cugina volpe

Cugina volpe

Quando potrò mai scoprire

quanto di me sia generato 

da un gracile insetto, 

parente alle miriadi di schiere

di estive fanfare,

giacché mi ritrovo

la metallica struttura delle cicale

e nidi di vespe nel corpo;

quanto dal mare,

padre di infide spiagge

di moti e di lune,

per cui fratello mi sia lo scoglio

e sorella la pianta,

la stessa di molte isole,

o quanto dal fiume,

se ne intendo la voce

e conosco i riposi?

Per qualche cosa

io sono delle stirpi

dei migratori di scarso ventre,

che arrivano ai deserti.

Mia sorella è l’innocente tortora

che ogni autunno tradisce,

fratello il pettirosso

fedele ai lunghi inverni.

Il fiume deserto,

che tace nell’attimo in cui

la beccaccia sospende il suo volo

prima che giungano colorate

le anatre devastatrici,

è ancora mio padre

e madre profumata la macchia dei ginepri.

Mia madre è anche la biscia, 

la lussuriosa che s’aggira

al sole dei greti

e tende agguati d’incanto,

e la rondine striderella,

la volpe, la spaventata

la fuggente la indifesa,

che solo una volta

 nella sua vita 

fa un grido.

Là dove il fiume è più ombroso

e il rapido corso

scava a gorghi il fondo

azzurro di pietra,

vive il limpido granchio,

bevitore pulito

padre silenzioso.

Altri fratelli il fiume disseta

usciti dal bosco

al primo avviso della civetta,

nutrice di latte lunare:

temono la mia vendetta

di consanguineo, i ladri

d’ogni bellezza,

i profumati gli agili i silenziosi,

cui il vento avverte

un passo sconosciuto

e ricambia stagioni

un moto naturale.

Oh! felici fratelli

figli di un padre

in altre terre perduto,

divorato sull’argine;

sorte comune per noi

sarà perire in un guado

o in un giorno della stagione

in cui non resti ghianda

o altri che tema 

il nostro occhio sanguigno.

Disperato fratello 

lo sciacallo si aggira

nelle sue regioni di ronda

annusando la polvere.

La siccità trasmigra

le mie folte parentele 

a pietosa carneficina.

Il giorno seguente

o sei mesi dopo

la pioggia non porta

che strani uccelli dal mare.

Sopravvissuto è l’insetto velenoso,

digiuno e immobile un anno,

mio fratello da parte dell’attesa.

Paternità precaria

l’inverno mi dichiara

nel vecchio tronco che lagrima,

incapace di tremare

agli acerrimi venti.

Ma sempre un passero resta

e un altro tiepido animale

oltre al lupo di largo fiato

ed alla volpe azzurra

che corre verso l’inutile aurora

mille chilometri di ghiaccio

a Nord della Groenlandia.

Come per me, cugina volpe,

ovunque nel suo percorso si volga

trova luoghi adatti a morire.

(Cerca luoghi mortali.)

Per me resistere

è forza di un’ala,

di un tendine, di una vibratile

antenna d’insetto,

di pochi fili tesi

su scarsi abissi di sole

nella selva delle mie nature,

per cui vivere non è

un tentativo uguale;

ma perdersi in ogni assalto

e in ogni preda.

Smemorato come la vipera

che riassapora il suo veleno

nelle cave di roccia,

nuovo ogni momento

simile alle numerose razze dei serpenti

mutevoli di pelle negli abissi

di forma nelle argille,

o immobili tesori di luce,

amanti delle musiche

mortali del sole,

usciti dall’ombra odorosa

con un brivido;

per loro morire

è l’ultima forma.

Indifferente al tempo e alla corrente,

rana che non guarda

che non congiura o si oppone,

che senza senso

d’improvviso lascia le sabbie

per le torbide melme

e poi risorge

con il suo cuore di membrana.

Eppure al fiume,

o nei secreti stagni,

occhi impenetrabili del silenzio materno,

io ritrovo,

nutriti della stessa ansia infantile,

eserciti irrequieti 

di insetti plananti

o all’altalena su un filo

o all’avventura, imbarcati sopra una foglia,

di immense traversate

(ad altri giochi intento

io ero il giorno in cui

dovevo annegare bambino).

Una splendida paura del padre

m’avvolge e tremano le mie spiagge

quando, tra le dodici e l’una,

s’alzano le maree.

Allora cessano le mie impronte

ed altra voce

assume la mia lingua

di figlio prediletto,

unico per poco

giacché alle ricomposte superfici

risalgono le famiglie dei pesci.

Dunque è lo spavento

se una corrente volta;

la fuga, al mutare della luce,

e un remo che sciaborda

è già la secca.

La notte marina si svolge nell’angoscia;

nel momento in cui l’alba

concede ai flutti

solamente un brivido

e il primo gabbiano dimostra l’infinito,

l’incertezza di dove andare 

mi assilla.

Due legni gemono al vento che monta

carichi del dubbio

se io sia pesce o pescatore.

Paolo Volponi, Poesie e Poemetti 1946-66, Einaudi, 1980