disperazione

suoni

La storia di un luogo è una storia di suoni, è una storia di odori. Mi ricordo una delle due scuole in cui sono stato lo scorso anno. si trova alla periferia della città, davanti ad una serie di torri grige e di cristallo. siamo in un quartiere proletario, dove famiglie piene di tutto e prive di cultura e sensibilità vivono accanto a famiglie quiete ed educate. i figli sono lo specchio di questa famiglia, nei modi, nei suoni, nelle voci e negli odori. vanno a scuola assieme, i figli quieti ed educati, con quelli brutti, sporchi e cattivi, vanno in una scuola pubblica con sempre meno risorse, ma sempre più problemi. hanno esigenze diverse, quelli bravi belli e buoni e quelli brutti, sporchi e cattivi, ma la scuola è sempre più impoverita, ci sono classi sempre più numerose, dei gironi infernali, dove vengono puniti tutti. quelli buoni e belli sono consapevoli e si sentono a disagio, quelli brutti, sporchi e cattivi sono pieni di livore contro il mondo, sé stessi e gli altri, ma non sanno perché. ci sono tanti insegnanti meritevoli, che combattono da anni una battaglia disperata e forse senza speranza, per garantire a questi ragazzi un futuro e ci sono degli insegnanti pieni di buoni intenzioni, ma che si sentono impotenti di fronte a quello che vedono.
Questa scuola si trova in un parco, con la vegetazione disordinata e dei giochi sgangherati, consumati dalla violenza del tempo e dalla violenza di ragazzini. c’è un ragazzino piccolo e magro, pettinato con la cresta, gli manca un dente davanti, ma ha l’ultimo modello di smartphone e di nike. sta vagando per la scuola e si fa selfie. si odono latrati, ma non di cani. sono grida piene di rabbia, di rabbia sorda e cieca. sono grida di ragazzini, che hanno il volto rosso, livido di furore. sono grida miste a bestemmie disperate. c’è un ragazzino con i capelli spettinati, il volto rosso fuoco, una maglietta scolorita e i pantaloni della tuta. è sudato, emana una puzza terribile, che ben si intona all’ambiente. c’è un ragazzino con gli occhiali e l’orecchino, che lo prende in giro. il ragazzino spettinato urla contro l’altro, perché gli ha nascosto l’astuccio. è un peccato imperdonabile per lui. lo minaccia di botte, ti spacco il culo, brutto figlio di puttana, se non mi ridai l’astuccio entro due secondi. l’altro gli ride in faccia, che cazzo vuoi, sfigato, risponde. c’è un professore dai modi troppo garbati e timidi che entra in classe, i due ragazzini che litigano non si accorgono di lui. Rimane un secondo a guardarli e ha l’aria attonita. Il professore con i modi troppo garbati non riesce a dire nulla. ci sono ragazzine e ragazzini, che emanano odori buoni e hanno modi forse troppo garbati anche loro che si avvicinano al professore con i modi troppo garbati. prof, facciamo lezione, non badi a loro. i ragazzini e le ragazzine con i modi troppo garbati si siedono in prima fila e attorno alla cattedra, hanno l’aria annoiata e infastidita. ogni volta è la stessa storia in quella classe, in quella scuola. si sentono impotenti, si sente impotente anche il professore. il professore fa lezione, spiega cose che non possono interessare all’alunno che vuole spaccare il culo a quello che gli ha nascosto l’astuccio e neanche all’altro che lo prende in giro. le grida si affievoliscono, l’astuccio viene trovato. La puzza di troppe ascelle non lavate si mischia alla puzza di cibo pessimo, del cibo della mensa. intanto salgono le urla da un’altra classe, troppa rabbia, rabbia senza direzione, rabbia fine a sé stessa. il professore dai modi troppo garbati ha fatto lezione ai ragazzini e alle ragazzine dai modi troppo garbati. Il ragazzino a cui manca un dente davanti si è fatto il decimo selfie assieme ad una ragazzina dai capelli curati che sgancia rutti come se fossero tuoni. c’è un ragazzo in canottiera che manda messaggi su whatsapp per tutta la lezione, ma almeno non ha mai disturbato.
il professore dai modi troppo garbati se ne va con passo precipitoso dall’aula, trattenendo il respiro, gli viene da vomitare, per la puzza di sudore e la puzza di cibo.

100, grazie. ma anche tanta tristezza

Volevo cominciare con un ringraziamento a tutti, sono arrivato a 100 followers.

La tanta tristezza è a causa di quella preside. Come sapete, ho 10 ore di insegnamento, non 18, e ho fatto presente la cosa alla preside, chiedendole il riproporzionamento (parola orribile) degli impegni del pomeriggio, ho meno ore, non vedo perché dovrei partecipare a tutti gli impegni, come se ne avessi 18. All’inizio del mio periodo di insegnamento Lei si era mostrata disponibile, salvo poi rimangiarsi il tutto con una mail, che mi ha mandato prima, nella quale mi comunica che devo partecipare a tutti gli impegni, senza eccezione e che, se non sono in grado di continuare, devo desistere dall’incarico. 

Mi sento veramente deluso e amareggiato, io le ho risposto ricordandole cosa mi aveva detto e copiandole un pezzo del contratto da me sottoscritto, nel quale è prevista la proporzione degli impegni per chi ha l’orario ridotto come il mio. Non mi ha ancora risposto. Mi sento deluso, amareggiato, preso in giro, triste. Ho i brividi, ho voglia di piangere per la rabbia. Io sono una persona leale ed onesta, io non prendo in giro la gente, perché devo incontrare questa gentaglia???? Così non mi ci trovo, questo ambiente non è quello che cercavo. Questa esperienza mi sta lasciando anche pochino, per quanto riguarda gli alunni. 

Perché mi devo rovinare la vita per questa gentaglia?

umanità

c’e’ una foto, che raffigura una signora in costume, di spalle, con in braccio un neonato. sono in acqua, in Sicilia. quella signora, forse, fino a qualche secondo prima, stava leggendo un romanzo sulla spiaggia. ci sono uomini, di tutte le eta’ e stazze, in costume da bagno, i quali prima stavano forse giocando a carte. ci sono donne più o meno giovani, le quali si stavano certamente divertendo. ci sono disperati venuti da lontano, che hanno trovato aiuto da queste persone. si leggono i giornali, pieni di miserie umane, che raccontano di un mondo in crisi e di un paese in decadenza, poi, arrivano queste notizie.

sono fiero, non di essere italiano, sono fiero di appartenere ad una razza, quella umana. sono fiero ed emozionato.