gioia

Vincerò anche questa volta

Il titolo potrebbe sembrare il delirio di un esaltato con disturbi della personalità.

è difficile restare indifferenti alle aule vuote, spettrali, senza gli alunni, senza quei corpi a tre dimensioni, senza quegli occhi attenti, felici, distratti, assonnati, che spuntano faticosamente dalle mascherine. è difficile restare indifferenti arrivando davanti alla scuola e non vedere e/o sentire il vociare caotico e simpatico dei ragazzi, molti dei quali, almeno nella scuola in cui lavoro io, sono disciplinati, non si assembrano e hanno la mascherina. è difficile non provare sconforto quando la connessione internet della scuola è efficace quasi quanto quella dei modem analogici e fa spezzettare la tua voce di prof, le loro voci, le cancella del tutto e butta fuori il loro rettangolo di schermo dalla chiamata di meet. è bello vedere tutto il visto dei ragazzi, ma ti si stringe il cuore nel vederli dietro ad un computer.

Quando li vedi entrare a scuola, poche classi complete, qualcuna a metà, provi una sensazione di gioia e sollievo, come se non li vedessi più da tanto tempo, anche se li hai visti solo qualche giorno prima. Allora è il momento di dare ancora di più il meglio di te, allora è il momento di incrociare i loro sguardi. E dimentichi tutto, dimentichi, per quell’ora, questo schifo di virus e tutti il resto, vedi i tuttologi da bar e da internet. Ma anche quando sono dietro ad uno schermo, quando hai risolto i problemi di connessione, dopo aver igienizzato accuratamente la cattedra, solo in quell’aula, anche quando ci sei tu e loro sono altrove, in paese o persi in località collinari o di pianura, allora devi dare il meglio, perché questo lavoro di diverte da matti, perché è una delle tue gioie della vita. Vincerò anche questa volta.

M.

Il tempo non cancella, a volte

Si dice che il tempo cancelli i contorni, ma anche le figure. Si dice che la memoria si vada perdendo, anche per colpa di internet. Mah, forse è vero, ma non sempre.

Era settembre anche cinque anni fa, quando ricevetti la chiamata per quel liceo così lontano da casa mia, addirittura 50 km. Avevo molta paura delle autostrade, in quel periodo. Fatico ancora a capire il perché, visto che il mio unico incidente, in cui ho disfatto la macchina, l’ho avuto poco prima di entrare in tangenziale. Avevo poche ore, 7. Ci dovevo andare per soli due giorni alla settimana, il mercoledì e il sabato, avevo due classi del liceo linguistico. Il primo giorno ero teso e in ansia. Andò tutto bene: i ragazzi, quasi tutte femmine, furono disciplinati e volenterosi. Nonostante ciò tornai a casa distrutto, mi stesi sul divano, dove dormii profondamente. Il tempo cancellò velocemente la stanchezza, sostituita da un’adrenalina che mi dava sempre più energia e voglia di vederli. Quei ragazzi di quel paese di 30000 abitanti, molti dei quali hanno l’accento diverso dal mio, sono simpatici e positivamente vivaci. Ascoltano attentamente, ponendo domande intelligenti, che mi fanno riflettere in tanti modi diversi. Incontro i loro sorrisi al sabato mattina, quando sono stanco morto, perché la sera prima sono andato a farmi una birra e ho dormito 5 ore quella notte. Incontro i loro sorrisi e la stanchezza passa, viene relegata chissà dove. Insegno e imparo, in continuazione. I ragazzi e i genitori sono soddisfatti e felici, io pure. I giorni passano senza che io me ne accorga, tra richieste di rassicurazioni dei genitori “lei rimane, vero? mi raccomando” e un’atmosfera bella e sana con i ragazzi, in cui si impara e si vive bene. Passano solo due mesi, due mesi non sono niente, ma sono anche qualcosa, quando lasciano un segno nell’anima. Passano due mesi e arriva l’aggiornamento delle graduatorie, arriva una telefonata: la persona che era prima di lei ha accettato, il suo incarico è terminato. Il mio dispiacere è enorme, pensando che non avrei più rivisto quei ragazzi, il loro pure. Ricevo tanti messaggi, che mi scaldano l’anima. Organizzano un pranzo al ristorante, in una giornata che di grigio ha solo il cielo. Siamo felici e consapevoli che qualche cosa è nato.

Trascorre poco tempo e inizia un altro incarico, pieno di gloria e sorrisi, fatica bella e soddisfazioni.

Gli anni scivolano e arriva questa richiesta di disponibilità, dallo stesso liceo, questa volta per una cattedra piena. Non sono sicurissimo di candidarmi, perché è molto lontano. Lo faccio e ottengo il posto. All’inizio sono preoccupato, ma la preoccupazione svanisce un po’ alla volta, travolta dall’energia e dalla gioia che mi danno i ragazzi, ma anche i colleghi.

Incontro una collega, la quale si ricorda di quando, cinque anni prima avevo lavorato lì e mi dice: erano tanto contenti di te, i ragazzi. A volte il tempo non cancella.

Per questo faccio l’insegnante.

M.

La dedico anche a quest’anno

Dedicavo questa canzone agli anni scorsi, a diversi degli anni scorsi, ma la dedico anche a quest’anno, alle emozioni, alle consolazioni che ho ricevuto dalla scuola, alla meravigliosa quinta, alla sezione in ospedale, alle terze, ma anche alla quarta. Alle fatiche, ma anche a mia madre, che mi ha detto più volte, con tono di rimprovero, sono quattro/cinque mesi che sei a casa, come se a casa non avessi fatto niente, come se avessi provocato io la pandemia, come se la didattica on line fosse stata nulla, come se non ci fosse stata la libera professione, anche. A presto. https://www.youtube.com/watch?v=iq1X4TN28xk

M.

Lei è una persona solare

Mi hanno detto anche questo, quelle ragazze belle dentro, di fuori, sopra e sotto, ma anche tutto intorno. è vero, ma per merito vostro soprattutto, siete voi il mio sole.

Che bello vederle/i, vestiti a festa, sfoggianti abiti lunghi, tatuaggi, pettinature nuove e sorrisi, qualche tacco alto, tinture di capelli e camice eleganti. Che belli/e, che belli e veri, che belli i loro sorrisi e le loro lacrime di gioia e commozione. Ho detto loro cosa penso e mi hanno detto: prof, ha fatto piangere anche una persona che fa spagnolo. Io non ho pianto, mi sono emozionato, certamente, ma ho sorriso.

Ho sorriso, perché loro hanno capito chi sono. Ho sorriso, perché hanno dissipato gli ultimi dubbi che avevo sull’Istituto Alberghiero. è stato il secondo anno, ho avuto qualche perplessità, mai su quella classe, ovviamente, che ho amato alla follia. Ho avuto qualche perplessità su quel luogo, perché è pieno di contraddizioni, perché non assomiglia ai posti a cui ero abituato. Ma ho capito, ho ancora di più avuto la certezza di aver fatto centro. Anche lì c’è rimasto un pezzo della mia anima. E se tornassi per la terza volta?

Coronavirus

Non mi metto a fare lo pseudovirologo, non ci capisco niente. Vi rassicuro. In questi giorni sono a casa da scuola e mi sto dedicando alle traduzioni. è il tempo anche della riflessione, è il tempo in cui posso un po’ guardarmi dentro e vedere cosa manca. Lo scrivo troppo spesso, forse perché manca qualcosa. Già.

Qualche settimana fa sono andato a fare un esame, un esame che certifica eventuali problemi neurologici. A dicembre ero svenuto, per fortuna la mia mamma mi aveva sorretto, facendosi un gran male al polso. Io sono grande e grosso. L’esame era in ospedale, alle 8 del mattino. Il medico che mi ha esaminato è una persona umana e civile e non è così scontato. Mi ha legato ad un lettino, che ha spostato in verticale per mezz’ora. Mi ha misurato le pulsazioni e la pressione. Ma non è di questo che voglio parlare.

Quel giorno non ho preso tutta la giornata di libertà a scuola, solo le prime ore. Quando sono uscito dall’ospedale erano le 11, ho preso subito la macchina. Mentre stavo percorrendo il breve tratto di autostrada che separa l’ospedale dalla scuola sentivo una gioia folle. Sembrava la prima volta che andavo a scuola dopo anni, invece c’ero andato il pomeriggio precedente. Ci andavo per sole due ore, i ragazzi sono buoni e simpatici, anche se di una discreta ignoranza, ma a me importa la loro sostanza e quella c’è. Sono state due ore di vera festa, anche se ho fatto lezione come qualsiasi altra volta. La scuola è sempre una gioia, è sempre una consolazione. Il cuore batte ancora.

M.

Come un libro che si scrive da solo

Questo post non riesco a finirlo. Un giorno non ho tempo, il giorno successivo manca la corrente, stasera ho molto sonno. Forse non avrà tanta logica, forse non avrà un preciso conduttore. Ma è uno sfogo, rappresenta qualcosa che deve uscire, un’esigenza di liberazione, di liberarsi da qualcosa, sempre e comunque, in ogni caso.

Come un libro che si scrive da solo, come un libro che si scrive da solo maluccio, con una sintassi incerta e qualche errore di grammatica. Questa è la storia di un lento tramonto, che va a finire dove deve finire, senza bisogno di uno sceneggiatore sagace, ma con un finale già scritto. Non è un finale lieto, ma non è nemmeno particolarmente tragico. è una storia che è capitata a scuola, ma sarebbe potuto capitare ovunque. è capitata a me, ma sarebbe potuta capitare a chiunque. Qualcuno lo chiama mobbing, qualcuno lo chiama stronzaggine, qualcuno lo chiama maleducazione. Le vittime di questo fenomeno possono andare incontro alla depressione, c’è persino chi si suicida. Io non mi suicido, sono abbastanza forte, non credo nemmeno di essere depresso.

Siamo nella pianura, in un paese che non fa nemmeno comune. è una frazione all’estremo est della provincia, al confine con la provincia successiva. Per arrivarci, dalla città, ci vogliono 45 minuti con l’automobile, attraverso una statale, una provinciale e una strada stretta stretta, dove passa un’auto alla volta. Il percorso è spesso avvolto dalla nebbia, in un tutto indistinto grigio. Quando passo per la strada stretta stretta e c’è la nebbia, c’è quasi sempre, io ho paura. Ho paura di finire nel fosso oppure di cozzare contro un’altra macchina. Vado piano, qualche volta impreco, mi distraggo con la musica. A volte canto, male ma canto. Per me andare al lavoro è un rito solipsistico. Ho bisogno di tempo per stare con me, per collegare pensieri e sensazioni. Non potrei andare con i mezzi. Servono tre autobus per arrivare in quel paesino dimenticato dal mondo. Dovrei alzarmi troppo presto  e un po’ mi pesa. Qualche malalingua potrebbe insinuare che io sia un po’ egoista. Se tutti ragionassero come me, l’inquinamento aumenterebbe a dismisura. E forse quella malalingua avrebbe anche un po’ ragione. Forse comincia a pesarmi anche questo lavoro, perché c’è aria cattiva, c’è aria chiusa in quella scuola. O forse no.

Faccio l’insegnante di sostegno e sono in aula con altri insegnanti, molti dei quali assomigliano solo vagamente ad un insegnante: sono brutti dentro, confusi e pericolosi. Sono annoiati, sono tristi, e frustrati. Io sono allegro, invece. A me piace quel lavoro, a loro no. E si vede. Ho tanto da dare e tanto da raccontare. Ho anche un aspetto curato, che corrisponde al mio ordine mentale e al mio benessere interiore. A loro, a questi insegnanti faccio paura. Che strano, non dovrei fare paura a nessuno. Ho un’aria rassicurante e serena, spesso sorrido. Faccio paura proprio per quello, già. Rappresento quello che loro non sono e non potranno mai essere. Sono cupi, maledicono quel dio cattivo che li ha destinati ad una sorte per loro triste. Sono impreparati, le loro ore sono uno strazio di insipienza e ignoranza. Come si fa ad esorcizzare un pericolo, cioè il sottoscritto? Si inizia con il non salutarlo o salutandolo con malavoglia. Bisogna fargli capire che lui non ha identità, che lui non c’è, anche se c’è. Il sottoscritto è un insegnante di tedesco con esperienza e la cosiddetta insegnante di tedesco che è in classe se ne strafrega di lui, rifiutando ogni collaborazione, nonostante lei si trovi in grande difficoltà didattica e disciplinare. L’insegnante di musica, chiamiamola così, non lo ritiene nemmeno degno di autorizzare gli alunni ad andare in bagno. E non sono i soli esempi. Ma torniamo all’insegnante di musica, chiamiamola così. Un giorno di primavera siamo nel cortile di cemento della scuola. Il verde è poco e malridotto. Una bambina di quella classe si avvicina all’insegnante di sostegno. Sorride, gli va a pochi centimetri dal volto. Gli fa un tremendo rutto in faccia. L’insegnante di sostegno rimane basito e avverte la “collega”. La “collega” gli risponde, davanti a degli alunni, davanti a dei ragazzini di 11-12 anni, che non è affar suo e che di quella mancanza di rispetto non gliene importa nulla. Il suo obiettivo era umiliarmi, sicuramente. Non c’è riuscita, non mi ha traumatizzato. Quella notte ho dormito lo stesso. Quella collega ha trasmesso un insegnamento, se così lo vogliamo chiamare, a dei dodicenni. Che ad un insegnante di sostegno si può ruttare in faccia impunemente. Che un insegnante, che una persona può non meritare rispetto, in base all’arbitrio di qualcuno. Questa può essere la scuola pubblica. Che non è più pubblica. Perché cerca di escludere qualcuno, di farlo sentire meno degli altri, di farlo sentire niente. Quel qualcuno sono io. Ma soprattutto è una scuola che diseduca, che fa del male a dei ragazzini, che non educa dei cittadini.

Ma trasferiamoci di pochi chilometri. In un grande edificio pieno di luce, in paese, ma vicino alla campagna, ci sono sempre io. Siamo in una scuola superiore, in un luogo santo e benedetto dalla vita di cui ho già parlato. C’è un preside saggio e lungimirante, il quale, prima mi propone di fare da interprete di russo davanti a centinaia di alunni e prof e poi mi propone di tenere un corso di russo in quella scuola. Sono felice anche solo per la proposta e accetto con entusiasmo. Vengo a sapere che il numero minimo di partecipanti per avviare il corso è di 15 e penso che non partirà mai. Ma sono felice lo stesso. è una grande dimostrazione di fiducia nei miei confronti e questo basta. Passano i giorni e scopro che gli iscritti sono 20. Il corso si farà. Loro sono ragazzini normali, non dei nerds. Sono ragazzini che hanno una vita, il fidanzato, la discoteca. Sono ragazzini che vanno per lunghe ore a scuola e che, un giorno alla settimana, invece di andare a casa, mangiano un panino al volo e studiano russo per due ore, dopo 6 ore di scuola. Molti di loro sono miei alunni di tedesco e mi dicono che si iscrivono solo perché l’insegnante di russo sono io. Una mattina in corridoio il preside mi ferma, per farmi i complimenti e poi mi dice, si comunica quello che si è. Sono felice e orgogliosissimo, faccio un sorriso di soddisfazione e appagamento. Penso anche che sia una vittoria per quei ragazzi, entusiasti e belli. è anche una vittoria per la scuola pubblica, sì, una piccola grande vittoria.

Stasera alle 22 06 del 22 ottobre sto per dare il via libera a queste parole. Hanno occupato alcune delle mie ore ed entreranno nelle vostre. è stata una gestazione un po’ lunga, non so se difficile. Stasera fa molto caldo, anche se è ottobre. Indosso un paio di pantaloncini e una maglietta. Ho sonno e una piccola soddisfazione: vi ho raccontato qualcosa. A presto.

M.

Tutto pazzo

Tutto è pazzo, forte bellissimo, pieno di senso o senza senso. Continuo ad essere innamorato, continuo ad avere perso la testa. ed è tutto perfetto. Sono innamorato e mi godo questa sbornia da sobrio finché dura. La persona che amo è stupenda, pazzescamente sensibile, bellissima dentro. Ora sto scrivendo un po’ a casaccio, come è confuso il mio cuore. Il mio cuore è confuso e felice. La persona che amo è bellissima fuori, fragile e forte. Amore solamente amore, bei colori e solo gioia o qualche dolore, boh. Andiamo avanti, duri quel che duri.

Le piccole cose

Questa mattina sono stato a fare lezione. Torno a casa e c’era una luce bellissima, portata dal bel sole di ottobre. La ragazza kirghiza che mi aiuta per le pulizie aveva spalancato la finestra della sala e dalla finestra entrava un calore gentile e piacevole. Sono rimasto a lavorare davanti alla finestra spalancata, deliziato da quel tepore. Sono stato bene fisicamente e psicologicamente. Devo ricordarmi di gioire delle piccole cose.

A presto.

M:

visto che fotografo sempre acqua

Acque di Guccini

L’ACQUA E’ INSEGNATA DALLA SETE
L’acqua è insegnata dalla sete.
La terra, dagli oceani traversati.
La gioia, dal dolore.
La pace, dai racconti di battaglia.
L’amore da un’impronta di memoria.
Gli uccelli, dalla neve.

Emily Dickinson

passioni

qualche settimana fa, di sabato, mi trovavo nel corridoio della scuola. era il momento dell’intervallo, mi avevano assegnato alla vigilanza dei ragazzuoli. si avvicina a me M. M. è una ragazzina con gli occhi profondi ed espressivi, piccola e con l’aria gentile. Mi parla gentilmente, mi dice, so che lei piacerebbe molto a mio padre, come è piaciuto a me, le andrebbe di provare del cibo del Bangladesh? da quando l’ho vista, ho capito che con lei avremmo imparato il tedesco. Io rimango stupido e deliziato e mi esce un sorriso. è una ragazzina brava e volenterosa, dalla faccia pulita e dall’aria rassicurante. Le dico che accetto il suo invito a pranzo e le dico che è una persona molto positiva.