disciplina

sole e allegria

Oggi c’è stato il sole e mi sono sentito meglio, più allegro, anche se fa un freddo boia. sto diventando un metereopatico? anche la classe degli stronzetti si è comportata meglio, sono stati disciplinati. Bella giornata!

Nullo sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio che ‘l sole. (Dante Alighieri)

 

anche se non sono mica diventato religioso, intendiamoci???

buona vita a tutti!

ballare

come tutti sanno oramai, io adoro la danza. mi piace la danza classica, pur non essendo un grande intenditore. se avrò mai un figlio cercherò di avviarlo verso la danza classica, soprattutto come disciplina, mi affascina tanto. io pratico ginnastica aerobica, step coreografato, mi fa letteralmente impazzire, anche se mi muovo male. sembro un elefante, ma mi diverto troppo.

durante queste sere ci sono numerose feste in spiaggia, da alcuni anni frequento quelle di un bravo dj e la sua compagna. alle feste viene chiunque: si possono trovare famiglie con bimbi

, gruppi,di ragazzini, ventenni, persone di mezza età o più anziane. Non si paga nulla, si può venire vestiti come si vuole. Il dj e’ simpatico, cerca di coinvolgere i presenti con i balli di gruppo, dai più famosi come Ymca, a balli da lui preparati e musicati. Io ho una passione:-) mi studio i suoi video su youtube, nei quali insegna i passi e poi cerco di metterli in pratica. Ballo male, sono sgraziato, ma mi libero di tutto, mi sfogo di tutto. Io, l’intellettuale marxista, il professore e traduttore, raggiungo l’estasi dionisiaca con i balli di gruppo. Ma non mi vergogno affatto.
Penso di seguire il dj anche d’inverno, forse.

Incomprensione

Come ho premesso molte volte, io sono comunista e ateo, proprio ateo convinto. Una volta fui molto religioso, poi le cose sono cambiate. A volte sembra che io mi voglia giustificare, ma penso che sia necessario precisare, soprattutto a beneficio di chi è appena giunto su questo fantasmagorico blog e, forse non conosce la mia storia.

Ho insegnato per anni solo in scuole cattoliche. Ho avuto problemi e ne ho fatto menzione in alcune delle storie che racconto, ma non solo. Alcuni fa insegnavo in una scuola cattolica del centro della mia città, avevo 4 classi, sostituivo una collega acida e frustrata. C’era una classe, piccola come tante delle classi di quell’istituto, 12 persone, dove, ogni tanto, avevo qualche problema, perché dovevo sgridare 5-6 ragazzine che si agitavano un po’. Si agitavano un po’, ma si faceva lezione. Le ragazzine non erano nemmeno antipatiche, anche se rompevano le scatole. Un giorno mi trovo a fare delle chiacchiere con la coordinatrice di classe, le raccontò i fatti sorridendo e lei si imbufalisce contro le reprobe. Promette di dare loro una bella strigliata e di rivolgersi al dirigente. Passano pochi giorni e vengo a sapere che il dirigente, un anziano frate del sud, si è recato in quella classe per scagliarsi contro di loro, apprendo che la coordinatrice li ha molto sgridati. La volta successiva i ragazzi sono abbastanza contriti, sorpresi. Di più, vengo chiamato in presidenza dal dirigente che mi chiede conto dei problemi e mi conferma tutto il suo appoggio, così come me lo conferma durante gli scrutini, dinanzi ai colleghi. I ragazzi mi chiedono scusa e migliorano di un po’ il comportamento.

Cambiamo scenario: quest’anno è stato il mio primo anno alla scuola pubblica. Ho una classe, la prima, nella quale ci sono alcuni maschi che non sono solo maleducati, sono dei veri e propri disadattati che sanno emettere i versi dei volatili o robe ancora peggiori durante la lezione, ma non studiano nulla della mia materia. Mi lamento con la coordinatrice, sorride e se ne frega, mi lamento con il preside, se ne frega, la vicepreside, idem. Dopo un po’ di tempo, addirittura attribuiscono la colpa a me. Quando faccio loro notare che nelle altre classi non succede nulla di questo, tacciono.

I fatti sopraesposti mi mettono in enorme difficoltà. Nella scuola cattolica io, ateo e comunista, sono stato supportato per problemi nemmeno troppo gravi, mentre nella scuola pubblica mi hanno abbandonato, promettendo anche agli studenti punizioni che non sono arrivate.

Non capisco cosa succeda, sono terribilmente disorientato. Mi sembra che certi presidi siano seguaci di un buonismo ipocrita, a metà tra il buonismo fasullo e il sinistrismo decadente. Mi sono vergognato per la scuola pubblica, che ho sempre sostenuto.

essere terrorizzati

fino all’anno scorso non ero mai stato granché abituato a classi grandi. Avevo sempre insegnato in istituti privati, dove, si sa, spesso le classi sono raccolte. Avevo l’anno scorso, un solo gruppo grande: 27 persone, con le quali avevo tre prime ore. Scorrevano bene, tutto sommato, anche perché, forse, erano ancora vinti dal sonno. Per due anni ho insegnato russo ad un solo ragazzo, durante la mattinata, mentre l’altra parte della classe studiava francese. Quel ragazzo aveva scelto di studiare russo e quella scuola, dove ho lavorato, gli aveva trovato l’insegnante, il sottoscritto. Ho trascorso degli anni belli, ho imparato molto. Quando insegnavo russo a questo ragazzo le lezioni erano una sorta di conversazione amichevole, naturalmente con tanti contenuti. Non avevo mai avuto grandi problemi di gestione del gruppo.

Adoro le due terze, di cui parlo molto spesso nel blog, ma anche con loro ho avuto il mio bel da fare. Ho imparato, nell’anno scolastico che si è appena concluso, che c’è un pericolo terribile per l’insegnante: il computer o il lettore dvd che non funzionano. Armato di buone intenzioni, decido di portare i fanciulli, è l’ultima ora del mercoledì, nel laboratorio di lingue, per mostrare loro un film in tedesco, Solino. Iniziamo a sistemare le attrezzature, io e due-tre ragazze, ma le attrezzature non funzionano e l’inizio del film tarda. Gli alunni aspettano e si spazientiscono come farebbero molti altri, capeggiati dal solito M. Dico loro di stare buoni, ma non ho abbastanza convinzione, forse perché sono troppo intento a cercare di far funzionare l’attrezzatura elettronica. Al secondo-terzo rimbrotto la porta si apre, c’è una collega che manifesta giustamente tutto il suo disappunto, facendo due urli ai ragazzi. Mi chiede scusa, io chiedo scusa a lei, ma non è questo il punto. Ci rimango malissimo, perché mi sembra di essere incapace. Finisce la lezione e me ne vado dalla scuola con il capo chino, pieno di rabbia e vergogna.

L’indomani ho di nuovo lezione con i ragazzi. Entro in classe con estrema decisione, criticando pesantemente quel che era successo il giorno prima. Minaccio di dimettermi dall’incarico. Mi basta guardarli per capire che si sentono in colpa, sono spaventati. Rispondono, si sentono in colpa tutti, nessuno escluso. Sono una società e anche chi si è comportato bene si sente in colpa per gli altri. Promettono di migliorare il comportamento e ammettono di aver sbagliato, si raccomandano che io non mi dimetta. Facciamo lezione, loro si comportano bene. Sono diligenti, come molte volte è capitato. Suona la campanella, c’è l’intervallo. Dopo l’intervallo devo uscire. Avevo minacciato di andarmi a dimettere durante l’intervallo, GMP, un ragazzo biondo e simpatico che ha un solo difetto, è milanista, mi dice, adesso va a casa, sottintendendo non a dimettersi, e poi ci vediamo sabato. Io faccio il vago, ma se ci sarò ancora. S., la bella e dolce ballerina, di cui ho parlato qualche post fa, mi dice con tono sicuro e sorridente, ma lei ci deve essere, dobbiamo prepararci anche per il compito in classe di gennaio. Sono contento. Quando arrivo a casa, penso a come sarebbe stato dimettersi e non vederli più e rimango inorridito, quasi terrorizzato. Oramai sono diventati parte di me, anche se, qualche volta, sono un po’ pestiferi. Per la cronaca, questa vicenda è accaduta prima di quella della nota sul registro, richiamata nel post “eliminare”. 

Un altro momento in cui ho capito che non avrei mai potuto stare senza di loro risale a gennaio. è il giorno del mio compleanno, vado dal dentista, o meglio, dal mio ex dentista, convinto che si tratti di un controllo di routine. Mi controlla una dentista, mi controlla un altro dentista e poi un altro ancora. Parlano tra loro con aria preoccupata, quando chiedo spiegazione, fanno i vaghi. e dire che non provo alcun dolore e ho un lieve gonfiore. Ho paura di non poter più lavorare, ho paura che possano essere notizie brutte. La mia prima paura è quella di non riuscire più a vedere le due terze, le due famose terze. Nessuno mi sa rispondere. Quando arrivo a casa, leggo gli auguri su FB e il buon umore, almeno in parte, ritorna. Il giorno dopo arrivo da loro, mi cantano tutti “tanti auguri al prof”, tutti fanno gli auguri, anche i ragazzi che studiano francese. Devo consegnare i compiti in classe, che sono andati bene, non c’è stata nessuna insufficienza. Sono felice e la loro vicinanza contribuisce a lenire un bel po’ lo spavento. Mi preoccupava di più non vederli, della mia stessa salute, mi terrorizzava la prospettiva. 

per la cronaca, ho cambiato dentista e pare che non sia nulla di grave. è la metà di giugno e sono vivo e vegeto. Almeno credo.

essere una società

trovarsi di fronte a 21 persone è impegnativo, significa trovarsi di fronte a 21 teste, 21 mondi diffferenti. questo è ovvio e semplice a dirsi, un po’ meno a farsi. Ci sono quelle giornate in cui l’attenzione e la concentrazione vanno a farsi benedire e proprio non si riesce a seguire la lezione, specialmente se alcuni, come il solito M. di cui ho parlato in un altro post, ma anche C.B., di cui ho parlato in un altro post, fanno il loro numero, come altri, ma forse più di altri. Non ho mai creduto al metodo della nota di demerito sul registro, lo ritengo l’extrema ratio, quando proprio non si riesce a fare diversamente. Penso, inoltre, che non si debba abusare di questa misura punitiva. CB ha una simpatica faccia da furbetta, M. pure, ma ci sono anche altri che si fanno coinvolgere: li richiamo una, due, tre volte, alla quarta-quinta volta, decido di punire coloro i quali si sono distinti, secondo me, per il caos, CB e M. Tutti ci rimangono male. Arriva l’intervallo, ritornano i compagni che studiano un’altra lingua, che sanno della nota. Due-tre ragazze che non sono mie allieve cercano di convincermi a cancellare la nota di demerito, io, per il momento, non cedo. Me ne vado dopo l’intervallo e, durante l’ora successiva, rimetto piede in quella classe, per dire che chi non ha avuto ricevuto la nota, avrebbe ricevuto un 2 sul registro. Il giorno successivo non vado a scuola.

Quando arrivo nell’aula i ragazzi sono abbastanza scuri in volto, vogliono spiegazioni. Dico loro che il comportamento della lezione precedente era stato inaccettabile, cito ad esempio quattro ragazze, anche con battute ironiche nei confronti degli altri. Ci sono I e C, che sono due bellezze d’altri tempi, con il viso paffuto, i capelli ricci e lunghi di una, e di capelli neri lunghi dell’altra. Ci sono M. e M., una mora e una bionda, dall’aria gentile e un po’ severa. Loro sono già delle donne, regolari, sembra che non abbiano cedimenti. Quando i contestattori parlano usano toni educati e maturi, riconoscono di non essersi comportati bene, ma affermano di essere tutti corresponsabili del caos della lezione precedentemente e, quindi, di meritarsi tutti una nota sul registro. Ascolto, rimanendo un po’ disorientato dal diluvio di frasi e di pensieri. Alla fine della lezione decido di cancellare la notaa per i due reprobi e di metterne una generale, ma non sono convinto al cento per cento. Escludo dalla nota le 4 ragazze di cui ho parlato prima, ma non sono convinto.

Passo il fine settimana a rimuginare sull’accaduto, mi rendo conto subito di due aspetti. Il primo è che è dispiaciuto più a me che a loro scrivere una nota sul registro. Il secondo è che sono una società. Hanno capito di avere avuto una responsabilità colletttiva, sono un gruppo. Penso di avere avuto pienamente ragione ad arrabbiarmi, ma credo che non abbiano capito la punizione. Penso che sia necessario un gesto coraggioso, dopo aver chiarito loro per bene che hanno sbagliato. Non sono autoritario, ho deciso di basare il nostro rapporto sulla fiducia e la comprensione e debbo continuare in questo modo, costi quel che costi.

Al lunedì devo fare lezione ad una classe che è composta anche da ragazzini molto problematici. Lungo il corridoio vedo CV, una ragazza bionda con gli occhi azzurri, che fa parte di una delle due terze. Le chiedo se loro e quelli dell’altra 3° si possono trovare tutti nell’aula di tedesco, perché devo dir loro una cosa bella. Lei mi risponde sorridendo che gli altri sono ad un’uscita di istruzione. Ci rimango un po’ male, ma fa lo stesso, lei sorride.

Arriva il mercoledì, l’ora di lezione è alle 13. entro in classe con l’aria un po’ accigliata ed inizio a parlare. Critico il loro modo di comportarsi, ribadisco le mie ragioni, ma aggiungo che voglio loro bene e che ho deciso di compiere un bel gesto. Ecco la fine che fa la nota, la cancello con una croce. BM spalanca gli occhi, gli occhi di quella ragazza dicono un sacco di cose. I ragazzi non si fanno trovare impreparati. Prende la parola CF, una delle quattro brave ragazze, e presenta le scuse a nome della classe per il comportamento. Promettiamo di fare meno rumore, quelle scuse sanno di sincerità, gli occhi di CF sono troppo belli per mentire, e di maturità, non promettono di essere perfettti, promettono di impegnarsi per migliorare. Uno dei rappresentanti dell’altra classe, R.T., un ragazzo simpatico a cui piacciono molto le ragazze, ripete le scuse anche a nome dell’altra classe. Sono veri, sinceri e sono una società, sono un gruppo.

essere soli

Mi sono sentito solo molte volte durante questo anno scolastico. Mi hanno affidato una classe formata da veri e propri disadattati. L’espressione non è carina, sicuramente non è carina, ma la uso, perché è quanto mai adatta. Quando mi sono lamentato con la presidenza del comportamento di questi adolescenti che andrebbero portati da uno psichiatra, mi è stato risposto che è colpa mia.

Come sarebbe se un cittadino, aggredito da un delinquente, si sentisse rispondere così, chiamando il 113? questo è darwinismo, questo è mobbing, praticato da perfetti egoisti, da persone fallite. queste persone sono fallite, perché non sono in grado di aiutare degli insegnanti dal carattere mite, come il sottoscritto.

Non sarò mai capace di essere un duro, si vede da come parlo, da come sorrido, si vede da quando vado in mezzo ai ragazzi senza diffidenza. credo che si veda dai miei occhi, si vede dalla mia apertura, si vede dal fatto che mi trovo troppo bene con i ragazzi. Vorrei potere imparare a fingere, per potermi difendere, magari non quest’anno, perché oramai è troppo tardi. Non credo che sarò capace. Non sarò capace. Proverò a fingere durezza, ma ho troppo entusiasmo, ho troppa spontaneità.

Leggere e tradurre alla sesta ora di lezione

Oggi fa caldo, la primavera sta arrivando con inusitata prepotenza. Nella città in cui vivo, nella regione in cui vivo, succede sempre così.

Al mercoledì ho lezione con i miei ragazzi di terza superiore alla sesta ora di lezione. Sono stanchi, è normale, hanno trascorso tante ore di lezione a scuola. Sono stanchi, perché sono trascorsi molti mesi da quando è iniziato l’anno scolastico, che sta finendo. A volte sono svogliati, perchè sono ragazzi.

Oggi volevo leggere almeno un testo, un articolo di giornale, dei due che mi ero prefissato. Sarei stato già contento. Invece, la maggior parte dei ragazzi ha seguito e imparato in fretta, consentendomi di leggere approfonditamente tutti e due i testi. Hanno lavorato, non so se per passione per la mia materia, o se perché sto loro simpatico. Hanno prodotto qualcosa. Hanno prodotto cultura, ma, soprattutto, hanno prodotto maturità e consapevolezza. E se questo arriva dal fatto che sto loro simpatico, va bene uguale. Avevano le facce stanche, ma serene, quando sono andati via. Erano sereni, perché, forse, stanno capendo che con lo studio e l’impegno si diventa grandi.

Potrebbe sembrare uno sbrodolamento di luoghi comuni, quello che ho appena scritto, ma non lo è affatto, in una scuola che è come il Titanic, nella quale l’orchestrina suona mentre la nave affonda. Vi voglio bene ragazzi.

Ma ora dovete rottamarci, abbiamo fallito, fatelo per il vostro bene, voi siete il futuro, noi siamo morti. Mandateci a casa, fate la rivoluzione. La rivoluzione dei sorrisi, dello studio e della gioia di stare insieme.