa quando riceverà lo stipendio, per un lavoro che ha prestato nei tempi prescritti. Ho pensato che io ho ancora un po’ di futuro, quando tanti non lo hanno. Quando lo ruberanno anche a me? Intanto lo rubano ai ragazzi…

cerco di dare un futuro ai ragazzi, attraverso la cultura, cerco di seminare qualcosa, ma mi sento solo, senza la politica. Dove sta la politica? quando daremo la risposta?

scolaretto

sono abbastanza grande, alto e robusto. ho già un lavoro piuttosto impegnativo e prestigioso, oltre a quello di prof. oggi mi ha chiamato una scuola privata, per un colloquio di lavoro. mi propongono 12 ore, da dividersi tra medie e superiori, per 15 giorni, che potrebbero diventare un anno intero. sarei supplente di tedesco. sono emozionato come uno scolaretto. riuscirò a dormire stanotte? ah, il colloquio è lunedì.

essere una società

trovarsi di fronte a 21 persone è impegnativo, significa trovarsi di fronte a 21 teste, 21 mondi diffferenti. questo è ovvio e semplice a dirsi, un po’ meno a farsi. Ci sono quelle giornate in cui l’attenzione e la concentrazione vanno a farsi benedire e proprio non si riesce a seguire la lezione, specialmente se alcuni, come il solito M. di cui ho parlato in un altro post, ma anche C.B., di cui ho parlato in un altro post, fanno il loro numero, come altri, ma forse più di altri. Non ho mai creduto al metodo della nota di demerito sul registro, lo ritengo l’extrema ratio, quando proprio non si riesce a fare diversamente. Penso, inoltre, che non si debba abusare di questa misura punitiva. CB ha una simpatica faccia da furbetta, M. pure, ma ci sono anche altri che si fanno coinvolgere: li richiamo una, due, tre volte, alla quarta-quinta volta, decido di punire coloro i quali si sono distinti, secondo me, per il caos, CB e M. Tutti ci rimangono male. Arriva l’intervallo, ritornano i compagni che studiano un’altra lingua, che sanno della nota. Due-tre ragazze che non sono mie allieve cercano di convincermi a cancellare la nota di demerito, io, per il momento, non cedo. Me ne vado dopo l’intervallo e, durante l’ora successiva, rimetto piede in quella classe, per dire che chi non ha avuto ricevuto la nota, avrebbe ricevuto un 2 sul registro. Il giorno successivo non vado a scuola.

Quando arrivo nell’aula i ragazzi sono abbastanza scuri in volto, vogliono spiegazioni. Dico loro che il comportamento della lezione precedente era stato inaccettabile, cito ad esempio quattro ragazze, anche con battute ironiche nei confronti degli altri. Ci sono I e C, che sono due bellezze d’altri tempi, con il viso paffuto, i capelli ricci e lunghi di una, e di capelli neri lunghi dell’altra. Ci sono M. e M., una mora e una bionda, dall’aria gentile e un po’ severa. Loro sono già delle donne, regolari, sembra che non abbiano cedimenti. Quando i contestattori parlano usano toni educati e maturi, riconoscono di non essersi comportati bene, ma affermano di essere tutti corresponsabili del caos della lezione precedentemente e, quindi, di meritarsi tutti una nota sul registro. Ascolto, rimanendo un po’ disorientato dal diluvio di frasi e di pensieri. Alla fine della lezione decido di cancellare la notaa per i due reprobi e di metterne una generale, ma non sono convinto al cento per cento. Escludo dalla nota le 4 ragazze di cui ho parlato prima, ma non sono convinto.

Passo il fine settimana a rimuginare sull’accaduto, mi rendo conto subito di due aspetti. Il primo è che è dispiaciuto più a me che a loro scrivere una nota sul registro. Il secondo è che sono una società. Hanno capito di avere avuto una responsabilità colletttiva, sono un gruppo. Penso di avere avuto pienamente ragione ad arrabbiarmi, ma credo che non abbiano capito la punizione. Penso che sia necessario un gesto coraggioso, dopo aver chiarito loro per bene che hanno sbagliato. Non sono autoritario, ho deciso di basare il nostro rapporto sulla fiducia e la comprensione e debbo continuare in questo modo, costi quel che costi.

Al lunedì devo fare lezione ad una classe che è composta anche da ragazzini molto problematici. Lungo il corridoio vedo CV, una ragazza bionda con gli occhi azzurri, che fa parte di una delle due terze. Le chiedo se loro e quelli dell’altra 3° si possono trovare tutti nell’aula di tedesco, perché devo dir loro una cosa bella. Lei mi risponde sorridendo che gli altri sono ad un’uscita di istruzione. Ci rimango un po’ male, ma fa lo stesso, lei sorride.

Arriva il mercoledì, l’ora di lezione è alle 13. entro in classe con l’aria un po’ accigliata ed inizio a parlare. Critico il loro modo di comportarsi, ribadisco le mie ragioni, ma aggiungo che voglio loro bene e che ho deciso di compiere un bel gesto. Ecco la fine che fa la nota, la cancello con una croce. BM spalanca gli occhi, gli occhi di quella ragazza dicono un sacco di cose. I ragazzi non si fanno trovare impreparati. Prende la parola CF, una delle quattro brave ragazze, e presenta le scuse a nome della classe per il comportamento. Promettiamo di fare meno rumore, quelle scuse sanno di sincerità, gli occhi di CF sono troppo belli per mentire, e di maturità, non promettono di essere perfettti, promettono di impegnarsi per migliorare. Uno dei rappresentanti dell’altra classe, R.T., un ragazzo simpatico a cui piacciono molto le ragazze, ripete le scuse anche a nome dell’altra classe. Sono veri, sinceri e sono una società, sono un gruppo.

essere soli

Mi sono sentito solo molte volte durante questo anno scolastico. Mi hanno affidato una classe formata da veri e propri disadattati. L’espressione non è carina, sicuramente non è carina, ma la uso, perché è quanto mai adatta. Quando mi sono lamentato con la presidenza del comportamento di questi adolescenti che andrebbero portati da uno psichiatra, mi è stato risposto che è colpa mia.

Come sarebbe se un cittadino, aggredito da un delinquente, si sentisse rispondere così, chiamando il 113? questo è darwinismo, questo è mobbing, praticato da perfetti egoisti, da persone fallite. queste persone sono fallite, perché non sono in grado di aiutare degli insegnanti dal carattere mite, come il sottoscritto.

Non sarò mai capace di essere un duro, si vede da come parlo, da come sorrido, si vede da quando vado in mezzo ai ragazzi senza diffidenza. credo che si veda dai miei occhi, si vede dalla mia apertura, si vede dal fatto che mi trovo troppo bene con i ragazzi. Vorrei potere imparare a fingere, per potermi difendere, magari non quest’anno, perché oramai è troppo tardi. Non credo che sarò capace. Non sarò capace. Proverò a fingere durezza, ma ho troppo entusiasmo, ho troppa spontaneità.