coronavirus

Invisibile

Non ero mai mancato da scuola, mai mancato. L’altro giorno era la Festa della Repubblica e ho ricevuto una mail dalla vicepreside. Hanno trovato positiva una ragazza della mia classe e devo fare lezione da casa. Domani devo fare il tampone. Mi da un fastidio enorme non andare a scuola, mi sembra di rivivere, almeno in parte il 2018, quando ero stato male e mi era toccato rimanere a casa 10 giorni. Mi da un fastidio enorme vederli al di là dello schermo. Vorrei toccarli, vorrei abbracciarli. Vorrei sentirli vicini. Cercherò di sentirli vicini da dietro il computer. Sabato quest’anno sarà finito, avrei preferito una fine diversa.

Mah.

Sorrisi

Entro nell’aula deserta, un po’ spettrale. Mi ricordo di quando venivano a scuola, belli, sorridenti e positivamente vivaci, pure bravi in tedesco.

Accendo il computer e rivedo i loro sorrisi e la loro vivacità sana. Glielo dico, questa classe è una delle più sorridenti. Loro mi rispondono: lei è uno dei pochi prof con i quali sorridiamo.

Un virus aiuta lo smart working

Ci voleva un virus, ci volevano decine di migliaia di morti, persone intubate, persone che soffrono, familiari in pena. Ci voleva una pandemia per liberare il tempo, ci voleva questa tragedia per affrancare le nostre ore di vita, ma anche di studi, dalla prigionia di autostrade nel tardo pomeriggio di inverno, pieno di nebbia e intasamenti. Ci voleva tutto questo. Dopo la scuola trascorriamo ore a mangiare, più o meno bene, senza poter tornare a casa, visto che abito abbastanza lontano dalla scuola. La riunione inizia spesso troppo tardi, perché il signor capo se la prende comoda, o perché qualcun altro se la prende comoda. L’appello è lungo e laborioso, si può iniziare questo stanco rito, dal sapore manzoniano, nel senso delle gride.

I punti dell’ordine del giorno sono infiniti, come è infinita l’adunata di docenti, molti dei quali con l’occhio pendulo per la digestione e il sonno. Il super capo inanella predicozzi sulla puntualità degli insegnanti, prolisso e logorroico, mentre qualche disadattato coglie ogni occasione per intervenire sull’universo mondo, coglie ogni pretesto per allungare un brodo già troppo acquoso. Il capo non interviene per fermare la logorrea delle anziane cariatidi (sono anziani anche a 30 anni, a volte), anzi la alimenta con i suoi sproloqui. E così la riunione arriva alle 16 30, termine teorico, teorico, perché manca ancora un sacco, il cielo si scurisce man mano, mentre il conto della babysitter cresce, mentre lo stipendio cala e la nonna che accudisce il nipote deve rinunciare, per l’ennesima volta alla sua lezione di pilates.

Arriva il momento delle varie ed eventuali, il tempo scorre lento fino alle 5 passate. La messa è finita, davanti agli sguardi di scoramento e rassegnazione di molti prof. Puoi andare a casa e arrivano le 18, 18 e 30. Dal momento che le ore di lezione sono finite alle 12, vuol dire che hai perso 6 ore e mezza, di cui tre, almeno, dedicati a pasti che ti devi pagare tu e al lungo viaggio, nell’ora di punta. Avresti potuto trascorrere queste ore a casa e aspettare la riunione nel salotto, prima del collegamento. Ora un DPCM costringe il grande capo a liberare il tuo tempo, a liberare il nostro tempo, a regalare tempo alla vita, agli studi per migliorarci e migliorare il nostro lavoro. O forse è stato il virus?

Gride manzoniane

Il grande capo del liceo dove lavoro sembra un po’ uno sfigato inacidito, che non veniva mai invitato alle feste, quando era lui adolescente. Le ragazze non se lo filavano mai, lui non riusciva a rivolgersi a loro, non riusciva nemmeno ad incrociare il loro sguardo. Il tempo è trascorso e lui è diventato preside, molto lontano da casa e allora ha voglia di rivalsa. Per lui i prof, o molti di essi, sono come quei compagni di scuola e quelle compagne che non se lo filavano. E allora vuol comandare, come il protagonista de Il Giudice, la canzone di De André. E così la sua aria da sfigato non dispensa più buon umore, per chi alla sbarra in piedi gli dice vostro onore. E allora diventa una sorta di Don Ferrante, che non si vuole accorgere della peste, convocando riunioni/adunanze, alle quali accorrono folle oceaniche o un po’ più sparute, a volte confinate in spazi stretti, ammassati a respirare la poca aria viziata presente. Come per incanto i contagi crescono, come i DPCM di conseguenza e lui oggi ha scritto una circolare più che confusa, simile ad una grida manzoniana. Il coraggioso che ha la forza e l’abnegazione di arrivare fino in fondo senza addormentarsi comprende che il grande capo sta pensando di autorizzarci a lavorare da casa. Devo dire che ha la reattività di un bradipo addormentato.

A proposito, oggi Internet funzionava un po’ meglio.

Decadenza

C’è un’aula completamente vuota, quella dove insegno. Prima c’era un corridoio vuoto, quello della scuola. Prima c’era la strada della scuola, vuota e desolata, priva di quella colonna sonora di festoso chiasso, che c’era fino a pochi giorni. fa. Un plotoncino di insegnanti dall’aria un po’ mesta entra a scuola, presidiata dai bidelli, con le luci accese e il riscaldamento a palla. C’è un caldo soffocante, per pochi insegnanti e bidelli. Entro nell’aula deserta, non riesco a regolare la temperatura, mi tolgo la giacca e mi sbottono la camicia. Entra la conversatrice, sudata anche lei. Io provo a collegarmi ad Internet, per fare lezione ai ragazzi a casa. Ho impiegato 45 minuti di auto, 50 chilometri, mi sono alzato alle 6. Internet non va, mentre siamo da soli nell’aula vuota, con un caldo feroce. Passano i minuti e ci colleghiamo, utilizzando i giga del mio cellulare, prima che, dopo circa mezz’ora, i tecnici risolvano il problema. A casa mia ho la fibra ottica, ma non importa, per il preside bisogna andare lo stesso a scuola. Blatera confusamente di un dettato normativo, che non prevede lo “smart working” per gli insegnanti, sostenendo che non avrebbero copertura assicurativa. Siamo stati a casa ad insegnare per oltre due mesi, durante il precedente confinamento, senza che nessuno facesse queste storie. Mah… Il nuovo DPCM vieta le riunioni collegiali in presenza, dopo che questo signor preside le aveva imposte con poche eccezioni, trovando, a detta sua, un cavillo nella normativa. Mentre il virus correva, noi abbiamo dovuto stare belli ammassati, pur con le mascherine, a discutere del nulla in un’aula con l’aria viziata, mentre la pandemia correva abbiamo dovuto subire i collegi dei docenti, che terminano con le varie ed eventuali, che sono, per molti, un’occasione per scaricare le proprie frustrazioni e discettare sull’universo mondo. Questo punto dell’ordine del giorno mi fa venire in mente l’assessore Palmiro Cangini del comune di Roncofritto, assessore alle varie ed eventuali. Ma questi pseudoinsegnanti della Compagnia della Buona Morte non fanno per nulla ridere.

Mentre gli alunni ti guardano da dietro uno schermo, con l’aria triste e smarrita.

Competenza

In questo blog scrivo pochissimo di Covid, ne tratto solo di sbieco, soffermandomi solo sugli aspetti “sentimentali”, solo sull’influenza che ha questa pandemia sulla scuola. Non ne scrivo, perché non ne so niente, perché sarei ridicolo se mi ergessi a pseudovirologo. Mi fanno paura e un po’ schifo tutti questi incompetenti, che spuntano sentenze. Non scrivo di coronavirus, perché io so di traduzioni e di scuola, non di virus.

Vincerò anche questa volta

Il titolo potrebbe sembrare il delirio di un esaltato con disturbi della personalità.

è difficile restare indifferenti alle aule vuote, spettrali, senza gli alunni, senza quei corpi a tre dimensioni, senza quegli occhi attenti, felici, distratti, assonnati, che spuntano faticosamente dalle mascherine. è difficile restare indifferenti arrivando davanti alla scuola e non vedere e/o sentire il vociare caotico e simpatico dei ragazzi, molti dei quali, almeno nella scuola in cui lavoro io, sono disciplinati, non si assembrano e hanno la mascherina. è difficile non provare sconforto quando la connessione internet della scuola è efficace quasi quanto quella dei modem analogici e fa spezzettare la tua voce di prof, le loro voci, le cancella del tutto e butta fuori il loro rettangolo di schermo dalla chiamata di meet. è bello vedere tutto il visto dei ragazzi, ma ti si stringe il cuore nel vederli dietro ad un computer.

Quando li vedi entrare a scuola, poche classi complete, qualcuna a metà, provi una sensazione di gioia e sollievo, come se non li vedessi più da tanto tempo, anche se li hai visti solo qualche giorno prima. Allora è il momento di dare ancora di più il meglio di te, allora è il momento di incrociare i loro sguardi. E dimentichi tutto, dimentichi, per quell’ora, questo schifo di virus e tutti il resto, vedi i tuttologi da bar e da internet. Ma anche quando sono dietro ad uno schermo, quando hai risolto i problemi di connessione, dopo aver igienizzato accuratamente la cattedra, solo in quell’aula, anche quando ci sei tu e loro sono altrove, in paese o persi in località collinari o di pianura, allora devi dare il meglio, perché questo lavoro di diverte da matti, perché è una delle tue gioie della vita. Vincerò anche questa volta.

M.

non ho più voglia di uscire

Da quando c’è stato il confinamento più stretto, non ho più voglia di uscire, neanche adesso che un po’ ci si può muovere. Vado a fare la spesa vicino a casa e a vuotare il pattume. Ho trascorso due pomeriggi, ieri e oggi, a casa, fino al momento delle lezioni on line di zumba. La sera sono stato a casa, ovviamente, ordinando cibo a casa.

Diventerò Oblomov?

Grazie al collega Pietro De Angelis

Oggi faccio il saprofita e mi approfitto del bell’articolo del collega! Ho il sospetto che la ministra Azzolina abbia poco senso della realtà. La cosa mi dispiacerebbe assai, anche perché io non ho in antipatia il M5S. Povera, povera nostra scuola!

La proposta per la riapertura delle scuole sarebbe l’alternanza didattica in presenza/anti-didattica a distanza. Una sorta di classe mista: metà in presenza e metà connessa da remoto. Questa è la straordinaria soluzione a cui ministero, esperti, comitati sono infine giunti: tenere cinque ore metà classe davanti al pc. Una domanda semplice semplice che magari sarà sfuggita a queste menti illuminate: ma chi sarà accanto a questi bambini durante le cinque ore in cui saranno connessi da casa? I genitori? Non credo, perché che lavorino smart o non smart, devono appunto lavorare. I nonni? La famosa categoria fragile che fino a ieri abbiamo cercato di proteggere non esponendola a rischi inutili? I nonni anch’essi smart? E chi i nonni non ce li ha? La vicina di casa? La baby-sitter? Un’altra domanda semplice semplice che magari sarà sfuggita: esattamente come farà il docente a fare lezione usando due didattiche completamente diverse, una vera in presenza e una non-didattica a distanza? Ma qualcuna di queste menti illuminate ha messo mai piede in una scuola primaria? Ha mai fatto lezione davanti e in mezzo a dei bambini che devono imparare tutto da zero, anche come tenere in mano correttamente una matita? Ha mai contato il numero di volte che un bambino chiede spiegazioni o conferme al proprio lavoro? Ha mai toccato con mano l’importanza di uno sguardo al momento giusto, di un sorriso, di un silenzio ? Questo miracolo accade solo in presenza. In questo modo non farà più lezione nessuno: né quelli che saranno presenti, né tantomeno gli alunni stessi messi a pascolare davanti al pc e privati del contatto diretto con l’insegnante e delle interazioni tra pari. Un’ultima domanda semplice semplice: ma avete idea di quale sia il range di attenzione di un bambino così piccolo? Ma davvero credete che un bambino possa mantenere la propria concentrazione, la propria curiosità, la propria motivazione tenuto davanti a un pc per cinque ore, vedendo allo stesso tempo i compagni dall’altra parte dello schermo interagire? Avete idea del livello di frustrazione che vivranno queste creature? Come si fanno esattamente attività laboratoriali a distanza, dato che la vera didattica in una scuola primaria deve essere laboratoriale? Come la guido la mano di un bambino di prima elementare sul quaderno se il bambino è oltre lo schermo di un pc? Nel momento in cui decidete di farci rientrare a scuola ci state automaticamente dicendo che le condizioni igienico-sanitarie lo consentono; le condizioni logistiche, al contrario, non consentono il rientro di tutti. Per i soliti motivi storici: le classi sono troppo numerose, il personale troppo poco, le scuole troppo vecchie e anguste. Bene, avete quattro mesi, quattro dannati mesi, per trovare spazi da riconvertire in scuole e implementare un sistema di trasporti adeguato. Quattro mesi! E l’unica soluzione a cui sapete pensare è fare scuola a metà? Ma non vi vergognate? A scaricare il peso della vostra totale incapacità tutto e sempre sulle spalle delle famiglie, dei docenti e dei bambini?Questo è il colpo definitivo e mortale, perché chi finora ha salvato la scuola, e cioè i docenti e famiglie , saranno travolti dal peso di questa didattica zoppa, massacrante, ingorgata, finta e controproducente. Non serve un computer per far illuminare gli occhi di un bambino, non serve la LIM, non serve il coding, non serve il POF, il PTOF, il RAV, serve soltanto quel bambino, quella piccola anima desiderosa di aprirsi al mondo, una stanza e un insegnante tutto per loro

Non andrà per niente bene

Prosegue l’ecatombe della pandemia. Il governo ha stanziato abbastanza soldi per la scuola. Si prevede che dovremo promuovere tutti, anche chi non lo merita. Era già capitato l’anno scorso per la prima del professionale, quando ci hanno impedito le bocciature quelli del governo gialloverde. La difficoltà della situazione diventa un ulteriore pretesto per smantellare la scuola pubblica, riducendola ad una burla, in cui l’impegno non serve a nulla.

La crisi del virus si sta mangiando la vita e i soldi di piccoli imprenditori, dal turismo all’attività sportiva, che falliranno in gran parte. Quando finirà questa pandemia arriverà qui la troika e faremo, con ogni probabilità, la fine della Grecia.

Non andrà per niente bene.

M.