apertura mentale

Cerchi che si aprono, cerchi che si chiudono

Questo blog mi sta arrecando giovamento. Mi piace scrivere, mi piace sfogarmi, l’attenzione dei follower è uno stimolo per riflettere, per guardarmi alle spalle. In fondo si tratta di fermarsi un po’: fare il punto della situazione, guardarsi allo specchio e guardarsi attorno. Sono anni pieni di cose, pieni di fatti, che vanno analizzati guardandoli da più lontano.

C’è chi dice che le sventure insegnano. Penso che non sempre insegnino, insegnino solo quando le situazioni ti fanno crescere. Io ho vissuto e vivo una vita complessivamente gioiosa, sono nato in una famiglia dove mi hanno voluto bene, soprattutto mia nonna. Ho seguito gli studi che ho voluto, sto facendo il lavoro che volevo fare. Avevo 14 anni e volevo diventare un insegnante. Ora che ne ho qualcuno di più, faccio l’insegnante. Mi sento un libero pensatore. Credo di avere dimostrato più volte grande apertura mentale. Ho insegnato quasi sempre in scuole private, anche cielline. Sono orgogliosamente comunista e ateo. In ogni momento vissuto a scuola non mi sono mai allontanato dalla mia idea. Si va a scuola, perché si vuole bene ai ragazzi, anche se a volte è difficile, anche se, a volte, i rapporti non decollano, come si dice.

La storia che sto per raccontare è la storia di una persona che cerca di essere sé stessa, è una storia di apertura e chiusura mentale, è una storia che parla del valore delle persone.

Il cerchio si apre. Quando, qualche anno fa, sono stato in una scuola ciellina, mi sentivo a disagio. L’atmosfera, da parte di molti colleghi e, soprattutto della preside, era resa opprimente, soprattutto durante le ultime settimane di Eluana Englaro. La campagna clericale era scatenata.

Una delle classi che mi sono piaciute di più di quell’anno scolastico, non completo per me, è stata la terza. Era una classe di una decina di persone, prevalentemente femminile. Michele, Michele, per caso ce l’hai con i maschi? Vabbè, in quella classe c’era una ragazza, LZ, timida timida magra magra. Me l’avevano presentata gli altri insegnanti come una mezza ritardata, della quale avere un po’ di compassione. Io la chiamo in causa durante le mie lezioni, al pari degli altri. Non ho minimante la percezione di trovarmi di fronte ad una persona con un deficit cognitivo. è timida, è una ragazza sensibile, forse si vergogna anche perché la natura non è stata troppo benevola per quel che riguarda il suo aspetto fisico: è bruttina. Un giorno tengo una lezione di ripetizione, nel primo pomeriggio. Partecipa solo lei, siamo vicini a natale. Ripetiamo delle regole di grammatica per un’ora e mezzo e lei mi segue, comprende, ha più voglia di parlare. Siamo da soli, in aula. A un certo punto, con aria contrita, mi dice: sa, prof, io non capisco molto. Io la guardo con occhi stupiti e replico: mi sembra che tu questa regola la capisca, così come le altre, e allora che cosa non capiresti? Lei si stupisce più di me. Io aggiungo, guarda che non te lo dico mica per farti piacere. Ti dico quello che penso. Quella ragazza, che in tedesco aveva avuto il 6 scarso, con me ha il 6 pieno allo scritto e 8 all’orale. Quando c’è il ricevimento di dicembre, tutti gli altri professori le dicono che stenta, le fanno capire che hanno compassione di lei e le mettono 6. Non hanno capito che è timida, non hanno capito che va spinta a migliorarsi, a trovare le energie che ha dentro di sé e che non sa di avere. Cosa significa insegnare? Quando sua madre viene a parlare con me, io le dico che mi piace il comportamento, mi piace la mentalità di L., ma anche il rendimento è buono. Lei è rimasta fuori dall’aula, sua madre guarda fuori, lei si sporge per ascoltare e la madre glielo dice. Lei è felicissima. Forse ha capito di farcela, ha capito di essere più grande, più forte di quello che pensava. Un giorno, al bar vicino alla scuola, incontro la madre. La madre è una donna d’altri tempi, dall’aria un po’ fanciullesca. Ci salutiamo e lei inizia dirmi che la figlia mi adora. Si lancia in una lunga digressione, il senso della quale è che anche lei, la madre, mi ritiene bravissimo, perché sarei ciellino. E se sono ciellino, dunque sono bravissimo. La guardo, sorrido, ringrazio, ma soprattutto penso. Penso molto, penso: se sapesse cosa penso di cielle, invece mi sta elogiando, proprio perché mi considera ciellino. Mah…

Quella classe è bella, ci sono elementi intelligenti e vivaci, soprattutto le femmine. C’è MS, le cui si origini si perdono lontano e le si notano nel colore degli occhi e dei capelli, c’è MG, dolce e sorridente, FM, LP, GM, ecc. ecc. Sono belle persone, vanno bene anche a scuola. Si lavora tanto e si ride di gusto, come quando MS, con il quale avrei avuto uno scontro, durante la festa di natale, fa l’imitazione di diversi insegnanti, anche il sottoscritto, con garbo e ironia. Si studia la grammatica, si studia la letteratura, si studia la saga dei Nibelunghi. Quando l’incarico finisce, troppo presto, i contatti vengono mantenuti tramite FB. Abitiamo lontani, loro mi mancano. Mi piace vedere pezzi della loro vita sul computer, me li fa sentire meno lontani. Il tempo che trascorre è lento e veloce, sembra che consumi i rapporti. Qualcuno dice che viviamo in un’era liquida, dove tutto è meno concreto, fisso: non sempre è vero.

Grazie anche a FB, ci sentiamo per gli auguri di natale e compleanno. Passano gli anni e per loro arriva il rito della maturità. Si dice sempre che sia un rito di passaggio e i riti di passaggio si affrontano insieme a chi significa qualcosa. FM è una biondina dagli occhi verdi, il caschetto e il viso rotondo che sembra una bimba nonostante i 19 anni. Mi scrive, invitandomi alla loro cena finale, presso il ristorante del padre di MS, poco fuori la città in cui vivo. Accetto subito. è un lunedì sera, vado in palestra. Quando faccio la doccia, l’emozione incomincia a salire. Dopo anni si ricordano di un insegnante che li ha avuti nemmeno per tutto l’anno. Le persone valgono qualcosa. Prendo la macchina e attraverso la mia città. è sera, è giugno, e c’è ancora luce. Parcheggio poco lontano e mi avvio. Quando li vedo, mi assale l’emozione, li abbraccio uno per uno.  Sono belli ed eleganti, ci sono tutti, c’è SA, una bella ballerina, c’è SM, una ragazza dolce e sorridente, c’è FM. Entriamo e saluto il signor YS, padre di MS. C’è qualche collega, tra cui un caro collega, peccato sia cattolico. Per la prima parte della cena, non parlo quasi per niente: sono paralizzato dall’emozione. Mi beo dei loro sorrisi, delle loro risate. Con l’andar del tempo prendo coraggio, all’inizio non mi sembravano veri. Si ride molto, MS fa le imitazioni dei prof, anche la mia: si ride tanto. Allora le persone valgono. La serata passa veloce, pure troppo. Ci salutiamo, bacio tutti, uno per uno. Ci abbracciamo. In quei giorni ero stato persino stanco di FB, MS, quando esprimo il mio malcontento e la mezza idea di cancellare l’account, mi dice, prima ci deve chiedere il permesso, prof, altrimenti come facciamo a rimanere in contatto. Quella serata è stato un regalo straordinario. Torno spesso in quella pizzeria, per rivedere il padre della mia alunna e la mia alunna, oramai ex, che lì lavora. è una donna, bella e matura.

Le persone valgono. Vale chi rimane sé stesso, anche in mezzo alle difficoltà. Chi non mente, chi non è costruito vale, soprattutto in mezzo ad adolescenti. Quest’anno sono stato nella scuola pubblica. è stato il mio primo anno. Ho una collega di inglese, una cinquantenne dai modi rudi. Per i primi tempi mi saluta sorridendo, è abbastanza affabile. Un giorno ci incontriamo al bar e mi chiede, tu dove hai insegnato prima di adesso. Io le rispondo, sempre nella scuola privata. Come ti sei trovato, io le rispondo che, in generale, mi sono trovato bene. La sua espressione diventa diffidente, ma è vero che lì regalano i voti, mi chiede. Le rispondo che qualche problema c’è, ma che, almeno nelle scuole in cui ho lavorato, si impara. Mi guarda male. Da quel momento in poi mi avrebbe tolto il saluto, scambiandomi per ciellino.

Il cerchio si chiude. Evviva il libero pensiero.