insegnamento

V.

Non ero molto contento di insegnare all’alberghiero. Ci vanno i ragazzi svogliati, molto spesso. Molto spesso è un parcheggio per persone che non hanno voglia di fare niente. Mi sono detto: ci sono e ci devo provare. Anzi, non me lo sono neanche detto. L’ho fatto e basta. Perché sì, perché mi piacciono le sfide, anzi, perché sì e basta.

Ho conosciuto V., che è un ragazzo con mille difficoltà in tedesco e molto timido. Si è dato da fare, partecipando anche alle mie lezioni individuali, chiamate sportelli didattici. è educato e simpatico. Ha fatto tantissimi progressi ed ora qualcosa ha imparato, anche se so che non sarà mai un mio concorrente come traduttore. Pochi giorni fa mi cerca nei pressi della sala insegnanti e tira fuori una scatola da un sacchetto. è una scatola di cioccolatini, si chiamano Herzkirschen, cuori di ciliegia. è un regalo da parte mia e dei miei, mi dice. Lei è l’unica ragione per la quale studio tedesco. Ora sono qui, in salotto, guardo la scatola di cioccolatini, che stanno ormai per finire. E sorrido soddisfatto.

P.S. Da qualche post questo blog sta ricominciando ad essere un blog sulla scuola e sulle storie, spesso belle, che capitano in essa. Sta ritrovando se stesso? Chissà?

Storia di L.

L. è una ragazzina con le gambe lunghe e piene e il viso da bambina, che tradisce i suoi 15 anni scarsi. Non è bravissima a scuola, non diventerà mai una traduttrice e probabilmente non andrà all’università. L. ha la faccia paffuta e un sorriso sincero, che rivela come è lei dentro, pura e sincera. Si è impegnata in tedesco, superando molte delle lacune che aveva. Si è impegnata ad aiutare i compagni in difficoltà. L. è una ragazzina solida e di buon cuore. Qualche giorno fa mi è corsa incontro nel corridoio e mi ha abbracciato sussurrandomi, grazie per tutto quello che ha fatto per me. Io ho ricambiato l’abbraccio e mi sono emozionato. Il cuore mi si è aperto e mi sono sentito bene. Quell’abbraccio mi servirà, mi servirà per gli inverni dell’anima, perché la dovrò riscaldare. Che bello insegnare.

Mal di testa

La stanchezza, la rabbia, il rumore, lo sconforto mi causano spesso mal di testa. Non riesco quasi mai a dormire di giorno, quando mi capita è perché sono proprio a pezzi. Ci sono momenti in cui mi sento troppo piccolo per la scuola, ci sono pomeriggi nei quali dormo addirittura 2 ore. Capita raramente, ma capita. Capita di rimanere quasi in catalessi, sentendosi nell’impossibilità di rialzarsi. Capita, ma io continuo. Capita di chiedersi: perché mi intestardisco? E poi arrivano delle risposte. Capita di continuare ad alzarsi, quando è ancora buio, quando fa freddo e si sta bene a letto. Capita di mettersi mille problemi, tante volte penso di non essere abbastanza bravo, mi intristisco se faccio qualche errore nella foga, ho paura di essere noioso. Ho paura, a volte, di essere considerato simpatico e non bravo. A volte ho paura di essere considerato noioso. Quando mi sento rivolgere un grazie, un complimento, soprattutto quando è inaspettato, sorrido sorpreso, sorrido sorpreso sempre. Mi sorprende un po’ anche quando mi chiamano prof, mi sembra strano essere accostato a figure che hanno significato tanto per me, veri giganti della scuola e dell’università. Mi sento minuscolo di fianco a loro, un nano sulle spalle di giganti. 

I social network sono un mezzo potente per conoscersi, permettono di ritrovare qualcuno che non si vede da un po’, permettono di conoscere persone nuove, anche interessanti. Permettono anche di accedere a delle informazioni utili. Se non se ne fa un abuso, se non li si sostituisce alla vita vera, possono essere utili, benefici. Alunni mi chiedono l’amicizia su FB, da diversi anni. Le chat sono quasi sempre simpatiche, gentili, tranne una, qualche tempo fa, con un ragazzotto un po’ fascista. Alle volte le chat possono riempirti il cuore.

è una giornata qualunque durante la settimana e trovo una ragazza, di cui ho già parlato in questo blog. Ci salutiamo, come facciamo spesso. Io pensavo che mi avesse considerato bene, ma mai come mi ha scritto.

Mi scrive che racconta di me, mi scrive che ho una ingenuità e una bontà che le piace tanto, che molti non hanno più. Io sono più ingenuo, spesso degli adolescenti, le scrivo. Le scrivo che non avrò mai il cipiglio del professore “serio”, le scrivo che sono incorreggibile. Le scrivo che ho paura di non crescere mai. Lei ha una diecina d’anni in meno, rispetto a me. Lei mi scrive che è una cosa positiva. Lei sostiene che io, forse ho in mente i professori di vecchio stampo, onniscienti o presunti tali. Mi scrive che so quando sbaglio e rimedio, mi miglioro. Mi scrive che imparo dagli studenti (qualche mese dopo me lo avrebbe detto qualcun altro), MI scrive che, anche quando faccio vedere dei film, è per dare degli stimoli. Mi scrive che il professore non sapere le cose, perché c’è Internet, c’è wikipedia. Mi scrive che Il professore deve insegnare a diventare autonomi nella vita e nello studio, trasmettere curiosità, strumenti per discutere. Conclude scrivendomi che sono un grande esempio, mi scrive che sono umile, perché imparo dagli altri per migliorarmi. Secondo lei la mia ingenuità ristora i sensi. Mi dice di rimanere bambino finché posso, di non cambiare, perché è il mio bello. Mi scrive che non sono un pirla, anche se a volte sembra. Mi scrive che sono molto intelligente. Il messaggio si conclude con la buonanotte e un’altra frase che mi lascia di stucco. Ecco perché il mal di testa, a volte, non fa così male.

Viaggiare

Avevo voglia di specchiarmi nei loro occhi, ragazzini e ragazze, giovani donne e uomini. Da adolescenti ad adulti. Sono tanti, disorientano. Riannodo fili in parte spezzati, da alcuni anni non insegno quella lingua. In una quarta noto qualcosa che non mi convince, ci sono sguardi diffidenti, un po’ seccati per il mio modo di fare. Io ho un modo di fare caloroso ed amichevole, accondiscendente, probabilmente troppo accondiscendente. Vedo che, soprattutto certe femmine, mi guardano male mentre spiego. A me non piace il loro libro di testo, la grammatica è spiegata in modo fumoso e confusionario. I libri di testo di adesso non sono di grande livello. Ingenuamente penso che sia opportuno usarlo, perché, visto che i loro genitori hanno speso i soldi. Durante le mie ore c’è confusione, molti, probabilmente lo fanno apposta, perché non gradiscono la mia presenza. Mi chiedo il motivo, ma non riesco a capirlo. Una volta dobbiamo rinviare la verifica, perché mancano 6 fotocopie (orrore, orrore). Gli sguardi sono gelidi e grondanti indignazione. Un’altra volta, sotto la spinta del caos, sbaglio una coniugazione, salvo accorgermene pochi secondi dopo. I ragazzi, soprattutto certe ragazze, sono bravi ed intelligenti, ma anche molto esigenti, severi, forse troppo. Ci tengono alla scuola e non hanno ancora capito che anche io ci tengo alla scuola, almeno come loro. Non si spiegano e rifiutano con il rumore di sottofondo e gli sguardi gelidi la mia presenza. Entrare in quella classe è complicato, gli sguardi benevoli non sono tanti. Sembra che tutti mi attendano al varco, pronti ad impallinarmi per un minimo sbaglio. Quando cado in errore, addirittura chiamano la preside. è una scuola da 2000 studenti, con tutto quel che avrà da fare, i genitori le vanno a rompere le scatole per una coniugazione. Vengo addirittura convocato in presidenza. Quando esco sono tremante di rabbia e vergogna. Vorrei entrare in quella classe per sfogare la mia ira, ma decido di soprassedere in quanto ho paura di usare del turpiloquio, non adatto ad una scuola, quantomeno ad un insegnante. Gli alunni, oramai, sono liberi di fare un po’ quel che vogliono. Quando arriva il lunedì, vado in quella classe con aria sdegnata ed offesa. Inizio a parlare lentamente, gelidamente. Dopo aver ascoltato le mie parole meditate e dure una ragazza chiede la parola e sostiene che la classe non apprezza il fatto che io usi quel libro di testo e ne preferisce un altro. Sono anche disponibili a fornirmi una copia di un altro manuale per effettuare le fotocopie che mi servono. i rappresentanti non l’hanno più in catalogo. Io chiedo se è l’opinione sul loro testo è opinione di tutti. Confermano. Sono sollevato perché abbiamo parlato, perché abbiamo individuato qual è il problema. Hanno dimostrato di essere anche maturi, oltre ché intelligenti. I giorni successivi trascorrono meglio, più tranquilli. La settimana successiva, dieci giorni dopo forse, c’è il consiglio di classe. Uno dei due rappresentanti, un bravo ragazzo intelligente, chiede scusa al sottoscritto davanti a tutti gli insegnanti e ai rappresentanti dei genitori. Sono contento, faccio solo un cenno. Hanno capito che tengo alla scuola come loro almeno, hanno capito la mia buona fede. Le cose migliorano di giorno in giorno. Hanno saputo rimediare ai loro errori, sono un po’ più donne ed uomini, grazie anche a quegli eventi. Probabilmente anche io sono cresciuto un po’. Ho deciso di iniziare il racconto di questo viaggio in questo istituto da loro, perché adoro le riappacificazioni, mi piace ricucire.

ragionare

entrare in una scuola alle 7 e 40 della mattina significa immergersi in un’esperienza del tutto onirica. Si vedono stropicciamenti di occhi, sguardi assonnati. Il mio sguardo è più assonnato di quello degli studenti. Devo andare, per la prima ora, in una seconda superiore. Sono pochi, non sono classi pollaio come in certe scuole pubbliche. Qualcuno mi deve capire, non è come quando scrivo questo blog che nessuno legge e che a nessuno interessa. E, B, B, A, I, e poi non mi ricordo più. Inizio lentamente, piano piano le cose cambiano, piano piano l’energia e la consapevolezza aumentano. Noto sguardi timorosi, ma anche io sono timoroso. Devo rimanere per due ore e sapere gestire i tempi. L’uomo ricco, è prima di tutto, padrone del proprio tempo. Mi spaventa un po’ rimanere per due ore nella stessa classe, specialmente quando sono stato buttato lì, dal mio mondo fatto di parole scritte su un computer.

Quando esco da lì sono frastornato, devo andare a conoscere gli alunni delle medie. Mi ricordo solo la prima classe che ho incontrato, la seconda superiore. Quella scuola ha un nome che sa di scuolese, lingua imperscrutabile che mi tormenta, liceo delle scienze sociali. Quando andavo a scuola io c’erano il liceo classico, il liceo scientifico, ragioneria, e via di seguito. Adesso ci sono dei nomi astrusi, un po’ ridicoli, che fanno tanto pubblicità del detersivo.

Io sono un tipo abitudinario, sono molto abitudinario. Quando la mia adorata nonna era con me, si mangiava alle 12. Il mio orologio biologico è così tarato da una vita. Quando esco da scuola ho già fame. Ho parcheggiato lontano, non conosco bene quel paese, di cui mi innamorerò presto. C’è un viale molto lungo, ci sono alberi. Quel giorno il cielo è grigio. Penso che sia meglio risparmiare due soldi e decido di andare a casa. Ci sono circa 30 chilometri dalla scuola a casa mia, molti dei quali da percorrere su una lunga arteria stradale di origine romana. Passano pochi chilometri e la forza dell’abitudine prevale su la voglia di risparmiare qualche soldino. C’è la pizzeria a G. B. Mi fermo, entro con la timidezza, di chi deve rispondere, uno, quando il cameriere, al ristorante, chiede quanti siete. Sono da solo, è naturale e giusto andare al ristorante da solo? Quando sono al ristorante senza compagnia, mi sento a disagio all’inizio e mi sento ancora più a disagio quando sono a sedere. Mangio, la pizza è buona, mi sento un po’ spaesato, anche perché so che ho iniziato un viaggio. Debbo mettere in ordine le idee, debbo pensare. Non posso agire solo per inerzia.

Ogni pasto fuori è un rito, al primo e/o al secondo, segue il dolce, il caffè e l’ammazzacaffé. Mi alzo, pago e riesco sulla strada. La frazione è piccola, una diecina di case abbandonate sulla grande strada. Pochi granelli di polvere. è lunedì pomeriggio ed il cielo è grigio, da quel giorno tutto sarebbe cambiato. Il cielo è grigio. Il lunedì, il martedì e il mercoledì ho la prima ora, al lunedì torno a casa alle 3 del pomeriggio. Sono stanco, travolto dagli eventi.

Insegnare vuol dire avere idee, vuol dire avere idee anche alla cassa del supermercato, mentre si posizionano le merci acquistate alla cassa. si è insegnanti sempre, si fa gli insegnanti sempre. Chi non capisce questa passione è privo di vita. Chi non capisce questa passione non può vivere con chi ama l’insegnamento. Chi non capisce questa passione è morto.