doveri

Guardo in alto

Guardo in alto

Sono solo prospettive? Questi soffitti li ha fatti l’uomo. Abbiamo fatto noi, esseri umani, qualcosa di bello. Guardare in alto ti dà le vertigine. Non è solo qualcosa di fisico. Questo blog era diverso, io ero diverso. A volte mi infastidisco, perché ho qualche capello in meno rispetto ad anni fa. (qualcuno in meno, ne ho ancora abbastanza).
Ho iniziato questo blog, partendo da una necessità fisica, animale. Dovevo riempire delle pagine. è trascorso del tempo, ho acquisito la consapevolezza di una parola “buona”. che cosa è la parola “buona”? Ho parlato di me stesso, ho parlato di scuola per parlare di me, credo di aver scoperto qualcosa di nuovo di Michele, ho riscoperto la passione per la fotografia, La fotografia è diventata un pretesto per la narrazione. La narrazione parla di una realtà, dove, da qualche parte, nell’angolino, si intravede qualcosa di luminoso. La narrazione è intimistica, parla di amore ed emozioni, di molti sorrisi, qualche dispiacere, Sono partito dalla scuola, dai racconti concreti di lezioni, momenti extra-lezioni, e così via e mi sono accorto che la scuola non è ancora finita, nonostante il nome del blog. Mi sono accorto che bisogna capire, capire, capire i ragazzi, capire sempre di più, Mi sono accorto sempre di più che è fondamentale lavorare, mi sono reso conto che i doveri fanno crescere le persone. Sapevo ancora prima di affrontare questo blog queste cose, ma una collega pseudoprof mi ha dato dello stronzo, perché le affermavo. Le sapevo ancora prima, ma sono stato ancora più convinto, quando ho visto dei 17enni lavorare con entusiasmo e disciplina. Ho imparato l’importanza di catturare l’immaginario degli alunni.
Ho ancora negli occhi e nella mente la gioia di bambini di 11-12 anni, per una canzone rap, si intitola Schokolade, forse un po’ scemotta, che ho scelto per fare imparare un po’ di lessico. Ci sono dei cantanti che si strafocano di cioccolato nel video, c’è una madre che glielo impedisce, una nonna che tira fuori un sacco di cioccolato dai cassetti. I cantanti ballano in modo buffo. I bambini ascoltano e ripetono le parole, io spiego loro la traduzione, loro canticchiano pezzetti della canzone nell’intervallo o uscendo da scuola. I bambini mi chiedono più volte, prof possiamo ascoltare qualche volta la canzone del cioccolato. Imparano altre parole, imparano la lingua senza neanche accorgersene. I volti di tutti sono rapiti davanti a quelle immagini e a quelle parole, anche se a me, adulto che ascolta Guccini da quando aveva 15 anni, sembrano un po’ cretine. In quel gruppo ci sono bambini molto diversi tra loro, c’è AR, c’è SC, sono due signorinelle mature e dolci, ma che sono delle bimbe davanti a quel video. C’è MP, c’è GS, sono due bimbe dolci ed educate, che sorridono e ascoltano le parole. Ci sono i maschi, che sono più irruenti, più infantili, che dimostrano il loro entusiasmo per qualcosa che può sembrar poco, una canzone, ma che per loro è tanto. Sono tanti, sono diversi, ma sono uniti per quella lezione, uniti da un modo di imparare diverso, uniti dall’essere bambini.
Mi hanno ricordato l’importanza dell’entusiasmo. Ho imparato qualcosa da loro. Alla fine dell’ora sorridevano. Tante volte, alla fine delle mie ore, si sorride. E loro diventano più belli, anche se lo sono già. E io vorrei gridare di gioia. L’idea di quella lezione era nata da una mia intuizione, improvvisa, spontanea, da catturare subito. A volte mi capita quando sono alla cassa dell’ipermercato e appunto l’idea sullo scontrino o sul tablet, a volte quando sono al tavolo di un ristorante. Quando non avevo il tablet ho anche chiesto in prestito un foglietto al cameriere. Penso che gli insegnanti, ora, abbiano degli strumenti in più, rispetto ad una volta. Ci vuole sempre il sano buon senso, ma non abbiamo ancora perso contro il grandefratello, almeno credo.
C’è Internet, c’è Youtube. In mezzo a tanta spazzatura, a tanta volgarità, c’è una maniera per fare imparare. La lezione deve essere pesante, ma anche leggera. Bisogna sapere dosare, bisogna capire prima quando è giusto “infierire” e quando è giusto raccontare le cose in modo diverso. Bisogna raccontare la realtà con gli occhi di persone che vivono altri mondi, che vengono da un altro mondo. Ho imparato quanto è importante il fattore emotivo, per usare un’espressione un po’ logora.
Ho imparato che debbo essere sempre e comunque me stesso, e lo sono stato, anche se, qualche volta, ho avuto la tentazione di proteggermi. Non avevo sonno. Sono piaciuto (tante volte) e sono dispiaciuto (poche, per fortuna) per come sono, non per come sembro.

lezione di educazione civica

Credo che allenarsi significa andare sempre un po’ oltre le proprie capacità. Senza coraggio non si ottiene niente, con l’abitudine non si migliora. Questo vale per tutti i campi, vale nello sport, come vale nella vita.

Io amo correre, le ultime centinaia di metri, per me, sono una battaglia contro i miei limiti, spesso con il cuore in gola e, quando arrivo alla fine senza interrompere la corsa, soprattutto è la mia mente che si sente meglio. Parlo, anche stavolta, delle mie terze adorate. Come oramai sapete, ho avuto per tutto l’anno scolastico che si è appena concluso, lezione nelle terze alle ultime ore di lezione e questo mi ha dato, a volte, molto da pensare.

Bisogna capire quando è il momento di spingere sull’acceleratore, ci sono dei giorni in cui i loro stessi sguardi ti implorano di risparmiarli e allora ti metti a giocare all'”Impiccato”, con le parole in tedesco. Ci sono dei giorni in cui decidi di tentare. Un giorno di inizio primavera è sabato e sono le 12. I ragazzi di una delle due classi hanno appena avuto un compito in classe. Sono stanchi, ma mi sembrano anche carichi di adrenalina. Decido di spiegare uno degli argomenti più difficili della lingua tedesca, il Konjunktiv II, un argomento, che, di solito, si studia in quarta. Prof, a che pagina è? a nessuna pagina, dico io, prendete appunti, sul libro c’è poca roba. Inizio a spiegare e tutti, prendono appunti. Hanno facce stanche, ma sono reattivi. Spiego loro un argomento che mette in difficoltà molti universitari e loro si applicano, fanno domande. I loro occhi comunicano stanchezza, ma hanno capito che il solo modo per capire quell’argomento e, dunque, per raggiungere il loro obiettivo, è impegnarsi. Hanno capito che solo perseguendo il bene comune, che esiste, si riesce a portare vantaggi ad ognuno. Hanno impartito una lezione di educazione civica, hanno mostrato cosa è la politica. Hanno acquistato fiducia in loro stessi, nella loro capacità di controllarsi. è difficile, perché sono esseri umani, ma, in questo caso è stato vero, l’appetito vien mangiando e le cose sono migliorante costantemente. Grazie ragazzi.

essere una società

trovarsi di fronte a 21 persone è impegnativo, significa trovarsi di fronte a 21 teste, 21 mondi diffferenti. questo è ovvio e semplice a dirsi, un po’ meno a farsi. Ci sono quelle giornate in cui l’attenzione e la concentrazione vanno a farsi benedire e proprio non si riesce a seguire la lezione, specialmente se alcuni, come il solito M. di cui ho parlato in un altro post, ma anche C.B., di cui ho parlato in un altro post, fanno il loro numero, come altri, ma forse più di altri. Non ho mai creduto al metodo della nota di demerito sul registro, lo ritengo l’extrema ratio, quando proprio non si riesce a fare diversamente. Penso, inoltre, che non si debba abusare di questa misura punitiva. CB ha una simpatica faccia da furbetta, M. pure, ma ci sono anche altri che si fanno coinvolgere: li richiamo una, due, tre volte, alla quarta-quinta volta, decido di punire coloro i quali si sono distinti, secondo me, per il caos, CB e M. Tutti ci rimangono male. Arriva l’intervallo, ritornano i compagni che studiano un’altra lingua, che sanno della nota. Due-tre ragazze che non sono mie allieve cercano di convincermi a cancellare la nota di demerito, io, per il momento, non cedo. Me ne vado dopo l’intervallo e, durante l’ora successiva, rimetto piede in quella classe, per dire che chi non ha avuto ricevuto la nota, avrebbe ricevuto un 2 sul registro. Il giorno successivo non vado a scuola.

Quando arrivo nell’aula i ragazzi sono abbastanza scuri in volto, vogliono spiegazioni. Dico loro che il comportamento della lezione precedente era stato inaccettabile, cito ad esempio quattro ragazze, anche con battute ironiche nei confronti degli altri. Ci sono I e C, che sono due bellezze d’altri tempi, con il viso paffuto, i capelli ricci e lunghi di una, e di capelli neri lunghi dell’altra. Ci sono M. e M., una mora e una bionda, dall’aria gentile e un po’ severa. Loro sono già delle donne, regolari, sembra che non abbiano cedimenti. Quando i contestattori parlano usano toni educati e maturi, riconoscono di non essersi comportati bene, ma affermano di essere tutti corresponsabili del caos della lezione precedentemente e, quindi, di meritarsi tutti una nota sul registro. Ascolto, rimanendo un po’ disorientato dal diluvio di frasi e di pensieri. Alla fine della lezione decido di cancellare la notaa per i due reprobi e di metterne una generale, ma non sono convinto al cento per cento. Escludo dalla nota le 4 ragazze di cui ho parlato prima, ma non sono convinto.

Passo il fine settimana a rimuginare sull’accaduto, mi rendo conto subito di due aspetti. Il primo è che è dispiaciuto più a me che a loro scrivere una nota sul registro. Il secondo è che sono una società. Hanno capito di avere avuto una responsabilità colletttiva, sono un gruppo. Penso di avere avuto pienamente ragione ad arrabbiarmi, ma credo che non abbiano capito la punizione. Penso che sia necessario un gesto coraggioso, dopo aver chiarito loro per bene che hanno sbagliato. Non sono autoritario, ho deciso di basare il nostro rapporto sulla fiducia e la comprensione e debbo continuare in questo modo, costi quel che costi.

Al lunedì devo fare lezione ad una classe che è composta anche da ragazzini molto problematici. Lungo il corridoio vedo CV, una ragazza bionda con gli occhi azzurri, che fa parte di una delle due terze. Le chiedo se loro e quelli dell’altra 3° si possono trovare tutti nell’aula di tedesco, perché devo dir loro una cosa bella. Lei mi risponde sorridendo che gli altri sono ad un’uscita di istruzione. Ci rimango un po’ male, ma fa lo stesso, lei sorride.

Arriva il mercoledì, l’ora di lezione è alle 13. entro in classe con l’aria un po’ accigliata ed inizio a parlare. Critico il loro modo di comportarsi, ribadisco le mie ragioni, ma aggiungo che voglio loro bene e che ho deciso di compiere un bel gesto. Ecco la fine che fa la nota, la cancello con una croce. BM spalanca gli occhi, gli occhi di quella ragazza dicono un sacco di cose. I ragazzi non si fanno trovare impreparati. Prende la parola CF, una delle quattro brave ragazze, e presenta le scuse a nome della classe per il comportamento. Promettiamo di fare meno rumore, quelle scuse sanno di sincerità, gli occhi di CF sono troppo belli per mentire, e di maturità, non promettono di essere perfettti, promettono di impegnarsi per migliorare. Uno dei rappresentanti dell’altra classe, R.T., un ragazzo simpatico a cui piacciono molto le ragazze, ripete le scuse anche a nome dell’altra classe. Sono veri, sinceri e sono una società, sono un gruppo.

togliere, eliminare

alcune volte penso che dovrei scrivere un romanzo. Ho scritto due libri che pochi hanno letto e qualcuno ha apprezzato, ma ho sempre avvertito la sensazione di fare troppo, soprattutto a posteriori, soprattutto quando era passato del tempo dall’uscita di quel libro. Il segreto dell’artista è togliere, è eliminare. Il segreto della vita è eliminare quello che non serve, magari proprio quando ci sembra irrinunciabile. Il segreto della vita è quello di saper cogliere i segnali giusti. 

Quando ho conosciuto, all’inizio di quest’anno scolastico, le mie classi preferite, ho avvertito due sensazioni. La prima era che si trattasse di persone simpatiche e brillanti. il sorriso di S., una ragazza dai tratti meridionali, fu la prima immagine che si presentò davanti ai miei occhi, un giorno di settembre dell’anno scorso. La seconda sensazione era che questi ragazzi volevano studiare, volevano serietà. S. mi parla con tono ironico, ma anche dispiaciuto, della persona che mi aveva preceduto l’anno scorso come di un povero demente non in grado di svolgere questo mestiere. Mi dice, siamo rimasti indietro nella materia. Io ascolto i discorsi di quella ragazza dal bel sorriso, confermati dalle parole e dalle espressioni degli altri, e rispondo molto serenamente, recupereremo il tempo perduto, dovremmo lavorare molto. Quella bella ragazza mora con un bellissimo sorriso è nello stesso banco con una bellissima ragazza mora con gli occhi grandi neri, sono due ragazze mature e determinate, hanno una vita, non sono due nerd. Una delle due è una bellissima ballerina, l’altra va in palestra, hanno amici, non sono due sfigate disadattate. La classe è piena di ragazzi e ragazze intelligenti, ma, si sa, ognuno ha la propria testa. c’è M, M è un ragazzo vulcanico, simpatico ed intelligente. M. ha una voce potente, non starebbe mai fermo, chiede spesso di uscire anche quando non può. Il suo comportamento diventa un problema, anche perché coinvolge nelle sue imprese anche degli altri compagni. La lezione diventa, a volte, difficile. Sono costretto anche a sgolarmi, alle volte mi arrabbio. Un giorno, quando entro nella loro aula, il primo banco che osservo è quello dove ci sono loro. S. e C., le due compagne di banco, per me sono un punto di riferimento oramai, le vedo intente a parlare con M. Quando mi notano, una delle due, S. mi dice, oggi M. sta a sedere in mezzo a noi e lo facciamo star buono, C. annuisce e anche M. annuisce, forse convinto dalle parole e dall’atteggiamento delle compagne. L’impresa delle ragazze riesce quella volta e riesce tante altre volte. Le lezioni vanno meglio, procedono più tranquillamente.

Ho capito che ci deve essere un gruppo, ho capito che una classe non è composta solo da individui, ma è un corpo che ha una vita buona solo se le parti che lo compongono hanno una vita buona. Ho avuto un’altra classe, costituita da ragazzi più piccoli di età, dove la competizione sfrenata tra maschi e tra maschi e femmine su chi dovesse avere il ruolo guida ha creato una situazione che è diventata, molte volte, ingovernabile. Le due rappresentanti di classe, due ragazzine intelligenti e troppo timide, sono state sempre sopraffatte dalla prepotenza di bambocci non cresciuti. 

La mia voglia di lavorare è sempre stata salda con i ragazzi più tardi, mentre ha avuto dei cedimenti con i ragazzini, anche se ci ho provato fino alla fine. 

Mi sono adoperato perché i ragazzi delle terze recuperassero il tempo perduto, con passione e grinta. Penso che la grammatica costituisca la base, penso che offra le basi per ragionare, soprattutto la grammatica della lingua dei crucchi. Abbiamo avuto verifiche, domande durante le lezioni, i ragazzi hanno preparato delle ricerche che dovevano servire come “autoscatto”, cioè dovevano descrivere una loro passione, il loro sport e il loro aspetto della cultura tedesca preferito. Ho ancora quei lavori in una cartella sul computer, che ho chiamato “Adorabili ragazzi”.

Studiamo duramente, ma troviamo anche il tempo di ridere, tra una regola e l’altra. arriva maggio, c’è la prima verifica e i ragazzi non obiettano e poi arriverebbe la seconda, alla fine del mese. I ragazzi mi accolgono, il giorno prima, invitandomi ad aspettare ad entrare. Rimango un po’ basito. Poi, B., una ragazza simpatica, mi dice che posso entrare e trovo tutti e 21 in ginocchio a supplicarmi di eliminare il compito. Quasi mi metto a ridere, poi faccio il sostenuto, insisto, propongo una mediazione, ma mi scontro contro un muro, Si sentono stanchi, hanno lavorato tanto tutto l’anno e non ce la fanno più. Quando vedo la determinazione negli occhi e nelle parole di chi non ha mai smesso di impegnarsi, penso che avrei di fronte due strade: la prima sarebbe quella di impuntarsi e di costringere quelle persone ad affrontare l’ennesima verifica. avrei tutte le ragioni, la scuola finisce tra una settimana e fino al penultimo giorno, almeno, bisogna lavorare. Non ci sono sconti. Poi penso che non sarei capito, penso che il bene della mia idea verrebbe frainteso e recedo, a malincuore dai miei propositi. Il giorno successivo, quando mi presento in classe, sono di umore nero, li sgrido, me la prendo con loro. S. mi guarda male, è terribilmente espressiva, sarà la danza che le conferisce ulteriore espressività oltre a quella naturale che ha, perché prima accetta di annullarci il compito  e poi ce lo rinfaccia. avrebbe potuto costringerci, noi l’avremmo consegnato in bianco e lei ci avrebbe messo 2. Io rispondo che la mia è stata una decisione spintanea e non spontanea, rispondo che non ho potuto fare altro, non riesco a rispondere sul perché io non abbia voluto impormi, anche mettendo 2 a tutti. Primo, perché non avrebbero capito, secondo perché voglio loro un bene dell’anima. Prometto loro che non arrotonderò le medie al rialzo, 6 e mezzo, 7 e mezzo, ecc.

Rivedo quei ragazzi al sabato, a 12, quando torno, c’è ancora S. che mi guarda storto, un po’ meno di giovedì. C’è una collega, simpatica e disponibile, si chiama M., che mi dice, un secondo dopo i ragazzi: senti, anche io li ho portati alla M., oramai ho finito il programma, tanto adesso sono stanchi. Io sono un po’ dubbioso, la collega se ne va, e i ragazzi mi pressano, sono stanchi. Devo andare dal dirigente, dico loro, deve darmi il permesso lui. Vi lascio soli un minuto, mi raccomando non fiatate, altrimenti non vi porto più. Vado dal preside a chiedere il permesso, lui mi risponde, se li riporta indietro sì. La scuola nella quale ho insegnato quest’anno è collocata vicino ad un quartiere residenziale, che ha il nome di un antico strumento per la misurazione del tempo. Questo quartiere residenziale è ricco di verde e di percorsi pedonali. Quando rientro dai ragazzi, comunico loro il lieto evento e loro, naturalmente, sono un bel po’ felici. L’aula si trova al piano secondo, l’aula 27, è tardi, sono le 12 passate, ma una ramanzina la faccio. Mi raccomando, non fate rumore quando si esce dall’istituto, altrimenti vi riporto in aula. Sono bravi e silenziosi. Quando usciamo le loro facce cambiano espressione. Sembrano risorgere. Camminiamo in un gruppo omogeneo, si scherza. Arriviamo ad una gelateria, ci sediamo e qualcuno estrae le carte da briscola. Molti ordinano il gelato, io adoro il gelato, ne compro uno molto grande e lo divoro rapidamente, sotto gli sguardi stupiti e tra le battute ironiche dei ragazzi, sorpresi per la mia voracità. Appena ho finito il gelato, M. mi chiede di unirsi a lui in una briscola. Io accetto, giochiamo, si parla di vacanze, andiamo in vacanza nello stesso posto. Ci sono risate e volti rilassati. Passano i giorni e inizia l’ultima settimana di scuola. Mercoledì la mia lezione inizia alle 13 e già in tutta la scuola si respira un’aria festaiola. C’è un concerto rock, alle tastiere c’è il meraviglioso P., musicista e professore di storia. Penso di portarli fuori anche oggi, i miei ragazzuoli. Quando entrò in aula c’è gente che canta, che balla allegramente. Mi richiedono di portarli fuori, bisogna avvisare il preside. Usciamo diligentemente, sanno come si devono comportare. Quando usciamo, alcune ragazze cantano le canzoni di Cristina d’Avena, l’atmosfera è cameratesca, c’è un ambiente sano, dove c’è amicizia. Torniamo nella splendida gelateria di qualche giorno prima. Stesso copione, gelato superveloce mio, risate dei ragazzi che, anche loro ordinano il gelato. S. mi chiede di unirmi a loro in un gioco da fare a tavola, incrociando le braccia sul tavolo con loro. è un gioco arguto, di attenzione e velocità, che non spiegherò ora. Mi appassiono e ottengo anche un buon risultato, arrivando terzo, ma non è quello il punto. Il punto è che è scattato qualcosa. Consegno loro una lettera, per ringraziarli per avermi fatto trascorrere un bel anno, qualcuno si commuove sommessamente. è scattato qualcosa, che ha fatto diventare la classe un gruppo. Dopo avere tolto qualcosa, è aumentato qualcosa. Dopo aver tolto quel compito che tanto li angosciava è aumentata la stima, la simpatia tra di noi. La stessa cosa succede il giovedì, andiamo alla gelateria e giochiamo, facciamo anche la foto insieme, scattata dal gelataio. Ci sono anche altre classi del nostro istituto, ma noi siamo i più belli. Tra le tante immagini che affollano la mia mente, posso citarne una molto esplicativa, io cammino in mezzo a loro sotto al portico, davanti a me ho S., in mezzo a C. e C. Si tengono per mano, facendo le scolarette, S. dice, sollevando le proprie mani e quelle delle altre, le mie bimbe, spensieratamente. Hanno lasciato da una parte i cattivi pensieri e lo stress, sono libere, avevano bisogno di quell’uscita. A proposito anche di giovedì abbiamo giocato due manche di quel famoso gioco, nella prima sono arrivato quarto e nella seconda mi hanno eliminato quasi subito. 

Quando arriva il sabato, aspetto l’ora in cui penso di vederli, ritardano e sono un po’ dispiaciuto, perché li vorrei salutare. Una di loro sta girando per la scuola e mi dice, sa che sono fuori, sul prato. Esco dall’istituto e li vedo, M. si è tolto la maglietta perché si tirano l’acqua, M., il giorno prima, mi aveva chiesto di abbracciarlo. è stato bello. M. e M., un ragazzo e una ragazza, mi chiedono di abbracciarli. Sono umidi, ma chi se ne frega. Li abbraccio, voglio loro bene. C’è la mia collega M., facciamo le foto insieme, anche con gli alunni. Un gruppo di ragazze sta sdraiato su un prato come ad un picnic. Mi raccontano che qualche ora prima hanno fatto una festicciola in classe. Io avrei visto solo dopo le foto su FB, mangiandomi le mani per non esserci stato.

La scuola è anche questo, la scuola è empatia, è costruire ponti tra le persone e abolire i confini delle nostre inibizioni.

Qualche giorno fa, c’è stato lo scrutinio di quelle due terze, i voti li ho arrotondati tutti al rialzo. Non solo, per fare attribuire un credito più alto a tre ragazzi, in virtù di una media più alta per la quale mancava poco e niente, ho alzato loro ulteriormente la media. A C. B., birichina e simpatica (ci ho dovuto pensare qualche secondo), a C., la compagna di S. (per lei non ci ho pensato un attimo, pensando a quando teneva buono il “discolo” M.), a E.S.,, un ragazzo simpatico.

Mi mancate da matti, se l’anno prossimo sarò nella vostra classe, vi porterò in gita io, lo giuro.

La precarietà e il valore delle persone

una volta, quando ero allievo io, gli insegnanti ti seguivano a lungo. Ho avuto, come tanti altri, la stessa maestra elementare per 5 anni. avevo 6 anni, ero piccolissimo, me ne sono andato a 11, un preadolescente, e questa meravigliosa maestra mi ha seguito per la mia crescita impartendomi lezioni che non ho mai dimenticato. alle scuole medie ho avuto professori e professoresse che mi hanno seguito per anni, salvo per una o due eccezioni. Diversamente è accaduto alle superiori, durante le quali ho cambiato più insegnanti, trovandomi a disagio, a volte. Ti mancano i punti di riferimento, ti mancano gli ancoraggi. Forse stavano cambiando i tempi.

Il 25 settembre dell’anno scorso un mondo ha fatto irruzione nella mia vita: un mondo di sorrisi, di facce, di pensieri, di grida, ma anche di problemi e preoccupazioni, Ero un professionista che, nel corso della propria vita, aveva già insegnato. La mia vita è stata cambiata all’improvviso, senza che potessi realizzare quel che stava succedendo. è stata un’esperienza totalizzante, bella ed istruttiva che mi ha reso ancora più chiaro che il mondo è più cattivo di me, e che devo essere un po’ più cattivo io. Mi ha reso ancora più chiaro che, probabilmente, non ci riuscirò mai a diventare più cattivo. 

Fare l’insegnante non è una matematica, non è una scienza esatta. Fare l’insegnante è ridere, sudore, sangue, merda, serenità, stanchezza. Fare l’insegnante è svuotare il mare con un cucchiaio e accorgersi, a volte, che l’acqua non c’è più. Fare l’insegnante è cuore e pancia, testa e stomaco e intestino, è essere coinvolti. Quando vedi delle persone, quando ti accorgi che la tua vita ha il ritmo delle giornate passate a fare capire dei concetti, quando, sotto sotto vuoi fare capire te stesso, si crea un meccanismo di dipendenza psicologica. Non ne puoi fare a meno e la sola idea di rinunciare è orrenda, è per questo che non ti arrendi quando ci sono delle difficoltà, è per questo che preferisci sbattere il naso e la testa e farti male, ma non torneresti mai indietro. Passano i giorni, passano le settimane e ti crei dei punti di riferimento, i tuoi alunni. Forse sei anche tu un punto di riferimento per loro, almeno per alcuni. Poi arriva un sabato maledetto di novembre, in cui non sei andato a scuola per via di uno sciopero che ti ha condotto ad una triste e desolata manifestazione studentesca che ti ricorda quelle di 20 anni fa, e una telefonata cancella 2 terzi di quell’esperienza. Una voce ti dice che perderai due terzi delle ore che hai avuto a partire dal lunedì successivo. Ci rimani male, scrivi il tuo disappunto su Fb, che è il nuovo cortile, la nuova piazza di quest’era. I ragazzi ti rispondono, passano le settimane in cui cerchi di rimarginare la ferita. sì, è una ferita, perché ti sei sentito buttato via come una scarpa vecchia, ti sei sentito inutile, perché basta un dettaglio burocratico perché il tuo lavoro venga buttato nel cestino. Ti sei sentito inutile, hai perso ore di lezione, sei inutile, anche se hai un lavoro, quello del professionista, per fare il quale guadagni di più. Tu perdi dei punti di riferimento, loro perdono qualcuno che forse era diventato un punto di riferimento. Ci lamentiamo che i ragazzi, forse, attribuiscono meno peso alla cultura, ma bisogna anche dire che sono giustificati. Come si può attribuire un peso alla cultura quando  gli insegnanti cambiano dopo due mesi dall’inizio della scuola? Come si può attribuire un peso alla cultura quando il valore del lavoro e delle persone è zero? La precarietà elimina il valore delle persone, elimina il valore della cultura.

L’anno scolastico è finito, le lezioni con le mie due meravigliose classi, 3h e 3q, sono finite. Non so se li riavrò come alunni da settembre, sarebbe bello. Avremmo tutti più valore, anche il loro lavoro. 

Lo sapete che Justin Bieber è gay?

no, no, sfaccim e’ merda, no. Il professore non credeva alle proprie orecchie. Il ministero per la difesa degli alunni maleducati aveva legalizzato anche l’espressione, sfaccim e’ merda. Passi per sfigato, passi per testa di cazzo, passi per minchione, ma sfaccim e’ merda, proprio no. Manco so cosa vuol dire. Voglio capire quello che mi dice un alunno. Siamo nell’aula professori molto grande e molto bianca di un istituto superiore della provincia italiana, quando la dirigente scolastica si affaccia alla porta dell’aula. Ha i capelli brizzolati lunghi e unti, è leggermente sdentata, le sue ascelle emanano un afrore invidiabile. Professor Terzi, può venire un secondo nel mio ufficio? Va bene, fece il professore un po’ titubante.

Entrarono nell’ufficio: un’immagine di Che Guevara è appiccata al muro, assieme ad un chewing-gum annerito dal tempo. L’ho sentita contestare, la preside lo guardò male e si mise dall’altra parte della scrivania. L’educazione è grigiore e noia, la maleducazione è fantasia e libertà. Sputò per terra. Il professor Terzi le replicò, mi sembra un po’ esagerato quello che sta dicendo. A scuola ci sono anche dei doveri, almeno credo. Lei deve fidarsi di noi, lo interruppe la preside, anche perché, il ministero per la difesa degli alunni maleducati ha emanato una circolare, in base alla quale, i professori che non accettano i nuovi codici linguistici possono anche essere licenziati. E si ricordi, professor Terzi, dei problemi che ha avuto con la giustizia in passato, se noi la licenziassimo, lei potrebbe finire anche in galera, di nuovo. Non glielo consiglio. Adesso vada, il professor Terzi era un po’ perplesso per quel che stava accadendo.
Il professor Terzi non avrebbe mai creduto che sarebbe diventato un professore. Non l’aveva mai creduto la prima volta, non l’aveva mai creduto la seconda volta. La prima volta era finito in galera, perché era stato accusato, dalla figlia di una nota donna politica di averlo molestato. Non era così, ma lei era troppo potente. Non vorremmo riparlare a lungo di quello che era successo. Molto era cambiato negli ultimi tempi. Non si capacitava granché, il professore di quei cambiamenti. Tutto era avvenuto troppo in fretta, la sua uscita dalla galera, l’aver trovato un milione di euro sul conto corrente, senza sapere perché. Era stato chiamato per alcuni anni in una scuola privata di un’altra città: un ambiente tranquillo, tra persone a modo. I ragazzi venivano da ambienti sereni ed economicamente agiati. Erano stimolanti per il professor Terzi, che riusciva a fare lezione con facilità. Il preside era una donna giusta e retta. Non sapeva perché, il professore, ma aveva sentito il bisogno di ritornare a casa. Sentiva troppo la mancanza della città nella quale era nato e non voleva più rinunciarci. Aveva un lavoro, un’attività professionale come traduttore editoriale affermato e la passione per l’insegnamento in quella tranquilla scuola privata.
In verità aveva anche nostalgia della movida della sua città di origine, non perché gli interessasse tanto uscire la sera, magari al sabato, una cena, ma perché voleva vedere gente, voleva sentire qualche voce, almeno al sabato. Nella città in cui aveva vissuto fino all’estate precedente, dalle 10 di sera in poi non volava una foglia, nemmeno nella piazza principale. Pochi giorni dopo l’inizio della scuola era stato chiamato nell’Istituto Tecnico Industriale Pertini. Fu chiamato all’improvviso. Era contento di essere stato chiamato. Aveva sempre insegnato nella scuola privata, voleva provare, per la prima volta nella sua vita l’emozione di insegnare nella scuola pubblica.
Quando entrò in quella scuola si sentì catapultato dentro una lavatrice nel pieno ciclo di lavaggio. C’era un vicepreside cattivo ed acido che gli parlò male del suo predecessore nella sua materia. Si dimostrò infastidito e poco cortese nei confronti del prof. Terzi, che non aveva capito il perché. si era sentito un po’ a disagio il prof. Terzi, lui veniva dalla scuola privata. L’avevano accolto meglio, anche se aveva sempre gli occhiali neri e la barba lunga nera. Il professor Terzi era un uomo di due metri e quell’aria misteriosa incuteva timore. La preside aveva un’aria manageriale, anche se, sotto sotto, era rimasta la tipica femminista sciatta e puzzona anni ’70. Quando lo portò nella prima classe non capì quasi nulla. Era stato chiamato all’improvviso e ancora non capiva nulla, come era normale che fosse. L’avevano chiamato meno di un’ora prima, il professore era abituato ai risvegli lunghi e tranquilli, non ad essere trascinato giù dal letto come se fosse stato un chirurgo chiamato a trapiantare o un pompiere. Parlò in tedesco con la voce impastata dal sonno e dopo si avviò in altre due classi. Quella giornata fu interlocutoria, come era normale che fosse. Era stato tutto troppo veloce. Quando arrivò a casa si fece delle domande: era chiaro ormai che la sua vita, basata su radicate abitudini, era ormai sconvolta. Non aveva capito per quanto ancora. I suoi sensi erano chiaramente intorpiditi, si era alzato troppo di fretta. Ogni cosa deve avere il suo tempo. Non è normale e non è nemmeno benefico forzarli. Quando uscì dall’istituto non si ricordò nemmeno dove avesse parcheggiato l’automobile. Era troppo spaesato e camminò per una diecina di minuti.
Quando tornò a casa si stupì di certe gride allarmate: perché non parli, che cosa hai, perché non rispondi. Era la voce di un insegnante, perché hai gli occhi fissi, perché hai i muscoli paralizzati. Si rese conto solo dopo di quello che era successo. Era stato tutto maledettamente troppo veloce, troppo improvviso, troppo tutto.
L’insegnamento deve essere accompagnato dalla riflessione, bisogna analizzarsi, guardarsi da fuori per capire. Capire i passi che si sbagliano, capire la dimensione della lentezza che non appartiene ad un lavoro che ti assorbe l’anima e corpo e che diventa difficilissimo per chi, come il professor Terzi ha anche un’attività professionale parallela. Di insegnamento non si può vivere, perché è un mestiere che è basato su graduatorie che vengono aggiornate in base a criteri di anzianità, senza tenere in conto il merito. Chi studia e si impegna è perfettamente uguale, sul piano economico, a chi non combina niente. Ci sono delle soddisfazioni morali, però, che non hanno eguali, che riempiono l’anima, come quelle date dalle parole di una dolcissima ragazza che il professor Terzi aveva avuto l’occasione di incontrare qualche anno prima in una scuola di provincia. Gli aveva scritto parole bellissime su fb, parole che gli erano rimaste nel cuore. Quando mangiava, guardava la televisione. Era sempre solo a casa, si immalinconiva. Odiava i tg regionali, pieni di notizie inutili sugli incontri dei sottosegretari dedicati alla protezione della zucchina. Alunno vittima di uno strano fenomeno. Il giornalista del tg, raccontava, qui all’istituto tecnico Pertini, alle porte di B., il giovane Filippo è rimasto apparentemente privo di coscienza, ma con gli occhi spalancati, davanti all’insegnante che lo stava interrogando. è stato portato in ospedale per accertamenti, che, fino ad ora, non hanno dato esiti. Il ragazzo sta bene e pare che sarà dimesso entro 48 ore. Il professore non pensò più a quella notizia già dopo pochi minuti, lo attendeva la preparazione di lezioni. Molte volte si chiedeva se valeva la pena di svolgere quel lavoro, visto che era ricco di famiglia, visto che quel lavoro veniva pagato poco e visto che aveva tante cose per la mente. Il pomeriggio passò serenamente, verso sera andò a vuotare il pattume. Incontrò una vicina grassa, la signora Tumminello. Ha sentito di quel ragazzo fermo come un baccalà, là al liceo, ha capito professore. Lui non volle contraddirla anche se sapeva bene che la vicenda si era svolta nella sua scuola.

decisioni

Mi sento in difficoltà: l’anno scolastico sta per finire e i ragazzi non ne hanno più voglia. Sono un po’ spompato anche io e debbo prendere decisioni su quel che debbo fare. è ancora possibile insegnare qualcosa quando aprile sta per finire? ho qualche dubbio, perché nemmeno la scuola li aiuta. La scuola non insegna la disciplina, non fornisce regole.