droga

Ospedali

ed ecco un altro racconto che ho scritto qualche mese fa. è tutto vero e lo adoro…

OSPEDALI

 

Ho ancora il ricordo dell’anima a pezzi che avevo il giorno in cui sono uscito dall’ospedale l’ultima volta, quasi un anno e mezzo fa. Ho ancora il ricordo di quando sono diventato un pezzo di carne, il giorno in cui mi hanno preso di peso per portarmi in ospedale, senza darmi il tempo di ricompormi, di vestirmi. Era febbraio e faceva un freddo boia. Mi hanno trascinato in mutande in una fredda mattina di febbraio, hanno supposto che io facessi uso di droghe, addirittura. Ero banalmente svenuto, una banale sincope, la chiamano. Pensateci e pensiamoci. Ero io, una persona normale, una persona come tante. Avrebbe potuto essere chiunque, avremmo potuto essere tutti. Siamo esseri senzienti, viviamo e soffriamo. Ci troviamo in condizione di bisogno, diventiamo minuscoli e fragili. In quel momento abbiamo ancora più bisogno di aiuto e comprensione. E invece, diventiamo oggetti, pezzi di carne morta nelle mani di portantini senza umanità. Uscii con un profondo terrore ed orrore per quel luogo, per quei luoghi.

 

Nei mesi successivi ho fatto esperienze, sono andato in gita a Praga con i miei alunni. Ho vissuto tanto e ho vissuto bene. Ho continuato ad amare la vita, di un amore folle, spesso corrisposto. Ho amato tanto, forse troppo. Ho continuato a pensare che l’unica soluzione sia amare, anche perché è l’unica cosa che so fare. Trascorrono i mesi, che dispensano spesso cose belle. Alcuni mesi fa mi arriva una telefonata da parte della collega, che coordina la sezione in ospedale della scuola in cui lavoro. Mi propone di insegnare tedesco ad un ragazzino malato. Io rimango sorpreso e, ammetto, pure un po’ preoccupato. Non avevo voglia di entrare in un ospedale, quasi che l’entrata in un luogo del genere facesse rinascere il profondo dolore. Non sapevo assolutamente, come fosse la scuola lì. Mi immaginavo delle lezioni all’interno dei reparti ospedalieri. Pongo molte domande alla collega, con la paura di trovarmi di fronte ad un alunno con il volto e il corpo straziati dalla sofferenza fisica. La mia collega dissipa molta parte dei miei dubbi e mi convinco. O forse sono quasi convinto. Parto per la mia prima mattina nella scuola ospedale e cerco di non pensare troppo a quello che mi sta accadere. Esco dalla città, dopo essere uscito dall’autostrada e risalgo il dolce pendio di una collina baciata dal sole. Mi sembra di stare andando ad una gita. Entro nell’ospedale, gremito da folle veloci e lente. Al centralino dell’ospedale faccio chiamare la mia collega, la quale arriva e mi da il benvenuto, accompagnandomi al piano della scuola, dove non ci sono reparti ospedalieri, proprio per fare “staccare la spina” ai pazienti. L’ospedale nel quale si trova la scuola è dedicato a pazienti con lesioni del midollo spinale e il mio alunno è stato vittima di un grave incidente stradale, finendo in coma ed essendo operato un’infinità di volte. La mia collega è una persona accogliente e tranquillizzante e, quando arriva il mio alunno, mi accorgo che anche lui è così. Facciamo conoscenza, inizio a spiegare tedesco con la sicurezza di sempre e il mio alunno mi segue, mostrando passione e dandomi serenità. Finisce la lezione, il ragazzo se ne va, con qualche rammarico, perché avrebbe voluto continuare, ma anche con un po’ di dispiacere mio, perché mi fa sentire bene. Emana delle vibrazioni positive, che cerco di ritrovare nella natura splendidamente primaverile che circonda quell’ospedale, dove ha sede la scuola. Attorno al tavolo a cui stiamo seduti ci sono altri alunni e professori, che spiegano un sacco di materie: scienze, italiano, inglese,… Ogni tanto penso che forse anche gli altri insegnanti provano sensazioni simili alle mie. e penso che sia vero. Esiste ancora chi vive questo mestiere con sentimento. Altrimenti non lo farebbero, almeno molti di loro. Penso che garantire il diritto allo studio di chi sta soffrendo sia una ricchezza infinita e sia la riprova che la scuola pubblica, nonostante tutto, è ancora un’ancora di salvezza per la nostra società. Durante e dopo le lezioni mi godo le sensazioni, la sensazione di giovamento estremo che mi porta il rapporto con un ragazzo come lui. Penso che stia crescendo la sua conoscenza del tedesco, ma penso che, soprattutto, la mia anima sia beneficata da lui. Credo di avere assistito a delle lezioni, chiamiamole di resilienza, chiamiamole di vita. Ho assistito a delle lezioni di forza di vita e spero di essere stato almeno un buon allievo, almeno di avere la sufficienza, di non essere stato rimandato a settembre. Martedì scorso è stata l’ultima lezione, lui mi ha raccontato che da 7 mesi sta in ospedale e che vorrebbe presto ritornare a casa propria, molto lontano da quell’ospedale. Io gli ho fatto gli auguri e l’ho ringraziato per il giovamento che ho tratto da quelle lezioni. Si sta proprio bene con te, mi sono trovato veramente bene. Tu sei veramente una persona positiva. Lui mi ha ringraziato e mi ha detto, bisogna essere sempre positivi. Io ho sorriso, per tanti motivi, sicuramente, il primo è che sono stato fortunato ad avere un insegnante di vita come lui. Ha insegnato più lui a me di quanto io abbia insegnato a lui. Ho ringraziato anche la mia collega, per l’opportunità che mi ha detto. Ho sbloccato un po’ la mia timidezza, la mia ritrosia ad esprimere tutto quello che provo. Perché era giusto così, perché è stato bello così. W la vita! (Non avrei mai creduto che stare in un ospedale avrebbe potuto anche essere bellissimo)

ma adesso basta

Sono solo in casa e un silenzio assordante mi devasta e distrugge. Sento che devo scrivere, per curarmi. Ho bisogno della parola, per frantumare il dolore. Il mio corpo è sempre stato in salute e da un po’ di tempo non risponde ai comandi. Vado in ospedale e faticano a capire cos’ho. Non so neanche io cosa ho di preciso. Qualcuno ha sospettato perfino che io fossi drogato. Non fumo nemmeno. Sono pieno di angoscia, paura e un senso di vuoto mi opprime. Ancora per qualche giorno non potrò fare sport. Ricomincio il 20, o almeno spero, dopo un mese. Vi prometto che smetterò presto, l’inverno dell’anima deve finire.

Non riesco nemmeno a piangere.

Lettera

Ieri avrei voluto dormire. Lavoro tanto, avrei voluto riposare. Sto dormendo nella mia camera da letto e sento un rumore. Mi sembra che un’automobile sia stata urtata. Penso, sembra che il rumore provenga dalla mia automobile. Ma noooo, non può essere, penso subito dopo. Pochi minuti dopo qualcuno suona alla porta. Penso, sarà il solito rompicoglioni venditore. C’è la crisi, i poveri sfigati giovani devono arrangiarsi come possono. Mi alzo come uno zombi, in mutande. Vado a chiedere chi è. è la vicina, che sta al piano di sopra. Ti ho investito la macchina, dice con voce biascicante. Apro la porta e mi trovo davanti una donna giovane, pesantemente truccata, ubriaca fradicia. Io mi sono vestito nel frattempo. Esco con la barba sfatta e vedo i danni, ho un segno sulla fiancata e la calotta dello specchietto retrovisore se ne è andata. Le dico tranquillamente, diamo lo scarico all’assicurazione. Lei mi risponde, è meglio di no, perché io non ho la patente. La guardo sbalordito. Vado a mettermi le scarpe e vado dal carrozziere. Ci sono 500 euro di danni.
Torno a casa. Vivo in un condominio popolare, ultrapopolare. Sono arrivati uomini e donne, una quarantina di anni fa, operai, persone umili, alcuni ignoranti, altri intelligenti, altri in buona fede. Hanno lavorato, si sono comprati la casa. Qualcuno è un po’ prepotente, ha combinato un po’ di scherzi al vicino. Sono persone normali, un po’ buoni, un po’ hanno votato comunista, un po’ sono razzisti, Sono normali. Quella donna giovane ed ubriaca è la moglie di un ragazzo normale, lavora all’estero. è un trasfertista. Lui è un ragazzo normale. che ha ricevuto un’educazione di “sani principi”. Lei mi apre la porta senza scarpe, drogata, ubriaca. Sul tavolo della sala ha dei caccoli di hashish. Ha un figlio di 5 anni. Mi chiede come mi chiamo e mi dà la mano. Cerca di convincermi a rinunciare ai soldi. Io voglio i soldi. Lo chiedo in modo cortese e fermo. Lei grida e mi manda a fanculo. Grida frasi sconnesse contro il bambino. Il bambino sembra calmo. Grida frasi sconnesse contro di me. Piange. Fuma un cannone. Sembra impasticcata. Mi da prima 200, 300, 350 euro. Delira. Arriva a 400 euro e si rifiuta di completare il risarcimento. Io sembro calmo.
Contatto suo cognato. Suo cognato è una persona normale. Non ha rapporti con quella donna. Promette che mi darà i 100 euro che mancano.
Io penso alle persone normali. O “normali”? Penso all’educazione. Penso a mia nonna. Penso anche a mia madre. Anche se non andiamo d’accordo.