bellezza

Saramago

Dicci com’è un albero affinché non dubitiamo che qualcosa nel mondo, fuori da queste mura, continui a combattere contro l’infamia, contro la menzogna, contro la stolta crudeltà dei nemici della vita, dicci com’è e dov’è la giustizia, perché le strappiamo la benda dagli occhi affinché veda, finalmente, a chi, di fatto, è servita, chiunque egli sia; ma non ci dicano com’è la dignità perché lo sappiamo già, perché, perfino quando sembrava non fosse che una parola, noi comprendevamo che si trattava della pura essenza della libertà, nel suo senso più profondo, quello che ci permette di dire, contro l’evidenza stessa dei fatti, che eravamo prigionieri, eppure eravamo liberi.

Neruda – Canto General

Al mio Partito

“Mi hai dato la fraternitá verso chi non conosco.
Mi hai aggiunto la forza di tutti quelli che vivono
Mi hai ridato la patria come in una nascita.
Mi hai dato la libertá che non ha il solitario.
Mi hai insegnato ad accendere la bontá come il fuoco.
Mi hai dato la rettitudine che necessita l’albero.
Mi hai insegnato a vedere l’unitá e la differenza degli uomini
Mi hai mostrato come il dolore di un essere é morto della vittoria di tutti.
Mi hai insegnato a dormire nei letti duri dei miei fratelli
Mi hai fatto costruire sulla realtá come su una roccia.
Mi hai fatto avversario del malvagio e muro del frenetico.
Mi hai fatto vedere la chiarezza del mondo e la possibilitá dell’allegria.
Mi hai fatto indistruttibile perché con te non finisco in me stesso.”
(Pablo Neruda, Al mio Partito)

non trovo la versione originale, scusate. ho troppo sonno

inquietante

c’è qualcosa di inquietante nel rapporto che abbiamo con noi stessi, con la nostra immagine. molto spesso l’immagine che abbiamo di noi non corrisponde a quella degli altri, a volte in meglio, a volte in peggio.

i miei occhi sono grandi e marroni, molto profondi. ho i capelli corti corti, un po’ radi, ma non troppo. porto baffi e pizzetto curati, con estrema attenzione. sono molto alto e ho un fisico atletico. anni fa mi piacevo di più, da qualche anno ho l’impressione di stare invecchiando, però ho qualche smentita, che mi fa riconsiderare molte cose.

perché penso che sia inquietante? penso che abbiamo diverse vite, la vita come sembra a noi, nelle nostre teste e nei nostri sentimenti e la vita che viviamo negli altri, acquistando un’altra dimensione.

viene a parlare da me una madre, alla mattina, la figlia si avvicina e la madre, una signora molto piacente, le dice, guarda che bel professore abbiamo. Potete immaginare la soddisfazione del sottoscritto. Io sono un intellettuale molto profondo , ma sono anche un uomo ed è giusto che gli uomini abbiano anche un po’ di vanità. a scuola, alle superiori, vado ben curato, in giacca e cravatta, da quest’anno.

e poi c’è A.T. A.T. è una mia alunna, ucraina di origine russa, una bionda molto appariscente  di 17 anni, con gli occhi di ghiaccio, una mia alunna. sembra una delle candidate a Miss Mondo. è intelligente ed evoluta, ama il tedesco. insegno le canzoni in tedesco, lei se le scarica sul cellulare. se le canta nell’intervallo, prende i voti più alti. pochi giorni fa mi dice, prof, ma come è bello con quel taglio di capelli. Io la ringrazio per il complimento. mi chiede l’amicizia su fb, mi scrive per chattare, per augurarmi la buona notte. mi confida i suoi problemi con il padre, mi scrive che le sono troppo simpatico. chattiamo in italiano e russo. che succede?

cielo

La canzone degli Stadio, Chiedi chi erano i Beatles, recita, voi dovete insegnarci con tutte le cose e non solo a parole. Molte volte mi sento quasi in imbarazzo nel pensare che faccio l’insegnante, perché penso di avere tanto da imparare, perché mi sento abbastanza acerbo, ma quello è il mio ruolo, un ruolo dove imparo e insegno e il mio insegnare ha senso solo imparo qualcosa.

L’anno scolastico scorso ho vissuto, mio malgrado, l’atmosfera sulfurea della scuola della suora inquietante ed ho un ricordo, uno tra i tanti, che vorrei citare ora. c’è un consiglio di classe, un pretesto, per questa donnetta rinsecchita per potere parlare a vanvera. La donnetta parla e straparla e, a un certo punto, racconta, con fare gongolante, di come il padre di un’alunna abbia fatto dei lavori, del valore di svariate migliaia di euro, per lei gratis. io non vorrei mai fare il dirigente, perché mi sembra un ruolo impiegatizio, ma ho delle idee su come si deve svolgere questa funzione. Penso che sia un errore accettare delle prestazioni gratis per migliaia di euro, perché, in questo modo, la situazione diventa di conflitto di interesse. Come si fa a dare l’insufficienza alla figlia, dopo che il padre ha fatto quel regalo? non si può, naturalmente. cosa penseranno altri compagni, sapendo della generosità del padre, quando la figlia prenderà dei voti alti? un preside non deve solo essere onesto, ma deve anche apparire come tale. è interessante notare come questa donnetta dall’aria ascetica, quasi ultraterrena, sia, in realtà, così terrena, così materiale, quando gioisce, perché il padre dell’alunna ha preparato dei manifesti gratis per la festa della scuola. si tratta di manifesti che non sono neppure così importanti. cosa può insegnare una donna che gioisce per la roba? quanta piccineria c’è in quella persona? Giuliano Ferrara sostiene che, per fare politica, bisogna essere ricattabili. anche per fare scuola.

guardo la foto che sta in questo post e penso al cielo e penso a come sia necessario staccarsi dalla terra, ogni tanto. penso al paradosso di una donna che si riempie la bocca di cielo e glorifica il denaro e il possesso. Penso al mio amore per gli aerei, penso a come sfidano la gravità, penso al fascino e al timore reverenziale che provo, quando vedo un aereo staccarsi o quando ci sono sopra. sono seduto in macchina e sto andando a scuola, all’ITC in cui insegno. c’è una coda infernale di macchine e motorini, Io sto fermo, guardo il cielo sorridente di un martedì mattina pieno di promesse e scrivo. Sul sedile di fianco a me c’è un giornale. Scrivo negli spazi bianchi e penso ad un altro paradosso. Penso che un insegnante come me, ateo e comunista, come me, deve mostrare dove sta il cielo a ragazzi, ma deve cercarlo pure lui. Dove sta il cielo? sta nella bellezza, sta nel diventare chi siamo, sta nell’impegno costante e instancabile. adesso voglio citare la scuola media dove sto lavorando, che è un ambiente difficile, ma dove qualcosa di buono c’è. debbo insegnare il tedesco ad un gruppo di ragazzini, tutti stranieri, da poco arrivati in Italia. ci sono alcune ragazzine e ragazzini che si dannano l’anima, per imparare qualcosa di tedesco, dovendo imparare anche l’italiano e ce la mettono tutta, con le difficoltà e la stranezza della pronuncia araba o ucraina del tedesco. c’è A., ragazzina tranquilla e intelligente della Tunisia, dai grandi occhi, c’è A., tranquilla e sorridente dal Pakistan, ci sono D. e V., con le quali parlo in russo qualche volta, perché vengono dall’Ucraina, sempre insieme da sembrare gemelle, c’è R.A., che viene dalle Filippine e vuole imparare, a tutti i costi. Da qualche giorno ha iniziato pure S., una bella ragazzina con gli occhi verde smeraldo e lo sguardo un po’ smarrito, venuta dalla Moldavia, che mi chiede di spiegare qualche cosa in russo, visto che fatica con l’italiano. e c’è anche L., che viene dalla Siria, che è un ragazzo intelligente e un po’ confusionario. attorno a loro c’è confusione, provocata da altri alunni, ci sono difficoltà, ma il loro impegno è una dimostrazione che la scuola, per loro, venuti dall’estero, ha un valore. Dimostrano amor di patria, se questa definizione ha un valore, dimostrano che la scuola italiana ha delle ragioni in più per esistere, dimostrano che le femmine riescono, dove sempre più spesso, noi uomini falliamo. Dimostrano che il cielo esiste ancora, e non è troppo lontano. cielo

amico invadente e simpatico 75/stelle e stalle

quando ero in vacanza pensavo molto spesso. adesso lavoro e sono più inchiodato al qui ed ora, più inchiodato all’immanente (azz, che filosofo che sono). cerco di ritagliarmi degli spazi, sto continuando a leggere guerra e pace, sto continuando a guardare il cielo, sto continuando a cercare di perdermi, a volte ci riesco.

a volte passeggio, a volte guardo la Lonely Planet, per trovare degli itinerari interessanti. una mattina mi sono messso a sfogliarla e il mio occhio è caduto sul Museo della Scienza e dell’Innovazione, presentato come un luogo molto amato dai bambini, La stazione della metropolitana è Teleport, il nome mi fa subito pensare ad un film di fantascienza.

Il viaggio è più lungo del solito, per via di un incidente subito da una metropolitana (senza conseguenze per i passeggeri) . Quando esco da questa stazione il sole picchia come un assassino, è normale, succede sempre così. Cerco indicazioni e trovo una fermata dell’autobus. Il conducente non parla una parola di inglese, con mia grande gioia, ma ci capiamo lo stesso. Il biglietto lo si acquista dal conducente, c’è solo un’entrata e penso alla semplicità di questa soluzione e a come eliminerebbe i “portoghesi” nella mia città e in Italia, in generale. Gli mostro sulla Lonely dove debbo scendere e lui mi fa segno di avere capito. Passano due fermate e l’autista mi indica che è la mia. scendo e di fronte a me trovo il museo, con una fila enorme alle biglietterie. Mi mangio due panini con i wurstel, ideali per una giornata come quella, e mi bevo qualcosa. La fila scorre veloce ed arriva il mio turno. Ho due opzioni: visitare solo il museo, oppure aggiungere una mostra sui servizi igienici. avete capito bene, sui servizi igienici. Io ho scelto, naturalmente, entrambe le opzioni, I servizi igienici sono dati per scontati nella nostra civiltà, ma pensiamo a solo 60 anni fa. Pensiamo ai paesi del cosiddetto terzo mondo, pensiamo all’importanza che hanno per la nostra salute, pensiamo a cosa comporta andare di corpo male. La mostra era tra il giocoso e lo scientifico. Il simbolo della mostra er una figura vestita con il tailleur e gli occhiali, che rappresentava una cacca. sì, proprio lei, sorridente accanto ad un water, alla carta igienica, et similia. pensiamo a cosa sarebbe successo se questa mostra fosse stata organizzata in Italia, pensiamo alle battutacce. Ci sono adulti e bambini, che parlano piano. forse fanno battutacce, ma io non capisco il giapponese. ci sono immagini abbastanza eloquenti che aiutano a capire il colore e la consistenza delle feci sane, ci sono descrizioni del sistema fognario di Tokio, c’è una lunga storia delle fogne e di come esse abbiano migliorato la nostra vita, facendoci vivere meglio e più a lungo, di come abbiano consentito di migliorare l’aspetto delle nostre città. Ci sono immagini di toilette che funzionano senza bisogno di fogne, per i paesi poveri è stato studiato un wc in cui non c’è bisogno della fogna, che può servire anche in caso di terremoto. I giapponesi sono misurati in tutto, sono persone che amano far vedere di essere come si deve. Sono misurati anche nello scherzo.

ad un certo punto si staglia davanti a me un enorme wc, al quale si accede da uno scivolo. ci sono diecine di persone entusiaste, adulti e bambini, anche in giacca e cravatta, con un cappellino a forma di escremento che scendono dallo scivolo, accompagnati dal rumore dello sciacquone. e anche io decido di farlo, vado a prendere il cappellino a forma di escremento. Pensate un po’ al professore austero (ma dove???) al traduttore giurato serissimo (ma doveee), al comunista pensoso, con il cappellino a forma di escremento che scende dallo scivolo. sulla parte alta dello scivolo c’è un arco, il cui scopo mi è oscuro. salgo anche io i gradini, mi sdraio con fatica sotto l’arco (sono alto 1 metro e 90 e molti giapponesi sono dei puffi). Un simpatico ragazzo giapponese mi dà via e, faticosamente, scivolo, lo scivolo è stretto e io ho le spalle larghe. Finisco nelle fogne, un ambiente a sfondo azzurro. Mi tolgo il cappellino da escremento e continuo la visita. Penso a come si possa essere lievi, ironici e autoironici, ma anche scientifici e rigorosi, senza essere volgari e sopra le righe. Mi sento un po’ giapponese anche io,forse. Termino la mostra con un senso di soddisfazione.

Mi attende l’esposizione permanente, piena anche essa di adulti e bambini. Si parla del cosmo, entro in un’astronave. Guardo come si vive in una navicella spaziale, come si mangia, i servizi igienici, che avevo visto anche precedentemente e penso che ci siano diversi modi di arrivare al cielo. no, non mi interessa il cielo cristiano, mi interessa il cielo della bellezza, della creatività. Penso che anche la scienza sia creatività, penso che andare nello spazio sia una scelta poetica. Entro in una minuscola navicella. Mi accorgo di quanto sia stato sbagliato non dedicarsi in modo sufficiente alle materie scientifiche, per colpa mia, per colpa di professori scadenti, per colpa di qualche frase di mio padre, anchese mi ha sempre lasciato libero di scegliere. anche la scienza può aspirare alla bellezza, anche la scienza è creatività.Guardo i modelli del cosmo, con ammirata soddisfazione. Continuo a firare per l’esposizione permanente e rimango colpito da come gli scienziati stanno cercando di creare la plastica dai vegetali, da come stiano cercando di ricreare pezzi di corpo  umano, per poterli sostituire a chi ha bisogno. Penso che , anche se dio non c’è, noi possiamo sempre aspirare alla crescita o forse, proprio perché dio non c’è. Sono contento e felice di essere stupito. Continuo la mia visita per un po’ e poi mi vado a fare un gelato enorme e succulento al bar del museo.