genitori

Tutto bene

Tutto bene, tutto bene per davvero. La strada prosegue, è giusto che prosegua.

Fai un colloquio on line un venerdì di aprile e ricevi questi riscontri. “Noi genitori speriamo che lei rimanga, perché ha saputo costruire una grande empatia con gli alunni”

Non devo mai scordarlo, non devo mai allontanare dalla mente e dall’anima queste perle. Mi servono e mi serviranno, per quando arriverà l’inverno, l’inverno dentro. Mi servono comunque, per rendermi conto che quello che faccio un senso. Mi servono, per sorridere, mi servono per essere felice e darmi la felicità che merito.

Decadenza e altro

Alcuni giorni fa ho letto un’intervista ad un preside, che parlava della proliferazione dei supplenti nella scuola. Questo preside sostiene che coloro i quali vengono dopo nella graduatoria valgano meno degli altri. Questo signore racconta che i genitori scrivono delle mail sull’incompetenza del professore di matematica o che gli studenti bussano alla sua porta lamentandosi del professore di inglese, che parla italiano. Mi auguro che l’intervista sia stata tagliata per ragioni di spazio e che il senso di essa sia stato distorto. Il preside fa capire che prende per oro colato tutto quanto gli viene detto da genitori ed alunni. Non ammette il beneficio del dubbio, non effettua verifiche. I professori, veri o presunti incompetenti, vengono messi alla gogna, senza accertare quanto di vero. La scuola è vittima di un tribunale sgangherato, che compie processi sommari che hanno un solo risultato, la condanna degli insegnanti. Quanto alla presunta impreparazione degli insegnanti che hanno meno punti in graduatoria, posso affermare che si tratta di un’affermazione apodittica. Mi è capitato di trovare degli insegnanti “anziani” preparati, ma anche degli insegnanti “anziani” del tutto impreparati, così come tra i giovani ci sono quelli bravi e quelli meno bravi. L’intervista di questo signor preside è dunque un profluvio di banalità da comari di ballatoio, in cui il ruolo degli insegnanti è umiliato, se hanno la sventura di restare vittime di genitori apprensivi, impiccioni e spesso in malafede o di alunni che non accettano le regole.

Lavoro da anni nella scuola. Mi dicono che sono bravo. Anche io, come tutti, ho iniziato. Anche io, come tutti, sono stato più ingenuo e ho dovuto capire come muovermi, qualche volta. Ho avuto bisogno di seguire esempi altrui, ho avuto bisogno di seguire la mia ragione e il mio sentimento. Ho avuto bisogno di colleghi e presidi, in grado di guidare le proprie scuole e i propri insegnanti a raggiungere i migliori risultati. Credo che a scuola dovrebbe funzionare un patto tra alunni, genitori, preside e insegnanti. Credo che ognuno dovrebbe rispettare il ruolo dell’altro e collaborare per il bene della scuola, che è il bene degli alunni e delle famiglie, come quello degli insegnanti. Gli alunni devono diventare dei cittadini consapevoli, che vivono nelle regole. Gli insegnanti devono trasmettere contenuti, ma devono trasmettere anche benessere emotivo. La scuola deve essere anche fatica e impegno. Se c’è un problema con un insegnante se ne parla innanzitutto con lui/lei, poi si va dal prof coordinatore di classe, poi dal vicepreside o dal preside. E tutto deve essere svolto con uno spirito positivo, non per attaccare nessuno. Se l’insegnante è in conclamata malafede, allora il discorso cambia, ma ci vuole gradualità e buon senso.

Mi sembra assurdo dovere scrivere queste frasi, che suonerebbero banali se non fossimo in una situazione, che, a volte, diventa grottesca e prefascista. Avallare il dominio e l’arbitrio di genitori e insegnanti arroganti e in malafede è privatizzare la scuola pubblica, che diventa la proprietà di queste persone, che procurano il male soprattutto di adolescenti troppo deboli e immaturi per accettare dei no e delle sgridate, incapaci di elaborare le frustrazioni. è sommamente fascista accettare che degli insegnanti siano soggiogati dal tallone di ferro di questi inquisitori. Accettare questo significa consegnare la scuola nelle mani dei prepotenti. Un preside che accetta questo è un don Abbondio.

Questa non è la mia scuola, a scuola lavoro molto e faccio lavorare molto gli alunni. A scuola so sorridere e scherzare, ma so anche dire dei no e sgridare. Mi metto a sedere ad ascoltare gli alunni, tutte le volte che devono dirmi qualcosa. Per me la scuola è quella delle feste in discoteca a cui mi invitano i miei alunni, ma per me la scuola è anche quella di ore di lezione intensissime, dalle 13 alle 14 magari, in cui spiego e/o interrogo e gli alunni escono stanchi, ma con il sorriso. La mia scuola è quella in cui un preside illuminato invita una giornalista russa e mi chiede di fare da interprete, davanti a 400 tra alunni e prof, e mi presenta dicendo che sono una grande risorsa per l’istituto. è la scuola in cui si valorizzano le risorse, con intelligenza e saggezza.  Questa è la scuola per me.

Punire

Quando mi trovo di fronte a situazioni problematiche a scuola, il dilemma è sempre quello: punire o no? Io non amo granché le punizioni, specialmente quando non vengono capite. Mi piace parlare, l’ho già scritto mille volte. Qualche volta servono le punizioni, per far capire che esistono i limiti, oltre i quali non si può andare. 

GM è una ragazzina, piccola e magra, con i capelli neri lisci lunghi. Quando entra in classe ha sempre il muso lungo, sembra una donna matura con tre figli, precaria, che deve pagare mutuo e bollette varie. GM è brillante, intelligente, distratta, bizzosa. GM è in terza media, penso che la terza media sia un momento critico, perché i preadolescenti non sono né ragazzi, né bambini, né carne, né pesce. Professor Michele, il Tribunale Supremo Contro i Luoghi Comuni le impone di smetterla subito! Ok, Vostro Onore, risponde l’attonito Michele. Gm è un bel po’ lunatica, martedì scorso non stava mai attenta, l’ho sgridata più volte, ma continuava imperterrita. La lezione è stata abbastanza difficoltosa, quando questa, al momento del suono della campana, esclama “Era Ora!”. 

In quel momento ho avvertito una sensazione, che le mie parole fossero sprecate e assurde. Insegnare è mestiere di parola, ho avvertito la sensazione di star perdendo tempo. Non mi piace questa sensazione. Non esco di casa e vado a scuola, per quel misero stipendio, La sgrido, con la sensazione che quelle parole non servano a nulla. Penso di mandarla dalla preside per un nanosecondo, poi recedo, perché sono convinto che lei non voglia seccature e si scoccerebbe con me. Lei se ne va. Penso di scrivere una comunicazione ai suoi genitori sul registro elettronico, ma l’ho già scritta, ed è servito il giusto. Mi sono sentito inutile, come un colbacco il 15 agosto. Decido per una nota sul registro elettronico, la suora magra ed evasiva ci ha detto di scrivere note solo per i casi gravi e questo mi sembra un caso grave. Voglio far capire a questa viperetta, che si crede la figlia della santanché, che ci sono regole e che vanno rispettate. 

La rivedo il giorno dopo a scuola, lei, assieme ad un’altra compagna, si avvicina a me con un sorrisino imbarazzato, perché mi ha messo la nota. Io le rispondo, perché non ci si rivolge così a nessuno, ci sono delle regole. Le rispondo freddamente, vado per le spicce e sono un po’ imbarazzato anche io. Il giorno successivo ho lezione con quella classe e ne ho poca voglia, visto che mi sembra di perdere tempo. Se una persona non si rende conto di aver sbagliato, quando è così palese, mi sembra che i discorsi non abbiano senso. Quando le parlo, mi rivolgo tranquillamente, le dico che non mi piace mettere note. Io penso, a lei non l’ho detto, che sia una scorciatoia quando non si sa più cosa fare con un alunno. Lei, sussurrando, mi dice, però me l’ha messa, prima che io le risponda, l’altra viperetta, quella che vuole 10, le dice, stai zitta, altrimenti te ne da un’altra. Io inizio a parlare e le dico, sai che originalità, che, a volte, nella vita, bisogna fare anche ciò che non si ama, blablabla. 

Beh, i ragazzi sono stati bravi e anche quella che pensava di essere la figlia della santanchè, è stata attenta e disciplinata. Continuerà? Boh! 

Sabato mattina vado a scuola, mancano 10 minuti alle 9, ho un sonno bestiale, la sera prima ho fatto le due e mezza. Al venerdì sera, cascasse il mondo, voglio uscire. Sul vetro della porta della scuola delle suore, c’è un cartello “Importante ELEZIONE DEL CONSIGLIO DI ISTITUTO” Penso: machissenefrega, ma decido di votare lo stesso. Mi piace votare, ognuno ha i suoi vizi, sempre meglio che fumare. Entro e, con voce assonnata, saluto la scrutatrice, la madre di GM. Voto, la cugina di mia madre che lavora dalle suore da 30 anni abbondanti. Quando sto per uscire, la madre di GM mi dice, si ricorda  di me, sono la mamma di GM. Sì, mi ricordo, ecc. ecc. Parliamo della vicenda nota, la signora sta dalla mia parte e mi dice che la figlia è preoccupata. Nella scuola delle suore c’è del bullismo contro di lei, mi dice. Ora, questo fatto è paradigmatico. In un ambiente protetto per definizione si verificano dei fenomeni che, una volta, succedevano nelle scuole medie “di frontiera”, come quella che ho frequentato io, vicino alla casa dove abito anche ora. Io sono stato vittima di due bulli, che provenivano da famiglie difficili, che mi volevano impedire di salire sull’autobus, che mi rincorrevano alle fermate con la bicicletta, per bloccarmi il passaggio. Io reagii sempre, anche facendo a pugni, e denunciandoli alla preside, che li fece sospendere. Uno dei due bulli avrebbe, in seguito, fatto diverse gite più o meno lunghe nelle patrie galere. Che stia finendo anche l’ambiente protetto? Per certi versi, confrontarsi con la vita, anche nei suoi aspetti più spiacevoli, basta che non si esageri naturalmente, forse non è male, ma mi sorprende come stiano decadendo quei mondi. O sono sempre stati così?

Alcuni giorni fa è venuta a parlare con me la madre della viperetta che vuole sempre il 10, è una persona tranquilla e a modo. Le ho raccontato della figlia, che è brava, ma troppo ansiosa. Mi ha colpito una sua frase, il prossimo anno andrà in una scuola pubblica. Quello è un ambiente un po’ meno protetto e non potrà permettersi momenti di rilassamento.  Si è ricreduta?

Sono sempre più orgoglioso di aver frequentato SOLO scuole pubbliche.

contaminazioni

Qualche giorno fa ho scritto il post intitolato “Pettegoli”. Parlavo di una donna stupida, che conosce un uomo stupido. Questa donna grassa e stupida mi ha incontrato davanti alla scuola cattolica nella quale insegno e mi ha detto “dovrai adattarti alla scuola cattolica”, con aria ironico-sarcastica. Io ho risposto che mi sono trovato benissimo nella scuola cattolica, ed è vero. e questa deficiente mi ha detto: M. ha detto che sei falcemartello. 

Io penso che questo paese abbia una mentalità da curva calcistica. Non si valutano le persone, non si valutano le sfumature. Non viene valutata la corrispondenza tra le parole e le cose. Quali sono i contenuti, di cosa sono riempiti i contenitori. 

Alcuni giorni fa dovevo preparare i ragazzi per l’ultima ora, si trattava di una terza media. Sono piccoli, ma non piccolissimi. Li ho dapprima catechizzati, mi raccomando usciamo in ordine, senza far rumore, senza urlare. Avevo un po’ di paura. Arriva il suono della campana e si preparano disciplinatamente, quando suona la campana apro la porta dell’aula. Il corridoio è zeppo di ragazzini, il corridoio è stretto. Davanti alle scale c’è la preside, la suora magra. Dirige il traffico, decide quale gruppo deve passare e quale deve aspettare. i ragazzi stanno calmi, non c’è neanche tanto caos. Quando arriva il momento mi dice, puoi passare. Scendiamo, i ragazzi non corrono. Quando arriviamo alla fine delle scale, mancano pochi passi all’uscita e accelerano il passo. L’uscita è andata bene.

Mi ha fatto piacere che la suora magra dirigesse il traffico. è stato un segno di presenza tangibile, ho sentito il mio lavoro tutelato, molto più tutelato rispetto allo scorso anno quando il preside e diversi colleghi si sono dimostrati menefreghisti, quando ho manifestato loro dei problemi con certi alunni. 

Io non ho figli, se li avessi non li manderei in una scuola cattolica per ovvi motivi, ma, almeno in parte, capisco i genitori che mandano i figli alle private. L’anno scorso ho avuto la sensazione che molti dei colleghi menefreghisti e lassisti avessero agito in quel modo per due ragioni: primo, perché suggestionati da un incomprensibile buonismo finto sinistroide, e poi per scaricarsi le responsabilità, visto che in quella scuola ci sono circa 1300 studenti e allora è molto più comodo fregarsene e scaricare le colpe sugli insegnanti, piuttosto che affrontare degli alunni che sono destinati a rimanere in quella scuola anche per 5 anni, con annessi genitori. 

Queste vicende mi insegnano una cosa, Credo di potere compiere un pezzo di strada insieme anche a quelle persone, alla suora magra, perché penso che, almeno per questi giorni, insegnino il senso di una comunità. Sembrerà una sciocchezza, ma la presenza di una preside che controlla e dirige il flusso degli studenti in uscita ha una valenza simbolica, perché tiene fermo il principio del rispetto delle regole. Non so cosa accadrà in futuro, magari cambierò idea, magari me ne andrò tra poco, ma, per adesso, mi sento più protetto rispetto alla scuola pubblica. E non sono diventato ciellino, non sono diventato cattolico, né mai lo diventerò, continuerò ad essere comunista. Penso che questa esperienza possa insegnarmi a diventare più rigoroso, perché sono in un ambiente nel quale penso che il rigore sia apprezzato. Percorrere un pezzo di strada assieme può solo aiutare.