dovere

Imbarazzo

Io sono una persona timida, molto timida, che si imbarazza molto facilmente. Oggi pomeriggio stavo tranquillamente lavorando al computer, quando ricevo una mail da parte della suora magra ed evasiva. Avrebbe dovuto essere al consiglio di classe, come mai non c’era? Capperi, mi ero scordato, divento rosso bordeaux. Non potevo raccontare che mi ero scordato, ho raccontato, per email, una scusa, mettendo in mezzo l’altro mio lavoro, quello di traduttore, che esiste. Va anche detto che non ho 18 ore, quindi non sono tenuto a partecipare a tutte le riunioni. è un fatto piccolo, ma mi sono un po’ vergognato, perché ho un senso del dovere pazzesco.

a volte anche i prof diventano delle canaglie

un effetto collaterale del mio animo rilassato è la voglia di fare scherzi. Quando acquisisco confidenza con una classe, quando mi trovo bene e quando so che ho la loro fiducia, è come se si accendesse qualcosa dentro di me. Ho voglia di combinare scherzi, per alleggerire il clima, anche se, dopo la descrizione di certi tipi di scherzi che combino, chi legge questo blog potrebbe pensare il contrario.

Un rito canonico per qualsiasi classe è il momento della verifica: lo ritengo molto impegnativo, perché devo pensare ad una traccia, compilarla, correggerla, consegnarla. Diventa ancora più complicato quando si ha anche una professione. Quando mi piacciono delle classi è come se fossi anche io sotto esame. Quando correggo i compiti sono un po’ teso, perché sento la misura del loro successo un po’ come la misura del mio successo come insegnante.

Quando ho tra le mie mani il pacco con il primo compito in classe delle due terze, sono un preoccupato, appunto perché mi stanno simpatici. I risultati sono positivi, in quasi tutti i casi, e ci sono dei voti eccellenti. Sono contento, galvanizzato, rinfrancato, certo, c’è anche qualche voto mediocre, ma è normale. Mi piace correggere rapidamente i compiti in classe, non sono uno che fa aspettare i ragazzi, come facevano certi miei prof. Il compito è stato fatto il giovedì, al sabato arrivo in classe e nessuno si aspetta una consegna così rapida. Me lo chiede SF, la bellissima ballerina con gli occhi neri e grandi come la notte, ma senza sperarci troppo. Le rispondo che ho corretto i compiti. La ragazza mi chiede, sorpresa, come sono andati.

A quel punto scatta qualcosa dentro di me che non so spiegare: rispondo con aria truce, malissimo. Gli sguardi interrogativi di molti ragazzi si trasformano in sguardi terrorizzati: i grandi occhi di CF e di BM sono terrorizzati. SF ha l’aria dubbiosa. Sono terrorizzati, perché hanno un forte senso del dovere. Sanno che è importante riuscire a scuola, sanno che la scuola è un impegno da onorare. Anche io sarei stato terrorizzato, se solo avessi avuto un prof talmente fuori di testa da combinare scherzi del genere. Mi avvicino a loro, CF, CB, ma non solo, con aria truce. Sai di avere preso un’insufficienza, non ti sei impegnato/a abbastanza, non ci siamo molto, pensi di avere studiato abbastanza. Tengo la verifica in mano cercando di nascondere il voto e mi avvicino a passo lento al banco di ognuno, fino al momento in cui consegno il foglio della verifica e l’agitazione, indotta anche dal mio scherzo, non diventa gioia per il bel voto conseguito. L’unica che non ci casca è SF, la quale mi fissa mentre io la fisso e nota che quasi mi viene da ridere, e me lo fa notare. Forse non ci casca o fa finta di non cascarci. EA, una ragazza timida e dolce, che arriva dall’altra parte dell’Adriatico, è imperturbabile, forse perché non ci crede, anche se non lo fa capire.

Con chi ha avuto l’insufficienza non scherzo, perché non mi sembra carino. Consegno loro il compito con aria realmente dispiaciuta, cercando di spiegare gli errori.

è la prima volta, da quando insegno, che ho deciso di combinare uno scherzo simile. Mi ha fatto piacere avere la conferma dell’interesse che hanno questi bravi ragazzi per il loro dovere e mi ha fatto piacere sentirmi un po’ più bambino di loro, anche se, forse, se un mio insegnante avesse fatto così, avrei avuto degli istinti omicidi.

Io sono stato fortunato: non ho potuto avermi come insegnante.

P.S. Ho ripetuto questo scherzo altre volte con loro: qualcuno, meno della prima volta, ha continuato a cascarci, SF no. Troppo furbi questi adolescenti.

Grazie!

Questo è il primo di una lunga serie di ringraziamenti. Voglio ringraziare i miei followers e chi ha messo “mi piace” ai miei post, chi ha scritto commenti. Continuate a scrivere commenti, parlate ad altri di questo blog. 

Cerco di comunicare le mie emozioni, cerco di emozionare le persone che seguono questo blog. Cerco di parlare del valore personale, ma anche politico, che per me ha la scuola. Una scuola pulita, una scuola dove si studia perché si ha voglia di studiare, dove si rispettano le regole, perché le si vogliono rispettare, senza troppa paura di essere puniti, è un baluardo contro la crisi, ci fa pensare che non tutto sia perduto. Ci sono ragazzi, come quelli che ho descritto e descriverò, che sono come una boccata d’aria pulita. Spero che il gruppo cresca, intanto grazie.

A presto.

M.

Lo sapete che Justin Bieber è gay?

no, no, sfaccim e’ merda, no. Il professore non credeva alle proprie orecchie. Il ministero per la difesa degli alunni maleducati aveva legalizzato anche l’espressione, sfaccim e’ merda. Passi per sfigato, passi per testa di cazzo, passi per minchione, ma sfaccim e’ merda, proprio no. Manco so cosa vuol dire. Voglio capire quello che mi dice un alunno. Siamo nell’aula professori molto grande e molto bianca di un istituto superiore della provincia italiana, quando la dirigente scolastica si affaccia alla porta dell’aula. Ha i capelli brizzolati lunghi e unti, è leggermente sdentata, le sue ascelle emanano un afrore invidiabile. Professor Terzi, può venire un secondo nel mio ufficio? Va bene, fece il professore un po’ titubante.

Entrarono nell’ufficio: un’immagine di Che Guevara è appiccata al muro, assieme ad un chewing-gum annerito dal tempo. L’ho sentita contestare, la preside lo guardò male e si mise dall’altra parte della scrivania. L’educazione è grigiore e noia, la maleducazione è fantasia e libertà. Sputò per terra. Il professor Terzi le replicò, mi sembra un po’ esagerato quello che sta dicendo. A scuola ci sono anche dei doveri, almeno credo. Lei deve fidarsi di noi, lo interruppe la preside, anche perché, il ministero per la difesa degli alunni maleducati ha emanato una circolare, in base alla quale, i professori che non accettano i nuovi codici linguistici possono anche essere licenziati. E si ricordi, professor Terzi, dei problemi che ha avuto con la giustizia in passato, se noi la licenziassimo, lei potrebbe finire anche in galera, di nuovo. Non glielo consiglio. Adesso vada, il professor Terzi era un po’ perplesso per quel che stava accadendo.
Il professor Terzi non avrebbe mai creduto che sarebbe diventato un professore. Non l’aveva mai creduto la prima volta, non l’aveva mai creduto la seconda volta. La prima volta era finito in galera, perché era stato accusato, dalla figlia di una nota donna politica di averlo molestato. Non era così, ma lei era troppo potente. Non vorremmo riparlare a lungo di quello che era successo. Molto era cambiato negli ultimi tempi. Non si capacitava granché, il professore di quei cambiamenti. Tutto era avvenuto troppo in fretta, la sua uscita dalla galera, l’aver trovato un milione di euro sul conto corrente, senza sapere perché. Era stato chiamato per alcuni anni in una scuola privata di un’altra città: un ambiente tranquillo, tra persone a modo. I ragazzi venivano da ambienti sereni ed economicamente agiati. Erano stimolanti per il professor Terzi, che riusciva a fare lezione con facilità. Il preside era una donna giusta e retta. Non sapeva perché, il professore, ma aveva sentito il bisogno di ritornare a casa. Sentiva troppo la mancanza della città nella quale era nato e non voleva più rinunciarci. Aveva un lavoro, un’attività professionale come traduttore editoriale affermato e la passione per l’insegnamento in quella tranquilla scuola privata.
In verità aveva anche nostalgia della movida della sua città di origine, non perché gli interessasse tanto uscire la sera, magari al sabato, una cena, ma perché voleva vedere gente, voleva sentire qualche voce, almeno al sabato. Nella città in cui aveva vissuto fino all’estate precedente, dalle 10 di sera in poi non volava una foglia, nemmeno nella piazza principale. Pochi giorni dopo l’inizio della scuola era stato chiamato nell’Istituto Tecnico Industriale Pertini. Fu chiamato all’improvviso. Era contento di essere stato chiamato. Aveva sempre insegnato nella scuola privata, voleva provare, per la prima volta nella sua vita l’emozione di insegnare nella scuola pubblica.
Quando entrò in quella scuola si sentì catapultato dentro una lavatrice nel pieno ciclo di lavaggio. C’era un vicepreside cattivo ed acido che gli parlò male del suo predecessore nella sua materia. Si dimostrò infastidito e poco cortese nei confronti del prof. Terzi, che non aveva capito il perché. si era sentito un po’ a disagio il prof. Terzi, lui veniva dalla scuola privata. L’avevano accolto meglio, anche se aveva sempre gli occhiali neri e la barba lunga nera. Il professor Terzi era un uomo di due metri e quell’aria misteriosa incuteva timore. La preside aveva un’aria manageriale, anche se, sotto sotto, era rimasta la tipica femminista sciatta e puzzona anni ’70. Quando lo portò nella prima classe non capì quasi nulla. Era stato chiamato all’improvviso e ancora non capiva nulla, come era normale che fosse. L’avevano chiamato meno di un’ora prima, il professore era abituato ai risvegli lunghi e tranquilli, non ad essere trascinato giù dal letto come se fosse stato un chirurgo chiamato a trapiantare o un pompiere. Parlò in tedesco con la voce impastata dal sonno e dopo si avviò in altre due classi. Quella giornata fu interlocutoria, come era normale che fosse. Era stato tutto troppo veloce. Quando arrivò a casa si fece delle domande: era chiaro ormai che la sua vita, basata su radicate abitudini, era ormai sconvolta. Non aveva capito per quanto ancora. I suoi sensi erano chiaramente intorpiditi, si era alzato troppo di fretta. Ogni cosa deve avere il suo tempo. Non è normale e non è nemmeno benefico forzarli. Quando uscì dall’istituto non si ricordò nemmeno dove avesse parcheggiato l’automobile. Era troppo spaesato e camminò per una diecina di minuti.
Quando tornò a casa si stupì di certe gride allarmate: perché non parli, che cosa hai, perché non rispondi. Era la voce di un insegnante, perché hai gli occhi fissi, perché hai i muscoli paralizzati. Si rese conto solo dopo di quello che era successo. Era stato tutto maledettamente troppo veloce, troppo improvviso, troppo tutto.
L’insegnamento deve essere accompagnato dalla riflessione, bisogna analizzarsi, guardarsi da fuori per capire. Capire i passi che si sbagliano, capire la dimensione della lentezza che non appartiene ad un lavoro che ti assorbe l’anima e corpo e che diventa difficilissimo per chi, come il professor Terzi ha anche un’attività professionale parallela. Di insegnamento non si può vivere, perché è un mestiere che è basato su graduatorie che vengono aggiornate in base a criteri di anzianità, senza tenere in conto il merito. Chi studia e si impegna è perfettamente uguale, sul piano economico, a chi non combina niente. Ci sono delle soddisfazioni morali, però, che non hanno eguali, che riempiono l’anima, come quelle date dalle parole di una dolcissima ragazza che il professor Terzi aveva avuto l’occasione di incontrare qualche anno prima in una scuola di provincia. Gli aveva scritto parole bellissime su fb, parole che gli erano rimaste nel cuore. Quando mangiava, guardava la televisione. Era sempre solo a casa, si immalinconiva. Odiava i tg regionali, pieni di notizie inutili sugli incontri dei sottosegretari dedicati alla protezione della zucchina. Alunno vittima di uno strano fenomeno. Il giornalista del tg, raccontava, qui all’istituto tecnico Pertini, alle porte di B., il giovane Filippo è rimasto apparentemente privo di coscienza, ma con gli occhi spalancati, davanti all’insegnante che lo stava interrogando. è stato portato in ospedale per accertamenti, che, fino ad ora, non hanno dato esiti. Il ragazzo sta bene e pare che sarà dimesso entro 48 ore. Il professore non pensò più a quella notizia già dopo pochi minuti, lo attendeva la preparazione di lezioni. Molte volte si chiedeva se valeva la pena di svolgere quel lavoro, visto che era ricco di famiglia, visto che quel lavoro veniva pagato poco e visto che aveva tante cose per la mente. Il pomeriggio passò serenamente, verso sera andò a vuotare il pattume. Incontrò una vicina grassa, la signora Tumminello. Ha sentito di quel ragazzo fermo come un baccalà, là al liceo, ha capito professore. Lui non volle contraddirla anche se sapeva bene che la vicenda si era svolta nella sua scuola.