Letteratura

Furti continui – complimenti a Titti De Luca – Poesia in rete

Alla mia morte ti lascerò i miei averi: non altro che un nome, chiuso in un libro. Nelle tenebre in rivolta, che dai miei avi arrivano fino a te, i miei padri strisciarono come animali lungo dirupi e precipizi, che ora aspettano te, mio giovane figlio: il mio libro è un gradino per risalirli. […]

via Testamento – Tudor Arghezi — Poesia in Rete

Annunci

La più amata

Ho appena terminato il libro di Teresa Ciabatti. è la storia di una ragazzina viziata, anaffettiva, figlia di un padre fascista, piduista e privo di sentimenti e di una madre inadeguata. è la storia di una ragazzina che rimane ragazzina, che cresce male, che rimane sempre a metà, insoddisfatta di sé stessa e degli altri. è una storia di inadeguatezza. Mondadori.

A qualcosa serve

Ho letto il libro autobiografico Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz. é il racconto della vita di uno dei più importanti scrittori israeliani e del mondo. è il racconto della sua famiglia, pieno di ironia e anche di leggerezza. Non conoscevo Amos Oz. è stata una scoperta interessante, soprattutto se consideriamo le vicende accadute e che stanno accadendo in Israele e in Palestina da tanto, troppo tempo.

A qualcosa serve il blog: a dare consigli librari.

Post un po’ lungo: tesi di laurea in letteratura russa

Mi piacerebbe raccontare della leggerezza di quel periodo, tra il 2001 e il 2002. Il giorno in cui ho iniziato a scrivere la tesi era l’11 settembre 2001. Era un giorno poco leggero, lo so. Ero disorientato. Era normale essere disorientati. Era il periodo dell’Università. Ero soprattutto contento. Vabbè, basta con le ciancie. Ecco la tesi.

Kljuev: le verità’ NELLA POESIA E NELLA REALTA’ Kljuev in alcuni pensatori tedeschi (DUBBI, PROBLEMI E CONTROVERSIE)

SOMMARIO

METODOLOGIA                                                                                                       5

RICERCA DEL MATERIALE                                                                                     7

1.4 LE ALLEGORIE nella POESIA DI kljuev.                                                          45

 

Ricerca del materiale

La ricerca è stata svolta con lo stesso metodo sistematico adottato anche nella redazione della tesi. Permette inoltre di capire di più l’argomento di cui ci si sta occupando, perché si possono effettuare anche scoperte impreviste. La ricerca e il lavoro redatto riflettono inoltre le idee di chi scrive, perché l’oggettività è impossibile. Questi non sono i soli aspetti da affrontare: anche l’oggetto con cui si lavora è direttamente collegato alla ricerca. Molti studiosi si sono accorti di quanto sia importante ragionare sul mezzo utilizzato per scrivere, perché modifica l’efficacia e il metodo di lavoro di chi scrive. Una volta la macchina per scrivere era il mezzo utilizzato per la stesura di qualunque documento. La diffusione del computer, di Internet, e delle e-mail offre molte nuove opportunità per gli studiosi. Lo scambio di conoscenze è più facile in quanto le università e i vari studiosi inseriscono in rete i loro contributi. La lettura di ipertesti permette di costruirsi differenti percorsi di lettura, secondo le esigenze del visitatore del sito.

Il mio interesse[1] verso il sincretismo tra cristianesimo ortodosso, paganesimo e impegno politico che caratterizzava questi settari e il legame, contenutistico e linguistico, con la poesia di un poeta come Kljuev mi hanno convinto della necessità di redigere uno studio sull’argomento.

Si tratta di un argomento “difficile”, che ha avuto (ed ha) scarsa diffusione in Italia. La peculiarità del mondo contadino russo, le difficoltà della lingua di Kljuev, che utilizza termini del linguaggio dei settari sono le caratteristiche principali. Inoltre Kljuev è molto meno considerato dal mondo culturale rispetto ad Esenin.

La ricerca si è realizzata in vari modi: il primo è stata la fornitura di materiale da parte della professoressa Danil’cenko, il secondo è stato lo scambio di e-mail con la RGGU e il prof. Benvenuti, del dipartimento di Storia, vi è stata inoltre la ricerca di informazioni su Internet, il lavoro nelle biblioteche, rispettivamente, quella del Dipartimento di Lingue, quella dell’Archiginnasio e quella del Dipartimento di Storia, e l’acquisto di alcuni volumi.

E’ interessante analizzare come le sette religiose russe, in particolare quella dei chlysty-chrysty, abbiano influenzato l’opera di Kljuev. Su questo argomento esiste vario materiale di impronta marxista, in particolare l’opera di Bonc-Bruevic, caratterizzata da un preciso punto di vista in merito alla religione. Di tendenza diversa sono due testi Chlysty di Etkind, del 1998, e Sekty Chlystov Skopgov’, del 1882, che mostrano l’evoluzione della visione delle sette religiose. L’unica copia disponibile del libro del 1882 è presso la biblioteca della Città del Vaticano. Le ultime due opere mi sono state fornite dalla mia relatrice, che mi ha anche fornito il nominativo della vedova del prof. Fanti, esperto di slavistica, che ho contattato e che non possiede più il materiale utile.

Vi è stato uno scambio di e-mail con la RGGu, nella persona della dottoressa Makarova, responsabile delle relazioni esterne, la quale mi ha risposto che la RGGU non ha le opere dell’antropologo sovietico. Ho anche intrapreso l’inutile tentativo di chiedere la disponibilità dell’università di Cambridge, disponibilità che mi è stata negata dal responsabile della biblioteca John Reynolds, in quanto non sono studente di quell’università.

La ricerca in biblioteca è iniziata da quella del dipartimento di Lingue, nella quale ho trovato per ora solo un saggio della dottoressa Salomoni su Bonc- Bruevic. Nella biblioteca del dipartimento di storia ho rintracciato altri due saggi della dottoressa Salomoni, sullo stesso argomento. In luglio mi sono recato presso la biblioteca dell’Archiginnasio. Ho ricercato inutilmente tra i volumi e, successivamente, ho intrapreso una ricerca tramite computer sulla banca dati bibliografica OPAC. Ho trovato i volumi presso la biblioteca della Fondazione Gramsci, a Roma. La biblioteca dell’Archiginnasio, non effettua prestito interbibliotecario. Ho contattato l’Istituto Gramsci di Bologna, che non effettua prestito interbibliotecario con la Fondazione Gramsci. Il responsabile del prestito interbibliotecario della Fondazione, dott. Massimi, mi ha comunicato che quei libri fanno parte di un fondo russo-sovietico che è stato donato all’università di Siena. La responsabile della biblioteca della facoltà di Lettere mi ha comunicato che l’università è in possesso di quei libri dal 1994, ma che questi giacciono in un magazzino, assieme a molti altri, a causa della mancanza di spazio lamentata dall’università. Ho provveduto ad inviare una lettera all’Università di Siena per sollecitare lo sblocco di quel fondo, ma non ho avuto risposta.

Prima di indirizzare più precisamente la mia ricerca, ho passato in rassegna i vari motori di ricerca presenti su Internet: il migliore, per completezza ed efficienza, è sicuramente Yahoo. Contiene il maggior numero di siti, diverse diecine di migliaia, offre molteplici possibilità di ricerca e interazione con altri motori. Al termine di questo esame ho individuato tre criteri di ricerca: il primo è la ricerca per categorie, a partire dalla pagina principale del sito. Ho ricercato tra i siti russi e tra i siti che facevano parte della categoria “religioni”. Ho cercato i siti che corrispondono alle parole chiavi “chlysty”, “skop9y” e “dukhobor9y” e “Kljuev” e ho trovato molte decine di siti che presentano due caratteri comuni: il primo è quello di essere in buona parte di provenienza anglosassone e, il secondo di essere caratterizzati da un taglio enciclopedico, sia pure sommario. Vi sono siti sulla storia della Russia, siti che contengono le poesie di Kljuev, e elenchi di pagine web sulle sette. Il problema principale posto dalla ricerca tramite Internet è la vastità della rete, la quale, se, da un lato, consente un dispiegamento a largo raggio delle ricerche, dall’altro è piuttosto dispersiva e causa molti problemi, se non si trova un metodo di ricerca efficace. Uno degli scopi della ricerca su Internet è stato il reperimento dell’opera di Bonc-Bruevic sulle sette religiose, problema assai difficile da risolvere.

  • Ottobre 2001

METODOLOGIA

Le interpretazioni critiche di una scelta significativa di poesie di Kljuev costituiscono uno dei due punti nodali di questo lavoro, assieme alle traduzioni. La lettura approfondita delle sue poesie pone dei problemi legati alla complessità della lingua, alla commistione tra codici, poiché il poeta utilizza termini dialettali, termini di altre lingue, come quella mongolica e, soprattutto termini del linguaggio settario. A proposito della lingua russa va sottolineato che Kljuev utilizza anche molti arcaismi e molti termini che indicano elementi della natura siberiana. Inoltre vi è anche l’utilizzo di un linguaggio simbolico che ha posto l’esigenza di una “doppia lettura” di alcune poesie, di cui una più letterale e l’altra che ha tenuto conto della quantità di riferimenti che ogni parola, ogni espressione della poesia di Kljuev contiene. Le analisi che vengono presentate costituiscono una chiave interpretativa dei temi che affronta il poeta e delle idee che esprime, quindi sono necessariamente discutibili. Nei paragrafi che seguono verranno forniti degli spunti sul metodo adottato nella lettura critica delle poesie.

Le analisi delle poesie sono state organiche, nel senso che ognuna delle parti in cui sono divise, parti che chiameremo introduzione, svolgimento e conclusione, oltre a contribuire ad imprimere forza alle tesi che vengono espresse, devono fornire un’idea di omogeneità. L’introduzione HA posto le basi di tutto il lavoro DA svolgere. Qualsiasi opera letteraria e, dunque, qualsiasi poesia, è inserita in un contesto storico dal quale viene influenzata in varia misura. Ho cercato, nelle analisi, di CONTESTUALIZZARE la poesia, di offrire un quadro generale del periodo storico in cui viene scritta. Ho indicato gli avvenimenti più importanti, sia della nazione in cui vive e/o opera l’autore, sia gli avvenimenti che accadono negli altri paesi. Considerare un’opera in maniera astorica è estremamente fallace, perché può contribuire a trarre in inganno sia colui che analizza che colui che legge l’interpretazione critica. Ho cercato anche di NON cadere nell’eccesso opposto, in altre parole quello di redigere un saggio storico, che devierebbe in maniera determinante da quello che è il tema principale, cioè la poesia. Il percorso di avvicinamento alla poesia iniziato con la descrizione del contesto storico continua: essa è inserita all’interno di un progetto narrativo coerente ed è influenzata dalla vita dell’autore e dalle scelte culturali e personali che egli ha compiuto. Ho anche scritto della vita dell’autore e del percorso che l’ha portato a comporre quella poesia. A questo punto la poesia è stata inserita in un contesto: sono stati forniti al lettore i primi mezzi per capire la poesia e l’interpretazione che viene fornita e, magari, per interpretarla in modo diverso. La fase che precede immediatamente lo svolgimento, è quella dell’iNDiViDUAZiONE dei temi principali della poesia. Ogni poesia esprime delle idee, affronta dei temi, in maniera più o meno coerente: li ho cercati e sviluppati. Lo svolgimento è stato diviso in parti, ognuna delle quali corrisponde ai temi affrontati: questa divisione è “annunciata”, al termine dell’introduzione.

Lo svolgimento dimostra la fondatezza della divisione in temi che viene operata qualche riga più indietro: vale la pena ricordare, che, nonostante si affrontino le tematiche separatamente, la poesia è unica, e, dunque, ciascuno dei temi affrontati non termina in modo netto alla fine di un paragrafo, anche se l’attenzione del poeta e del lettore si sposta su altri temi e altre idee. Per dimostrare la fondatezza delle mie tesi ho utilizzato tutti quegli elementi stilistici, retorici e metrici che ne confermano la validità; ho utilizzato inoltre tutte quelle citazioni, quei riferimenti che l’autore compie nel corso della poesia e che si inseriscono all’interno del percorso del poeta, di colui che analizza e di colui che legge la poesia, e magari anche l’analisi. Ho utilizzato non casualmente il termine “percorso”, per sottolineare il fatto che è necessario mostrarlo all’interno dello svolgimento e soprattutto nelle transizioni da una parte all’altra dello svolgimento.

Al termine bisogna in qualche modo riassumere il percorso che si è compiuto ed indicare dove si è arrivati: le conclusioni sono “aperte”, lasciano spazio anche a colui che legge che può avere fornito delle risposte diverse ai temi posti. La conclusione costituisce una marcia di allontanamento dalla poesia.

Ho spiegato dunque il contesto storico successivo alla poesia e il contesto culturale, le scelte che il poeta compie e l’influenza che la poesia analizzata avrà nel resto della sua vita.

 

Kljuev nel 1904.

Un ringraziamento alla professoressa Danil’cenko, che ha collaborato nelle traduzioni, e al professor Rizzo.

  • DALL’INIZIO AL 1918: L’IDILLIO CON LA NATURA
    • LA FUNZIONE DEL POETA
      • 1905: RODINA HEIMAT VATERLAND IN “DOVE SIETE IMPETI BOLLENTI”

IL CONTESTO STORICO-LETTERARIO

Il ventesimo secolo è iniziato nel 1905[2]: forse questa affermazione potrà sembrare assurda, ma i fatti ne comprovano la validità. Dal 1905, in Russia, ma non solo, si sono verificati degli avvenimenti storici tali da modificare radicalmente gli equilibri di potere che vi erano allora in Europa e, che fino a quel momento, parevano inattaccabili. Le monarchie erano saldissime, le più importanti dinastie di Europa erano strettamente imparentate tra loro e, anche la dinastia dei Romanov, nonostante la nascita di un erede al trono emofiliaco, pareva tale. In verità, dal 1902, qualcosa stava cambiando. Nelle campagne erano scoppiate rivolte, ben 670, e, nelle città, erano stati organizzati i primi scioperi per protestare contro l’assolutismo dello zar e, per il miglioramento delle condizioni economiche degli operai e dei contadini. La risposta dello zar era consistita o, in una feroce repressione, o, nell’infiltrazione all’interno del movimento operaio e contadino, con la creazione, ad esempio di organizzazioni come la Società di mutuo soccorso, da parte di Zubatov, capo dell’Ochrana di Mosca, la polizia segreta zarista. Intanto nel 1903, viene sancita, al congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, la storica divisione tra bolscevichi e menscevichi. Veniamo al 1905: l’anno inizia con la capitolazione della flotta russa a Port Arthur, di fronte ai giapponesi, questa capitolazione è la diretta conseguenza di una disastrosa politica imperialista, ma non è finita qui. Le manifestazioni di protesta si estendono. Il 9 gennaio 1905 è la domenica di sangue, un’imponente manifestazione di popolo viene violentemente repressa da esercito e polizia. La lotta contro la ribellione avviene anche nelle campagne. Non bisogna mai dimenticare che la Russia è un paese scarsamente urbanizzato. Lo zar incarica Stolypin, che è un’importante uomo di stato, di elaborare una riforma agraria che dovrebbe stemperare le tensioni che si stanno accendendo in quegli anni. Questa riforma scardina il sistema dell’обшина, per incentivare la piccola proprietà contadina. Ai contadini viene assicurato sostegno economico dalle istituzioni: essi possono portare avanti le loro attività e migliorare le loro attrezzature. Questa riforma parcellizza il mondo contadino e, oltretutto, non ottiene gli effetti sperati. L’ala sinistra della Duma si oppone, compresi i rivoluzionari. Il contesto letterario russo a cavallo tra i due secoli vede due correnti principali, il neorealismo, che ha tra i maggiori interpreti Nekrassov, che rappresenta la realtà sociale, e il simbolismo, che si stacca dal mondo terreno per raggiungere la perfezione formale e che ha, tra gli interpreti più significativi, Solov’ev e Ivanov. A questi tumulti partecipa anche Kljuev, che viene arrestato per avere tentato di sollevare i contadini. Il poeta viene dal mondo delle sette, dalla campagna. Nel 1904, a 17 anni, ha pubblicato la sua prima raccolta e, l’anno successivo, viene data alle stampe la sua raccolta intitolata Народным Кружком . E’ definito un poeta neo- contadino[3] anche se, questa definizione è spesso discussa, perché viene ritenuta limitante, rispetto alla portata e al peso culturale che avranno in seguito poeti come Esenin e Kljuev. Questa poesia descrive la visione che ha Kljuev del momento storico che sta vivendo: è una visione messianica che mette insieme la religione e il culto delle sette. Questa poesia, che si divide in quattro strofe di quattro versi ciascuna, ha una struttura metrica che presenta rime alternate. La divisione in parti che si può operare è abbastanza intuitiva: ho diviso infatti la poesia in due parti uguali: la prima, che è composta dalla prima e dalla seconda strofa, e la seconda, che è composta dalla terza e dalla quarta strofa. La prima parte è caratterizzata dai due interrogativi retorici che vengono posti da Kljuev, che si rivolge ai sentimenti ed ai rivoluzionari, invitandoli ad agire; la seconda parte è complementare, nel senso che aggiunge elementi ai due interrogativi retorici che vengono posti. Kljuev vuole sottolineare l’urgenza dell’azione da parte dei rivoluzionari, spiegando la situazione drammatica della Russia.

Per sottolineare l’urgenza e l’importanza del momento Kljuev utilizza al primo verso di ognuna delle due strofe un’anafora, ripetendo l’espressione гдеПбы…. Il “protagonista” della prima strofa è il fuoco, la passione, l’ardore. Il vocabolario che usa Kljuev è tutto di questo tipo: egli fa appello ai sentimenti e al vitalismo rivoluzionario utilizzando espressioni come порывыеи кипучие, чувствии безграничныйи npoctop[4] ecc., ecc. Gli animi si devono sollevare contro la violenza dello zar nei confronti del popolo. Questa strofa costituisce una tappa importante nel processo di avvicinamento verso gli avvenimenti che stanno accadendo in Russia, che non verranno mai esplicitamente menzionati, ma che diverranno d’ora in poi, sempre più presenti. Infatti nella seconda strofa K. si rivolge ai combattenti, ai rivoluzionari e, anche questa volta, usa un vocabolario particolare, che sottolinea la semplicità, intesa in senso positivo, cioè come purezza d’animo, e il coraggio di queste persone, spesso anonime, poco conosciute, come ad esempio II compagno rappresentato nell’omonima poesia di Esenin, ma che combattono per la loro patria, иродина. Questo termine ha assunto diverse accezioni nel corso dei secoli e ha ancora oggi differenti accezioni a seconda delle varie culture. Dal punto di vista linguistico il termine è originato da род: questa radice ha dato vita a termini come родители, родной брат e родной язык. Esso si differenzia notevolmente dal concetto di патриот in quanto il primo, родина, è legato etimologicamente e culturalmente al concetto germanico di Vaterland e a quello di Blut und Boden, che potremmo tradurre con sangue e terra. La terra è personificata, è genitrice perché è divina, così come lo era stata nella mitologia greca al tempo delle divinità materne, ricordiamo Gea. Bisogna citare anche, a tale proposito, il concetto di Mat’-Cypa-Zemlja, che è traducibile come madre-umida-terra e che rappresenta una delle basi del settarismo. E’ interessante notare anche il dualismo che vi è anche nella lingua tedesca, in questo caso tra Heimat e Vaterland[5] . Se osserviamo le principali lingue europee non notiamo questo tipo di dualismo: è presente l’equivalente inglese di Vaterland,

Fatherland, ma non l’equivalente di Heimat. In Francia è presente unicamente il termine patrie così come in italiano vi è il termine patria. E’ opportuno sottolineare che l’accezione prevalente di questo termine è sempre stata conservatrice ed escludente. La patria è stata considerata come un’identità che unisce determinati individui, sulla base della comune lingua e/o della comune appartenenza territoriale. La Rivoluzione francese ha visto nascere il concetto moderno di nazione e una nozione diversa di nazionalismo. Questa volta il nazionalismo è visto in senso progressivo (questa visione inizia con la Rivoluzione francese) e i rivoluzionari vengono descritti come brillanti stelle, come a voler riprodurre quel dualismo tra cielo e terra che è un concetto tipico del settarismo. Le funzioni dei rivoluzionari sono così importanti che questi vengono definiti cantori: si deve ricordare che la figura del cantore ha sempre svolto il ruolo di divulgatore di notizie, in questo caso i rivoluzionari non si limitano a divulgare, ma sono gli artefici del loro destino e di quello del popolo

n

народ , una parola che può significare sia popolo che nazione e che rimanda alla spiegazione dell’uso della parola родинаПche viene fatta alcune righe più indietro. I termini summenzionati sono l’anello di congiunzione della prima parte con la seconda e costituiscono il punto nodale della poesia.

La seconda parte vuole costituire un complemento alla domanda che viene posta nella prima e si apre con la personificazione della patria, che attende i rivoluzionari come un giorno splendido (свемлого, da свет, luce: vedremo come la terminologia legata alla luce, al fuoco, alle tinte forti ricorra molto all’interno della poesia). Possiamo notare ancora una volta il legame con il settarismo: la patria viene personificata. Ancora una volta Kljuev sottolinea la sanguinosa repressione che lo zar sta compiendo contro il movimento rivoluzionario, con l’espressione coperta di sangue, come nel verso 4. Nel verso successivo c’è subito un’immagine che contrasta, l’immagine dell’oscurità dell’inferno, anche se, ricordiamo, esso è molto spesso caratterizzato dal fuoco. Il fuoco ha, in questo caso, una funzione catartica e lo possiamo vedere al verso 12. Viene nuovamente personificata la patria e si sottolinea, mediante un’anafora con il verso 10, il fatto che essa attenda, per di più ansiosa il fuoco. La funzione catartica del fuoco viene sottolineata nel verso 13, che apre l’ultima strofa. Questa volta il soggetto è il fuoco, al quale viene attribuita la stessa importanza della patria e dei rivoluzionari che sono i soggetti delle altre strofe. Questa volta K. usa l’immagine della fiaccola della libertà, che, in questo caso, è intesa come libertà di parola e di espressione, ma anche come libertà dal bisogno, se solo si pensa alle condizioni economiche che vi erano a quel tempo in Russia. La terra russa chiama, con voce suadente e questo rimanda al dualismo tra cielo e terra di cui si fa menzione anche in altre parti dell’analisi. L’ultimo verso è un saggio di storia russa: l’espressione un popolo che tutto sopporta non potrebbe essere migliore spiegazione di quello che è successo nei secoli passati. La Russia ha dovuto sopportare il servaggio della gleba fino al 1861, uno sviluppo industriale ritardato, un’assolutismo tra i più lunghi nella storia: questo verso è la motivazione principale della domanda che viene posta nelle prime due strofe. La rivoluzione è avvertita come una necessità, anche se bisognerà aspettare fino al 1917, per ottenere il successo. In ogni caso dal 1905 molto è cambiato.

Il percorso “politico” di Kljuev non sarà un percorso tradizionale: egli vedeva l’insurrezione in maniera “religiosa”, cosa che contrastava con la visione leninista, ma che era scarsamente compatibile anche con l’ideologia di altri partiti come i socialisti-rivoluzionari che avevano un maggior radicamento nelle campagne, al contrario dei bolscevichi. Di lì a poco si formeranno i primi Soviet, che costituivano un contropotere rivoluzionario rispetto alla Duma, assemblea che veniva concessa dallo zar nella quale gli operai e i contadini erano sottorappresentati. In quegli anni si formarono tre dume, che fallirono miseramente. Kljuev è considerato un poeta “neo-contadino”: assieme ad Esenin, Klyckov, Sirjaevic, con il quale intreccerà una lunga corrispondenza, Mariengof e Oresin: essi vivono questa esperienza con molto coinvolgimento e passione. Si presentano alle feste calzando i lapti, le tipiche calzature contadine fatte di floema, sono orgogliosi di provenire dalla provincia, dalla campagna. Non si lagnano delle sofferenze, ma le considerano un mezzo per fortificarsi. La poetica di Kljuev è anche legata a quella degli immaginisti, per l’uso frequente di immagini che egli compie per spiegare il suo pensiero, ma anche a quella dei simbolisti. Egli intreccerà il suo destino anche con Alexander Blok. In quegli anni le varie Dume, che vengono concesse dallo zar falliscono clamorosamente, a causa della loro inettitudine e della corruzione che permea sempre di più il regime. Nella seconda Duma la maggioranza è dei riformisti, anche se i bolscevichi hanno ben 65 deputati. Stolypin ha molte difficoltà nel far passare la sua riforma, i bolscevichi chiedono la municipalizzazione della terra, per poterla distribuire equamente ai contadini. In Siberia, la terra di Kljuev, dal 1907 al 1914 vengono trasferiti centinaia di migliaia di contadini.

  • LA QUESTIONE DEL CAPRO ESPIATORIO IN “COME UNO SCHIAVO REMISSIVO”

Questa poesia costituisce un’ideale continuazione della poesia che ho analizzato precedentemente, sia nei concetti espressi, che dal punto di vista storico, essendo stata scritta nello stesso anno, nel 1905. Si potrebbe precisare, ad esempio, che tante sono le differenze tra questa rivoluzione e quella del 1917. Uno dei massimi esponenti di questa rivoluzione fu da un personaggio molto

о

particolare e ambiguo come il pope Georgid Apollonovic Gapon che fu, in varie riprese, rivoluzionario, informatore della polizia e fuggiasco all’estero. Un altro carattere che conferma la peculiarità di queste agitazioni è legato al fatto che, gli industriali chiedono diritti politici per i loro operai. Questa rivoluzione, che i bolscevichi definiscono democratica e borghese, non ha ancora una caratterizzazione politica ben definita. I rivoluzionari vogliono più democrazia, ma il bisogno principale è il pane. La visione che ha K. della sollevazione si inserisce bene in questi frangenti: egli l’attende come una nuova “venuta”[6]. La rivoluzione è un momento nel quale il “sacrificio” assume grande valore. Attraverso il martirio ci si può fortificare, immolarsi per la causa ha un doppio significato: offrire una nuova vita agli altri su questa terra e riceverne una nuova, ma non in questo mondo. La tematica del “capro espiatorio” è di grande importanza nella storia: dalla tradizione tragica greca (tragedia deriva da

tragos, caprone) alla tradizione cristiana la vittima sacrificale è spesso presente Tra gli altri, il fondatore della psicoanalisi, Freud, lo scrittore Sacher-Masoch e, a suo modo, il marchese De Sade si sono occupati del dolore e dei suoi vari significati. Si deve inoltre citare la tradizione dei canti funerari russi, ai quali si ispira Kljuev per comporre questa poesia. Egli partecipa alla rivoluzione russa ed è legato politicamente e sentimentalmente con Maria Dobroljubova. Anche la divisione in parti che si può operare è abbastanza semplice ed intuitiva: le prime due strofe trattano infatti del momento della morte del padre che intona un canto funerario, proprio della tradizione popolare russa; le altre due strofe costituiscono una netta contrapposizione rispetto alle altre: il figlio dichiara che non sopporterà le sofferenze che sono state inflitte al padre e che combatterà la sua battaglia.

La poesia si apre con la similitudine безответным рабом che incomincerà il percorso circolare della poesia. All’aggettivo 6D □, parola composta che si compone di безПП senza е □ответ, □□ risposta, nnon è stato facile trovare una traduzione adeguata, “remissivo” non rende certo l’idea. Il soggetto è il padre, anche se qui non appare chiaramente. Egli intona un canto funerario e si paragona ad uno schiavo: notiamo come la similitudine costituisca il primo verso e il soggetto appaia solo nel secondo. Nel secondo vi è l’azione principale, la morte, che è intesa come un passaggio: i verbi di moto сойти□ ne найти esprimendo molto bene questo concetto. Da notare la ripetizione della parola долиП[7]. Nel secondo verso si capisce chiaramente chi è che pronuncia quelle parole: è il padre, o meglio, il padre-martire. Egli è un martire, ma è ancora del tutto “passivo”: il suo concetto di martirio è del tutto distante da quello del figlio. Sta esprimendo le sue ultime volontà e intona un canto funerario. Ed è a questo punto che si compie la transizione tra la prima e la seconda parte della poesia.

Il soggetto cambia: è il figlio. La terza strofa inizia con una negazione, così come la quarta. Il figlio nega il percorso di vita del padre, lo nega

decisamente e contrappone il gemito dei padri al boato dei tuoni, contrappone il verbo riecheggia al verbo пролетитии (passerà volando). La contrapposizione è netta, da tutti i punti di vista: dal punto di vista politico, dal punto di vista linguistico e dal punto di vista stilistico. Anche il primo verso inizia con una similitudine, ma in questo caso non è per negare qualcosa, ma per confermare una scelta di vita. La contrapposizione è anche fonosimbolica. La stessa struttura grammaticale e stilistica si ripete anche nella quarta strofa, nella quale il figlio proclama definitivamente qual è la sua scelta politica, che è quella di non arrendersi al potere zarista, ma di reagire, magari trovando anche il martirio, anche se questa colta il poeta è un uomo libero. Troviamo un’espressione che riprende il verso 1 безглазными рабом, che significherebbe letteralmente schiavo senza voce e che io ho scelto di tradurre come schiavo senza parola. Questa volta l’espressione viene negata. Il poeta non è più schiavo, ma libera aquila, l’immagine stessa di aquila parla di libertà. Egli continuerà ad intonare il suo canto (допеть), ma questa volta non è più un canto funerario.

La vita di Kljuev sarà esattamente così, come egli annuncia nella poesia. Questa poesia incita all’azione, a non lasciarsi trascinare passivamente dagli eventi. Il martirio è dunque una possibilità di redenzione, rappresenta la possibilità di una nuova vita a costo, anche, del sacrificio della propria. Quel che leggeremo nelle poesie in seguito confermerà questa scelta, fino all’ultima problematica parte della sua vita. Il suo percorso sarà simile a quello di Esenin e, come per Esenin, la sua morte non sarà mai del tutto chiara.11 Il suo entusiasmo e il suo coinvolgimento per la Rivoluzione si perderanno per strada, così come quello dello stesso Esenin e di altri poeti, che avevano seguito il loro stesso percorso politico e culturale. Resta da capire il perché.

 

  • IL POETA COME PROFETA IN STELLE DI MONTAGNA COME RUGIADA”

Il movimento rivoluzionario vive una fase difficile e tumultuosa, una fase di riflessione sulla rivoluzione che è avvenuta solo pochi anni prima. Dal punto di vista teorico Lenin sta rielaborando le concezioni di Karl Marx, mentre Bonc- Bruevic, si sta impegnando per trovare dei punti di contatto con il settarismo. E’

sicuramente noto il pensiero religioso di Marx che parlò della religione come

12

oppio dei popoli. Marx è entrato in contatto con uno dei maggiori interpreti della

13

sinistra hegeliana, Ludwig Feuerbach . Egli sostiene che dio è un prodotto dell’uomo, e che è piuttosto la natura ad avere caratteristiche divine nel senso spinoziano del termine. Il barbone di Treviri ha sviluppato queste problematiche in senso sociale, descrivendo la religione come instrumentum regni. A questa concezione si collega Bonc-Bruevic, quando illustra nei suoi articoli, le elargizioni sostanziose dello zar nei confronti della chiesa ortodossa. All’interno della Duma i partiti borghesi hanno una solida maggioranza anche se i Soviet stanno crescendo. Sono anni importati per il poeta, anni nei quali entra in contatto con numerosi esponenti del mondo intellettuale. Nel 1907 incomincia la corrispondenza di Kljuev con Blok. Dal punto di vista strutturale troviamo una composizione abbastanza solita per K.. Questa composizione è presente anche in molte altre poesie analizzate in queste pagine. Troviamo anche qui il motivo della circolarità e una certa tendenza da parte dell’autore a descrivere dei processi, dei “movimenti”. In questo caso possiamo proporre due divisioni, non troppo distanti l’una dall’altra, della poesia. La prima divisione è in due parti, dal verso 1 al verso

  • e dal verso 11 alla conclusione. Nella prima parte assistiamo a una descrizione dell’alto e ad un movimento dall’alto verso il basso[8], mentre nella seconda è descritta la relazione tra il “basso”, il popolo[9], e l’alto. L’altra divisione che può essere proposta è in tre parti, ritenendo la prima strofa un elemento a se stante, in quanto pone una domanda, stilema abbastanza utilizzato da .

Kljuev apre la poesia con la descrizione della natura. Al primo verso vengono accoppiati due elementi che rappresentano due concezioni dell’alto, la montagna e le stelle. Mentre nel primo caso l’altezza è misurabile, nel secondo caso è smisurata, o almeno lo era al tempo in cui scriveva il poeta. E’ da notare, nel primo verso, la similitudine, altro procedimento largamente adottato dal poeta anche nelle altre poesie di cui vengono proposte analisi in queste pagine. La similitudine è operata con un altro elemento naturale, la rugiada, che è un simbolo di primavera, dunque di risveglio della natura. Il primo verso ha dunque una funzione descrittiva rispetto a ciò che accadrà in seguito, ha una funzione preparatoria rispetto alla domanda, all’interrogativo retorico, che il poeta compie nel verso seguente. Il poeta pone una domanda, riferendosi ad una persona, ad un’entità, che, in un punto del cielo, affila le falci celesti e piega arco dietro arco. K. ci offre anche un riferimento spaziale: il prato celeste. Questa domanda potrebbe avere una risposta religiosa: sono numerosi, infatti, gli dei, che nelle varie mitologie, hanno la funzione di forgiatori. I due verbi che esprimono le azioni aprono i versi 3 e 4. I due verbi caratterizzano la poesia e influenzano i versi seguenti.

La seconda strofa, che può aprire o no la seconda parte, a seconda che si accetti l’una o l’altra delle due divisioni che sono proposte nell’introduzione esprime staticità, che è presente spesso nella poetica kljueviana, anche se è spesso “preparatoria” al movimento, perché è utilizzata per descrivere una situazione. Nella seconda strofa predomina, oltre alla dimensione dell’alto, anche la dimensione della smisuratezza. Il verso 5, che apre la strofa, è caratterizzato da una similitudine, che riprende quella del verso 1. La luna è confrontata con il giglio, simbolo di biancore e di purezza, al quale K. attribuisce l’aggettivo tenero. Dal verso 1 al verso 5 si è verificato un movimento verso l’alto. Siamo passati dall’altezza misurata e misurabile della montagna all’altezza, allora smisurata e non misurabile, della luna. In questo caso il paragone si allarga al verso seguente:

  1. indica un’altra caratteristica della luna e, utilizzando un’anafora, la confronta con il profilo del volto[10], per evidenziarne il contorno sottile. Nei versi successivi la descrizione che compie il poeta si sposta al mondo. Bisogna tenere conto del fatto che in russo la parola мир□ ha il doppio significato di “mondo” e “pace”. Si conferma ancora di più che l’interpretazione che qui viene descritta è del tutto arbitraria e discutibile. Al sostantivo russo, che noi traduciamo con la parola mondo vengono accoppiati un participio aggettivato e un avverbio, che precede il participio e che da esso è retto. L’avverbio è composto da una negazione e da un aggettivo. si vuole negare, attraverso un procedimento che in casi simili chiameremmo litote, per affermare qualcos’altro. Abbiamo scelto di tradurre con che non si può abbracciare con lo sguardo, perché ci sembra la traduzione più fedele al testo e, inoltre, ci fa capire come l’assenza di strumenti scientifici rendeva allora lo sguardo l’unico strumento di osservazione della realtà. Anche con il participio sostantivato si realizza lo stesso procedimento. Si tratta infatti di un composto tra un avverbio di negazione e un participio. Abbiamo scelto di tradurre l’espressione originale con immenso, perché, anche in questo caso, ci sembra essere la traduzione più fedele al testo e, etimologicamente il termine italiano e quello russo sono vicini. Immenso è ciò che non ha misura, che non ha

17

limiti, che non si conosce e che si tenta di spiegare, anche con la religione. Il verso 8 è la naturale continuazione del verso precedente: K. nomina l’altezza che qui assume un ruolo sempre più definito, che viene definita, con un aggettivo che

esprime la visione di K, “profonda”. L’altezza è profonda e non ha fine e anche

18

qui possiamo trovare l’elemento anaforico . Questa volta il poeta nega un sostantivo.

Siamo giunti alla seconda o alla terza parte, a seconda dei due modi di procedere che prima sono stati indicati. i versi 9 e 10 possono essere confrontati a

due canti religiosi[11]. Abbiamo tradotto il sostantivo che apre il verso 11 con Gloria, un termine che è fortemente connotato dal punto di vista religioso. Anche

in questo verso il poeta utilizza un aggettivo composto da una negazione e da un

20

altro aggettivo. In questo caso la traduzione è immortale . Come è indicato nella nota, la traduzione letterale sarebbe che non diventa cenere, inestinguibile. E’ stato scelta questa traduzione per sottolineare il carattere di illimitatezza. E’ stata scelto questo aggettivo per fornire al lettore un’idea di trascendenza. Non vi è il confine della vita, che è un limite per ogni essere umano. Qui siamo in una sfera

vicina al divino. Al verso 10 abbiamo un altro termine che ha spesso una

21

connotazione religiosa . Ed ora arriviamo ai due versi centrali di questa poesia, i versi 11 e 12. Il verso 12 offre al lettore un riferimento temporale. K. scrive che “presto” arriverà “l’ardente messaggero” al popolo. L’avverbio, che qui è tradotto con presto, può essere inteso nel senso della realtà, di una conoscenza certa che il poeta ha, o può essere una possibilità, una speranza, fondata o meno. L’autore fa iniziare la frase scrivendo della folla affamata. Abbiamo scelto la traduzione folla perché ci sembra descriva molto bene la concezione poetica e di vita di K.. Per l’aggettivo russo è stata scelta la traduzione affamata, nel senso di affamato di cibo, oltre che di democrazia. L’interrogativo sorge ora spontaneo: chi arriverà? Nel verso successivo il poeta lo svela. Arriverà l’ardente messaggero. E’ da notare la forte connotazione politica e religiosa dell’aggettivo qui tradotto con ardente.

La metafora è molto efficace, perché il fuoco ha spesso un valore simbolico di

22

purificazione e di catarsi, oltre che di manifestazione divina . Chi sarà l’ardente messaggero? Possiamo azzardare un’ipotesi leggendo i versi seguenti. Potrebbe essere una personalità religiosa o politica che risolve i problemi della Russia, in particolare del mondo contadino, oppure un gruppo di persone, ad esempio i Bolscevichi. Bisogna ricordare, a tale proposito, la funzione significativa, materiale e simbolica, che ha esercitato, nei secoli, la figura del messaggero. Esso ha sempre avuto il compito di latore di notizie, molto spesso di vitale importanza. K. delinea, nei versi seguenti, la figura del messaggero. Egli sarà spietatamente

 

severo verso coloro che vedono, ma avrà misericordia per i caduti nelle tenebre. E’ da notare anche il collegamento che vi è tra questo verbo e l’avverbio che viene utilizzato al verso 7. Entrambi i termini appartengono al campo semantico del “vedere”. Anche qui viene ripetuto il procedimento del verso 7, cioè l’unione tra un participio sostantivato e un avverbio. Anche in questo caso l’avverbio è composto da un aggettivo e da una negazione. Possiamo affermare che si ripete un procedimento affine alla litote. Anche in questo caso si nega qualcosa per affermarne con più forza un altra. Abbiamo scelto di tradurre l’avverbio con spietatamente, perché ci sembra, da un lato, che rafforzi abbastanza l’aggettivo che lo regge; dall’altro l’aggettivo spietatamente chiama in causa la pietà negandola ed è l’aggettivo più etimologicamente vicino a quello che utilizza il poeta. Chi sono coloro che vedono? E’ evidente che il poeta tratta di una visione profonda, di persone che sanno vedere oltre che guardare. Un’ipotesi che si può azzardare è che Kljuev si riferisca ai settari, che sono più ricchi di spirito. L’ardente messaggero che è, a nostro parere, la figura centrale della poesia, avrà misericordia per i caduti nelle tenebre. Abbiamo scelto questa traduzione, anche se la traduzione letterale del termine usato da K. sarebbe “notte”, perché ci sembra riproduca più efficacemente la denotazione che ha impresso K. alla poesia. Il termine tenebre ha, inoltre, una connotazione religiosa e ben si adatta alla produzione kljueviana, che ha spesso le parvenze di una preghiera o di un inno. Viene spontaneo chiedersi chi sono i caduti nelle tenebre? Nel verso successivo è utilizzato un termine che, secondo noi, ha un significato del tutto particolare, горе. La traduzione è molto semplice, dolore, ma si può riscontrare una somiglianza con un altro termine della lingua russa, гора, che significa montagna. Dato lo stretto rapporto che ha il poeta con la natura, questa somiglianza potrebbe non essere casuale. Il dolore, che è anche l’orrore, compie un’azione tipicamente umana, e che qui viene tradotta con forgiare. Si tratta di un azione che richiede un faticoso lavoro manuale. Che cosa fa il dolore? Che cosa vuole esprimere Kljuev quando cita il dolore? E’ da notare anche il rapporto che vi è tra due participi che esprimono due azioni della montagna, ed in particolare il secondo, che si può tradurre con prende. All’inizio dell’ultima strofa K. compie un’altra invocazione, procedimento non nuovo per questo poeta: anche in questo caso il poeta si rivolge ai rivoluzionari, ma anche a tutti coloro i quali, per motivi religiosi, sono contro alle politiche dello zar. Egli li invita ad essere intransigenti: è interessante anche questo aggettivo, perché è perentorio, ha una connotazione molto forte che spiega molto bene la contrapposizione dura tra il regime e i suoi oppositori. Un altro motivo di interesse che ha questo aggettivo è che è formato da una negazione e da un aggettivo. Kljuev anticipa la parola anima che è di importanza fondamentale nella sua poesia, così come la parola spirito: sono anche concetti fondamentali per tutto il mondo settario. L’anticipazione di questa espressione serve a rilevarne ulteriormente il valore. Una volta terminata l’invocazione, troviamo il motivo della circolarità. Ritroviamo un’espressione legata alle stelle. La traduzione letterale sarebbe le mani stellari, ma abbiamo tradotto con le mani di Dio, perché ci sembra che renda più comprensibili le intenzioni del poeta. Bisogna anche sottolineare che sia Cristo che Dio vengono spesso rappresentati a mani aperte, in atteggiamento benedicente. Le mani stellari tessono chitoni dorati per i rivoluzionari. E’ interessante il richiamo ad un indumento usato nell’antica Grecia che vuole mettere in risalto il valore conferito ai rivoluzionari dal poeta, oltre al richiamo ad un’attività tipica di quel tempo, la tessitura. Ritroviamo la ripetizione del motivo dell’oro e la ripresa del procedimento dell’anticipazione, in questo caso del complemento oggetto rispetto al nome. Alla fine viene espresso il destinatario di questa operazione: si tratta dei rivoluzionari.

Anche in questo caso si tratta di una poesia “politica”, anche se essa viene affrontata in modo del tutto peculiare da K. che non è un politico, ma un poeta la cui formazione è influenzata in modo decisivo dal mondo delle sette religiose. La natura entra e costituisce non solo lo sfondo, ma anche uno dei soggetti principali di questa poesia. E’ presente il motivo della circolarità e VI sono diversi movimenti: vengono descritti dei “processi” che vanno dall’alto verso il basso. Questa poesia può avere due valenze profetiche: K. sta descrivendo il processo rivoluzionario, ma, come vedremo in seguito, le sue descrizioni potrebbero essere la prefigurazione dei difficili rapporti tra la realtà contadina e il governo. Dopo avere letto questo testo è ancora più evidente la difficoltà, o, per meglio dire, l’impossibilità di inserire il poeta in una delle correnti letterarie che erano attive in quegli anni. Anche i rapporti che si intravedono con il misticismo di Dostoevskij sono, comunque, un’altra dimostrazione che egli è andato al di là dello scrittore di Преступление и наказание.

1.1.4 IL POETA COME ANTI-PROMETEO: “IO ERO MAGNIFICO E ALATO”. DIFFERENZE TRA LE SETTE E LEGAMI CON IL PENSIERO DI MAX WEBER.

Il 1911 precede di qualche anno lo scoppio della prima guerra mondiale e ne porta i segni premonitori. Dal punto di vista letterario sono presenti in quegli anni le correnti dell’acmeismo, che si propone di poetizzare la vita quotidiana e che ha tra i suoi massimi esponenti Anna Achmatova e Lev Gumilev, il realismo che affonda le sue basi nel secolo precedente e che è direttamente collegato all’impegno sociale, ha tra i maggiori esponenti Maksim Gorkij e il futurismo, che si propone un ribaltamento dei canoni letterari vigenti a quel tempo e che ha, tra i principali rappresentanti, Vladimir Majakovskij. Sia il realismo che il futurismo sono movimenti che hanno un respiro europeo. Sono da ricordare il verismo italiano, il naturalismo tedesco, rappresentato da Hauptmann e il futurismo italiano. In quell’anno Kljuev si sposta frequentando Mosca e San Pietroburgo, dopo avere vissuto sempre in campagna. Continua la corrispondenza con Blok, al quale dedica la sua prima raccolta significativa di poesia, Сосен Перезвон, che esce in quell’anno. Un’opera molto importante legata al mondo settario, Il colombo d’argento, di Andrej Belyi, è uscita nel 1909. Altri scrittori, legati a quel mondo, come Dobroljubov e Semenov, pubblicano in quel periodo. Anche in questa poesia possiamo rintracciare dei procedimenti tipici del poeta come l’utilizzo della rima alternata e di versi abbastanza regolari. Questa poesia è, come la prossima che viene analizzata, un inno alla natura. Si tratta anche di una poesia poetologica, perché esprime la nuova funzione che riveste K.. Possiamo proporre una divisione in due parti: dal verso 1 al verso 8 il poeta descrive se stesso, espone la sua concezione della vita che è caratterizzata da un legame religioso, ma che è anche gioioso, con la natura; nella seconda parte, dal verso 9 al verso 20 il poeta spiega la sua nuova funzione, che non è la funzione che i poeti rivestono di solito.

La poesia si apre in modo descrittivo e con l’utilizzo del passato. Egli si descrive con una coppia di aggettivi, di cui uno superlativo. Egli era magnifico e alato: spiega dunque una sua condizione passata, prolungata nel tempo. Abbiamo scelto di tradurre con l’imperfetto per sottolineare questa condizione. La sua magnificenza è una condizione spirituale, ma anche una concezione di poetica

24

magniloquente e con un rispetto rigoroso della forma . Il secondo aggettivo che egli usa per definirsi, alato, chiarisce il primo ed ha un ulteriore motivo di interesse, perché viene ripreso verso la fine della poesia. Nel secondo verso la descrizione è arricchita da un riferimento spaziale: K. si riferisce alla residenza del dio padre. Non è un caso che il poeta utilizzi l’espressione dio padre: egli vuole marcare il significato della funzione paterna di Dio. Si tratta di un procedimento abbastanza desueto per Kljuev che si concentra di più sulla

25

funzione materna del divino. Anche l’espressione dio padre che utilizza K. è un espressione tipica della religiosità cristiana e di altre forme di culto. L’espressione residenza del Dio padre è largamente utilizzata nella letteratura e nella religione. Nella residenza del Dio padre egli può godere dell’aroma dei pozzi del paradiso. Vediamo dunque l’unione della sfera sensoriale con un luogo ultraterreno, un luogo dello spirito che qui acquista una connotazione del tutto concreta. Questa connotazione è diversa rispetto a quella della religiosità tradizionale, anche se è molto presente in altre forme di culto antiche e moderne[12].Questa felice condizione che vive il poeta subisce un brusco mutamento. Egli viene privato di questa santa patria. E’ significativa l’espressione “santa patria” perché unisce due concetti differenti. La patria richiama un luogo ben definito, con il quale ci si identifica in modo più o meno acceso. E’ un termine che viene molto utilizzato

27

nella letteratura e nella politica e che è già stato utilizzato da K. L’espressione santa è un espressione tipicamente religiosa e, unita a patria, le conferisce un significato peculiare. La santa patria potrebbe essere oltre che la chiesa intesa come luogo fisico anche come il mondo delle sette religiose che è la patria di Kljuev. A questo punto l’interrogativo sorge spontaneo: da chi è stato privato K.? Con ogni probabilità il poeta si riferisce al regime zarista contro cui combatte. Egli è privato della sua santa patria, ma nessuno può togliergli quel luogo sacro che è per lui la natura. Kljuev si sente cambiato. La traduzione scelta è stata: la mia natura umana è mutata. Questa comprensione ci conferma che, in questa poesia, si tratta anche della nuova funzione del poeta. L’altro tema di fondamentale importanza è il suo rapporto con la natura. E’ stato scritto, qualche riga prima, che il suo rapporto con la natura è religioso e colmo di letizia.

Troviamo un’espressione di fondamentale importanza nell’opera di questo poeta:

28

preferisco il risuonare degli abeti . Vengono nominati gli abeti che sono largamente presenti nella poesia kljueviana. Vengono associati alla sfera sensoriale, in questo caso a quella dell’udito. Nella realtà gli abeti possono emettere suoni solo in presenza di vento, ma non ci dobbiamo mai scordare l’idea che ha K. della natura. K. sente il risuonare degli abeti interiormente, spiritualmente. Preferisce il risuonare negli abeti al deserto, che recita le

9Q

preghiere. E’ da notare anche il concetto di СЛОВО, che qui è inteso come logos, parola divina. Egli trova la concentrazione adatta per compiere le sue

30

riflessioni nel suo ambiente, l’ambiente siberiano dove è nato. Egli cita il deserto perché è, tradizionalmente, il luogo degli eremiti. Egli descrive se stesso in una situazione di solitudine che è la sola mediante la quale può entrare perfettamente in contatto con l’essenza spirituale della natura. Possiamo sostenere che Kljuev pratica una religiosità animistica, nel senso che conferisce un anima a oggetti e piante. Questi due versi costituiscono la transizione a quella che ho individuato come la seconda parte di questa poesia.

La seconda parte di questa poesia ha causato maggiori problemi di interpretazione: essa, infatti, inizia con un periodo piuttosto complicato. La proposta che viene offerta si presta a numerose possibilità di discussione. Il poeta scrive che una sola cosa manca all’anima. E’ notevole l’aspetto simbolico che ha l’espressione che qui viene tradotta come destino sottovento e l’utilizzo di un procedimento già presente in Kljuev, permesso dalla struttura del verbo nella lingua russa. Abbiamo un verbo composto da una negazione e da un verbo al grado positivo. Questi due versi introducono una serie di anafore, procedimento ripetutamente utilizzato da K., ma anche da tantissimi altri poeti perché permette di sottolineare le proprie idee. Che cosa vuole sottolineare il poeta? Egli anticipa al verso 9 due elementi della natura, i campi di grano e il grembo di acque. Si tratta di due simboli di vita universali. Sono anche universalmente considerati come simboli di fertilità, dunque di qualcosa di positivo, di gioioso. Abbiamo anche deciso di proporre l’espressione grembo di acque, perché ci sembra richiami alla memoria l’immagine materna, presente in modo ricorrente nella produzione kljueviana. Kljuev asserisce nel verso successivo che dei campi di grano e del grembo di acque non deve risuonare l’annuncio con gemito di dolore. Abbiamo voluto tradurre in questo modo, perché ci sembra che sia compresa meglio l’importanza solenne che conferisce K. alla natura. K. utilizza nuovamente una negazione per affermare con forza la sua visione della natura. Nei versi 13 e 14 il poeta sceglie di nuovo lo stesso procedimento spostandosi verso l’uomo, invocando l’amore tra gli uomini. Abbiamo tradotto l’espressione kljueviana con fratello perché ci sembra che oltre ad essere la traduzione letterale rispetti bene anche l’equivalenza connotativa con la religione cristiana nella quale questo termine ha una valenza molto importante. Tra fratello e fratello non devono

31

divampare sguardi nemici: K. conferisce importanza agli occhi, allo sguardo che è in grado di comunicare, a volte anche molto efficacemente. Notiamo un’altra espressione metaforica molto forte che sottolinea efficacemente le idee di K.. Nei versi 15 e 16 il poeta cita per un altra volta i campi, utilizzando una similitudine, e questa volta utilizza la proposizione finale per esprimere un auspicio, senza adoperare la negazione. Klujev paragona i campi ad una città colma di letizia. L’aggettivo che egli usa è interessante perché esprime il concetto di verticalità unito a quello di rotazione, che è caratteristico di certi riti dei settari russi. Questo concetto ricorre anche in parole come вертолет, che significa “elicottero”. Egli spera che la distesa dei campi prosperi per la pace e per la gioia. Vediamo anche il ritorno della coppia di sostantivi, procedimento già utilizzato al verso 1, ma che, in questo caso, è riferito alla natura. Kljuev espone con maggiore chiarezza la sua Weltanschauung. Nonostante egli sia legato ai Vecchi Credenti egli continua ad attribuire grande importanza alla religione ufficiale. Dal verso 17 al verso 20 egli asserisce: che non si azzardi l’essere umano a rubare l’aureola del Creatore. Abbiamo scelto la traduzione aureola perché, a parere nostro, connota in modo maggiormente religioso il verso. Questi versi ci fanno comprendere il “terzo periodo” di K.: egli sarà deluso dal governo bolscevico per i contrasti avuti da esso con le varie forme di religiosità, oltre che per le accuse di omosessualità che egli venivano rivolte. Egli stesso si è azzardato a rubare l’aureola del Creatore ed è rimasto privo delle canzoni alate che sono, con ogni probabilità le poesie con stile particolarmente curato. Che cosa ha voluto intendere K. utilizzando questa espressione? Una spiegazione plausibile potrebbe essere quella che egli ha preteso troppo dalla sua funzione di poeta, che ora è del tutto cambiata. Anche questa volta K. utilizza una parola composta, come al verso 2 e come capita spesso di vedere nelle sue poesie.

La lettura e l’attenta analisi di questa poesia mantengono valide le ipotesi che sono state realizzate all’inizio di queste analisi. E’ un inno alla natura e anche una riflessione sul mutamento del ruolo del suo ruolo di poeta. La lettura del libro di Etkind può suggerire al lettore un parallelo con l’iniziazione. Etkind cita la sua iniziazione come membro degli skop9y. Egli decide dunque di compiere una scelta che cambia in modo determinante la sua vita e non può non cambiare anche il suo modo di fare poesia e la sua attività, ma che è praticata e vista in modo del tutto peculiare. Possiamo anche affermare che la sua attività è politica, perché mira alla crescita della consapevolezza popolare. Il popolo è nelle sette religiose, ed è essenziale capire ed agire su questo fenomeno se si desidera cambiare la

32

realtà politica russa. Bonc-Bruevic ne è ben conscio e opera una distinzione tra le varie sette religiose, distinguendo tra quelle che si propongono un cambiamento rivoluzionario come i chlysty e gli skop9y, da quelle che aspirano ad ottenere delle riforme, come, ad esempio, gli stundisti, i battisti e i luterani. Il dato comune che hanno queste sette religiose è la comune provenienza germanica e il loro legame con altre sette, come quelle dei mennoniti e degli avventisti. L’illustre collaboratore di Lenin intravede un legame tra le loro concezioni religiose e lo sviluppo del modo di produzione capitalista che hanno avuto questi paesi dell’Europa centrale. Nell’ottocento Engels e Marx hanno studiato il sistema produttivo tedesco e, nel secolo successivo, Max Weber, da un’altra prospettiva

33

politica, collega il protestantesimo allo sviluppo economico. Etkind nota dei legami tra le concezioni di Max Weber e questi settari[13]. Le culture protestanti, e, in particolar modo quella calvinista, esaltano il successo economico individuale e ne mettono in luce anche il legame con la salvezza divina, mentre le culture slave si fondono su basi millenariste che si concentrano sulla collettività, sul concetto di соборность[14].

  • L’INFLUENZA DEL PAGANESIMO IN NEI GIORNI DI SETTEMBRE INTESSUTI D’ORO.

IL CONTESTO STORICO

Nel 1911 i venti di guerra spirano sempre più forti. La Triplice Intesa è pronta a combattere contro la Triplice Alleanza, gli interventisti soffiano benzina sul fuoco, mentre i pacifisti combattono una volenterosa, ma difficile battaglia di minoranza contro posizioni che prenderanno il sopravvento anche nei partiti socialisti di molti paesi europei e nella Seconda Internazionale. Politici, intellettuali e stampa conservatrice sostengono che questa guerra, questa contesa tra vari imperialismi, è una guerra “giusta”. Essi combattono anche con l’omicidio coloro i quali si oppongono. Il fatto nuovo di questa guerra è la convergenza su queste opinioni di gran parte della socialdemocrazia europea che compone la Seconda Internazionale. Secondo la maggioranza di questi partiti la guerra doveva servire anche per difendere le classi deboli contro l’imperialismo straniero. Si rompe dunque quella che veniva chiamata “solidarietà internazionalista”. Il contesto in cui avviene questa rottura è la votazione dei crediti di guerra, dei finanziamenti per il conflitto, in vari parlamenti. In paesi importanti come l’Italia, la Germania e la Francia la maggioranza dei partiti socialdemocratici si schiera a favore della guerra. Avviene il cosiddetto “tradimento delle socialdemocrazie”. Nel giro di qualche anno nascono i partiti comunisti e la Terza Internazionale. In questa poesia K. si discosta da tematiche politiche, per proporre un inno alla natura[15], la natura dei luoghi dove è nato, il nord della Russia. La poesia presenta una struttura abbastanza regolare. Kljuev propone la sua concezione religiosa della natura, che viene “personificata”, che risente l’influenza del paganesimo e della religione ortodossa. Possiamo dividere la poesia in tre parti: si comincia dal bosco, osservato in autunno. Il bosco è uno dei “protagonisti” principali: con il bosco si apre la poesia. Possiamo individuare la prima parte tra i versi 1 e 4. Il

 

secondo “protagonista” di questa poesia è il vento[16], che fa “muovere” la poesia verso l’uomo e la fa spostare nuovamente verso i pini, un altro dei “personaggi” della poesia. La seconda parte della poesia comincia con il verso 5 e finisce con il verso 10, mentre la terza inizia dal verso 11 fino alla conclusione della poesia.

38

Possiamo sostenere che la poesia ha un andamento circolare .

Il bosco è visto come una chiesa: possiamo osservare questa idea già dai primi due versi. Leggiamo che il margine della pineta somiglia al papert. La poesia si apre con un riferimento temporale che precede il verbo e che viene descritto come una metafora nella quale si fa menzione dell’oro, molto presente nella religiosità ortodossa. K. si riferisce a settembre, mese di transizione tra l’estate e l’autunno, in cui si manifestano i caratteri di tutte e due le stagioni. Il secondo “personaggio” della poesia compare nel mezzo della prima strofa, al verso 3: si tratta degli abeti che pregano ed emanano fumo d’incenso. Tutte e due le azioni fanno parte della ritualità religiosa e vengono attribuite ad un elemento tipico del panorama della zona dove è nato il poeta. Mentre la strofa si apre con un riferimento temporale, essa si chiude indicandoci un luogo, tipicamente russo, un topos, o, potremmo dire, un cronotopo, l’isba. Kljuev fa anche riferimento anche ad una ragazza. In questa strofa il nucleo è costituito dal terzo verso nel quale vi sono due “azioni”. Possiamo aggiungere che la prima parte ci presenta il quadro d’insieme della poesia.

Possiamo facilmente osservare che l’attore della seconda parte è il vento. La seconda parte è molto più attiva: sono presenti ben tre azioni. Il vento viene definito vento-guardiano. L’unione di due sostantivi, di cui uno precisa l’altro, spesso in modo inconsueto, costituisce uno stilema kljueviano. Con i versi 6 e 7 si compie una sintesi tra astratto e concreto, le tracce dell’antichità e il fogliame frusciante, un altro topos dell’autunno; nel verso 7 abbiamo voluto tradurre l’espressione che usa K. con la bellezza del pizzo dei pini, perché ci sembra che delinei meglio la sua concezione della natura. Questa espressione è particolarmente significativa perché richiama uno degli attori principali della poesia, i pini. Un altro problema di traduzione si è verificato con il verso seguente: la proposta è stata quella di tradurre l’espressione che usa K. con il folto delle betulle che richiama prima una caratteristica della betulla e poi la betulla stessa. Crediamo che sia a livello denotativo che connotativo oltre che stilistico costituisca la risposta più adeguata alla questione che si pone al traduttore. L’immagine della betulla costituisce un topos della natura russa e, inoltre richiama alla mente una graziosa fanciulla. Il punto esclamativo che chiude il verso marca ancora di più l’intenzione di Kljuev. Dal movimento che caratterizza la seconda strofa si passa ad un parziale ritorno alla staticità, che richiama il verso 4. Nel verso 4 il poeta si rivolge ad una ragazza, riferendosi alla sua piccola isba, elemento topico della campagna russa. Il poeta osserva e la sua osservazione parte dall’alto, dal fazzoletto da testa, che fa pensare che egli si stia rivolgendo ad una giovane contadina, il verso 10 presenta un’interessante commistione tra due sensi: la vista e l’udito. Egli riconosce la vocina: utilizza un diminutivo per connotare anche la persona alla quale si rivolge e lo accoppia con l’aggettivo leggera. Questa ragazza è graziosa ed è apprezzata, forse anche amata da K.. Al verso 10 il poeta utilizza una reticenza. Possiamo sostenere che il poeta omette qualcosa perché in realtà vuole comunicare qualcosa d’altro, facendolo intuire al lettore. Questa reticenza, caratterizzata dall’uso dei puntini di sospensione, costituisce inoltre la transizione con la terza parte di questa poesia che inizia con il terzo verso di questa strofa.

Nella terza parte il quadro cambia: l’immagine “diurna” della natura scompare. Al verso 11 ritorna l’immagine dei pini che compiono un’altra azione umana che apre una serie di anafore usate dal poeta per marcare questa parte della poesia. Al verso 11 sono unite le tenebre e la prigione: crediamo che K. compia questa unione per descrivere efficacemente ciò che pensa il poeta delle prigioni. La poesia si “muove” e, questa volta, il punto di osservazione è quello delle inferriate della prigione dal quale si possono osservare il movimento che compiono le stelle, che qui abbiamo scelto di tradurre con baluginare. Trattasi di un movimento vago, un movimento che non ha direzione. L’utilizzo della prigione è importante per due motivi: in prigione la sfera temporale è diversa dall’esterno, perché i tempi sono più dilatati e perché si tratta di un sistema temporale che è imposto ed è molto difficile cambiare. L’utilizzo del termine prigione è importante anche dal punto di vista storico, perché siamo in una fase prerivoluzionaria. Osserviamo nei versi 13 e 14 un’altra volta il passaggio che avviene ORA dalla staticità al movimento, richiamato da un riferimento che è visivo e sonoro al tempo stesso, quello del campanello che viene utilizzato per i cavalli. Si tratta inoltre di un topos o, piuttosto, di un cronotopo. La fase “notturna” di questa poesia è sottolineata anche dall’aggettivo che usa il poeta per

39

il viaggio[17], che è qui inteso come cammino, come ricerca materiale, ma anche ideale, come fatica. Abbiamo scelto di tradurre l’aggettivo russo con difficile perché ci sembra che calchi meglio il valore concreto, come pure quello metaforico, che, in questo caso, assume il viaggio. K. focalizza, di volta in volta, la sua attenzione su diversi punti, questa volta sulla Buriatia. Abbiamo scelto di tradurre l’espressione che usa K. al verso 14 come grigie lontananze perché ci sembra, da un lato, che l’aggettivo grigie descriva bene l’ambiente di cui tratta il poeta e perché l’espressione lontananze si collega in modo efficace con la scelta dell’aggettivo difficile nel verso precedente. Il punto di vista cambia nuovamente e ora è di nuovo quello del poeta e del suo rapporto con la natura, ma soprattutto con quelli che sono tra i “protagonisti” di questa poesia: i pini. Egli si rivolge ai pini con un’altra espressione connotata religiosamente pace a voi[18]. I pini svolgono un compito importante quello di capire, di cogliere i pensieri più profondi del poeta. E’ da notare come il poeta anticipi l’espressione, qui tradotta con i miei pensieri, probabilmente per far risaltare l’importante funzione di questi alberi. Al verso 16 troviamo un’altra espressione capitale per comprendere Kljuev e, che si collega anche al mondo delle sette religiosa. Abbiamo scelto di tradurre родимаяП ППШать[19] □ come madre-genitrice, anche se questa traduzione non rende giustizia alle intenzioni di K. La sacralità della funzione dei pini è marcata

 

anche dalla similitudine con la madre che è un topos della religiosità mondiale . Un altro procedimento che utilizza K. per sottolineare quest’altra importante funzione è il punto esclamativo, che troviamo anche al verso 8. Si tratta di un procedimento, largamente utilizzato in poesia, ma non solo, che conferisce solennità a ciò che si vuole sostenere. L’ultima strofa si apre con lo stesso riferimento temporale del verso 1 ai giorni di settembre che, questa volta, sono connotati in modo diverso, sono commemorativi. La commemorazione dei defunti è molto importante per varie religioni, oltre che per il mondo settario.[20] Al verso 17 i pini vengono invitati a compiere un’altra azione significativa. Abbiamo scelto di tradurre l’espressione che K. usa al verso 17 con rivelate, perché crediamo che sia la migliore equivalenza connotativa possibile in italiano, non essendovi un’espressione altrettanto efficace. I pini debbono rivelare il segreto[21], segreto che il poeta non rivela, ai figli (ritorna la questione della maternità). Qui il poeta utilizza un altra reticenza, perché non ci è dato sapere di chi siano. Questa reticenza non viene marcata, al contrario della precedente[22]. Anche questa volta il poeta non ci dice qualcosa perché ci vuole condurre a qualcosa d’altro. Al verso

  • si parla di una donna che viene caratterizzata attraverso l’unione di un presente con un gerundio, per mostrare la contemporaneità di amare e morire: un verbo che ha una diatesi attiva e un verbo che ha una diatesi mediale come morire. Il verso
  • esprime un’altra “azione”, compiuta dai pini, che esplicita il verso 18. K. menziona accoppiati il cielo e la terra, altri due motivi ricorrenti della religiosità settaria, ma anche di altre forme di culto.

Al termine della lettura di questa poesia risulta evidente la divisione in temi e la circolarità che vengono proposte nell’introduzione, ma non rimane la sola, perché si aggiunge la divisione tra una fase “diurna”, tutto sommato idilliaca, della poesia e una fase notturna, nella quale la descrizione compiuta mediante un sapiente uso dei colori e marcata dal contrasto tra l’oro del primo verso e le grigie lontananze del verso 14. Questa divisione “taglia a metà” la poesia: la prima parte inizia con il versi 1 e termina con il verso 10 e la seconda inizia con il verso 11 e termina con il verso 20. Possiamo inoltre definire la poesia come una poesia “poetologica” perché descrive la sua Weltanschauung poetica. Contiene anche riferimenti storici al periodo rivoluzionario che il poeta vive molto intensamente. Possiamo anche affermare che, in questa prima fase della poetica kljueviana sono presenti oltre ai caratteri che già conosciamo, e che vedremo anche in seguito, come il culto per la natura e l’attenzione per il mondo contadino, anche l’influenza esercitata, nei confronti di questo poeta, dal simbolismo, in particolare da Viaceslav Ivanov[23], e da Soloviov[24].

  • L’APOLLINEO E IL DIONISIACO IN KLJUEV IN “LA PRIMAVERA HA SMESSO DI BRILLARE”. IL CONCETTO DI МАТ’-SYRА-ZЕМLJA.

in questa poesia vengono riprese alcune delle tematiche più importanti in K.. Come al solito al centro della poesia è la natura, che è personificata. La natura è divina, è un Tutto poetico, è viva ed è fonte di vita per l’uomo. Come è più volte ricordato all’interno di questa tesi la Russia e, in seguito, l’URSS sono stati, per lungo tempo, stati scarsamente urbanizzati. Alla terra era associata una morale, una morale superiore. Dal punto di vista economico va sottolineato che l’industrializzazione arrivò in Russia molto tardi e, soprattutto, durante il periodo sovietico. Mentre, nel resto dell’Europa la Rivoluzione industriale aveva dapprima interessato, nel „700, il Regno Unito e poi tutti gli altri paesi di Europa, i riflessi di questo grande cambiamento arrivano in Russia solo due secoli dopo. La Rivoluzione industriale aveva contribuito alla nascita di una classe borghese cittadina, della classe operaia, aveva provocato profondi mutamenti scientifici e culturali. Le campagne si svuotavano progressivamente, piccoli artigiani iniziarono a raggrupparsi per sfruttare meglio le innovazioni in campo tecnico formando vere e proprie industrie. Si assisteva dunque ad una nuova divisione del lavoro, di cui si fa menzione nei testi di Adam Smith e Karl Marx. E’ viva anche, nei secoli successivi, la questione della specializzazione. Gli uomini dovevano ora impegnarsi in un campo ben preciso, ciò implicava la rinuncia ad una formazione universale. E’ possibile rintracciare un collegamento con la cultura tedesca, in modo particolare con la visione di Goethe della rivoluzione francese e della rivoluzione industriale che avevano posto il problema della specializzazione, che riguardava soprattutto la borghesia che era obbligata a lavorare, al contrario della nobiltà. Schiller sostiene che la specializzazione riduce l’uomo ad un frammento, Goethe mantiene vivo, all’interno dei Lehrjahre e dei Wanderjahre, il confronto su questo problema. Si pensi, a tale proposito, il dialogo tra l’Abate e il Marchese contenuto all’interno del primo dei due romanzi e la complessa descrizione di macchine tessile, che Lenardo opera nei Wanderjahre. La soluzione da lui proposta è in termini “sociali”: la nobiltà doveva insegnare ai borghesi una humanistiche Bildung, mentre i borghesi potevano offrire un esempio morale ai primi. In Russia Pietro il Grande aveva condotto molte riforme, sia in campo politico che religioso, che avevano occidentalizzato la Russia. Queste riforme avevano provocato seri contrasti, innescando dure polemiche tra occidentalisti e slavofili, che consideravano le riforme petrine distruttrici dei loro valori. Nonostante questi grandi cambiamenti parecchie tradizioni erano state preservate, la Russia è sempre stato un grandissimo paese, molto difficile da controllare e ciò aveva permesso ai Vecchi Credenti di poter continuare la propria vita e di poter preservare il proprio mondo. A distanza di due secoli troviamo il ripetersi della stessa questione, anche se la mancanza in Russia di una vera borghesia (anche se alcuni considerano tali i kulaki) e la fuga della nobiltà dalla Rivoluzione avevano reso impossibile la conciliazione. Noteremo lo svolgimento di un percorso che porterà K. dall’idillio alla disperazione per lo sconvolgimento dei valori in cui credeva. In questa poesia vediamo ancora la prima fase di Kljuev. Egli ha ancora una visione sostanzialmente serena della natura, anche se non del tutto. E’ possibile, all’interno di questa poesia, individuare tre temi. Dal verso 1 al verso 8 troviamo una descrizione di un cambiamento di stato d’animo e della natura personificata; dal verso 9 al verso 14 troviamo la sua invocazione alla Madre­patria, mentre, dal verso 15 fino alla fine troviamo un’invocazione a quella che è la donna amata.

L’inizio della poesia ci offre, come spesso accade, un riferimento temporale. Siamo alla fine della primavera, verso l’estate. La primavera è la stagione del risveglio della natura, è la stagione durante la quale il caldo non è, di solito, troppo fastidioso. La primavera ha dei colori molto vivi, che colpiscono chi osserva, in questo caso, il poeta. La primavera ha smesso di brillare: si vuole dunque puntare l’attenzione sul senso negativo dell’espressione. La prima parte di questo verso è segnata anche dal procedimento della reticenza, che è uno stilema di K. La reticenza serve anche per separare la prima dalla seconda parte del verso che riprende, con una nuova frase. L’espressione che troviamo ha un carattere ossimorico. Potrebbe sembrare strano che si riesca a patire dolcemente. Questa espressione potrebbe trovare collegamenti con le idee di Sacher-Masoch e, in più in generale, con l’idea di sadomasochismo, studiata anche da Freud. Ricordiamo anche l’esperienza iniziatica degli skop9y di cui il poeta fa parte. L’amore e la passione in generale sono stati d’animo caratterizzati dall’alternarsi di piacere e sofferenza. Il poeta anticipa Come fa patire dolcemente e, nel verso successivo scrive l’anima quando diventa sobria, quando seppellisce l’amore. Troviamo la ripetizione della parola anima, di grande importanza, in Kljuev, e l’indicazione di un gesto umano, come quello del seppellimento. L’anima diventa sobria: questa espressione indica, come è ovvio, l’assenza di ebrietà che è uno stato di benessere, l’ebrietà ottunde, almeno parzialmente, la capacità di ragionamento. Possiamo, in questo caso, trovare un collegamento con le tematiche dell’apollineo e DEL DIONISIACO che Nietzsche affronta nella Nascita della tragedia. Egli riprende temi presenti in Schnelling, Hegel, Schopenhauer, che distingueva mondo della rappresentazione e mondo della volontà, e Wagner, che aveva concepito l’opera d’arte totale, fusione di musica, mito e azione dell’eroe, per spiegare il rapporto tra la componente luminosa, armonica e serena delle forme, la volontà di misura, il limite dell’individuo rappresentata dall’apollineo e il dionisiaco, che rappresenta la musica, il mutare momentaneamente. Smascherata la volontà irrazionale o l’Uno originario percorso dalla dissolvenza dionisiaca, il problema non è più quello di difendersi dalla rappresentazione del mondo e quindi dall’illusione e dalla maschera in nome della verità, ma di liberare rappresentazioni, illusioni e maschere, senza di cui la vita sarebbe impossibile. Non bisogna liberarsi dal dionisiaco, ma liberare il dionisiaco. Possiamo dunque sostenere che Kljuev trova questo equilibrio nella natura. della vita, l’ebbrezza e l’esaltazione, ma anche l’assurdo doloroso dell’esistenza. Bisogna anche aggiungere che i culti dionisiaci, che derivano dai misteri di Eleusi, il culto di Demetra e Persefone, prevedono la morte momentanea di una divinità, prima della resurrezione. Tutto ciò è collegato al concetto di capro espiatorio. Ora l’anima è calma e l’io lirico può passare alla descrizione della natura. Si tratta di erba della steppa così fitta, da rendere il campo impenetrabile, anche se non del tutto. L’aspetto interessante di questa espressione e che il poeta lega l’espressione, che qui abbiamo tradotto con impenetrabile, ad un’espressione che ha il significato contrario, liberamente. Si può dunque, anche se a fatica, passare per il campo di erba di steppa. Nel verso 4 troviamo un altro riferimento temporale, ancora più preciso di quello che ci viene fornito al verso 1. Siamo al tramonto che viene descritto con un’immagine che colpisce i sensi, soprattutto la vista. Il tramonto, che è un processo graduale, è caratterizzato spesso da varie sfumature di rosso che precedono il rabbuiarsi completo del cielo. Il rosseggiare del tramonto è un filo infuocato, troviamo anche l’ennesimo riferimento al fuoco che ricorre spesso nel poeta. Un’altra caratteristica di questa prima parte della poesia, ma anche un po’ delle altre, è la presenza di proposizioni coordinate, che sono funzionali alla descrizione che il poeta intende fare. Nei versi successivi il poeta continua la descrizione della natura, che viene, ancora una volta, personificata. Leggiamo di isbe che sono grigie. Il grigio simboleggia la mestizia, la povertà. Alle grigie isbe è associata una cappella, che è misera, dove i contadini possono esprimere la loro devozione. Va ricordata ancora una volta la forte religiosità che essi avevano. Ancora una volta notiamo che il verso incomincia con la congiunzione u. Nel verso 6 vengono menzionati altri elementi tipici della campagna russa: gli abeti, le erbacce e il lino. Degli abeti si scrive che sono umili. Gli abeti possono avere qualità positive, qualità che possono appartenere, solitamente, all’uomo. E’ curiosa anche la presenza in questo verso di due elementi utili all’uomo: gli abeti e il lino e di elemento inutile come le erbacce. La natura è dunque descritta nella sua pienezza, in tutti i suoi aspetti. La descrizione di questi 3 elementi continua, come continua la loro personificazione. Un altro tratto di questi abeti è la mestizia che è misteriosa, severa ed inflessibile. In questa poesia, come abbiamo già visto e come vedremo in seguito, abbonda l’utilizzo di aggettivi, al contrario di altre che sono analizzate in questa tesi. Gli abeti sono in grado di perdonare. Il perdono è una delle virtù che un cristiano deve avere ed è uno dei punti su cui lo stesso Gesù Cristo insiste. Agli abeti è legato sia il perdono, sia l’eternità. Per far comprendere che si tratta di parole che vengono pronunciate e anche, per farne comprendere il valore, vengono scritte tra virgolette. A tale proposito è importante anche sottolineare che perdono è alla prima persona singolare. Il perdono deve venire dal cuore, che viene menzionato ancora prima del verbo, per sottolinearne il significato. Il cuore è un topos della letteratura e della cultura mondiali. Alla fine del verso troviamo il verbo, che abbiamo tradotto, con sono pieni e che descrive gli elementi della natura summenzionati.

La seconda parte di questa poesia sposta completamente l’attenzione di chi legge. Troviamo un’invocazione, procedimento che il poeta adotta spesso e che è

rivolta a uno degli elementi topici della poetica kljueviana. Abbiamo scelto la traduzione madre-patria. Troviamo l’unione del carattere di genitrice con l’identità che il poeta sente di avere. E’ usato un termine particolare отчизна. Per quel che riguarda il concetto di madre, più volte in questa tesi si parla di Мать- Сыра-Земля, e dunque si rimanda alle altre analisi per un approfondimento di questo concetto. Anche la madre-patria è personificata. Alla madre-patria si chiede quali sentieri il proprio figlio, che è infelice, deve percorrere. Leggiamo che il poeta è infelice e questo può farci ricordare anche l’ultima traumatica fase di Kljuev. Il poeta è il figlio della madre-patria: anche questa caratteristica deve essere sottolineata. Il verso 10 si chiude con i due punti che introducono le alternative che egli ha di fronte a se. Si tratta di due alternative contrapposte, due alternative che esprimono due diversi atteggiamenti. Misurare l’audacia da bandito con i nemici/O inchinarsi come un timido filo d’erba lungo il cammino?: le due possibilità vengono spiegate attraverso due similitudini. La prima similitudine ha una connotazione negativa, mentre la seconda si riferisce alla natura ed ha, dunque, un valore del tutto positivo. Nei versi successivi, alla fine di quella che è individuata come la seconda parte di questa poesia vi è la risposta. Nessuna delle due possibilità è giusta o, forse, lo sono entrambe. Nei versi 11 e 12 il poeta scrive che il filo d’erba impallidirà e l’audacia ingannerà/Se ne andrà come la tempesta, che distrugge le speranze. All’audacia sono associati dei tratti ben peggiori rispetto alla remissività del filo d’erba. La tempesta è un elemento della natura, ma distrugge anche le speranze. Ha, dunque, una valenza doppiamente negativa. E’ interessante notare anche che, nei versi 13 e 1 4 i verbi sono all’aspetto perfettivo, al futuro, perché sottolineano la compiutezza dell’azione.

Questi versi sono l’ideale trait d’union con un altra invocazione che viene rivolta, con tutta probabilità ad una donna e che costituisce il nucleo della terza parte della poesia che qui viene analizzata. Abbiamo tradotto l’espressione originale con una forma arcaica, l’imperativo Possa che sottolinea il significato del gesto. Questo verso è colmo di elementi topici, di veri e propri stilemi kljueviani. Troviamo il vento che è della montagna che anticipa quello che è il soggetto di quest’ultima parte, l’anima del poeta. A questo punto l’io lirico indica che cosa è in grado di fare l’anima. Per marcare ancora di più l’importanza dell’anima abbiamo scelto di iniziare, nella versione italiana, questi versi con la preposizione per, al fine di sottolineare la positiva insistenza di questa dolcissima invocazione. L’anima deve cullare con la fiaba profetica. Cullare è un verbo che è usato per i bambini e dunque indica ancora di più la dolcezza delle intenzioni del poeta. Non ci dilungheremo ancora sull’importanza dell’anima per Kljuev. Anche le fiabe si raccontano ai bambini, ma non bisogna dimenticare che esse possiedono anche significati simbolici. In questo caso i significati sono profetici. Notiamo l’utilizzo di un termine fortemente connotato in senso religioso. Se pensiamo al Vecchio Testamento la presenza di profeti è molto significativa, ad essi è attribuita inoltre la previsione della nascita di Cristo. Nel verso successivo abbiamo la ripresa di due termini legati all’infanzia: cullare e ninnare. A questi due termini ne sono associati altri, del tutto antitetici tra loro: il silenzio e le tempeste. Mentre il silenzio favorisce la meditazione, la tempesta può devastare le campagne, specialmente d’inverno: non si dimentichi che Kljuev è nato in Siberia. La tempesta può avere anche un significato catartico, di purificazione. Inoltre bisogna sottolineare che gli elementi della natura acquisivano per i settari e, dunque, anche per Kljuev un valore divino. L’invocazione continua menzionando la steppa. L’anima deve far frusciare l’erba. Il verso successivo ci rammenta ancora una volta che siamo in campagna e siamo di notte. I villaggi dormono e l’io lirico spera che la propria anima li possa rinfrescare. All’interno di questo villaggio abita la donna amata, quella che, probabilmente, è la destinataria di questa ultima parte della poesia. L’autore si immagina di essere un uccello, di potere vedere il mondo dall’alto. Ritorna ancora una volta l’immagine del volo e, più in generale, il concetto di alto, tipici di Kljuev. Il poeta vuole vegliare sul sonno dell’amata e bussare alla finestra con l’ala.

Questa poesia esprime certamente ancora la prima fase della poetica kljueviana, quella che ci mostra un poeta che è in comunanza di amorosi sensi con la natura. Nel quadro generale, che presenta molti degli stilemi del poeta, notiamo anche alcuni toni più malinconici, che vengono usati per descrivere la povertà delle campagne. Tra i procedimenti tipici del poeta vi sono, tra gli altri, la personificazione della natura, che mostra i suoi legami con il settarismo, l’invocazione alla madre-patria, che unisce due concetti fondamentali, quello della madre e quello della patria, di cui si tratta ampiamente nella poetica kljueviana. E’ da ricordare anche l’invocazione ad una donna, che ricorre abbastanza regolarmente nella poetica di Kljuev e, che, ben si collega all’invocazione alla madre-patria. Bisogna ricordare anche l’importante concetto di Maria, della Madonna, come Principio Femminile, di cui si fa menzione all’interno di questa tesi. E, in ultima analisi, vi è la personificazione del vento. Per concludere, è difficile immaginare, dopo la lettura di questa poesia, che, una decina d’anni dopo l’idillio con la natura si sarebbe smarrito e i toni sarebbero diventati disperati.

 

1.4 LE ALLEGORIE NELLA POESIA DI KLJUEV

  • LA PERSONIFICAZIONE DEI MALI DEL MONDO: “CI AVETE PROMESSO”

Questa poesia è un vero e proprio atto di accusa: si tratta di un atto di accusa, contro coloro i quali hanno promesso e hanno illuso il poeta, e coloro che gli stanno vicini, che possono essere la Chiesa ufficiale, l’autocrazia oppure i poeti “laureati”, lontani dal popolo, lontani dalla campagna. Bisogna anche considerare che il poeta, in quegli anni, aveva subito l’influenza del simbolismo, soprattutto dal punto di vista della forma. In questo contesto si inserisce la citazione di Bal’mont, che è stato un interprete del simbolismo. Di questa poesia la divisione in tre parti è netta: dal verso 1 al verso 8 il poeta racconta le promesse che erano state fatte, dal verso 9 al verso 16 si può leggere della dura realtà, che è affrontata attraverso delle allegorie, mentre, nei versi successivi il poeta compie una dichiarazione di appartenenza vigorosa e piena d’orgoglio positivo ad un mondo diverso e contrapposto a quella realtà.

La poesia inizia con una citazione di Bal’mont, che recita: io vi prometto giardini. Troviamo un io lirico che si impegna, che offre la sua parola d’onore. Promette giardini: come ricordiamo i giardini simboleggiano molto spesso il

48

paradiso, in ogni caso, un luogo di delizie. Il giardino compare spesso nelle poesie di K. e quando rimane sfrondato diventa un simbolo di decadenza. I giardini che sono stati promessi stanno in un luogo, che è stato definito ridente, a sottolineare il carattere gioioso e vivo del posto. Accoppiato a ridente vi è l’aggettivo lontano, si tratta di un procedimento molto comune per questo poeta. La lontananza è fisica, ma anche spirituale, perché l’anima è turbata. In questo luogo gioioso apprendiamo che il cibo sono frutti incantati, con caratteristiche magiche. Si tratta dunque di un giardino produttivo e fertile, dove i frutti sono in grado di nutrire. Il tema della fertilità è associato a quello della Madre Terra, che è divinizzata da Kljuev e a quello del principio femminile. I frutti servono al nutrimento dei viventi, dunque il giardino basta a sé stesso, non ha bisogno di altro. Il poeta passa quindi al discorso diretto, quasi a volersi deresponsabilizzare rispetto a quello che vi è scritto nel seguito. Inizia con un’espressione, che è qui tradotta come, Voi avete presagito. K. si sta riferendo a qualcuno, usando il plurale, per sottolineare la vastità di individui e sta enunciando il presagio. Noi vi proteggeremo dal dolore/Dalle amarezze. E’ stata promessa dunque una protezione contro il dolore fisico e spirituale. Non sono le promesse sono state fatte in positivo, come nella strofa precedente, ora si promette anche la salvaguardia da qualcosa in particolare. Vi è anche la promessa della cura dei corpi malati, effettuata nei versi 7 e 8. E’ stato promesso di curare dalla lebbra, attraverso l’immersione nei ruscelli benefici, che sono remoti. E’ interessante notare come la lebbra, all’epoca, fosse un problema molto attuale in Russia, un paese europeo. Si trattava di una malattia causata essenzialmente dalla povertà che decimava le popolazione. I corpi lebbrosi saranno bagnati nei ruscelli, definiti curativi. All’acqua è attribuito un valore benefico: va ricordata l’importanza che aveva l’acqua per la campagna, ma anche per qualunque essere vivente, e il significato simbolico che questo elemento ha avuto dal punto di vista letterario e, più in generale, dal punto di vista culturale, come simbolo di fertilità. Attraverso l’espressione remoti troviamo il riferimento alla lontananza, che compare già nel verso 2. Che cosa succede?

Al contrario di tutto ciò che era stato promesso giungono le allegorie della Peste, che è una malattia che ha afflitto l’Europa per secoli, e che affliggeva ancora la Russia, la Storpiatura, anche essa nominata con la lettera maiuscola, per sottolinearne l’importanza. Un contadino rimasto storpio non poteva lavorare i campi e rimaneva solo un peso per il resto della famiglia. Giunge l’Assassinio, il crimine attraverso il quale si toglie la vita, che è così presente nella poetica kljueviana. Secondo i cristiani solo Dio può toglierla. Dopo l’Assassinio vi è la Fame, che può essere causata dalla povertà, o, in ogni caso, aggravata dalle carestie che affliggevano la Russia. Per chiudere l’elenco vi è la Depravazione, il vizio morale. In questi versi troviamo malattie del corpo, mali dello SPIRITO, CRIMINI E MALI SOCIALI, che ci mostrano i principali aspetti di questo poeta, che sono l’amore per la vita, la vicinanza alla campagna e la grande purezza. Oltre a questi mali personificati, vi sono i vampiri, che sono considerati dotati di poteri maligni, identificati secondo la parlata e la faccia. Altre entità giungono: la Paura, che è un male dello spirito, ma che può avere cause terribilmente concrete e che è stato analizzato da Freud in modo scientifico. Alla Paura è associata, ultima, ma non per questo meno importante, la Povertà, che è forse il guaio principale della campagna. La Povertà è bucata. Questo passaggio ha effetti rovinosi per il giardino, che prima era stato promesso: perde le foglie, perde lentamente la vita, diventa sterile. Anche il ruscello, che conduce l’acqua, simbolo di vita, si avvelena. A questa triste realtà il poeta ne contrappone un’altra.

Nella terza parte il poeta continua a descrivere questo passaggio. Dietro ai forestieri finalmente/andiamo sconosciuti Noi, che è espresso in questo caso con la maiuscola, come se fosse un nome proprio. Kljuev potrebbe rappresentare con questo pronome, in questo passaggio, il mondo contadino oppure il settarismo. E’ da notare in questa parte, così come in tutta la poesia, la grande importanza del movimento, che sta a significare concretezza, associata alla concretizzazione di entità astratte, le quali sono, tuttavia, così legate alla vita dell’uomo. Nei versi successivi troviamo un richiamo ad un aspetto sensuale, quello legato all’olfatto, che non compare spesso in K.. Egli scrive: il nostro aroma resinoso e caustico. Vuole offrire l’idea che la natura oramai li ha compenetrati, anche conferendo il proprio odore, che è forte e piacevole al tempo stesso. Noi siamo più rinvigorenti dell’inverno: infondiamo più forza del freddo, rinfreschiamo di più. Nella campagna è dunque la salvezza. Quale è il motivo? K. lo spiega nei versi successivi , che potrebbero facilmente costituire una quarta parte di questa poesia, volendo considerarne più approfonditamente l’importanza. I frutti della stretta li hanno nutriti, dal cielo le piogge sono cadute per dissetarli. Alla fine nomina elementi che lì hanno beneficato e che sono elementi della natura, tra i quali, alcuni inorganici e dunque sterili, e altri organici, fertili. Anche la natura sterile può portare la vita a chi vive in corrispondenza di amorosi sensi con essa.

Dopo la lettura di questa poesia si può comprendere ancora meglio la netta divisione che la caratterizza. Mentre la prima parte mette in luce la falsità, l’insincerità di quelle promesse che sono state fatte e il contrasto con la tragicità della realtà, la seconda offre una soluzione che è rappresentata dalla beneficità della natura. Troviamo un riferimento implicito al paradiso e la personificazione di elementi negativi, che comparirà soprattutto nell’ultimo periodo di questo poeta. In questa poesia troviamo anche scarsi riferimenti visivi, ma uno è legato all’olfatto, senso non molto presente nelle poesie di Kljuev. La differenza con le poesie del terzo periodo sta nel fatto che in questo caso ci sono ancora soluzioni, ancora speranze. L’armonia della natura non è dunque stata ancora turbata.

  • LA DESCRIZIONE DELLA SOCIETA’ PRE-RIVOLUZIONARIA: LA CAMPAGNA NELL’ALLEGORIA DI “LA GAZZA LADRA VECCHIA CREDENTE CON LA TONACA NERA CAMMINA”

Questa poesia è stata scritta, come altre, in un periodo di grandi rivolgimenti storici[25], ma non ne troviamo grandi tracce. L’autore si volge al passato, che indicherà, in seguito, come unica possibilità di salvezza. Vi troviamo una descrizione della società prerivoluzionaria. Il periodo che ha preceduto la rivoluzione[26], viene rappresentato in un modo, che è tipico di molte letterature mondiali, in modo particolare della fiaba. Si pensi, ad esempio, alla tradizione latina di Fedro, o alle favole di Perrault, di La Fontaine o dei fratelli Grimm. Attraverso narrazioni fiabesche si voleva trasmettere un insegnamento, o, in certi casi, anche un messaggio politico. In questo caso Kljuev scrive una poesia nella quale sono descritte le diverse classi sociali russe attraverso un’allegoria. I protagonisti di questa poesia sono, infatti, gli animali della fattoria. Troviamo ancora una volta la campagna. Per narrarci questa fiaba in forma poetica troviamo uno schema metrico[27] più irregolare e strofe che presentano un numero variabile di versi. E’ possibile individuare, all’interno di questa poesia, una divisione in tre temi principali. Dal verso 1 al verso 6 il poeta si concentra maggiormente su una descrizione globale della società prerivoluzionaria, mentre, dal verso 7 al verso 14 l’attenzione si sposta sulla descrizione della notte trascorsa dalle galline e dal gallo, dal verso 15 fino alla fine si parla dell’alba annunciata dal gallo.

La poesia inizia con la descrizione della gazza ladra, che è una vecchia credente: indossa una tonaca e passeggia. Non ci soffermeremo ancora sull’importanza dei Vecchi credenti in Russia e, soprattutto, per Nikolaj Kljuev. Dalla descrizione comprendiamo che la gazza ladra è una monaca. Indossa dei lapti, le calzature tipiche dei contadini, che sono decorati. Ha anche una cinta. Il verso 3 pone delle problematiche di traduzione. ESSO infatti presenta due TERMINI FORTEMENTE CONNOTATI RISPETTO ALLA CULTURA RUSSA. Si TRATTA DI DUE ABITI, INDOSSATI DA PERSONE DI DIFFERENTI CONDIZIONI SOCIALI. La scelta di traduzione è caduta, nel primo caso, sull’espressione soprabito anche se non è del tutto fedele, mentre nel secondo caso si è preferito lasciare l’espressione originale, in quanto i vari corrispondenti italiani erano del tutto insufficienti in quanto ad equivalenza connotativa. Il colombo e il passero rappresentano dunque due diverse condizioni sociali della Russia di quel tempo. La gallina indossa un mantello bucato, mentre la papera ha una pelliccia conciata. Alla fine di questa strofa vi è l’ultima “rappresentante” di una classe sociale russa. L’oca rappresenta INFATTI la classe CONTADINA. Indossa le calzature malconce del nonno. In questa prima strofa e, in questa prima parte della poesia, leggiamo dunque di condizioni sociali diverse, che vanno dai contadini allo strato sociale medio, a quello alto. Ora l’attenzione si sposta su quelli che sono, probabilmente, i protagonisti della poesia.

Il verso 7 offre al lettore, tramite una metafora, un riferimento temporale preciso al lettore: Nelle tenebre della gazza ladra. Per la fattoria è il momento in cui il lavoro si ferma e tutti dormono. Leggiamo infatti di galline-giovani spose che si accomodano su piccole pertiche per potere trascorrere la notte. Dormono tutti questi animali che sono paragonati a giovani donne in un momento tra i più significativi della loro vita. Rimane solo il gallo, che è paragonato ad un mago, a vegliare. Bisogna ancora una volta ricordare come K. carichi di significato gli elementi della natura. Egli cerca di mostrare, attraverso la parola, il

DIVINO CHE VI È DENTRO DI ESSI. POSSIAMO PARLARE, A BUON DIRITTO, DI

сл

“realismo simbolico” . Il gallo arrotola i lembi del lenzuolo funebre, conta le stelle e fiuta l’incenso che ha, come ricordiamo, anche un significato rituale per molte chiese, tra le quali quella ortodossa e cristiana, oltre ad essere particolarmente profumato. La descrizione che K. effettua si sposta al resto del villaggio, precisamente al camposanto, luogo che ricorre spesso nelle poesie di K..

  • tratta di un vero e proprio topos e, in un certo senso, anche di un cronotopo. Il cimitero è uno degli elementi base di un villaggio o di una città ed è un luogo sacro: nell’ultima fase della poetica kljueviana assumerà un significato

53

estremamente diverso. Troviamo, nel camposanto, pezzi putrefatti di legno[28]. Nonostante le tenebre il lesovik, che calza i lapti, cammina, sia pure faticosamente, lungo il margine del bosco. La serie di proposizioni coordinate che troviamo per quasi tutta la poesia continua, menzionando il bambino maledetto. Bisogna spiegare che, per una tradizione secolare russa, se un bambino, alla nascita, viene maledetto, egli subirà la maledizione per tutta la vita. Ecco perché questo bambino piange nel carice. Anche se non ce ne accorgiamo il tempo sta trascorrendo e sta per arrivare l’alba. Anche l’aurora è magica, è personificata. Essa, infatti, si agghinda con la corona, quasi come fosse una regina. Il gallo aspetta che sia giorno.

L’alba è come una donna e, infatti, possiede una quantità innumerevole di vestiti molto eleganti. E’ una donna ricca ed importante. E, intanto, la gallina sogna, ed è un bel sogno quello che sta facendo. Assieme a lei dormono la gazza ladra, che viene definita monachella, e il passero, amante dei piselli. Cogliamo una ripresa degli elementi che vengono citati nella prima parte di questa poesia. potremmo sostenere che si instaura una sorta di circolarità in questa composizione. Alla fine di questa strofa abbiamo un altro riferimento temporale, che riprende quelli del verso 7 e del verso 14, e, che, a nostro parere, chiude la seconda parte di questa poesia. Ora la corona dell’alba incomincia a brillare. Questo passaggio è sottolineato da una reticenza. Il gallo osserva la stelle. Bisogna puntualizzare che molte persone erano (e sono) convinte di potere trarre dall’osservazione delle stelle dei presagi. Questa osservazione acquista, dunque, un significato particolare. Per quei tempi si poteva pensare che la conoscenza ancora non perfetta del cielo influenzasse queste credenze. Ora però deve suonare

il  corno magico. Al gallo spettava il compito, nelle fattorie, di svegliare tutti gli altri. Sia detto che questo strumento, il corno, è anch’esso un topos della letteratura mondiale. Come è tradizione delle fiabe gli animali, compreso il gallo, possono parlare. Egli invita tutti gli uccelli a svegliarsi, poiché è giunta l’ora, che qui abbiamo tradotto, come ora lodata. E’ l’ora dell’alba, del risveglio. L’ultima proposizione di questo verso ha come soggetto il sole, che viene ancora una volta personificato. Esso dona il nutrimento alle galline, spargendo il miglio.

Il sole dona vita.

La lettura di questa poesia, che potremmo definire come una fiaba poetica, conferma in pieno le premesse che sono state poste nella traduzione. Si tratta di una descrizione delle classi sociali della Russia prerivoluzionaria. Egli compie, in forma poetica, quel che Bonc-Bruevic compie in forma di saggio politico. Si tratta di una descrizione, procedimento che il poeta adotta spesso, che esprime tutta la purezza, il candore di quest’uomo. Per descrivere la sua visione della natura e la società russa utilizza una serie di proposizioni coordinate, che, dal punto di vista sintattico, arricchiscono la comprensione e il significato di questa poesia. I problemi di traduzione che pone sono quelli che sono stati posti all’interno di tutta questa tesi e, che, mettono alla prova la conoscenza da parte del traduttore, della società e della cultura russa. Esse hanno termini talmente connotati che, sia in questa poesia, sia in altre, sono stati lasciati tali per non distorcerne il significato.

Kljuev e Esenin nel 1916.

 

  • SPERANZA NELLA RIVOLUZIONE
    • IL VILLAGGIO IN “SPRAZZO DI AZZURRO – MARE”

Questa poesia descrive il villaggio, una delle entità fondamentali della poesia kljueviana. E’ descritto come un centro di vita attiva, dal punto di vista materiale e spirituale. E’ contrapposto al mare e alla città, per sottolinearne la maggiore importanza. Al mare sono associate certe sue caratteristiche. Possiamo proporre una divisione tripartita di questa poesia: dal verso 1 al verso 4 vi è un’osservazione di ciò che accade al di fuori del finestrone, dal verso 5 al verso 18 vi è la vera e propria descrizione del villaggio ottenuta dall’attenta osservazione che caratterizza tutta la poesia mentre dal verso 19 fino alla fine l’attenzione è rivolta dal poeta su sé stesso.

La prima parte di questa poesia è incentrata su una contemplazione: trattasi di procedimento che si può rintracciare molto spesso in questo poeta dato il grande significato che egli conferisce ai sensi, in modo particolare a quello della vista. Vi è qualcuno che sta guardando: scopriremo solo più avanti che il punto di osservazione è all’interno di un’isba. Il verso 1 recita: Sprazzo di azzurro – mare, nuvola – balena. Abbiamo deciso con questa traduzione di tenere fede il più possibile all’originale, che sfrutta la quasi totale assenza del verbo essere nella lingua russa. Lo sprazzo di azzurro indica un colore che non è ben definito, che è stato appena accennato: il poeta si riferisce al cielo, che paragona al mare. La nuvola che è un elemento del cielo e può assumere molteplici forme, è paragonata ad una balena. Troviamo quindi cielo e mare uniti. L’unione di questi due elementi continua: la nebbia, un fenomeno atmosferico che rende difficile vedere, è paragonata ad una vela di barca. Nonostante la nebbia qualcuno sta osservando, ma non riesce a cogliere precisamente l’oggetto dell’osservazione: qualcosa scende dietro al finestrone, ma non è né qualcosa di umido, né conterie, cioè un particolare tipo di perle. L’osservazione continua e si estende al resto del villaggio.

Siamo in un isba, che è l’elemento fondamentale del villaggio russo. Davanti all’isba vi è un cortile, nel quale si può intravedere l’ala di un allocco, oltre ad un tessuto decorato, che è pieno di occhi. Il villaggio è esplicitamente menzionato solo dai versi 7 e 8: ne viene descritta una caratteristica, che non è certo positiva. Il villaggio non è solo il luogo dove si lavano le stoviglie: bisogna spiegare che nell’isba uno specifico settore, che non corrispondeva ad una stanza era assegnato al lavaggio dei piatti. Questo verso indica che nel villaggio non vi sono solo attività pacifiche, dal verso 8 sappiamo che vi sono risse, non solo litigi DI gazze. Il villaggio è anche un luogo tumultuoso. Nella strofa successiva il poeta paragona il villaggio alla grande città. Bisogna ribadire che, in quel tempo, le grandi città costituivano una parte minoritaria del paese. Egli vede le grandi città, come nel sogno e le persone come pidocchi delle piante, come individui minuscoli, insignificanti. Alle persone delle grandi città contrappone le isbe, che paragona a montagne, entità di enorme grandezza. Le isbe sembrano al poeta LE distese del Mar Bianco. Troviamo un rapporto tra l’elemento acquatico, il mare, che rappresenta la dimensione del basso, e le montagne che si stagliano verso il cielo, che rappresenta l’alto. Il villaggio è vicino ad un corso acquatico: ce ne rendiamo conto con il verso 13: Schiamazzo di gabbiani, rumore di remo. La vicinanza a corsi acquatici era di vitale importanza per gli abitanti dei villaggi, a quel tempo, non essendo ancora un procedimento del tutto agevole la deviazione di canali. Questo verso è importante anche perché è un riferimento uditivo. Si possono udire gli uccelli e l’attività del pescatore. Il villaggio è dunque vivacemente animato da uomini ed animali. Anche i cacciatori sono attivi: bisogna ricordare anche che, a quei tempi, la caccia e la pesca costituivano attività fondamentali per il sostentamento. Il verso 15 indica in quale momento della giornata avviene la descrizione: durante l’aurora, che piano piano comincia a spegnersi, con l’arrivo del giorno. L’alba è un processo durante il quale il cielo trascolora progressivamente, per poi assumere i connotati definitivi del giorno. Nel verso 16 l’autore menziona uno dei luoghi sacri più cari ai russi, l’isola di Solove9, di cui loda la grande bellezza. Intanto, nel villaggio, anche gli spiriti lavorano in modo fervente: lo spirito dell’acqua, il vodjanik, lo spirito dell’acqua, sta intrecciando il capecchio[29], come se fosse un onda o una parte di gomitolo già filata.

Dopo avere descritto il villaggio il poeta passa a descrivere sé stesso. Nel paese c’è una squadra di vetturini, di uomini che conducono le carrozze, di viaggiatori ed egli lavora, preparando della carne bovina per quei forestieri. In questa poesia è anche notevole osservare come l’autore cambi spesso prospettiva, passando dalla concretezza dei vetturini alle entità spirituali, che possono anche costituire delle metafore di elementi della natura. Egli afferma che la balena celeste sta per girarsi. Come si può leggere nel verso 1 alla nuvola è stata associata la balena, che, in questo caso, è richiamata. La balena celeste terrà la sua coda al caldo e si girerà verso l’abbeveratoio. Bisogna ricordare che l’uomo ha sempre avuto un rapporto abbastanza tormentato con questo mammifero acquatico, del quale ha avuto anche terrore, salvo poi procurare molti più danni alle balene di quanti non ne abbiano procurate le balene stesse. Basti ricordare Moby Dick. Mentre la balena celeste, che potrebbe essere anche la nuvola, si sta girando, l’autore è steso sulla secca, poco lontano dalla riva. E’ letteralmente abbandonato, come se fosse morto. Il sale lo consuma, come consuma la rete a strascico. Egli stesso è compenetrato dal mare, ma non del tutto: afferma che lo spirito del mare non potrà raggiungerlo. Lo spirito del mare è anche definito incantatore dei fondali. La fine di questa poesia si contrappone, dal punto di vista temporale, al verso 15, che sta quasi al centro. Ora si è al crepuscolo[30], che è il processo inverso dell’aurora. La pattuglia, che è il gruppo degli uccelli, li segue per orientarsi. Gli uccelli sono paragonati ad un pellegrino senza casa, la cui idea non esprime ancora l’angoscia che esprimerà in poesie come Ci sono due paesi[31].

Troviamo in questa poesia, oltre alla descrizione del villaggio, che viene descritto come un luogo vivace, in tutti i suoi aspetti, dal punto di vista lavorativo, per il carattere degli abitanti, per il volo degli uccelli e la presenza degli spiriti, un fitto sistema di relazioni interne. Vi è la relazione tra alto e basso, arricchita dalla presenza dell’elemento acquatico, e delle montagne, che rappresentano una sorta di streben della terra verso il cielo. Troviamo anche il rapporto tra alba e crepuscolo, i due processi contrari della giornata. Il villaggio è considerato superiore alla città, del villaggio è esaltata la maestosità in questa poesia dove l’osservazione è il principale elemento, anche se compare, in un verso, l’udito, per descrivere l’animazione della campagna. Questa poesia è una descrizione, ma è anche un manifesto della weltanschauung kljueviana su quello che rappresenta il suo “nido”.

 

  • LA NATURA DIVINA IN KLJUEV: IL PANTEISMO
  • QUADRO DELLA NATURA: “BRUNI CAMPI ARATI – VERDI LIMITI”

Kljuev esprime il suo panteismo. Il tono che utilizza è, come suo solito, idilliaco. Descrive lo scorrere del tempo, dal giorno alla notte, offrendoci solamente due riferimenti cronologici. Egli mette anche sé stesso in rapporto alla natura, con la quale è in corrispondenza di amorosi sensi. La divisione che si può proporre di questa poesia è quadripartita. Le quattro parti corrispondono ad ognuna delle quattro strofe: dal verso 1 al verso 4 descrive la natura durante il giorno, mentre, dal verso 5 al verso 8 egli compie una vera e propria dichiarazione di “appartenenza” alla natura, che ha un carattere divino. Dal verso 9 al verso 12 il suo legame con la campagna si approfondisce, fino alla compenetrazione; dal verso 13 al verso 16 il poeta descrive la natura al crepuscolo.

Bruni campi arati, verdi limiti: di questo verso è possibile notare il contrasto tra i due colori, di cui uno è vivace e l’altro cupo. I campi arati sono il segno dell’intervento dell’uomo sulla natura, circostanza che non si verifica così regolarmente per gli abeti, che hanno un carattere più spontaneo. Dorme dietro gli abeti il tramonto: il tramonto assume le caratteristiche di un essere umano. Sta dormendo: ciò sta a significare che è ancora giorno. Dai campi la descrizione si allarga progressivamente. Si arriva al burrone, che non è coltivato, nel quale cresce vegetazione spontanea, in questo caso, muschio. Il muschio scioglie l’umidità primaverile della pietra. Vi è ancora un riferimento temporale: questa volta è nei confronti della primavera. Troviamo anche un riferimento all’acqua, anche se non in modo esplicito. Come sente interiormente il poeta ciò che gli sta intorno?

La patria boschiva è nobile. Troviamo il riferimento alla patria, che è un concetto di cui si discute ampiamente a proposito della poesia Dove siete impeti

57

bollenti. Sappiamo dunque che la sua patria è rappresentata dai boschi: egli si identifica totalmente con la natura. Abbiamo voluto tradurre esplicitando il verbo essere, perché in questo caso si tratta di una vera e propria “dichiarazione di appartenenza”, che richiede tutta la pregnanza di questo verbo. Non è possibile eliderlo, come è stato scelto per altre poesie. Della patria boschiva si sottolinea la nobiltà, nel senso di una nobiltà tutta spirituale. La patria boschiva è dunque superiore. Da che cosa è costituita? Dal bosco, di cui si sottolinea la densità, e dalla golena. La natura è nobile, perché è il luogo del divino. Gli elementi stessi della natura celebrano riti religiosi: il ribes versa anche una lacrima per la commozione, ascoltando il salmo pronunciato dall’erba. Ora l’attenzione si sposta su sé stesso.

Quasi a volere testimoniare il continuo rapporto che vi è tra astratto e concreto, tra spirito e corpo all’interno della natura, nel verso 9 troviamo: Io non sento più corpi. Egli è solo, in mezzo alla natura, e ne offre l’idea sottolineandone la sensorialità, la concretezza. Descrive il suo cuore come un chicco di grano. Il cuore, il sentimento, entrano spesso in queste poesie. il cuore è il collegamento tra astratto e concreto, è il motore che trasforma le emozioni che la natura gli provoca. E’ paragonato al chicco di grano che germina, un significativo simbolo di vita. Il sentimento è positivo, si tratta di amore per la vita e per la natura che è essa stessa vita. Egli è compenetrato dalla natura stessa: per sottolineare questa fusione egli chiama gli uccelli a sé, per donare loro del miglio, che è un cereale, di minore importanza rispetto al grano, menzionato nel verso 10, per donare loro vita. Il miglio è definito lucente. Egli dona la vita ad elementi che fanno parte della vita stessa.

Nell’ultima parte di questa poesia la prospettiva si sposta su un piano descrittivo. Questa volta, al contrario della prima strofa, è il momento del

  • p. 11-16.

crepuscolo. La luce cala man mano. Il crepuscolo è trasparente, perché qualcosa ancora si vede. Il crepuscolo si diffonde, perché è un processo graduale. Dall’alto delle isbe, i коньки, tagliano le lontananze, si stagliano all’orizzonte. Le betulle, che sono lunghe e strette, sono confrontate con le candele che si usano per i matrimoni. La betulla è, come è più volte ricordato, il simbolo della fanciulla. Intanto, nel bosco, vi è una presenza umana, che è riscaldata dai fuocherelli di foglie.

Questa poesia fa parte delle descrizioni della natura che Kljuev ha compiuto durante la sua attività di poeta. Troviamo il motivo della divinizzazione della natura, che è effettuata in forma esplicita, menzionando, ad esempio, il salmo erboso, ed implicita, menzionando alberi che hanno un significato simbolico, come la betulla. Comune ad altre poesie dello stesso autore è anche lo scorrere del tempo all’interno della poesia. Il verso 15 è il verso centrale della poesia: in esso si dichiara la condizione di nobiltà spirituale della patria boschiva. Questa poesia arricchisce dunque quel concetto che è stato espresso nella poesia Dove siete impeti bollenti. La sua patria non è dunque uno stato una nazione in particolare, ma è la natura stessa.

  • MANIFESTO D’AMORE PER LA NATURA: “AMO GLI ACCAMPAMENTI NOMADI”

La poesia che nel seguito è analizzata è una poesia sull’amore. Si tratta di un amore senza riserve. Kljuev esplicita nel modo più chiaro il sentimento che egli prova per la natura e pensa al futuro, che non si preannuncia ancora fosco, ma che gli pone un malinconico interrogativo. Questa poesia ha un andamento, che potremmo definire circolare, nel senso che riprende alla fine dei concetti proposti all’inizio. La divisione che si può operare di questa poesia è bipartita: dal vero 1 al verso 10 esprime gli oggetti del suo amore, mentre, dal verso 11 fino alla fine presagisce il futuro.

La poesia inizia con quello che è il verbo chiave di tutto questo testo, che verrà ripetuto e che apparirà anche sottinteso molte volte in questa poesia: amo. Amo gli accampamenti nomadi: esprime il suo amore per popolazioni che viaggiano, che non hanno legami saldi con un luogo in particolare, al contrario del poeta, che è così legato alla Siberia, nella quale transitano diverse popolazioni non stanziali, come i samoiedi. Degli accampamenti nomadi egli cita due particolari: il fischio del falò, acceso per ripararsi dal freddo e i puledri, di cui i popoli nomadi sono in genere esperti allevatori. Il fischio del falò e il nitrito dei puledri: è interessante notare anche l’unione di due riferimenti all’udito per identificare due elementi dell’accampamento nomade. Egli ama anche osservare gli alberi illuminati dalla luce della luna, che li fa sembrare simili a spettri. La natura è vista come benigna, non può nuocere. La luna ci indica che è notte e, nella riga successiva, la caduta delle foglie, ci mostra che siamo in autunno. Il cadere di foglie, che sono molto grandi e cadono da molto in alto, è simile al ferro. Questi due versi permettono di chiarire ulteriormente il concetto di tempo all’interno dell’opera kljueviana. Il tempo è quello ciclico della natura, della campagna. Giorno e notte si alternano, così come le stagioni, e regolano l’attività dell’uomo. All’inizio della strofa successiva K. riprende il verbo amare, che è riferito al capanno del cimitero, un topos della sua opera poetica. Egli ne ama la terrificante comodità: la comodità di questo luogo modesto è terrificante, perché si è vicini ad un luogo di morte. Alla morte è associata la funzionalità di un oggetto, il cucchiaio, attraversato da crocette. Questo cucchiaio è costruito in modo singolare: possiede un intaglio nel quale sono incisi dei giuramenti. Il verso 9 esprime due momenti in contrasto tra loro: il poeta dichiara di amare sia il crepuscolo che l’aurora. Compie due similitudini: l’aurora è paragonata al silenzio, che è un concetto topico di questo poeta, mentre il crepuscolo è confrontato con l’armonica a causa del modo singolare che esso ha per diffondersi. Inserisce due elementi della campagna: il fumo dell’essiccatoio e la canapa coperta dalle rugiade. E’ da notare che questo verso che costituisce il termine di quella che è stata individuata come la prima parte di questa poesia termini con una reticenza. La reticenza è utilizzata perché l’elenco sarebbe destinato a continuare, tanto il suo amore è sconfinato e incondizionato. Ora l’autore pensa al futuro.

Kljuev si pone il problema di come reagiranno i posteri rispetto al suo amore sconfinato: i posteri si meraviglieranno, perché egli ama così tanto da renderlo diverso dalla massa. Il poeta pone anche un interrogativo: cosa interesserà a loro? Il suo messaggio sarà recepito? Qualcuno lo ascolterà? Si chiede se ancora vivrà nelle menti, ma soprattutto nei cuori altrui. Ciò che egli scrive, definito favola, attirerà occhi sorridenti. Le persone sorrideranno, perché non saranno in grado di capire, anche se forse qualcuno capirà qualcosa e sorriderà benevolo per ciò che ha letto. Tornando a ciò che era stato scritto precedentemente, questa poesia ha un andamento circolare, nel senso che riprende, almeno parzialmente, alla fine, ciò che aveva espresso all’inizio. Per ribadire la sua distanza dai posteri, quella che è la sua diversità, negli ultimi due versi riprende la sua “dichiarazione d’amore”. Viene ripreso il crepuscolo: di questo momento della giornata si punta l’attenzione sugli effetti provocati dalla luce. Le prime ombre del crepuscolo mostrano le punte delle piante, mentre si ode il grido delle gazze ladre. Nell’ultimo verso menziona quali altri oggetti del suo amore, la vicinanza e la lontananza, il boschetto e il ruscello.

La lettura di questa poesia conferma in gran parte le premesse che sono state poste all’inizio: si tratta di una poesia che tratta del suo sconfinato amore per la natura e della sua distanza dai posteri. Mostrando qualità quasi profetiche prevede già le difficoltà che verranno e la possibilità di cadere nell’oblio. Questo testo potrebbe essere facilmente unito al terzo capitolo di questa tesi, perché “anticipa”, in un certo senso, le difficoltà che caratterizzeranno l’ultimo periodo della sua vita. In un quadro che presenta elementi topici della natura, con una certa insistenza sul momento del crepuscolo, troviamo gli accampamenti nomadi, che sono luoghi significativi della Siberia, ma che non compaiono spessissimo nell’opera di questo poeta e un maggior richiamo all’udito. La conclusione che si può trarre dalla lettura di questa poesia è che si tratta di una sorta di manifesto di amore per la natura, assimilabile, per certi aspetti al “Cantico di Frate Sole” di San Francesco.

  • LA NATURA RENDE OMAGGIO A CRISTO: “UNA FOGLIA DELLO SCORSO ANNO NEL BURRONE”

Questa poesia rappresenta un elemento di notevole novità all’interno della poetica kljueviana: questa volta non è solo la natura ad essere glorificata, ma è anche essa stessa che glorifica altri soggetti: troviamo, con tutta probabilità, la descrizione di Cristo. Questo testo presenta anche un altro elemento di difficoltà: si tratta di un quadro dove diversi elementi si intersecano e rendono difficile rintracciare una tematica prevalente all’interno di ciascuna strofa. E’ stata scelta una chiave di lettura cronologica, che isola i primi due versi, perché compiono, in un certo qual modo, il procedimento del flashback, rimandano al passato. Nella seconda parte, che va dal verso 3 alla fine, vi è, invece, una descrizione della natura e di una particolare figura umana.

Una foglia dello scorso anno nel burrone/Fra i cespugli come un mucchio di rame. Siamo in primavera ed è rimasta ancora, nel burrone, elemento tipico del paesaggio poetico kljueviano, una foglia caduta l’anno precedente. Questa foglia è il punto di aggancio con il passato, permette una lettura “cronologica” di questa poesia. La foglia sta in mezzo ai cespugli e sembra rame, perché oramai è secca ed ha assunto quel colore. Come notiamo Kljuev è molto interessato a colpire la vista di chi legge. Dal passato si arriva al presente e Kljuev può continuare la descrizione.

Qualcuno sta cavalcando e si è coperto con un telo, per ripararsi dal sole. Il verso 3 ci offre un ulteriore conferma del periodo nel quale ci troviamo. Va precisato che l’usanza di coprirsi con un telo durante la cavalcata era tipica dei contadini siberiani. Sappiamo anche che il cavaliere, un individuo indefinito, non è nemmeno tanto ricco: cavalca, infatti, un mulo e non un cavallo. La descrizione dell’individuo continua: una ciocca dei suoi capelli è più morbida del capecchio. Si tratta di un individuo di aspetto gradevole, grazioso. Questa immagine gradevole è contrastata dal verso successivo: ma il suo viso e buio. Non è possibile rendere l’esatta equivalenza connotativa, in quanto in russo esistono sia но sia a, che esprimono differenti intensità della proposizione avversativa. Quando questo individuo cavalca, I pini e gli abeti si chinano in segno di sottomissione E LO onorano, gridandogli Osanna, che è un’invocazione tipica dei canti religiosi.

La poesia che è stata analizzata è un quadro della natura: vi sono tutti gli elementi tipici della poesia kljueviana. E’ anche la descrizione di un individuo, che viene solo abbozzata, quasi fosse uno schizzo preparatorio. Sorge spontaneo chiedersi chi possa essere l’individuo che cavalca il mulo. Considerata

58

l’importanza che ha la religione nelle poesie di Kljuev potrebbe essere Cristo che si avvia, per l’ultima volta, verso Gerusalemme, conoscendo il suo destino. Si tratta di un Cristo, che è visto in modo del tutto personale dal poeta, che mette in luce soprattutto la sua centralità nella natura.

  • PENTECOSTE: IL POETA-PROFETA CONSACRATO IN “FIUTO LA SANTA RADUNILA”

Questa poesia esprime ancora una volta il culto per la natura, accompagnato da una descrizione di una particolare visione della Pentecoste[32]. Al poeta è concesso il dono dello Spirito Santo. E’ questa la specificità principale di questa poesia, di cui si può proporre una divisione in due parti: dal verso 1 al verso 12, egli sta pregando e viene chiamato da Gesù. Dal verso 13 in poi egli descrive come gli viene concesso il dono dello Spirito Santo.

Fiuto la santa Radunica: è citato un rito religioso russo, che avviene dopo la Pasqua. L’aspetto singolare è dato dal verbo, che esprime carnalità, materialità,

in un contesto spirituale. E’ interessante anche questo uso religioso: perché ricorda l’importanza che conferivano agli antenati i latini, che, in ogni casa, possedevano i Lari e i Penati. Si tratta di un culto della memoria, una sacralizzazione del passato comune anche a molte altre culture. La Radunica è, dunque, anche santa. Egli onora le feste religiose e, di conseguenza, dichiara che la sua vita ha una senso. Questo verso ha un valore molto importante: capiamo lo stato del poeta quando lo ha scritto. La sua vita ha ancora uno scopo e deve continuare. Egli sta camminando, e si china per inginocchiarsi sull’erba, che costituisce una sorta di tappeto per le preghiere. L’erba ha una funzione “religiosa”. Egli si inginocchia, mostra un atteggiamento di devozione. E’ in mezzo alla natura, formata da pini, abeti e betulle: Gesù gli appare indossando la corona di spine. Come tutti sanno egli porta la corona di spine prima di venire crocifisso: soldati romani gliela mettono in testa per dileggiarlo. E’ RAPPRESENTATO DUNQUE IN UNO MOMENTI DEL SUO MARTIRIO: EGLI È IL CAPRO espiatorio[33], inviato dal Padre, per immolarsi per mondare l’umanità dal peccato. Gesù lo chiama, perché egli gli è spiritualmente vicino, può entrare in un rapporto non mediato, ad esempio dal sacerdozio, con il divino. La questione del rapporto immediato con Dio è stata al centro della contesa tra i Vecchi Credenti, e in seguito, le altre sette religiose, e la gerarchia ecclesiastica ortodossa. Una questione simile era stata sollevata anche da Martin Lutero in polemica con la chiesa romana, insieme all’altra, ugualmente importante, che riguardava la lettura immediata della Bibbia. Gesù lo chiama, lo invita ad entrare nel querceto, come fosse il regno dei cieli. Anche nella Bibbia Gesù appare in mezzo alla natura, come accade a Mosè che lo vede all’interno di un roveto[34] che arde continuamente. In quel momento le nuvole coprono il cielo e il bosco arde nel broccato violetto: troviamo il contrasto tra l’oscurità del cielo e la colorazione violenta del bosco. Per quale motivo Gesù, e non il Padre, come nell’episodio di Mosè, l’ha chiamato? Ora è Gesù a dovere suggellare il nuovo patto con gli uomini e sceglie il poeta come un nuovo profeta.

La descrizione ricalca direttamente quella degli Atti degli Apostoli, che, dopo essersi riuniti, quando ormai era già asceso al cielo Gesù, ricevono lo Spirito Santo nella forma di una lingua di fuoco. Il poeta è, dunque, un nuovo apostolo. Il poeta è stato iniziato: tutto ciò fa pensare alla castrazione[35]. Lo Spirito di Dio, uno degli elementi della Trinità, scende su di lui, per investirlo di una missione, quella di diffondere la Lieta Novella. Occupa la sua strada e soffoca il suo grido, irrompe nella sua vita. Dopo averlo lambito la fiamma si allontana di nuovo nell’orizzonte. Egli ha il cuore colmo di gioia perché è stato investito di una missione fondamentale, la sua gioia è quella dell’infanzia: è una gioia colma di purezza e di candore. Al termine della poesia egli esprime la sua fede nella Madonna, a proposito della quale insiste molte volte all’interno delle sue poesie. In questo caso si concentra in particolare sul velo, che costituisce uno degli elementi principali con i quali la madre di Gesù è ritratta.

Questa poesia unisce tre tematiche basilari di questo poeta: la natura, che è vista in modo religioso, la missione del poeta, che ha un ruolo profetico, e la questione dello Spirito Santo. Il poeta ha una funzione religiosa, è un nuovo Apostolo consacrato da Gesù, non da Dio Padre. Possiamo dunque considerare questa poesia anche come poesia “poetologica”. Lo stile e il registro linguistico sono in gran parte consueti: egli trae anche ispirazione da due vicende bibliche, di cui una del Vecchio Testamento e una del Nuovo. Notiamo anche la funzione del capro espiatorio, rappresentata da Gesù, e quella del culto degli antenati[36], rappresentata dalla citazione della Raduni9a.

  • QUADRO DELLA NATURA CON PELLEGRINAGGIO IN “PELLEGRINE VANNO PER LA STRADA”

Questa poesia fa parte delle poesie dedicate al culto della natura. E’ importante anche la tematica del pellegrinaggio. Il pellegrinaggio è uno dei principali doveri che un religioso deve compiere. Nel medioevo era una pratica ampiamente utilizzata, ora esistono ancora alcuni luoghi importanti di pellegrinaggio come Lourdes, Fatima o Santiago de Compostela, ma non hanno più tutto il significato che avevano quando la religione aveva un ruolo più invasivo di quello attuale. Il pellegrinaggio era visto come un viaggio

PARTICOLARMENTE DURO E LUNGO, MA ANCHE COME UN CAMMINO DI RICERCA spirituale. Per questa poesia è possibile individuare una divisione in due parti: la prima parte, che va dal verso 1 al verso 5, descrive un gruppo di pellegrine, mentre la seconda, che va dal verso 6 fino alla fine, descrive la campagna che le circonda.

Pellegrine vanno per la strada: questo è il verso 1. Queste donne compiono un cammino concreto e spirituale al tempo stesso. Si tratta di un cammino che ha una precisa meta finale, non si tratta di un vagabondaggio disperato e proiettato verso la morte come capita invece in Ci sono due paesi[37]. La descrizione continua con un movimento verso il basso: sotto i loro piedi assenzio e radici, possiamo leggere nel verso 2. Sono in campagna, non sono su una strada asfaltata, anche perché nelle campagne erano quasi inesistenti. Il pellegrinaggio non è comodo, si devono fare strada tra rovi di rose canine, che possono essere considerate come i fiori in sé, ma che possono avere un significato simbolico, possono rappresentare le difficoltà della vita. E intanto si ode un rumore di stampelle. La descrizione è concreta, tangibile, sensoriale: dal verso 5 veniamo a sapere anche che sono contadine: battono i lapti su un terreno di erbacce. Ora il poeta allarga l’osservazione descrivendo cosa succede nei dintorni.

Mentre camminano si odono dei cavalli, che si riconoscono dai versi che emettono. Da qualche parte i nitriti e gli sbuffi di una mandria: i cavalli non si vedono, in questo caso il riferimento spaziale è indeterminato, indefinito. Kljuev chiude questa poesia utilizzando una proposizione coordinata: e le chiama dalla grande campana/ un suono riecheggiante, come richiamo di pentola. Nelle vicinanze c’è una chiesa, anche se non sappiamo esattamente dove si trova. La campana, elemento tipico della chiesa, suona, riecheggiando nella valle. La campana assomiglia ad un richiamo di pentola. La similitudine è dunque con un oggetto di uso quotidiano.

Oltre al tema della natura, troviamo anche il tema del pellegrinaggio, di cui si nota la difficoltà, e il significato di ricerca interiore che esso ha. E’ possibile anche notare un costante riferimento all’udito, oltre al carattere generalmente indefinito della descrizione. Anche questa poesia è un quadro, che presenta con contorni definiti il difficile cammino delle pellegrine, per sfumarli sullo sfondo.

  • LA FINE DELL’INVERNO: “LE ISBE SCONGELATE, LA STRADA”

Nel 1914 inizia la prima guerra mondiale. Questa guerra, che durerà fino al 1918, viene combattuta essenzialmente per ragioni economiche dai vari paesi europei anche se la motivazione ufficiale è la difesa della patria minacciata dagli “stranieri”. Così come negli altri paesi, anche in Russia la guerra accresce il malcontento nei confronti dei governi. Bisogna aggiungere che lì la situazione economica è sicuramente molto più grave, così come il livello di industrializzazione è molto più arretrato rispetto al resto di Europa. I bolscevichi sono i più strenui oppositori della guerra, che considerano rovinosa per i proletari, che vengono mandati a morire in massa. Si formano i Soviet di operai, soldati e contadini. A tale proposito bisogna tenere conto del fatto che in Russia l’urbanizzazione è scarsissima, la campagna domina. Questa predominanza ha notevoli effetti sia in campo culturale che politico. Nelle campagne le speranze in un cambiamento radicale diventano sempre più forti, i bolscevichi e i socialisti- rivoluzionari sono visti come coloro che possono modificare le loro sorti. Le varie riforme in campo agrario attuate durante l’autocrazia zarista hanno lasciata inalterata la sostanza: predomina il latifondo, che ha come conseguenza il super- sfruttamento di enormi masse. Molti intellettuali, tra cui K., sperano nella Rivoluzione. Egli sta vivendo un periodo molto pieno: ha già scritto importanti raccolte di poesie in pochi anni, collabora con gli acmeisti e sta intrattenendo rapporti con scrittori come Oresin, Sirjaevic e Klyckov e Gorode9kij. La poesia che viene tradotta immediatamente prima di questa analisi è un quadro della natura, descritta con toni idilliaci. Si possono individuare due temi principali in questa poesia che tratta del risveglio primaverile della natura. Dal verso 1 al verso 6 notiamo che il punto di vista dell’osservatore è nelle immediate vicinanze dell’isba, mentre, dal verso 7 fino alla fine, il punto di vista si sposta più lontano. Vi sono anche intrecciati i temi della staticità e del movimento.

La prima parte di questa poesia è caratterizzata dal procedimento dell’enumerazione. L’io lirico di questa poesia elenca vari elementi della natura in primavera. In tutta la prima strofa non troviamo un verbo. Nel verso 1 troviamo l’isba, che è un elemento fondamentale della campagna russa. Le isbe sono scongelate, l’inverno è finito. Lo stato di scongelamento esprime anche la fine dell’immobilità che caratterizza questa stagione, che è molto rigida in Russia e lo è ancora di più nel nord, da dove viene Kljuev. L’immobilità paralizza la natura ed impedisce molto gli uomini nei lavori agricoli e negli spostamenti. Bisogna anche considerare lo scarso progresso tecnologico della Russia di quel tempo. Le isbe rappresentano dunque la “base” da cui parte la descrizione della natura. Subito dopo le isbe scongelate c’è la strada che rappresenta il movimento. Nel verso 2 sono elencati i bruni ceppi ed i cespugli. Ho usato non a caso il verbo “elencare”, perché è scarso l’uso degli aggettivi. La natura si caratterizza “autonomamente”. E’ interessante notare nei versi 3 e 4 la commistione tra un elemento della natura come il burrone e due oggetti religiosi come il rosario e il crisma della croce. Come noteremo in seguito la descrizione di burroni ricorre spesso in Kljuev. Il burrone rappresenta la profondità smisurata ed ha un significato simbolico. Lucifero, nell’Inferno di Dante, è sprofondato in una voragine. Il burrone è anche l’espressione della dimensione del “basso”, che ricorre spesso in K.. In questo caso la bassezza è particolarmente accentuata. Il burrone è accoppiato alle alci, che sono animali tipici della Siberia. Il rosario[38] è dedicato alla Madonna. L’importanza del rosario è comune a gran parte delle chiese cristiane. Per la chiesa cattolica alcuni periodi dell’anno, come, ad esempio, maggio, sono specificatamente dedicati alla sua recitazione. La Madonna ha un’importanza notevole sia nella Chiesa Ortodossa che nella Chiesa Cattolica. A lei è dedicato il giorno dell’immacolata Concezione, che sottolinea la sua nascita senza il peccato originale, così come altri riti ortodossi. Tutte e due le confessioni cristiane sottolineano il ruolo di genitrice che ha Maria. L’immagine della Madonna nella Cristianità può essere assimilata all’immagine, propria di tante religioni e mitologie della Dea-Madre e inoltre, bisogna sottolineare, a proposito del poeta che egli intende il concetto materno all’interno di quello di Мать-Сыра-Земля. MARIA RAPPRESENTA DUNQUE IL PRINCIPIO FEMMINILE, COSÌ

come Cristo rappresenta quello maschile. Ogni uomo può arrivare ad essere Cristo. Troviamo collegamenti con le concezioni di Origene[39] e con quelle sufiste[40]. Mentre nella mitologia greca le divinità materne hanno rappresentato il caos, la concezione kljueviana mostra la figura materna come principio cosmogonico, che assimila ed esprime la continua trasformazione della natura, il ritmo ciclico di creazione e di distruzione, di nascita e di morte. Nei misteri di Eleusi, Demetra, simbolo della terra coltivata, schiude all’iniziando l’esperienza della rinascita. La regina delle nevi nei racconti dei fratelli Grimm nasconde presumibilmente l’ombra della dea madre che porta la morte con il gelo e la neve ma in realtà da alla natura il tempo per rigenerarsi nel silenzio della terra sepolta. Vi sono forti influssi panteistici. Come ricorda Etkind[41]: un membro importante della setta dei chlysty pronunciò, nel 1826, la frase: “Voi siete il tempio del dio vivente”. Kljuev subisce dunque una forte influenza dal panteismo, che ha radici nello stoicismo e nel neoplatonismo. Sono significativi i collegamenti anche con le concezioni di Meister Eckart che postula l’unione del credente con Dio attraverso l’intelletto, che Eckart intese come un elemento increato, ossia concreato con l’anima. L’intelletto è il luogo del divino nell’uomo, la luce che da l’essere, la vita e l’intelligenza; non è toccato dalla carne, né dal tempo: è il tempio di Dio. Eckart ha anche formulato la tesi sul fondo dell’anima, nel quale è posta la pura unità con Dio, alla quale ogni anima aspira. Per giungere all’unità[42] con Dio, i settari praticano il rito della радение, che consiste in una serie di balli e canti, a volte anche accompagnati da musica, che è, secondo Schopenhauer, il linguaggio della volontà, che è conoscibile solo dal genio. Sottraendosi alla percezione della vita quotidiana e alle sue concatenazioni spazio­temporali, i settari compiono un rito che si avvicina a quello dell’estasi dionisiaca, che è originato dai culti in onore del dio Attis, amante di Cibele. Si tratta di dei facenti parti delle divinità materne, che Nietzsche assegna alla dimensione dionisiaca. Il concetto della madre è stato affrontato in vari modi: basti citare l’influenza che i rapporti sociali hanno sulla famiglia per Marx. Egli sostiene che il capitalismo svilisce anche il rapporto tra genitori e figli, rendendolo sottomesso ai rapporti economici. Da un altro punto di vista Freud studia le implicazioni psicoanalitiche argomentando le due teorie del complesso di Edipo e del complesso di Elettra, cioè il desiderio dell’omicidio dei genitori. Vi è dunque l’idea della fertilità associata alla natura che rinasce in primavera. La differenza principale tra Maria e le varie dee-madri è che Maria, secondo il dogma, HA partorito “senza peccato”. Accanto al Rosario vi è un altro elemento

70

fortemente simbolico oltre che connotato religiosamente, il crisma . Il crisma è l’olio sacro che viene usato per vari riti. L’unzione ha una grande importanza per la religione, sia come iniziazione, che come confermazione. A questo proposito è opportuno sottolineare che il sacramento della Cresima è chiamato anche Confermazione. L’unzione ha anche la funzione di benedizione per gli infermi: a coloro che sono molto malati può essere impartita l’Estrema Unzione. Bisogna anche aggiungere che la parola “Cristo” significa “unto”. Alla fine di questa strofa compare un altro simbolo religioso, la croce, che è comune all’intera cristianità, ma anche alla religiosità tradizionale celtica. La croce rappresenta il sacrificio di Cristo in remissione dei peccati dell’umanità. C’è, con tutta probabilità una corrispondenza tra la croce, legata a Cristo, e il rosario, legato alla Madonna. Possiamo rintracciare corrispondenze tra Cristo e l’idea di “capro espiatorio”, che spesso è presente in altre religioni. Abbiamo notato in questa strofa una certa staticità, la natura deve riprendersi dal sonno invernale. Alla fine di questa prima parte della poesia e all’inizio della seconda strofa troviamo alcuni elementi importanti: in primis vi è l’elemento spaziale, cioè la panca di pietra, che ci ricorda la vicinanza alla casa. E’ uno dei pochi elementi che chi legge ha per “orientarsi” nella poesia. Il secondo elemento importante sono gli sci, che ci ricordano che l’inverno non è ancora terminato e che fungono, in un certo qual modo, da riferimento temporale. Siamo dunque all’inizio della primavera. Al verso 6 troviamo il primo verbo di questa poesia, all’aspetto perfettivo. Il verbo è al passato, un’azione è stata compiuta. Il poeta anticipa il verbo con l’oggetto dell’azione, gli sci. E’ molto significativo il soggetto, un elemento della natura, il vento, che ha la funzione di creare “dinamismo” in un contesto di staticità. Il vento è di mezzogiorno. Questa espressione ha, molto probabilmente un valore

71

simbolico . In questi due versi vi è la personificazione della natura, che è comune alla mitologia russa e a tutta la poesia di K. Il vento “compie” un’azione per l’uomo. Questa personificazione rappresenta l’inizio dello spostamento del punto di vista dell’osservatore, che si allontana, per immergersi ancora di più nella natura.

All’inizio della seconda parte troviamo un altro elemento che ci ricorda della precocità della primavera. Nel verso 7 la neve è rossiccia e bucata. Ha nevicato qualche tempo prima, le tracce si vedono anche se il calpestio delle persone e degli animali hanno “rovinato” il manto nevoso. Questo verso è significativo per tre motivi. Innanzitutto Kljuev utilizza due aggettivi, per definire un elemento della natura. Si interrompe provvisoriamente il procedimento dell’enumerazione. Questi aggettivi sono inconsueti e testimoniano ancora una volta della visione peculiare che ha questo poeta della natura. Questo verso è importante anche perché rappresenta la prima parte di una similitudine, procedimento che K. utilizza solamente due volte all’interno di questa poesia, piuttosto scarna. Nel verso seguente troviamo la seconda parte di questa similitudine che è, anch’essa, particolarmente significativa. La neve è rossiccia e forata come l’armiak del nonno. L’armiak è il tipico soprabito del contadino

RUSSO E SI “CONTRAPPONE” AL CAFFETTANO CHE È IL SOPRABITO DEGLI ZAR. La citazione dell’armiak caratterizza “socialmente” questa poesia, che descrive il mondo contadino. L’armiak è del nonno: questa precisazione è significativa se si considera l’importanza che hanno gli anziani nelle cultura slava, ma anche in molte altre culture. Bisogna anche tenere conto del fatto che il lesovik è chiamato nonno e quindi K. potrebbe alludere a questo spirito. Il poeta aggiunge particolari a questo “quadro” della natura parlando dell’aurora. L’aurora significa risveglio e questo risveglio può anche essere connotato simbolicamente se si pensa anche al periodo dell’anno descritto da questa poesia, cioè alla primavera. Per descrivere questa aurora Kljuev cita la pestriad’, che è un tessuto nel quale si combinano il fondo verniciato e la trama bianca. Questa citazione fa pensare ad una similitudine con i colori dell’aurora. Questo quadro si arricchisce con la descrizione dei salici e del floema, nel quali scorre la linfa. Il verso successivo, il verso 11 ci ricorda la presenza di un essere umano che osserva. Viene menzionato il cestino con le fragole selvatiche. Il cestino con le fragole è un “segnale” dello spostamento del punto di osservazione della natura. Nel verso 12 troviamo la ripresa di un procedimento già adottato dal poeta, quello della personificazione della natura. In questo caso il sole compie un’azione che è propria dell’uomo, mira. L’io lirico ci

 

indica anche il punto verso il quale mira, lo zenit[43]. Anche il sole è un dio, come il vento. Il verso 13 è significativo dal punto di vista stilistico perché troviamo la seconda delle due sole similitudini di questa poesia. La descrizione di questo quadro è completata dal picchio, il cui suono è paragonato ad un mazzuolo. Il picchio infastidisce un uccello che gli è avversario, il crociere. Anche in questo caso troviamo la ripresa di una certa dinamicità. Kljuev completa l’elencazione di uccelli che caratterizza questa strofa citando il gallo cedrone la cui trappola rimane, in quel giorno che egli descrive, vuota.

Questa poesia è molto più scarna dal punto di vista stilistico di molta altra produzione kljueviana. Troviamo pochissime figure retoriche e ben pochi aggettivi. La natura non ne ha bisogno di particolari aggettivi, si caratterizza da sola. Il secondo elemento che si può rintracciare è il rapporto tra staticità e dinamismo. La poesia presenta un quadro essenzialmente statico, con pochi elementi che imprimono dinamismo. Questi elementi sono il sole, il vento e un picchio. Il sole e il vento vengono personificati e questo ci da un’idea ancora più precisa del legame che il poeta ha con la natura e il paganesimo. L’uomo rimane sullo sfondo, osserva, si sposta, ma la “protagonista” di questa poesia è la natura. In quegli anni K. conosce Esenin: questa esperienza cambia la vita di tutti e due. Bisogna ricordare che anche Esenin è legato in un certo qual modo al mondo settario, anche egli è cresciuto in una famiglia di Vecchi Credenti e anche egli ispira la sua poetica in parte a quell’universo. Il rapporto tra i due sarà molto stretto, essi intrecceranno anche un fitto epistolario. Il secondo riconosce nel primo un maestro e dedicherà a lui alcune importanti poesie. Kljuev soffrirà molto per la morte dell’amico. Anche di questi tempi vi è chi vede nella grande amicizia

73

tra i due un rapporto omosessuale[44]. E’ molto difficile pensare questo, dati il candore e la castità di un uomo come Kljuev.

  • QUADRO DELL’ISBA IN INVERNO IN GIA SI NASCONDE DALLA SORVEGLIANZA”

Si tratta di una poesia che descrive un momento difficile dell’anno, l’inverno, con un quadro idilliaco. E’ importante anche il significato che il poeta conferisce all’isba. Per questa poesia c’è la proposta di una divisione in tre parti: dal verso 1 al verso 12 è descritta la natura nel suo complesso: in questa parte possiamo anche rintracciare una sorta di movimento che “parte” dalla terra, arriva all’acqua e vi ritorna. Dal verso 13 al verso 16 descrive l’isba, con toni religiosi, mentre, dal 17 al 20 è descritto un animale del bosco, il leprotto.

All’inizio della poesia compare un protagonista umano, che può essere un cacciatore. Leggiamo il verso 1: Già si nasconde dalla sorveglianza. Troviamo il soggetto nel verso successivo, una lepre, di cui sappiamo che spruzza. Si tratta di un grazioso animale del bosco, che è la preda di altri animali e di cui sappiamo che ha l’abitudine di spruzzare. Siamo nel bosco, in mezzo alla natura. Il verso 2 è spezzato in due parti: dopo la reticenza troviamo due espressioni che abbiamo tradotto con azzurrità e raffreddamento. Nella natura predomina l’azzurro, che è il colore del cielo, della purezza, ma che è anche uno dei colori caratteristici dell’inverno. L’aspetto visivo ci colpisce e, subito dopo, sappiamo delle condizioni climatiche. Nei versi 3 e 4 troviamo un’immagine molto tenera: non c’è nulla che possa coprire le nude ginocchia di una betulla, che può essere sia l’albero, tipico della Siberia, oppure può simboleggiare una ragazza. Cade la brina gelata: il freddo è impietoso, si tratta della Siberia. In questa poesia la natura è anche natura acquatica. La descrizione della natura continua con una metafora: le radure boschive sono paragonate ad una tovaglia variopinta, mentre, dato l’inverno, la barca è ferma, perché le attività dei pescatori si sono interrotte. La barca ha un aspetto malinconico: ricorda quello di una fanciulla gobba triste e che invecchia. E’ descritto il tremolo, che ritroviamo anche in altre poesie dello stesso

74

poeta. Il tremolo ha perduto le foglie e si sente smarrito come una vecchia

credente che ha perduto il rosario. La natura è umana in Kljuev. Nonostante l’inverno un cavallo grigio libero, Serko, che non ha più la cavezza, tenta di pascolare, anche se i campi di biade sono descritti in pessime condizioni. Questo è

lo  sfondo di questo quadro disegnato da Kljuev. Ora la descrizione è sempre più centrata.

Il centro della descrizione è l’isba, che ha un carattere religioso. E’ paragonata ad una cappella: nell’isba vi regna, infatti, la stessa quiete. Troviamo una divinizzazione del mondo contadino. L’isba ha un carattere spirituale, ma anche concreto, poiché nell’isba è rimasto il segno della fatica e del dolore. Vi è una commistione tra il basso dell’umile lavoro contadino e l’alto del luogo religioso. La fatica è associata al dolore. In questa strofa troviamo anche un terzo aspetto, che è, anche questa volta, del tutto concreto, ma gioioso. Il nonno, che è un protagonista umano delle poesie di Kljuev, sta preparando la slitta. Servirà a dei bambini, per divertirsi sulla neve. L’inverno è dunque associato ad un aspetto allegro, tenero, legato all’infanzia. Troviamo la vecchiaia e l’infanzia unite.

In questa poesia avvertiamo lo scorrere del tempo solo dal verso 17, che ci informa che è giunta la sera. Sta piovendo, la pioggerellina è viscida. La pineta è deserta, data la stagione. Nella pineta c’è un leprotto, definito leprotto-raggio, data la sua velocità, sta iniziando a giocare con il primogenito. Troviamo un rapporto molto stretto tra il leprotto e il nonno. Tutti e due hanno cura dei loro cuccioli, siano essi umani o no. L’uomo e la natura, in questo caso gli animali, sono uguali, hanno gli stessi principi. Tutti e due amano. Questo rapporto potrebbe anche indurre a formulare un’altra proposta di divisione di questa poesia: questa parte potrebbe essere unita alla precedente, anche se è stato ritenuto centrale, nella seconda parte, il tema della glorificazione dell’isba. Il “ritorno” della lepre rende questa poesia circolare.

La lettura di questa poesia avvalora le tesi che sono proposte nell’introduzione. Si tratta di un quadro della natura, che è vista con toni idilliaci, anche se non mancano i tratti malinconici, come la barca paragonata ad una fanciulla gobba e la betulla, giovane fanciulla, con le ginocchia nude. Siamo d’inverno, il momento del sonno della natura, nel quale convivono gioia, fatica e dolore così come convivono nell’isba, che è glorificata. L’isba è il centro di questo quadro ed è anche il centro materiale e tematico di questa poesia che la glorifica. Nell’isba sono connaturati tre aspetti: quello religioso, quello della fatica e l’allegria dell’infanzia. Un altro legame importante che è stato rintracciato è quello del legame tra il leprotto e l’essere umano. Tutti e due sono padri e si prendono cura dei figli: il leprotto è un’immagine di tenerezza, di dolcezza, come tante altre che caratterizzano l’opera di questo poeta.

 

  • GLI SPIRITI NELLA CULTURA RUSSA
  • IL LESOVIK IN “NEL BURRONE LE ALLACCIATURE DI NEVE”

Anche questa poesia è una descrizione della natura, che ha al centro un ode di uno degli elementi fondamentali, uno spirito, il lesovik. Si tratta di una descrizione di questo spirito, che viaggia durante la notte, osserva la natura. Di questo spirito conosciamo solo alcuni tratti, che vengono evidenziati. Abbiamo ipotizzato una divisione di questa poesia in due parti: dal verso 1 al verso 12 è notte, il lesovik interrompe il suo viaggio, dal verso 13 alla fine è descritta l’alba e la partenza del lesovik.

L’inizio di questa poesia è marcato da un burrone, topos della poesia kljueviana. Nel burrone ci sono dei lacci, che venivano usati per legare i pantaloni. Qualcuno li ha gettati, anche se ancora non si sa chi. Vi è una presenza nel bosco. Il tramonto fora con un bastone: un pellegrino sta viaggiando. Questo individuo compie delle azioni: risciacqua della tela rossa e rumoreggia. Udiamo e vediamo qualcosa. L’udito e la vista sono colpiti. Nella strofa successiva

75

sappiamo chi è quella figura, che, per ora, è solo intuita. Si tratta del lesovik , lo spirito dei boschi, che sta cercando un dono che a lui è stato destinato. Lo sta cercando in un agglomerato di mosche palude, una zona umida. Egli ha una tunica e una cinta di colori vivaci, rosse scarlatte, che lancia nella taiga, come quando vuole provocare un incendio. A proposito della tunica vi è stato un problema di traduzione, perché балахон è un termine tipico russo, risolto cercando l’equivalenza connotativa migliore. Conosciamo molto bene la natura

AMBIVALENTE DEGLI SPIRITI NELLA CULTURA RUSSA. EGLI È DIVENUTO MALVAGIO, PERCHÉ QUALCUNO È STATO MALVAGIO NEI SUOI CONFRONTI OPPURE NEI confronti della natura che egli sta proteggendo. Il verso 9 ci offre una descrizione sommaria di questo spirito: sappiamo che ha il naso, la cui forma assomiglia a quella di un paniere. Dal verso 10, che costituisce uno “stacco” nella descrizione, sappiamo in quale stagione la poesia è situata: si tratta della primavera, sappiamo che i capelli dei salici si ricoprono. Non è nuova per Kljuev questa metafora, nella quale i rami sono accostati a capelli. Il verso 10 termina con una reticenza, la descrizione continua. Il lesovik ha una borsa con dentro delle fragole di palude che ha appena raccolto. Questa strofa è singolare, perché in essa sono alternate la descrizione del lesovik a dei riferimenti temporali. Sappiamo anche che è notte, anche se sta finendo: la luna si sforza, affinché sia giorno.

Il verso 13 è in uno stretto rapporto con quello successivo, che abbiamo individuato come inizio della seconda parte di questa poesia. Sta albeggiando, si tratta di un processo lento e graduale. Ora si vede tutto meglio. Sta fiorendo il floema. Siamo in primavera. Un orso sta passando in quel momento e se ne possono notare le tracce. C’è un laghetto e sappiamo che il lesovik sta passando tenendo in mano un cestino con le fragole. Si tratta di una strofa di movimento, che possiamo percepire anche dal verso 16. Ha trascorso la notte, e ce ne rendiamo conto perché il ceppo sta esalando gli ultimi fumi. Dagli ultimi versi sappiamo di più del lesovik, che ha circa cento anni, il cappello e la barba grigia. Molto spesso compare ai margini del bosco con la mano appoggiata sulla guancia e lo sguardo sorridente. Intanto l’intrecciatore di lapti sta lavorando la corteccia di betulla. La giornata, e con essa le attività, sono riprese.

All’interno di questa descrizione idilliaca della natura notiamo alcuni aspetti: l’importanza degli spiriti all’interno della cultura russa e il loro valore ambivalente, il significato che ha una parte della corteccia della betulla, il floema, per costruire i lapti che sono le tipiche calzature del contadino russo. Anche questa poesia è profondamente radicata nella campagna. La novità, rispetto ad altre, è data dagli aumentati riferimenti allo scorrere del tempo.

  • LA NATURA AMBIGUA DEGLI SPIRITI IN NON CREDERE, I DEMONI NON SONO ALATI”
  • proletari, tra i quali molti contadini, venivano mandati a morire al fronte per combattere una guerra, che non sentono loro. Il movimento rivoluzionario diventa più forte, i bolscevichi chiedono la fine della guerra. Viene ucciso Rasputin, potente uomo politico e vicino alla setta dei Come vedono il mondo in una fase così delicata i settari, e, nella fattispecie, un uomo puro come Kljuev? Possiamo formulare una proposta di divisione di questa poesia, che ha come tema principale i бесы, che qui vengono tradotti con diavoli, in tre parti. La prima parte inizia al verso 1 e va fino al verso 10 e “descrive” i diavoli, o spiriti che dir si voglia. Dal verso 11 al verso 18 vengono descritti gli uomini e il loro rapporto con i diavoli, mentre dal verso 19 fino alla fine l’attenzione torna sui diavoli.

La poesia inizia con un’invocazione molto forte, che è espressa attraverso l’utilizzo di un imperativo. Leggiamo infatti: non credere. L’io lirico si rivolge ad un interlocutore “poetico” e gli ingiunge di “non fare qualcosa”. L’interlocutore non deve credere: si tratta di un verbo dal forte connotato religioso. La prima parte di questo verso costituisce già un’informazione sul tema principale di questa poesia. Si parla di religione, di paganesimo. Come molti sanno è sempre stata molto forte la credenza negli spiriti in Russia. Vi sono moltissimi spiriti, che sono molto spesso delle personificazioni di elementi della natura. Freud ha studiato le implicazioni psicoanalitiche di questi argomenti, trovando relazioni con le attività dell’inconscio, di cui egli ha teorizzato la presenza e le funzioni. Nonostante i progressi della scienza, anche nell’età contemporanea si continuano a rispettare certe tradizioni. Ancora oggi in Siberia, a tavola, c’è sempre una forchetta in più per uno spirito, che si dice sia presente. Potremmo citare inoltre la radicata tradizione di non salutarsi mai stando sulla porta, per non disturbare il домовой. Al verso 1 troviamo la parola che abbiamo tradotto con demoni. A proposito di questa scelta bisogna compiere una precisazione. Nell’accezione

SLAVA I DEMONI NON SONO UNA FIGURA DEL TUTTO NEGATIVA, come per il cristianesimo e per gran parte della cultura occidentale. Essi sanno essere buoni con le persone buone e malvagi con le persone cattive. Anche nella seconda parte del verso c’è una negazione. I demoni non sono alati: la negazione è utilizzata, spesso e in varie forme dal poeta per rafforzare un concetto. In questo caso si sostiene che i demoni non sono alati: ritroviamo questo aggettivo, che abbiamo già incontrato traducendo ed analizzando l’opera di questo poeta. L’essere alati conferisce un’idea di magnificenza a qualunque oggetto e qualunque persona, come ad esempio il poeta. Essere alati consente di elevarsi al di sopra degli altri, essere alati consente di entrare nella dimensione dell’alto, che non può competere ai demoni. La seconda parte di questo verso ci mostra ancora di più la purezza di questo poeta, definito omosessuale. Il primo verso di questa poesia è particolarmente importante, perché ci “presenta” il resto della poesia. Il soggetto di questa prima parte della poesia sono i demoni. Essi vengono paragonati al pesce. Leggiamo dunque un accostamento tra un essere fantastico ed un animale reale. I demoni hanno la vescica natatoria, stanno nell’acqua. L’acqua è la dimensione del basso, si contrappone al cielo. Dall’accostamento con il pesce si passa ad un altra personificazione, che avviene nei due versi successivi. I demoni AMANO I TRANQUILLI TRAMONTI E LA DISTESA DEL MARE DI NOTTE. I tramonti e la notte hanno un significato simbolico. Il tramonto “prepara” le tenebre che stanno sopraggiungendo attraverso il crepuscolo. Alle tenebre vengono spesse associati esseri demoniaci. E’ interessante anche l’aggettivo tranquilli che viene usato perché ci fornisce bene l’idea della natura ambivalente degli spiriti russi. L’attenzione dell’io lirico si sofferma sull’acqua. Nei versi 5 e 6 ci viene spiegato cosa “fanno” i demoni. Essendo simili al pesce essi nuotano dietro ad una canoa, ad una barca povera ricavata da 1 tronco d’albero. Notiamo il riferimento alla campagna, che non manca mai in K.. Il poeta utilizza l’aspetto imperfettivo, dal quale deduciamo che si tratta di un’azione che viene ripetuta abitualmente. Dal verso 6 sappiamo che questi demoni sono simili al pescecane e alla piovra che viene definita vorace. Questa similitudine mette in risalto il lato negativo dei diavoli: essi vengono paragonati a due animali, che possono essere molto aggressivi nei confronti degli uomini. Questa strofa è divisa in due parti da un segno d’interpunzione come il punto e virgola che indica una cesura abbastanza drastica. Nella seconda parte di questa strofa osserviamo come i diavoli abbiano una caratteristica tipicamente umana, gli zigomi. Viene effettuato un confronto, tramite una similitudine, con le rocce, che, come viene specificato, stanno sotto acqua. Questi esseri sono giganteschi, perché i loro zigomi vengono addirittura considerati come rifugio per i dannati, qui definiti con un’espressione che viene dalla Bibbia. Non esiste un solo spirito, un solo diavolo. Essi coinvolgono numerosi aspetti della natura umana. Nei versi 9 e 10 troviamo un’enumerazione, che ha parecchi significati simbolici. Esiste lo spirito del silenzio. Il silenzio può essere importante per meditare, ad esempio a livello religioso. In molti monasteri si pratica il silenzio per raggiungere un alto grado di elevazione spirituale. Vi è anche lo spirito del sorriso: questi esseri sono legati anche ad aspetti gioiosi. Anche in questo caso possiamo leggere la natura ambivalente di questi esseri, che non è del tutto malvagia, come non è del tutto benigna. I diavoli sono dappertutto: Kljuev cita il chiavistello della porta, ma esiste anche lo spirito del sonno. Il sonno, ma anche i sogni, hanno sempre interessato gli uomini, perché, per molti anni, hanno rappresentato qualcosa di misterioso, che non era spiegabile scientificamente. Molte popolazioni, tra le quali i greci, ritenevano che vi fosse un dio che presiedeva questa sfera dell’animo umano. Nel corso dei secoli ai sogni venivano attribuiti valori simbolici. Questi due versi costituiscono una sorta di transizione per la seconda parte di questa poesia.

Ora l’attenzione del poeta, o dell’io lirico si sposta sugli esseri umani. L’enumerazione continua. I diavoli sono presenti in due momenti “contrapposti” della vita, un momento di morte, la tomba, contrapposto alla culla, simbolo della vita che nasce. Con una metafora fortemente connotata K. indica al lettore la presenza dei diavoli. Ribolle l’onda di fuoco: questa espressione ci offre ancora di più l’idea di un mondo, quello degli spiriti, che vive a stretto contatto con l’uomo. Si tratta di un mondo quanto mai variegato. Questa continua interazione con gli esseri umani ricorda molto quella degli dei greci. L’elenco continua con la ripresa della preposizione в. Kljuev indica prima dove sono questi diavoli. Questa anticipazione significa che il poeta vuole sottolineare che la presenza di questi esseri è totalizzante per l’uomo. Per sottolinearlo menziona due aspetti molto comuni della mondo contadino: il cuculo e il canto della filatrice. Il cuculo è un elemento che sta nell’aria, un uccello che è noto, tra gli altri aspetti, per rubare il nido agli altri. Il fatto che si parli di un animale che vola può essere un ulteriore elemento di quella contrapposizione tra alto e basso che è tipica del mondo settario. E’ molto interessante anche l’espressione il canto della filatrice, perché ci fornisce un’informazione sulla vita nelle campagne in Russia, ma non solo. Molte donne per secoli hanno filato: si trattava di un mestiere molto comune. Questo mestiere è oggi quasi dimenticato. Molte filatrici, ma anche molte altre e molti altri lavoratori della campagna hanno utilizzato il canto per accompagnare il proprio lavoro. Questa abitudine è comune a molti paesi, compresa l’Italia. Con l’avvento dell’industrializzazione, questa abitudine si è trasferita, dove i padroni

lo  rendevano possibile, anche nelle fabbriche. Dopo avere ricevuto queste due informazioni, troviamo anche il soggetto della proposizione. Il soggetto della proposizione sono le torme di diavoletti. La parola torma indica un gruppo piuttosto folto, non ordinato. Vi è anche l’utilizzo di un diminutivo, che probabilmente indica spiritelli minori. Del verso 14 merita rilievo anche “l’azione” che questi diavoletti compiono: si tuffano. Questa azione mostra ancora una volta il legame con l’elemento acquatico che hanno i diavoli, gli spiriti. Dopo averci descritto, nel verso 11, due momenti “contrapposti” della vita umana, l’autore ne indica un terzo nel verso 15. L’autore parla della vecchiaia, mettendone in risalto la fragilità. Il soggetto sono, infatti, le paure. La fragilità è quella di un’età nella quale le forze diminuiscono e che avvicina alla morte. Si pensi anche alla minore durata della vita media di un tempo. Le paure sono terribilmente concrete, vengono definite ossute, e preparano all’inferno, come viene spiegato nel verso 16. E’ da notare la particolare struttura della frase originale, che è stata ricostruita in questo modo nella traduzione. La conclusione di quella che abbiamo individuato come seconda parte è segnata da un’invocazione. Le montagne sono considerate esseri viventi. Questo procedimento si ripete in molte altre poesie di K.. Alle montagne si chiede di cadere, fino ad avvolgere le gole, che qui vengono chiamate strette. La solennità dell’invocazione è segnata dall’utilizzo del vocativo, del punto esclamativo e del modo imperativo. Bisogna sottolineare che nelle antiche lingue slave il vocativo era un caso autonomo. E’ lecito a questo punto porsi una domanda: perché viene compiuta questa invocazione? Il motivo è probabilmente la caduta nel peccato dell’uomo. La intensità di questi due versi ricorda la crudezza di certe immagini del Vecchio Testamento. Dio viene rappresentato come un severissimo punitore dei peccati dell’uomo. Le punizioni consistono molto spesso in tremendi supplizi. Notiamo anche come nel Nuovo Testamento la natura del rapporto tra dio e gli uomini cambierà radicalmente. Questo atteggiamento così remissivo e sottomesso da parte dell’autore ricorda anche l’inizio di molte agiografie che venivano scritte nella Rus’ tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo.

Nella terza parte della poesia il soggetto sono nuovamente gli spiriti, o diavoli. Ancora una volta K. utilizza il procedimento dell’anticipazione. L’anticipazione è nuovamente costituita da una proposizione locativa. Troviamo due animali, che stanno di solito in campagna. Si tratta di due animali molto differenti tra loro: il pidocchio delle piante e il bue, in questo caso, più precisamente, il suo zoccolo. Mentre il primo è un animale minuscolo, dannoso per le piante e dunque per l’uomo che quelle piante coltiva, il secondo è un animale molto grande e utile per i lavori dei campi. Si ricordi come, una volta, gli aratri erano spesso trainati da buoi. Il tonante racconto, il mondo dei diavoli è dappertutto, permea anche questi due animali. Ha caratteristiche simili a quelle divine. E’ da notare anche l’aggettivo, che richiama il tuono, un fenomeno della natura, la cui causa è stata per secoli sconosciuta agli uomini che l’attribuivano spesso a motivi religiosi. Il tuono emette un suono violento e terrorizzante: anche questo aggettivo ci ricorda il lato negativo dei diavoli. I diavoli sono presenti, si muovono, si alzano. E’ significativo anche questo verbo, perché si tratta di un movimento dal basso verso l’alto, che ci ricorda per un’altra volta la contrapposizione tra queste due sfere. Nel verso 21 troviamo l’utilizzo di una proposizione finale, che è una stilema kljueviano. I diavoli, che qui vengono menzionati, con il topos delle ombre cornute, si alzano per il pane, per il povero boccone. Notiamo la ripetizione della preposizione за, con effetto rafforzativo. Le ombre cornute entrano dunque in tutti gli aspetti della vita umana, compresi quelli fondamentali, quelli più sofferti, come il pane, come il boccone, che, non casualmente, viene definito povero. Nel verso 22 troviamo l’utilizzo del procedimento della reticenza, attraverso l’utilizzo dei puntini di sospensione. La reticenza non menziona qualcosa, ed è, proprio per questo, un modo di comunicare. La poesia termina con un interrogativo retorico, abbastanza misterioso. L’interrogativo retorico, procedimento tipico di Kljuev, è Per chi si innalza con il sudario/ Cuciono gli angeli del tramonto?. La prima parte è un classico topos: il sudario, la sindone è il lenzuolo nel quale fu sepolto Gesù Cristo; la seconda parte inizia con un’azione tipica della quotidianità, cucire ed ha come soggetto gli angeli del tramonto. E’ possibile notare la stretta unione, materiale e simbolica, tra cucire e filare. Si tratta di due attività che vengono spesso menzionate da Kljuev per la loro connotazione simbolica e per il loro legame con la vita quotidiana. Il soggetto gli angeli del tramonto unisce esseri celestiali al tramonto, il momento della fine del giorno. L’interpretazione di questo ultimo verso è complessa. Evitando di cadere in una Überinterpretation, si potrebbe affermare anche in questo caso l’importanza e il significato del carattere ambivalente degli spiriti per la cultura russa.

Dopo avere letto questa poesia molti dubbi rimangono. Quello che è certo è che siamo di fronte ad un individuo di grande virtù, di grande candore. Kljuev antepone la religione cristiana al paganesimo, anche se conferisce a questo aspetto della cultura russa grande importanza. Ancora oggi, in molte parti della Russia, compresa la Siberia le tradizioni legate alla presenza degli spiriti sono rispettate. In quegli anni collaborerà al significativo movimento culturale e politico degli Скифи, guidato da Ivanov-Razumnik e che ha il suo centro nell’omonima rivista e nella rivista Заветы e che si propone un cambiamento dei rapporti politici in Russia che si può assimilare a quello propugnato dai bolscevichi. Gli verrà attribuita l’omosessualità, anche se è molto difficile, quasi impossibile, pensare che ciò sia vero, soprattutto dopo avere letto poesie come queste. E’ un uomo puro, che pratica la castità. E’ necessario anche aggiungere, che, a quei tempi, l’omosessualità era considerata un grave peccato dalle varie Chiese, era considerata un grave vizio anche nei partiti di sinistra, compresi i bolscevichi, era al di fuori del “senso comune”. E’ possibile che “l’accusa” fosse solo un pretesto per screditare quest’uomo. Non notiamo ancora in questa poesia l’entusiasmo per la Rivoluzione, che sarà evidente nelle poesie successive.

  • LA MISSIONE DEL POETA IN “MI CHIAMARONO RASPUTIN”. RASPUTIN E KLJUEV.

Questa poesia è stata scritta nel pieno del periodo in cui il poeta è entusiasta per la Rivoluzione e ha, nel titolo, il nome di uno dei più significativi personaggi di quel tempo. Rasputin era stato ucciso solo due anni prima della composizione di questa poesia: il suo omicidio aveva destato enorme clamore in tutta la Russia e fu uno dei tanti segni del progressivo crollo del regime zarista. Già il nome stesso di questa poesia meriterebbe la redazione di un’intera tesi, tanta è la trattazione su Rasputin. Esso non deve ingannare il lettore, perché si tratta un altro esempio di poesia poetologica. Questa poesia spiega come egli è visto dagli altri e non tralascia quelle che sono le visioni negative che certuni hanno su di lui. Non bisogna scordarsi, tuttavia, l’importanza che la figura di Rasputin riveste, sia in questa poesia, che dal punto di vista religioso e storico­politico. È vivo il contrasto tra queste due figure: la prima delle quali sensuale, fautrice di una religiosità orgiastica, mentre la seconda, quella di Kljuev, espressione di purezza. L’operazione di rintracciare varie parti delle poesie è stata al quanto difficile: dopo un’attenta analisi sono state individuate due parti della poesia: nella prima, che inizia con il verso 1 e termina con il verso 10, egli spiega come viene visto dagli altri, senza replicare, lasciando scorrere il fiume delle critiche, mentre, nella seconda intreccia, in ogni strofa, le critiche che gli vengono rivolte, che, a volte, diventano insulti, e la realtà vista attraverso i suoi occhi, con quella che è la sua visione della vita e della poesia.

Questa poesia ha, al contrario delle altre, un titolo stabilito dall’autore. Questo titolo è di particolare importanza perché mette in evidenza una caratteristica che gli veniva attribuita, in altre parole, quella di essere assimilabile ad un noto personaggio a lui contemporaneo. Quale significato per la storia della

Russia ha avuto una figura come quella di Rasputin? Etkind[45] dedica, nel suo libro, la gran parte di un capitolo a questo personaggio; è interessante anche il

77

fatto che l’altra figura storica al quale dedicato sia Bonc-Bruevic . Mentre la figura del primo è complessa, misteriosa e piena di sfaccettature, la figura del secondo è quella di un militante bolscevico che compie studi sulle sette religiose al fine di una diretta applicazione a livello politico. Durante la loro vita i due si sono incontrati una sola volta. I punti principali che Etkind tocca nella sua analisi sono quelli riguardanti il suo rapporto con i chlysty e le sue presunte doti taumaturgiche, legate anche alla pratica dell’ipnosi. Una delle differenze tra Rasputin ed esponenti dei chlysty come Selivanov più importanti che Etkind mette in luce riguarda il rapporto con il sesso. Mentre Rasputin praticava orgie conferendo ad esse anche un significato di ritualità religiosa, il secondo disprezzava il sesso, così come tutti gli altri aspetti materiali della vita. Da tutto ciò ne deriva che Kljuev, per la sua grande purezza, non poteva certo essere assimilato ad un individuo come Rasputin. Egli è definito addirittura spretato, da certi ortodossi, nonostante sia ferventemente religioso. Va anche considerato che esisteva, a quel tempo, la corrente settaria dei Безпоповцы. C’è chi lo definisce innocente, senza colpa, come infatti è. E’ definito senza colpa, perché è lontano dal suo paese, che egli definisce di legno di conifere, che è uno degli elementi che compare più spesso. I versi 5 e 6 rimandano al suo credo negli spiriti. Possiamo leggere infatti: Che animi del forno e del carro sono nelle mie pupille magiche. I versi successivi rimandano al suo attaccamento alla terra russa: lo sciabordio ghiacciato dell’Onega che sta nelle poesie autobrucianti. Possiamo trovare un collegamento con l’episodio di Mosè al quale appare Dio nel roveto ardente. Alle poesie è attribuito un potere quasi magico o addirittura divino. Nei versi successivi è presente il suo legame con il mondo contadino e con la natura che gli vale un rimprovero.

Egli si vanta di esssere legato a Pugacev, che rappresenta il „700 russo ed è una figura importante per la campagna e la cultura russa in generale, con la cui corda ha legato il carro delle arti. In questo modo si apre la seconda parte di questa poesia. Troviamo anche due spunti ironici, nei versi 13 e 14. Si citano gli artigiani delle travi maestre che hanno costruito Costantinopoli in onore dell’imperatore. Costantinopoli fu la seconda Roma, che venne seguita da Mosca. Divenne la capitale dell’impero Romano d’Oriente che doveva soppiantare quello che era caduto: durò fino al 1453, anno dell’invasione turca. Costantinopoli è grande e viene descritta con un elemento tipico dell’arte classica, le colonne, che sono 100000. Questo numero serve per fare risaltare la maestosità, l’incredibile grandezza di quella città alla quale egli contrappone il suo piccolo mondo, che è definito Russia dell’Alkonost, che ha nascosto nel baule dei nonni. Bisogna ricordare che il baule è un oggetto tipico della campagna. Alkonost è una dea, che è in parte donna e in parte uccello. Scrive che il suo mondo, composto dal paganesimo, dal mondo contadino e dal paganesimo non può morire. Inserisce la mitologia greca citando Pegaso, ciò indica la quantità di influenze culturali che riceve. Per avere rubato Pegaso è definito ladro di cavalli. Continuano i riferimenti alla natura nel resto della poesia. Ci sono i riferimenti allo sciamanesimo, tipico della Siberia. Nega che la dinastia Romanov possa concedergli l’eternità. Egli è al di sopra del mondo, delle cose terrene. Lo fa citando le carte di caramelle. Egli si rende conto che i testi sacri, definiti come Talmud ardente, dal nome dei primi 5 libri del Vecchio Testamento per gli ebrei. Alla fine compie la sua invocazione invitando gli incantesimi a seguirlo nella poesia.

In questa poesia è forte l’influenza del paganesimo e dello sciamanesimo siberiano. Egli esprime la sua concezione di vita e di poetica, che è basata sull’esaltazione della Russia contadina. E’ inserita anche un’annotazione relativa alla dinastia che è appena caduta, quella dei Romanov. Vi è menzionata anche una fondamentale figura storica, quella di Rasputin, con la quale è in vivo contrasto, data la profonda diversità di queste due figure storiche. Cita Costantinopoli e ne esalta gli artigiani che l’hanno costruita. Possiamo trovare un collegamento con Pietroburgo, che è stata costruita nel 1703, della cui costruzione scrive, ad esempio, Puskin nel Cavaliere di bronzo. Un altro contrasto importante di questa poesia è tra il suo mondo, quello della Russia contadina, e la maestosità di

Costantinopoli e Pietroburgo. Egli cita questi elementi per meglio descrivere se stesso: omnis determinatio est negatio.

 

  • IL PROFETA LENIN IN “VI E’ IN LENIN LO SPIRITO DEL VECCHIO CREDENTE”. LENIN COME AVVAKUM E LUTERO.

Questa poesia è il manifesto “politico” dell’auffassung kljueviana. E’ scritta poco dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Il 9 marzo 1917 scoppia a Pietrogrado una sommossa spontanea a cui si uniscono le forze armate. Non sostenuto dalle alte gerarchie militari, Nicola II abdica in favore del fratello Michele, che, con la sua ulteriore rinuncia, favorisce l’istituzione di fatto della repubblica. Il 14 marzo si costituisce un governo provvisorio presieduto dal principe Lvov, di cui fa parte, oltre agli esponenti borghesi, un socialista rivoluzionario, A. F. Kerenskij. Si costituisce il Soviet degli operai di Pietroburgo, con una più diretta presa sulla massa rivoluzionaria. Contro le tesi favorevoli alla guerra del governo, si pronunciano decisamente i bolscevichi. Nel maggio il soviet decide ugualmente di entrare nella maggioranza. Alla fine di giugno vi sono nella capitale manifestazioni di operai e soldati. Da parte bolscevica si chiede la fine della coalizione con le forze borghesi. La maggioranza moderata del Soviet si schiera contro i rivoltosi, che sono sconfitti. Il partito bolscevico torna alla clandestinità. Lenin fugge in Finlandia, Trotzkij è imprigionato, la stampa comunista soppressa. Il 7 agosto Kerenskij forma un nuovo governo. Egli affida il compito al generale Kornilov e alle sue truppe di eliminare i bolscevichi, ma Kornilov è sconfitto. La posizione di Kerenskij è sempre più precaria, soprattutto se si tiene conto del fatto che il governo voleva continuare la guerra. I bolscevichi preparano l’insurrezione che scoppia il 7 novembre (25 ottobre secondo il calendario giuliano). Il 3 marzo 1918 i bolscevichi concludono la pace di Brest- Litovsk con gli austriaci. Subiscono pesanti condizioni. L’entusiasmo che aveva suscitato la Rivoluzione d’Ottobre è enorme in Russia, ma anche nel mondo. Il popolo russo, i contadini russi credono nella Rivoluzione come in una possibilità di riscatto. Anche Kljuev ci crede. La sua patria può essere rigenerata anche per merito di questi “iniziati”, che sono i bolscevichi. Etkind trova un COLLEGAMENTO TRA I CHLYSTY E I BOLSCEVICHI, MA, IN MODO PARTICOLARE, TRA gli skopqy E I bolscevichi. La castrazione[46] è intesa come simbolo di virtù, conferisce un’identità forte a queste persone, sancisce la loro entrata nella comunità. Questa pratica rafforza l’anima a scapito del corpo ed è dettata dal disprezzo assoluto della carne che caratterizza una parte della religiosità. Questa pratica parte dal principio che il peccato rende mortali, il corpo è peccato. La privazione degli organi genitali elimina il peccato e rende immortali. Freud ha studiato il complesso di castrazione, come la paura di subire la castrazione da parte del padre, a causa del complesso di Edipo. In questo caso è la comunità dei settari che rappresenta la figura materna e castra, mentre il padre non commina più il castigo con la castrazione, ma per la castrazione. La castrazione conduce verso l’androgino, l’indifferenziato, anche dal punto di vista fisico. Va detto, che nell’antichità, l’androgino era simbolo di perfezione, di streben verso l’Uno originario. La pratica della castrazione è stata studiata anche dal punto di vista masochistico. Freud lo divide in tre forme (erotogenico, femminile, morale) e ne descrive i rapporti con il sadismo, che deriva dal masochismo ed costituisce anch’esso un aspetto di una stessa tendenza autodistruttiva. La Rivoluzione tende verso l’Uno cercando di eliminare la frammentazione tra le classi. La tradizione settaria russa ha suscitato l’impressione di scrittori come Sacher-Masoch. La visione della Rivoluzione di Kljuev è molteplice. Vi è la visione come contadino,

79

quella come settario e quella come membro degli Скифи. Inoltre le contaminazioni con l’ortodossia e con il paganesimo sono grandi. Diventa molto difficile rintracciare una divisione in tematiche di questa poesia, a causa della sua lunghezza, della sua pregnanza e della sua natura di manifesto. Ci sono 3 parti fondamentali che risalta agli occhi del lettore. La prima parte, che va dal verso 1 al verso 10, parla di Lenin e della Rivoluzione. La seconda parte, che va dal verso 11 al verso 16, confronta la situazione storica di quel tempo con il passato della Russia, mentre la terza, che va dal verso 17 fino alla fine parla della Rivoluzione vista dal popolo, e, in questo caso, soprattutto dai contadini.

Il primo verso spiega l’essenza della poesia. Kljuev sostiene che Lenin ha

  • spirito del кержак, che qui abbiamo tradotto come vecchio credente. Lenin viene avvicinato al mondo del poeta. Gli vengono attribuite nobiltà di spirito e saggezza. Questa attribuzione è quanto mai singolare se solo si pensa all’ateismo dichiarato di Lenin. Kljuev menziona i Vecchi Credenti e, nel verso successivo, la Chiesa Ortodossa. A L. viene anche attribuito il richiamo dell’igumeno, di Andrej Denissov e anche di Avvakum. Bisogna ricordare che Andrej Denissov fu dei più significativi esponenti dei vecchi credenti mentre Avvakum ne fu il fondatore, nel 1653. La nascita dei Vecchi Credenti ha avuto come causa principale l’opposizione alla riforma del patriarca Nikon, che occidentalizzava i riti religiosi. I cambiamenti che vennero ritenuti più inaccettabili furono il passaggio all’uso della lingua russa per i riti e il la modifica del segno della croce. La protesta aveva anche un carattere moraleggiante, essa si rivolgeva anche contro la corruzione della Chiesa ortodossa e contro le commistioni tra Chiesa e potere zarista, che non tardò ad avviare una dura repressione nei confronti di Avvakum e dei suoi seguaci. Avvakum fu dapprima incarcerato e, in seguito, liberato e blandito con la cacciata del patriarca Nikon. La sua opposizione fu ferma, venne deportato e condannato a morte. I seguaci di Avvakum vennero perseguitati e, in molti casi, anche uccisi. Essi dovettero svolgere i propri riti in modo nascosto continuando, anche per ragioni di convenienza, a frequentare le Chiese Ortodosse.
  • carattere moraleggiante delle concezioni di Avvakum, unito ad una protesta che era anche contro il potere politico, può far nascere un collegamento tra

ОЛ

questa e l’esperienza di Martin Lutero[47] che predicava un ritorno alla purezza originaria della Chiesa cattolica e ne denunciava le commistioni con il potere. Un altro collegamento che può essere rintracciato è quello con le

О 1

rivolte contadine guidate da Thomas Munzer. Etkind spiega che lo stesso Lenin aveva trovato un collegamento tra queste rivolte e le sollevazioni contadine, nelle quali erano parte attiva i settari. Qual era dunque il significato storico e politico di quelle proteste? Era possibile unire esigenze di carattere religioso e morale con rivendicazioni sociali. Ed era quanto proponeva Bonc-Bruevic. E’ enorme dunque l’importanza del richiamo ai Vecchi Credenti. Nei versi 3 e 4 il richiamo ad essi continua menzionandone uno dei testi più importanti: Le risposte DI Pomorie. Egli si ispira a questo testo come se stesse cercando le origine delle rovine della Russia zarista. Potremmo definire il verso 5 come uno degli architravi di questa poesia. Esso recita La terra è finalmente oggi dei contadini, anche se il termine мужик ha un significato più ampio, esso viene usato anche nel senso di “vero uomo”. Ha, dunque, un’accezione molto positiva. Abbiamo scelto di introdurre l’aggettivo finalmente nella traduzione per far risaltare tutto il significato di questo cambiamento. Quello che chiedevano i contadini, martoriati dal latifondo, si è finalmente avverato. Il riscatto sembra essere vicino, l’avverbio di tempo oggi rafforza questa sicurezza. Come si può leggere più volte in questa tesi il mondo contadino era fondamentale in Russia, considerata anche la scarsissima urbanizzazione. Non bisogna dimenticare anche un altro aspetto importantissimo della vita di quella nazione: la Chiesa Ortodossa. Il verso 6 mette in luce i rapporti tra Rivoluzione e Chiesa. Sia detto che questi rapporti sono complessi. Mentre parte della Chiesa si dimostra pronta a convivere con il nuovo potere, un’altra parte si oppone sostenendo in modo più o meno nascosto lo zarismo. La Chiesa non è più mercenario statale di poco valore: attraverso questa negazione si vuole affermare che si sta giungendo alla separazione tra stato e chiesa. Questo problema ha origini secolari, se si pensa, ad esempio, alla lotta per le investiture nell’alto Medioevo. La Rivoluzione Francese ha affrontato radicalmente il problema e tuttora se ne parla. Ritornando al contesto storico che vive Kljuev possiamo collegarci al pensiero di Bonc-Bruevic, che

teorizza, sin dall’inizio del ventesimo secolo, la separazione tra stato e

chiesa. Il nuovo governo emana anche un decreto per sancire questa separazione.

Questa separazione avrebbe reso, secondo il suo pensiero, più indipendenti sia la

prima che la seconda. Egli si riferisce molte volte alle continue intrusioni in vari

campi, di competenza statale. La Chiesa Ortodossa influiva in modo piuttosto

deciso su aspetti come quello dell’istruzione e dei matrimoni. Agli zar conveniva

accontentare le pretese della Chiesa perché ne ricavavano un fedele alleato, molto

importante per gli equilibri politici interni. Kljuev usa espressioni forti per

descrivere la condizione precedente della Russia. La Chiesa era dunque

mercenaria, prezzolata e, oltre tutto, valeva anche poco. A tale proposito si pensi

alle concezioni di Avvakum. Nel verso 7 il poeta utilizza una parola che qui

abbiamo tradotto con essenza. L’essenza è l’intima natura di un oggetto, in

altre lingue come il tedesco troviamo una parola che è ancora più fortemente

connotata, DAS Wesen. L’aggettivo al quale viene associata la parola essenza è

popolare. La parola russa народный, comune a molte lingue slave, può avere un

duplice significato, quello di popolare e quello di nazionale. Questa parola è

significativa anche per comprendere il legame con il popolo che aveva K..

L’essenza popolare è qualcosa di vivo, si muove. L’utilizzo del gerundio non è

casuale, connota ancora più fortemente la poesia. Nel verso successivo troviamo il

soggetto di questa frase che è il verbo dal bel suono. L’utilizzo del termine глагол

ha un significato religioso. Il verbo è paragonato al verbo divino, al AoCog di cui

82

parla l’evangelista Giovanni all’inizio del suo vangelo. A tale proposito è utile ricordare che il termine parola è tradotto, in latino, con verbum. Anche questa volta è presente uno stretto collegamento tra la Rivoluzione e la religione. Bisogna anche aggiungere che questo collegamento non è caratteristica solo di Kljuev: si pensi, ad esempio, ad Esenin che scrive Пришествие, il cui titolo significa Avvento. K. utilizza un aggettivo molto significativo per descrivere il verbo, кразнозвонный, che è molto problematico da tradurre in italiano. Si tratta di un aggettivo composto, di cui è piena la lingua russa, che non ha un corrispondente in italiano. La prima parte che viene da кразный, parola che può avere il duplice significato di rosso e di bello. Si pensi, ad esempio, a Кразная Площадь. La seconda parte rimanda a звук e ci offre un riferimento sensoriale. La scelta di questo aggettivo potrebbe non essere casuale si pensa al colore delle bandiere dei bolscevichi. Questo verbo vola, si eleva al di sopra degli altri. Nei versi 9 e 10 Kljuev esprime probabilmente l’adesione di se stesso e del mondo contadino alla Rivoluzione. Noi abbiamo tradotto Noi apprezziamo gli splendidi concetti. I concetti sono naturalmente le idee della Rivoluzione. Ancora una volta troviamo la duplicità di significato di кразный. Il verso 10 inizia con un’espressione forte, che indica il fuoco, la passione e che qui abbiamo tradotto con ardore. Molti intellettuali marxisti si sono espressi sull’importanza della passione per l’attività politica. Antonio Gramsci parlava di passione durevole. Nell’ardore di questi concetti c’è la fioritura di marocchino, che è un tipo di cuoio molto fine. Possiamo ipotizzare che Kljuev usi questa espressione per sottolineare la bellezza delle idee rivoluzionarie.

All’inizio della seconda parte vediamo un brusco spostamento temporale.

CI SPOSTIAMO INFATTI ALLA DOMINAZIONE TATARA, CHE HA OPPRESSO LA RUSSIA

dal 1265 fino alla battaglia di Kulikovo nel 1380. La Russia era divisa in feudi, guidati da signori particolarmente litigiosi tra loro. La disunione della Russia l’aveva resa più debole e i tatari ne avevano approfittato per soggiogarla. Alcune terre erano direttamente sottoposte al dominio tataro, mentre altre subivano una forma di “protettorato”. Per nominare il principe dovevano chiedere l’autorizzazione al khan. Molti scrittori di quel tempo, ma anche molti scrittori successivi si sono ispirati a quel periodo buio. K. utilizza due espressioni molto connotate: басма, che è appunto l’immagine del khan, e Черной Неволи, la Nera Schiavitù, la schiavitù mongola. Non a caso queste due parole sono scritte con la lettera maiuscola. Kljuev utilizza questo periodo storico per fare un confronto con il periodo che sta vivendo. Il piede di Giovanni, che è probabilmente l’apostolo, calpesta il passato, l’Immagine della Nera Schiavitù. La Rivoluzione calpesta lo zarismo. Per approfondire questo confronto il poeta parla di un sacerdote di culti mongolici, il mursa, che ha un tipico nome russo, Boris. Boris poteva perfino suonare una delle campane principali, quella che veniva chiamata Ivan il Terribile. Ricordiamo l’importanza religiosa delle campane. Esse servivano infatti anche per scandire il tempo dei cittadini, oltre che per scopi politici. Si ricordi, ad esempio, il ruolo delle campane nei comuni medioevali italiani. Nei versi successivi notiamo ancora una volta lo stretto rapporto tra la religione e la politica. Apprendiamo che Lenin ha assegnato al novero angelico turbine e tempesta. Con turbine e tempesta si definisce con tutta probabilità la Rivoluzione

83

che sta avvenendo. Il novero angelico è il gruppo degli angeli più importanti. Lenin ha un potere quasi divino. Ci stiamo avvicinando alla parte centrale, anche dal punto di vista tematico, della poesia.

Il verso 17 recita: ci sono nello Smolny le tenebre delle catapecchie. Abbiamo un riferimento spaziale, lo Smolny, che ha un significato particolare. Lo Smolny era un collegio per le fanciulle della nobiltà, divenuto sede del Soviet di Pietroburgo. Era il luogo della cultura per eccellenza, uno dei simboli del potere DI Caterina II. Ha rappresentato la nobiltà e lo zarismo per poi rappresentare il contropotere rivoluzionario. Le tenebre delle catapecchie rappresentano la povertà che affliggeva in quel tempo la Russia. Il Soviet di pietroburgo è dunque il luogo dove si possono risolvere il problema della povertà. Abbiamo in questo verso due punti di riferimento: uno è spaziale, mentre l’altro è sensoriale, visivo. Questi due punti di riferimento sono, naturalmente, funzionali al poeta. Lo Smolny è comunque al centro di tutta la strofa. Nel verso successivo possiamo leggere: il sapore dei lamponi. Vediamo un altro riferimento sensoriale, che si unisce con quello del verso precedente. Troviamo un frutto della campagna, che è nominato spesso nelle poesie di K.. Al termine di questa strofa, che è centrale per la comprensione di tutta la poesia troviamo un altro importante elemento. Nello Smolny si seppellisce il vecchio potere, che sta oramai in una povera bara, che è fatta di tronco, del tronco della grande Rus’, che rappresenta il passato. La bara è l’ideale trait d’union con il verso 21 che si apre con una frase che qualcuno ha detto. Solo nel verso successivo si potrà scoprire chi l’ha pronunciata. La frase è: Dove seppellire il morto. Il morto è l’antico regime zarista. Questo problema se lo pone un gruppo di audaci, dei rivoluzionari. La seconda parte della strofa, i versi 22 e 23 spostano l’attenzione su un paese che si trova nel nord della Russa, dove è nato e vissuto Kljuev. In questo paese c’è tempesta, che potrebbe essere, oltre che una tempesta metereologica, la tempesta della rivoluzione. Troviamo la ripresa della parola turbine nel verso 23. Il verso seguente è costituito da una proposizione coordinata, procedimento molto comune per Kljuev. Il lungomare-vaso di legno, che ha dunque una forma rotondeggiante, rumoreggia, per la tempesta. Bisogna sottolineare che Kljuev utilizza spesso coppie di sostantivi unite da un tiret con significato metaforico, oppure per rafforzare la connotazione di una delle due parole. La traduzione vaso di legno non è del tutto fedele, perché баклага ha un significato leggermente diverso. La strofa successiva si apre con una richiesta, che è un’invocazione. Il poeta o l’io lirico invita a domandare alle nuvolette, alle stelle, all’aurora. Ancora una volta notiamo il procedimento della personificazione della natura, che è uno stilema kljueviano. La natura è viva: Kljuev non dimentica le sue radici. Il verso 26 menziona un altro elemento fondamentale della natura russa, i salici. Che cosa è che si deve domandare? Il periodo si interrompe con una coordinata, che ricorda il passato della Russia attraverso altri importanti elementi simbolici. Il cimitero, simbolo per eccellenza di morte, è sinistro, mette paura, e deserto. Nel cimitero sono seppelliti i бармы, le antiche insegne dei signori russi. L’interruzione del periodo precedente continua anche nei versi successivi. A prendersi cura delle tombe che vengono definite sorde e infernali è il corvo-destino. E’ piuttosto evidente il legame che vi è tra il corvo e l’inferno. Il corvo è considerato in molte culture, simbolo di morte, simbolo dell’inferno. E’ considerato molto crudele. Possiamo rintracciare un collegamento tra i sordi avelli infernali, di cui scrive Kljuev, e il decimo canto dell’inferno della Divina Commedia. Dante trova i dannati sepolti in tombe che bruciano perennemente. Negli ultimi due versi il periodo riprende. L’interrogativo retorico, che di nuovo K. usa, chiude la poesia. Il poeta chiede che cosa susciti la nostalgia del popolo nelle canzoni tristi alla tatara. Esiste una risposta a questa domanda? L’interpretazione che può essere tentata è quella che la nostalgia è per un passato di benessere, che forse è un passato utopico. Questi due versi non chiudono la poesia, la “aprono”, tolgono alcune certezze che qualcuno si era potuto formare.

Questa poesia riflette le speranze che il poeta ha nella Rivoluzione e in Lenin. Il grande pensatore sovietico ha saputo applicare alla realtà del suo paese le concezioni di Marx, elaborando una concezione dello stato che si fondava sul concetto di dittatura del proletariato che avrebbe dovuto portare al socialismo e, in seguito al comunismo per giungere, in seguito, all’estinzione dello stato. I contadini sperano che le condizioni mutino radicalmente. In parte questo si verifica, ma i problemi rimangono molti, dati anche da un contesto storico molto complesso. K. spera nella Rivoluzione, pur ponendosi comunque delle domande, dal suo punto di vista, che è influenzato dal Cristianesimo e dal paganesimo. L’iniziale entusiasmo da parte di Kljuev si tramuterà successivamente in delusione. Le difficoltà internazionali, i problemi dell’organizzazione del nuovo stato, la guerra civile avevano complicato di molto la situazione e alcuni dei risultati sperati non vennero ottenuti. E’ di tutta evidenza che vi siano stati notevoli problemi a conciliare queste visioni con il materialismo dialettico, anche se i tentativi non mancarono. Bonc-Bruevic compie ricerche molto vaste, ma non solo. Egli si impegna, fin dall’inizio del ventesimo secolo, anche ad avvicinare i settari prima alla socialdemocrazia e, in seguito, al bolscevismo puntando sugli aspetti comuni ad entrambi i gruppi: l’opposizione alla proprietà privata e le richieste di un forte cambiamento. Considerato il carattere multiforme e l’eterogeneità del settarismo i risultati non furono sempre soddisfacenti, anche se non mancarono gruppi di settari iscritti e militanti del partito comunista. Nel 1918 la guerra civile sta incominciando. Le forze controrivoluzionarie, l’armata bianca, sono appoggiate, dopo la pace di Brest-Litovsk, dalle potenze occidentali e dal Giappone. In Siberia, quando i giapponesi occupano Vladivostok (aprile 1918) e gli inglesi Arcangelsk (agosto), sorge il governo controrivoluzionario dell’ammiraglio Kolcak, capo dell’armata bianca. Nell’estate del 1918 oltrepassano gli Urali avanzando fino al Volga. Il 16 luglio 1918 i bolscevichi

84

eliminano l’intera famiglia reale a Ekaterinburg, temendo che venisse liberata dai bianchi. Nel novembre 1917 si forma, nella zona del Don, l’”esercito volontario”, di cui, nel 1918, diviene capo Denikin. In autunno i bolscevichi riconquistano le città perdute ed impediscono il congiungimento tra le truppe filo­zariste che venivano dal sud e quelle che venivano dall’est. Il 10 luglio 1918 viene promulgata la prima costituzione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia. La guerra continua, Kolcak e Denikin, sono annientati, così come Wrangel, appoggiato dai francesi, in seguito la Polonia di Pilsudski e il nazionalista ucraino Petljura. Intanto al comunismo di guerra si sostituisce man mano la NEp, che combina la pianificazione e la libera iniziativa.

 

 

3 DISPERAZIONE E PRESAGI DI MORTE NELL’ULTIMA FASE DELLA VITA DEL POETA

  • LA QUESTIONE DELLA SPECIALIZZAZIONE
  • PRIMI PRESAGI DI MORTE: “SERA”.

Questa poesia è stata scritta in un momento di grande cambiamento per l’URSS. Lenin è morto tre anni prima, dopo essere stato afflitto da una lunga malattia che ne aveva minato il corpo e lo spirito. Gli uomini più indicati per la successione erano Kamenev, Malenkov, ma soprattutto Stalin, il cui vero nome era Josif Vissarionovic Dzugasvili. Alcuni storici sostengono che Stalin abbia condotto una lotta spietata, ricorrendo a qualunque mezzo, per ottenere il potere. Essi sostengono inoltre l’esistenza di uno scritto segreto di Lenin, nel quale il leader bolscevico si sarebbe dichiarato contrario all’ascesa al potere del rivoluzionario georgiano. Altri storici dubitano dell’autenticità di questo scritto affermando che Stalin era il naturale candidato a succedere a Lenin. Le difficoltà principali di quel periodo storico erano rappresentate dalla difficoltosa uscita dalla guerra civile e dal ripetersi di catastrofiche carestie che mettevano in ginocchio il paese. La poesia che è analizzata nel seguito presenta ancora un quadro idilliaco, che si basa sulla memoria del poeta; questo quadro idilliaco comincia ad essere turbato dalla presenza della morte. La divisione che si può proporre di questa poesia è in tre parti: dal verso 1 al verso 12 è descritta la sera, in modo idilliaco, mentre dal verso 13 al verso 22 è descritta l’alba, dal verso 23 fino alla fine la Morte personificata arriva.

Questa poesia ha un titolo che costituisce un riferimento temporale: si chiama infatti Sera. Si tratta del momento della giornata di riposo dal lavoro dei campi, un momento di ristoro e pace. Ricordo dietro al cortile il posto battuto dal sole: troviamo la questione della memoria, che è una memoria del tutto spontanea che non è stata stimolata da nulla in particolare. Leggiamo di un riferimento spaziale, che ci fa capire che siamo in campagna. Troviamo anche un riferimento al sole. Il verso 2 ci presenta due animali, che sono il cavallo grigio e la giovenca, che è circondata dalle mosche, che vive assieme ad esse. Bisogna ricordare, a tale proposito, che il cavallo grigio in russo ha un nome specifico, al contrario dell’italiano. Notiamo un fiumicello biancastro, che costituisce un altro topos della poesia di Kljuev e si può udire una canzoncina per bambini, suonata da un piccolo corno, strumento molto utilizzato nelle campagne. Tu-ru-ru, non darò l’agnellino al lupo!: notiamo la presenza di un’onomatopea, frequente nelle canzoni per bambini e la presenza di due animali topici dell’universo fiabesco,

85

l’agnellino, che è simbolo di candore e di purezza e il lupo , che è simbolo di grande ferocia. Nei versi successivi si riprende la descrizione del lupo e sono menzionati anche alcuni fiori. Dopo avere descritto la natura si torna a descrivere la casa, quasi come lo sguardo del poeta o dell’io lirico fosse come una cinepresa che allarga o stringe il campo. Ci sono due elementi che fanno indovinare quale è la casa: un vaso di terracotta che contiene latte e la frittella. Mentre il vaso di terracotta è confrontato, con una similitudine, ad una ragazzina in lacrime, la frittella è paragonata ad un ragazzino. Anche in queste strofe si può notare la grande purezza che questo poeta esprimeva. Ora il campo di ripresa si allarga nuovamente e si può osservare un alce, che è dotata di lunghe corna ramificate, la quale è un elemento tipico della natura della Siberia, che conduce una mandria, definita d’oro oltre il ponte.

Arriva l’alba, che il poeta definisce azzurra e dello sprazzo di blu, confermandosi in grado di disegnare dei veri e propri quadri della natura. Come in altre poesie di K. si conferma la tendenza ad offrire più importanza alla vista rispetto agli altri sensi, come ad esempio all’udito, che pure compare nelle poesie.

Ci descrive i colori dell’alba, che sono simili a quelli della natura, rappresentata da due topos della poesia kljueviana, la riva ripida e la betulla. Le vacche stanno pascolando in quel momento e il ninnolo del mese, che questa volta, è personificato, incomincia a girarsi. Il movimento rotatorio è tipico di Kljuev. Il poeta invoca, come succede spesso nelle sue poesie. Il destinatario della sua invocazione è il mese, che è paragonato ad un animale, l’anatra gozzuta, alla quale viene chiesto di tuffarsi nel fiume, come nella profondità del verso. Il poeta in quel momento si sta svegliando: troviamo riproposta dunque la tematica del sogno[48], che è molto presente in K.. Il dormiveglia è definito azzurro, che è un colore che ricorre spesso, perché è il colore del cielo ed esprime dunque purezza oltre ad offrire l’idea dell’alto. Al risveglio il poeta vede ciò che c’era prima, oltre alla nebbia, che può essere considerata sia reale sia metaforica, cioè dovuta al sonno.

Qualcosa di nuovo sta succedendo: un ospite sta entrando, si tratta della morte, la quale non è mai esplicitamente menzionata. Questo ospite sgrana gli

87

occhi in modo inespressivo[49] e per questo viene paragonato ad un pesce. E’ da notare la ricorrenza del paragone tra un’entità che ha caratteristiche negative, come il demone in Voi non credere, e un elemento dell’acqua.. Questa ombra, che dunque, è, nello stesso tempo, eterea e terribilmente concreta invade ogni cosa, come il prato delle poesie. E’ interessante notare anche che l’ombra ha in mano una falce: in questo modo l’iconografia tradizionale rappresenta la morte. La fine

della poesia è rappresentata da un’invocazione alla sera, che è come un cestino,

88

nel quale sono contenuti i crepuscoli , che entrano anch’essi spesso nelle opere di K.. Le mani fredde rappresentano un riferimento ad un senso che entra raramente nella poetica kljueviana, quello del tatto.

Questa poesia apre il terzo capitolo della tesi e si distacca dalle altre perché è stata scritta ancora negli anni ’20, prima di tutta quelle serie di

avvenimenti che avrebbero inferto un violento scossone alla vita del poeta. La natura è ancora idilliaca, anche se già subisce un turbamento. E’ tratteggiata con grande dolcezza e purezza. I riferimenti ai sensi sono soprattutto verso la vista. Questa poesia si può collegare ai veri e propri quadri, che sono stati “dipinti” nel primo periodo della poetica kljueviana, come, ad esempio, La gazza ladra vecchia credente con la tonaca nera cammina.

  • IL DIFFICILE RAPPORTO CON IL MONDO ESTERNO: “LA RIVOLUZIONE NON MI È MADRE”.

La poesia che qui viene analizzata è la prima di una serie di poesie, qui tradotte ed analizzate, che sono state scritte negli anni ’30. A proposito di quegli anni molte interpretazioni sono state realizzate. Le interpretazioni che hanno più successo in questi anni parlano di una vera e propria eliminazione della classe contadina IN Russia. Molti sostengono che i bolscevichi, col pretesto di stroncare i kulaki, i cosiddetti contadini ricchi, stroncassero in realtà gli avversari politici. Secondo correnti di pensiero, la cui eco possiamo rintracciare anche nel libro Sud’by russkogo krest’janstva, Stalin non avrebbe minimamente risolto la tragedia delle carestie che affliggeva l’URSS, anzi avrebbe provocato la morte per fame di masse intere di contadini. A proposito della situazione interna al partito questa corrente di pensiero sostiene che Josif Vissarionovic avrebbe assunto una dittatura spietata all’interno del PCUS eliminando, politicamente e fisicamente, chiunque esprimesse un’opinione diversa dalla sua. Esiste però anche una corrente di pensiero diversa su questi temi. Questa corrente di pensiero, che ha, al suo interno, esponenti del marxismo già critico in tempi

89

non sospetti dell’URSS come Ludo Martens , tende a vedere anche degli elementi di positività. Essa sostiene infatti che la colpa delle inefficienze del sistema di approvvigionamento agricolo fosse da addebitare in massima parte, alla dirigenza locale e, anche, ad una certa opera di boicottaggio che, secondo loro, i kulaki svolgevano contro il potere sovietico. Viene condannata anche l’eliminazione, politica e, in certi casi fisica, di oppositori di Stalin, anche se si sottolinea il carattere di “stato accerchiato” dell’URSS, all’interno di un’Europa nella quale si stavano sviluppando regimi fascisti e nella quale già esistevano stati, come, ad esempio, il Regno Unito e l’Italia, che avevano cercato di stroncare sul nascere il nuovo stato, attraverso la guerra civile. Da parte di questa corrente di pensiero si sottolineano anche le presunte trame che gli avversari politici di Stalin avrebbero ordito contro il suo potere. Questa poesia riprende, con uno spirito del tutto diverso, le questioni di cui si tratta, nella prima parte di questa tesi. Dalla poesia traspare la situazione politica di quel tempo, vista con gli occhi di Kljuev. Per rintracciare le tematiche principali di questa poesie sono possibili due divisioni: è possibile rintracciare una divisione in due parti, dal verso 1 al verso 19, i quali descrivono la realtà dell’URSS e, in particolare della Siberia, e dal verso 20 fino alla fine, troveremmo la descrizione dei difficili rapporti che la popolazione sovietica intrattiene con chi, anche tra i loro connazionali, si trova all’estero. La seconda chiave interpretativa punta l’accento sulla personalità dell’autore, isolandone i primi 4 versi: dal verso 1 al verso 4 K. descrive sé stesso, mentre dal verso 5 al verso 19 il poeta descrive alcune realtà dell’URSS e, in particolare della Siberia, sua terra natale, dal verso 20 fino alla fine vengono descritti i difficili rapporti che la popolazione intrattiene con chi è all’estero. Vedremo anche come la seconda e la terza parte si intrecciano.

Il verso che inizia questa poesia è fondamentale per la comprensione della poetica kljueviana. Esso ha costituito e costituisce un serio problema di interpretazione. Egli scrive infatti: la rivoluzione non mi è madre. Vediamo qui nominata la Rivoluzione, che compare esplicitamente poche volte nella poetica kljueviana, anche se non mancano i riferimenti impliciti. Egli non riesce più a capire, è convinto che la Rivoluzione distrugga il suo mondo. Il forte impulso all’industrializzazione, l’elettrificazione dell’URSS, che viene compiuta in quegli anni, sono visti come la profanazione della divinità della natura. Egli afferma dunque che la Rivoluzione non gli è madre. Unisce il concetto DI rivoluzione a quello di madre, che tanto significato ha in K.. Alcuni hanno voluto credere che K. la rinnegasse. Altri ancora hanno voluto sottolineare come il poeta non si sia mai dichiarato esplicitamente rivoluzionario, che abbia sempre visto il processo rivoluzionario da una prospettiva tutta sua. Bisogna anche sottolineare il significato simbolico che ha il concetto di madre in K.. La Rivoluzione non gli è mai stata madre, perché il legame più saldo lo ha con la natura. Egli paragona sé stesso ad un adolescente, che ha i capelli neri ed arruffati. Per agevolare la comprensione del verso 3 e 4 è necessario scrivere che in Russia prima, e in URSS poi, i proverbi hanno sempre avuto grande importanza e le persone li utilizzavano spesso. Egli non è grado di raccontare la sua natura, con un proverbio altisonante. Predilige i toni bassi, è un uomo mite. Da questa descrizione si diparte

il resto della poesia, che spiega la vita dei luoghi dove viveva Kljuev.

Nella seconda parte della poesia l’attenzione si sposta su due aspetti in particolare cioè la pittura e le città dei luoghi dove viveva Kljuev. Troviamo Cezanne, di cui si fa menzione nella nota e Suslov. Si tratta di due pittori, uno francese e l’altro russo. A questi due pittori sono associate due singolari espressioni: la grafia indiana delle case a torre e l’unicorno. Bisogna sottolineare l’importante significato mistico che ha sempre avuto l’India e anche come la Siberia sia stata definita “India bianca”. Associati all’India vi sono le case a torre e l’unicorno, che è un animale fantastico e topico della letteratura mondiale. Leggiamo, in rapida successione, i nomi di Brin, Vologda e Kostroma. Questa parte della poesia ha un ruolo contestualizzante. Nel verso 11 vengono ancora menzionati due pittori, dei quali uno francese e uno russo, Gauguin e Rublev. Si tratta di due pittori di epoca e stile diverso. Gauguin appartiene alla seconda metà del XVIII secolo, mentre Rublev è vissuto tra il „300 e il „400. MENTRE il primo ha mantenuto uno stile non tradizionale a

ANTICONFORMISTA, IL SECONDO HA RAPPRESENTATO LA TRADIZIONE DELLE ICONE russe. E’ interessante la ripetizione di una coppia di pittori, per vari motivi. La pittura è un linguaggio visivo, un linguaggio per immagini, che la poesia può creare attraverso la parola. La pittura ha, in comune con la letteratura, il compito di rappresentare il mondo, a volte anche trasfigurandolo. Il fatto che si nominino due pittori, di cui uno francese, ricorda ancora una volta l’influenza che la cultura e la lingua francese hanno avuto su quella russa. Molte parole russe derivano dal francese, nel „700 era la lingua della nobiltà. Molti nobili non parlavano una parola di russo e vennero, per questo, derisi da vari scrittori, tra cui Gogol. Gli OCCIDENTALISTI SOSTENEVANO LA LINGUA FRANCESE, AL CONTRARIO DEGLI slavofili. Nominare due pittori di nazionalità diverse può servire anche a sottolineare la difficoltà che vi era, a quei tempi, di avere rapporti con gli altri paesi. Alcuni imputano questa difficoltà all’eccessiva chiusura del governo sovietico, mentre, da altre parti, si sottolinea l’opposizione delle potenze occidentali al bolscevismo e la volontà di rovesciare il legittimo governo. In questo modo si giustificano parzialmente queste difficoltà ad avere scambi con il mondo esterno. Leggiamo infatti: Gauguin non è un enigma per Rublev. Troviamo, anche nel verso successivo, un altro pittore, Matisse. Questi versi costituiscono una sorta di aggancio con la terza parte di questa poesia. Per il momento l’io lirico ritorna alla descrizione dell’ambiente di K.. Leggiamo infatti: conocchia di tricheco dei samoiedi. Troviamo un’utensile per la tessitura, PROCEDIMENTO CHE RICORRE SPESSO NELL’OPERA DI QUESTA POETA. Si tratta, come più volte viene ricordato, di un’attività tipica della povera gente, in questo caso dei contadini russi, che ha anche un forte valore simbolico, presente anche in altre letterature e mitologie, oltre che in quella russa. Notiamo anche il tricheco, animale tipico della zona, i samoiedi e gli sury, che costituiscono due delle popolazioni più importanti della Siberia. Oltre ad essi troviamo altri due stilemi della poetica kljueviana, cioè gli esseri fantastici e le Rusalke. Bisogna ribadire, ancora una volta, il significato che il paganesimo ha per Kljuev e, più in generale, per il popolo siberiano. I versi successivi costituiscono una sorta di preparazione per quella che è stata individuata come la terza parte di questa poesia. E’ stabilito un punto di osservazione. Il verso 15 recita: osserviamo dai buchi della cavità delle tenebre. Il poeta usa il plurale, probabilmente per riferirsi al popolo russo. Osservare dalla cavità delle tenebre significa sperare di non essere notati, si tratta di un’osservazione furtiva. Abbiamo scelto la traduzione osservare perché ha il significato di guardare intensamente, guardare per cercare di capire. La cavità è un buco profondo, che si può produrre naturalmente, come nel caso delle rocce scavate dall’acqua, o, artificialmente, grazie all’opera dell’uomo o di certi animali. Si tratta della cavità delle tenebre, un termine di cui abbiamo già discusso la forte connotazione simbolica e religiosa. Le tenebre sono una condizione di totale mancanza di illuminazione, di grande oscuramento, un momento nel quale nulla si può vedere. Possono essere profonde. Queste tenebre sono viste come qualcosa di tangibile, nel quale è possibile praticare una cavità. Quale è l’oggetto dell’osservazione? Si tratta, con ogni probabilità, del mondo esterno all’URSS. Al versi 16 leggiamo: Nella fitta varietà dei popoli. La fitta varietà dei popoli potrebbe indicare sia i numerosi popoli che componevano l’URSS, che i popoli delle altre nazioni. In questo caso, data la tematica prevalente della poesia, è più opportuno propendere per la seconda ipotesi. Il verso 17 menziona un altro elemento topico della poetica kljueviana, le albe, che vengono definite elettriche. Per descrivere questa situazione, la situazione che viene esplicitata nella parte successiva, l’autore utilizza una similitudine. Come la terra vergine dei tuberi rosei. E’ menzionata la terra, che tanta importanza riveste per Kljuev. La terra è vergine, è incontaminata. La terra esprime purezza. Dalla terra nasce la vita, che è rappresentata, in questo caso, dai tuberi. La terra è personificata, attende e, dunque, come la terra attendiamo nelle foschie dell’inverno. L’inverno è il momento del sonno della natura e del letargo di molti animali. L’inverno è il momento della neve e delle foschie, che rendono più difficile la visibilità, gli spostamenti e, di conseguenza, le comunicazioni con il mondo esterno. Con un indicatore deittico è segnato il passaggio dalla seconda alla terza parte. La “fase di preparazione” è terminata. Al verso 20 si può leggere: Guarda! Voce dalle labbra di ferro!

E’ arrivato un ospite, si tratta di un sovietico che è andato all’estero e che si è arricchito. Si siedono il caffettano e la pelliccia rozza. E’ tipica di Kljuev la descrizione delle diverse realtà sociali, a seconda anche dei vestiti che indossano. L’autore ci offre la conferma che l’ospite è un connazionale, perché indossa il lapot di floema. Il poeta continua con la descrizione dell’ospite, che starnutisce. E’ interessante e problematica la traduzione del termine russo, perché si tratta di un’espressione idiomatica che ha corrispondenti in varie lingue[50] e, che si usa, quando un’altra persona starnutisce. La traduzione scelta è un calco dell’originale.

Vi sono più ospiti forestieri, apprendiamo anche che due sono donne. Il poeta ci offre una descrizione di queste due donne: sappiamo infatti del naso incipriato di Paraskova e del ringiovanimento di Vavila causata dalla permanenza ad Oxford, importantissima università inglese. Bisogna sottolineare anche il problema della fuga di cervelli che tormentava l’URSS di quel tempo e l’avrebbe tormentata per molti decenni ancora. Molti intellettuali emigravano, in polemica più o meno accesa con il potere sovietico, allettati anche dai munifici ingaggi promessi dalle potenze occidentali. Kljuev sente che il suo mondo è in pericolo. Egli scrive: chi sa bene l’antico russo/ il canto sacro e per Alkonost?. Le tradizioni sono minacciate dalla modernità, ora la gente ha perso la memoria, ha perso il contato con il passato, che il poeta vede come una sorta di rifugio, soprattutto per quel che attiene alla Russia medievale. Notiamo ancora una volta come menzioni assieme

il  paganesimo e il cristianesimo. La poesia si chiude con una descrizione del paesaggio, di cui sottolinea il silenzio e, che è, ancora una volta, personificato.

Questa poesia è scritta in un periodo molto difficile, un periodo di grande turbamento per il poeta. Si rende conto che è scarsamente compatibile con il mondo che lo circonda. E’ diverso, a causa della sua superiore sensibilità. Esprime purezza come la terra alla quale è legato. Non è casuale, che all’inizio descriva sé stesso e, successivamente, la sua terra. In questo modo si percepisce maggiormente il contrasto con la realtà che lo circonda. E’ una poesia che ha una prospettiva ancora più personale di altre. In tutto il testo troviamo tratti autobiografici, anche se non sempre esplicitati. Troviamo una ripresa degli stilemi kljueviani, legati alla natura e al paganesimo, accompagnati da una fitta enumerazione, soprattutto dal verso 5 al verso 15. Troviamo tre distinte enumerazioni: vengono menzionati poeti, città e popolazioni. Esse servono a ricreare, in misura ancora più efficace, il contesto del poeta, l’ambiente nel quale viveva, ambiente che diventava sempre più difficile. In quegli anni continueranno i processi agli avversari politici di Stalin, che vedranno anche diverse condanne a morte. Molti sosterranno e sostengono l’illegittimità e il carattere criminoso di queste condanne anche se c’è chi accusa anche coloro che sono processati di avere lavorato contro lo stato sovietico e sostiene la necessità di una lettura di quegli avvenimenti che li storicizzi, cioè che consideri anche la “normalità” che avevano,

a quel tempo, pratiche come, ad esempio, la condanna a morte. Kljuev, che amava così tanto la vita, non poteva certo comprendere ciò.

 

  • LO SCONVOLGIMENTO DEI VALORI
  • L’IMMAGINE DEL VILLAGGIO CAMBIA: “VILLAGGIO – SOGNO DI TRONCHI D’ALBERO, CONCIATO”

Questa poesia è stata scritta nello stesso periodo della poesia precedente. Quanto meno si presume che sia stata scritta in quel periodo data la scarsità di notizie sull’ultimo periodo della vita del poeta, caratterizzato da arresti e isolamento, alcuni sostengono perfino che il poeta sia morto nel 1927. Al contrario della poesia precedentemente analizzata, questa poesia è incentrata più sul villaggio che SU SÉ stesso. E’ rappresentata ancora la distruzione dei valori che Kljuev vede negli anni ’30. Notiamo anche che vi è un cambiamento dello stile, che diventa sempre più sincopato ed angoscioso, e del registro linguistico, sempre più crudo e violento. Possiamo proporre due diverse divisioni di questa poesia: la prima divisione è in due parti, la prima delle quali inizia con il verso 1 e termina con il verso 25. In essa viene espressa la tormentata vita dei villaggi russi. La seconda parte rappresenta la volontà che ha la natura di resistere, di mantenere intatte la propria vita e la propria letizia. La seconda divisione è tripartita. La prima parte inizia con il verso 1 e termina con il verso 20 e descrive l’angosciosa vita dei villaggi, la seconda parte inizia con il verso 21 e termina con

il verso 25 e punta la sua attenzione sulla periferia, mentre la terza rappresenta la speranza, che ancora, nonostante tutto, rimane.

La prima particolarità della prima strofa di questa poesia è che non presenta un solo verbo. Questa caratteristica è favorita anche dalla lingua russa, nella quale manca il verbo essere. Per rendere la traduzione ancora più vicina all’originale abbiamo scelto di non inserirlo, data anche la singolarità del linguaggio poetico. L’inizio di questo testo è dedicato al “protagonista” di questa poesia: il villaggio. Al villaggio è associato il sogno, che testimonia di un diverso stato di coscienza. Troviamo i tronchi d’albero, che rappresentano la natura, la conciatura che rappresenta il lavoro dell’uomo e l’essiccatoio che rappresentano il lavoro dell’uomo e, in questo caso, del contadino. Vi è anche, nel verso 2, il richiamo all’icona, alla tradizione religiosa, nella quale è presente uno sprazzo di verde. Bisogna ricordare che il verde è uno dei colori della natura, è un colore legato alla primavera. Il verso 4 ci offre un riferimento temporale. La poesia descrive una sera che dovrebbe essere di festa, la sera di Koljada. Abbiamo, subito dopo, un endiadi che ci introduce la triste descrizione di questa poesia, arroventata e di tormenta. La ripetizione della parola villaggio ne sottolinea il significato, ma riesce anche a marcare l’angoscia che permea l’animo del poeta. La metafora, che troviamo al verso 4, è particolarmente cruda: mietitura nei capelli e nelle sottane. Si sta parlando di invecchiamento, puntando l’attenzione sul decadimento fisico che lo caratterizza. La cornamusa, che è uno strumento di origine celtica, suona della crudele gloria delle donne. Osserviamo anche, da questo verso, i rapporti tra due arti, cioè la musica e la poesia, che sono anche due linguaggi. Il cuculo sta nel querceto, ed è malato. In Russia questo uccello, che non è molto apprezzabile esteticamente, È IL simbolo delle donne sole. Un tempo le donne non sposate, o che avevano perso il marito, erano malviste. Non era pensabile che una donna vivesse da sola, non sottoposta né all’autorità paterna, né a quella del marito. Il verso 7 riprende, ancora, l’espressione villaggio. Vi sono un branco di lupi che rincorrono il carriaggio. Questo canide è sempre stato considerato male nelle campagne, perché, in alcuni casi, poteva divorare gli animali dei contadini e, in certi casi, poteva aggredire gli uomini. Al lupo sono associati anche connotati malefici. Qualcuno ha voluto vedere nei lupi una metafora degli agenti della GPU

o  del KGB. Essi sono vicini al carriaggio, lo stanno per raggiungere e latrano feroci. Oltre al lupo troviamo, al verso 10 il gufo, che viene definito delle isbe. Esso viene paragonato ad una crudele suocera. E’ curiosa la corrispondenza tra diverse culture. Anche nel linguaggio popolare, anche in Italia, la suocera viene spesso vilipesa con motti, insulti e barzellette. Troviamo, nei versi successivi, un’anafora. Per il villaggio – lenzuolo funebre tessuto dalla tormenta/Per il sole cadavere. Notiamo anche, che, per l’ennesima volta, viene menzionato il villaggio. Notiamo inoltre due immagini di morte. La prima è costituita dal lenzuolo funebre, la seconda dal cadavere. L’anafora conferisce angoscia a questi due versi, che costituiscono una sorta di rovesciamento dell’auffassung

kljueviana. Al villaggio, alla campagna è associata la morte. Anche in questo caso troviamo una personificazione, la personificazione della tormenta. Il sole, che rappresenta la vita, ora è simbolo di morte. La tormenta, che può essere sia reale sia metaforica, è molto violenta. L’autore si rivolge ad un “tu lirico”: Non aprirai le manine/ Non riuscirai a raddrizzare i piedini. L’uso dei diminutivi fa propendere il lettore per una fanciulla, o per un bambino. Questi due versi, così come il successivo, si aprono con l’anafora dell’avverbio di negazione non. In questo modo il poeta vuole esprimere un senso di tragica impossibilità, di impotenza. Anche il verso successivo contribuisce ad offrirci questa sensazione. Non sono i bianchi fiocchi di neve – il mio viaggio! Scrive il poeta, esprimendo un topos tipico della produzione kljueviana e della letteratura in generale. La traduzione in italiano che omette il verbo essere ci conferisce ancora di più di una sintassi sincopata e angosciata. Un altro particolare notevole di questa poesia è costituito anche dall’aumentata lunghezza delle strofe e dall’irregolarità dei versi. Le forme sono distrutte, questa frantumazione delle forme è data anche dal carattere tormentato del periodo che sta vivendo Kljuev. Il verso 17 recita Villaggio – tempesta, incudine del lampo. Troviamo la ripresa dell’immagine della tempesta, che continua citando il lampo. Al lampo, che è un effetto visivo, è associato un utensile da lavoro, l’incudine. Nel verso successivo leggiamo infatti: Dove il tuono è il martello. Il cambiamento della natura nella poetica kljueviana non impedisce comunque un’altra personificazione, che è in questo caso quella delle nuvole. Alle nuvole è affidato il compito di pettinare i peli del disgraziato bosco di tremoli. Il bosco di tremoli viene trasfigurato e possiede i peli, come fosse un animale. Il bosco di tremoli è disgraziato, come se il poeta volesse proiettare sulla natura i suoi ultimi tormentati anni. Secondo una delle due divisioni della poesia, che sono proposte nell’introduzione, il verso 20 chiude quella che è stata individuata come la prima parte della poesia. In questo verso leggiamo di altri riferimenti sensoriali associati al bosco di tremoli: esso è definito scottante, rosso vermiglio e variopinto. Secondo la seconda proposta di divisione la prima parte della poesia continua: si sposta solamente il punto di osservazione. Dal villaggio si passa dunque alla periferia. Secondo il poeta o l’io lirico la periferia aspetta gli inverni da lupi, le fidanzate dai capelli grigi. Notiamo la ripresa dell’immagine dei lupi che ha, in questa poesia, una valenza del tutto negativa. All’immagine della ferocia dei lupi è associata quella del decadimento

 

fisico. Leggiamo infatti delle fidanzate dai capelli grigi: questa espressione ha, a nostro parere, un carattere di ossimoro, perché, di solito, per fidanzata si intende e, ancora di più ai tempi di Kljuev, una ragazza, che, difficilmente, data l’età, potrà avere i capelli grigi. In periferia vi è anche l’accampamento, che, non a caso, è definito corvino. Si ricordi, ancora una volta, la connotazione negativa che assume il corvo91 per i russi. L’accampamento è di solito un insediamento umano provvisorio, ma l’espressione può essere usata anche per animali, in senso figurato. Il carico di angoscia di questa poesia è aumentato anche dalla ripetizione del verbo aspetta. Questa espressione offre al lettore l’idea del tempo che trascorre, durante il quale l’attesa è consumata nell’impotenza. Che cosa aspetta la periferia? La periferia aspetta la mortale tormenta/che colpisce amici e nemici. Molti hanno voluto associare la tormenta ai processi staliniani o al timore che Kljuev aveva di incorrere in guai giudiziari, date le posizioni eterodosse che sosteneva. Al verso 24 leggiamo che la tormenta colpisce amici e nemici. Anche in questo caso potremmo essere in presenza dell’annuncio dello scatenarsi di un catastrofico fenomeno metereologico oppure di una fase burrascosa della storia del paese. I corni sono stati riposti nella scatola: è un segno che la festa è finita e non è più tempo di suonare.

Abbiamo individuato l’inizio della seconda parte nel verso 26, perché crediamo marchi molto bene l’opposizione tra la fase molto problematica che vivevano sia il poeta, che il proprio paese. Il villaggio è definito cinghiale e Satana. Il cinghiale è inteso nell’accezione più negativa e feroce possibile ed È associato A Satana, simbolo del male. Anche se si è verificata questa mutazione del villaggio, nonostante tutto la speranza rimane. Questa speranza è marcata dall’utilizzo della congiunzione но. Il soggetto del verso 27 è la luna, che possiede le caratteristiche di un essere umano. La luna, che si alterna con il sole nel cielo, sparge farina d’avena. Ora è la luna che dona la vita, il vento l’aiuta a diffonderla. Il vento porta la farina d’avena, un cibo povero, il cibo dei contadini, fin verso la terra e i campi da cui proviene il poeta. Questo verso potrebbe essere intenso anche in un altro modo. L’autore sente il legame che ha con la terra dovunque egli sia. Nella terra natale le allodole, che sono uccelli, elementi dell’aria e dunque dell’alto, celebrano il matrimonio celeste assieme al fiordaliso, un fiore, un prodotto della terra, un elemento del basso. Alle allodole è affidato un compito religioso. Ricordiamo che, per le varie chiese cristiane, compresa quella Ortodossa, il matrimonio è compreso tra i più importanti sacramenti. Osserviamo anche che gli uccelli ricorrono molto spesso all’interno della poetica kljueviana. La natura crea la speranza e ce ne rendiamo ancora di più nel verso 33, che abbiamo tradotto in questo modo: in URSS, come nella Rus’. Questa traduzione è

92

stata scelta per descrivere al meglio l’opposizione tra passato e futuro . Anche le sonorità della natura contribuiscono ad offrire l’idea che vi sia ancora speranza. Tintinneranno i bucaneve del bosco, possiamo leggere. I bucaneve hanno il compito di incoronare la piccola ape. Notiamo ancora il rapporto tra i fiori e un’animale che sa volare, in questo caso un insetto, l’ape. Dell’ape è sottolineata l’operosità, essa produce infatti la cera, che può essere utile all’uomo, ad esempio, per le candele. La luna è il soggetto dell’ultima frase. E’ nuovamente personificata. Ha il compito di lasciare cadere la cera sulla betulla e di caricare il carro del contadino per la mattina successiva. Il carro sarà condotto per il cammino rosso vermiglio, notiamo la ripresa di questo colore, all’interno di questa poesia, la ripresa di una tonalità accesa. La luna può perfino essere utile, per permettere al contadino di potere condurre il carro colmo per il cammino. Anche in questo caso notiamo la ripresa di una parola, luna, dal forte significato simbolico.

E’ possibile cercare di tracciare una chiave di lettura di questa poesia in due modi. Il primo modo è quello di partire da una lettura “lineare” del testo. Questa lettura pone come condizione che si consideri il testo nella sua organicità e come una concatenazione sintatticamente coordinata di parole. La prima lettura è caratterizzata da una netta contrapposizione tra quelle che sono state individuate come le due parti della poesia. La prima parte, che sovrasta quantitativamente la seconda, vede un rovesciamento dell’immagine della campagna che ha K.. Il poeta riprende dei termini in modo pressoché ossessivo, come a volere sottolineare la difficoltà di quel tempo. Notiamo la ripetizione di termini come

VILLAGGIO E TEMPESTA. QUESTA POESIA È CARATTERIZZATA DA UNA VISIONE

SEMPRE PIÙ SOGGETTIVA DELLA NATURA, CHE VIENE TRASFIGURATA DALLA SUA psiche. E’ il suo modo di vedere la natura che descrive la sua mente e la sua vita. A tale proposito possiamo individuare un collegamento con Goethe, in particolare con I dolori del giovane Werther, nel quale vediamo un cambiamento netto della natura, che passa da idilliaca a tetra, in conseguenza del peggioramento del suo stato psicologico. Nonostante il fatto che egli veda ancora la presenza di un’ultima speranza, che gli offre la natura, sappiamo bene come andrà il futuro e lo capiremo ancora meglio con la lettura delle poesie che seguono questa. A differenza di Wilhelm Meister e di altri protagonisti di due opere di Goethe, Kljuev non ha praticato l’Entsagung, non ha rinunciato alle “illusioni”, ma ha assistito impotente a quella che egli vedeva come la distruzione del proprio mondo. Non è stato in grado di quietare il proprio animo con il panteismo che esprimeva nelle sue poesie, al contrario il panteismo ha aumentato il suo turbamento. La seconda chiave di lettura è abbastanza rischiosa: si corre rischio di cadere in una Überinterpretation, che distorce la reale intenzione del poeta. Bisogna anche tenere conto della specificità kljueviana. La presenza di fitti riferimenti simbolici rende possibile e spesso obbligatoria una lettura immanente dell’opera. La ripetizione di alcune parole chiave come villaggio e tempesta, la presenza di numerose immagini di morte e distruzione, potrebbe creare una rete di corrispondenze interne che rafforza l’idea di come la natura e la campagna rischino esse stesse di essere corrotte a causa del momento storico che vive l’URSS di quel tempo.

3.2.2 SCONVOLGIMENTO DELL’UNIVERSO

SPIRITUALE:

“TI COCCOLO, ALBERO DEL PARADISO”

Questa poesia si distingue dalle altre per un ancora più accentuato sincretismo. Riprende il tema del decadimento del mondo nel quale il poeta vive ed alterna, così come altre, il paganesimo al cristianesimo. L’immagine della decadenza è fornita dal costante rapporto tra la bellezza e l’armonia della natura e la visione della propria contemporaneità da parte del poeta. Prima di analizzare questa poesia, che pone anche interessanti problemi di traduzione, possiamo dividerla in due parti: la prima parte, che va dal verso 1 al verso 12, descrive un universo idilliaco, il mondo della natura russa, mentre la seconda, che comincia con il verso 13 e termina alla fine della poesia, offre un’immagine di progressivo declino.

Il primo verso pone già un problema di traduzione: Баюкаю тебя, райское древо, soprattutto per quanto riguarda l’aggettivo р.: questo problema deriva dal fatto che nella lingua italiana, l’espressione “del paradiso” e l’aggettivo “paradisiaco” sono assolutamente uguali, come si può notare anche nella nota. L’espressione più vicina a quella russa è “del paradiso”, che, quindi, è stata scelta. Questo verso esprime ancora una volta il suo panteismo, il suo culto della natura. L’albero è associato al paradiso, che è un concetto che si trova in molte religioni e che può avere una valenza più spirituale o materiale, a seconda che si ragioni in termini cristiani o mussulmani. Egli vuole coccolare l’albero del paradiso, assieme alla ragazza uccello, che è definita preziosa. E’ interessante notare il connubio tra un essere vivente ed un animale. La ragazza uccello ha il compito di suonare per il re Davide con una canzone, che è definita singhiozzante. E’ da notare il rapporto tra un personaggio biblico come il re Davide e uno strumento della tradizione slava, che mostrano la vastità della poetica kljueviana. Il luogo dove si canta, oltre tutto in modo soave, è un boschetto: non a caso è definito con un vezzeggiativo per sottolinearne il carattere idilliaco. Nel boschetto il ruscello si lamenta per i baci che gli amanti si scambiano. Troviamo l’uva e gli zaffiri: abbiamo ancora una volta un rapporto tra un elemento della natura organica e uno della natura inorganica. Dal verso 8 sappiamo a chi si rivolge: si tratta di un personaggio femminile, che stava dormendo, e probabilmente sognando quello che è stato descritto in precedenza. Siamo in luglio, il mese centrale dell’estate, nella quale essa si manifesta in tutto il suo splendore. Troviamo dunque anche un rapporto tra due diversi stati di coscienza, il sonno e la veglia. In questo caso il sogno rappresenta un altro livello di realtà, o meglio, una fuga dalla realtà. Il sogno altera ogni riferimento temporale e spaziale e, nel verso 9, si cerca di ristabilirli, attraverso una domanda retorica. Siamo nella regione di Rjazan’, che è la regione nella quale è nato Esenin, e che viene citata anche a proposito delle lotte contro i tartari. Al risveglio la ragazza si stropiccia gli occhi con la manica di mussolina, un tessuto molto ricco. E’ significativo notare come, nelle poesie kljueviane, vi sia

93

la presenza di una grande quantità di tessuti , molto spesso lussuosi. La presenza di una grande quantità di tessuti è in stretta relazione con l’attività della cucitura e della tessitura, che sono attività tipiche della povera gente. Dopo essersi svegliata alla ragazza rimane comunque qualcosa della magnificenza di quel luogo: i meli che hanno frutti dal profumo d’oro. Si tratta di un albero dal forte significato simbolico: ricordiamo la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden[51].

Nella seconda parte della poesia si ritorna alla triste realtà, che ritorna in modo prepotente in scena attraverso il pianto della ragazza, che stringe amicizia e va nello stallo per cantare un canzone religiosa. Ci troviamo in una cattedrale, e la ragazza non sta certo bene, perché arde dal sudore. soffre, come soffre il poeta e come soffre il suo mondo. Egli cita una famosa cantante, perché si rende conto che alla gente non interessa più la religione, alla popolazione interessano argomenti frivoli. Nei versi successivi usa il plurale, paragona sé stesso ed altri che appartengono al suo mondo a dei lacchè. Questi due versi manifestano la totale impotenza che il poeta sente di fronte alla realtà che lo circonda. E’ stata scelta la traduzione sgraniamo gli occhi inespressivi, per sottolineare che anche lo sguardo perde vigore di fronte a quello che sta succedendo. Il poeta è ormai incapace di vedere, nel senso di quella visione intensa che prima aveva e che gli permetteva di capire il mondo al di là di come lo capivano gli altri. La capacità di sapere vedere più avanti compare anche in altre poesie di Kljuev. Non riesce cogliere più nemmeno la vista di sirin, che è un uccello magico e nemmeno il cuore, definito una volta ancora con un aggettivo che è stato tradotto come paradisiaco[52], sta sotto il bianco tulle. Le disgrazie, che, secondo K., stanno affliggendo il suo paese, gli impediscono di vedere, anche perché è troppo occupato ad osservare ciò che gli sta intorno. Il suo paese brucia, la sua natura è distrutta a causa di incendi boschivi, fame e moria, che questa volta non vengono personificate, come accade in altre poesie[53] di K. In paradiso, intanto, sui celesti laghi del cielo, c’è disperazione. La personificazione dell’amore si dispera così come Marfa, nell’infuocato suono di campane. E’ da notare ancora la presenza di una relazione tra l’alto e il basso, così comune per questo poeta. Ritroviamo la ripresa di termini legati al calore, al fuoco che sono tipici di K.. e un ulteriore riferimento sensuale, che si può rintracciare spesso nelle poesie di questo poeta. In questa poesia troviamo anche la ripresa del procedimento della ripetizione, per sottolineare e per dare consistenza all’impotenza nella quale si trova in questo momento il poeta. Ora gli uccelli non volano più: uno degli elementi più

97

significativi del paesaggio poetico kljueviano è scomparso. Egli scrive: non

98

notiamo ali nell’opale dell’aurora. Anche il gusli del re Davide non emette più le sue note, perché il fumo riempie l’aria e c’è solo la morte. Essi attendono solo di dovere seppellire qualcuno altro, a Kostroma, oppure a Rjazan’. Ora Ljubasca risponde che devono subire un triste destino: la distruzione dei campi, la loro morte e la fine di tutto ciò che avevano di più caro sul fondo del mare.

Questa poesia esprime un brusco risveglio dal sogno di una vita contadina idilliaca: questo brusco risveglio fa trovare una realtà nella quale i suoni, gli oggetti, tutto ciò che c’era prima, è stato distrutto, perché la morte ha soppiantato la vita e la vita è rappresentata dalla natura. Anche l’universo del paganesimo non si riesce più a cogliere perché oramai tutto è stato stravolto, non è stato sconvolto solo l’universo materiale, ma anche questa seconda realtà compenetrata con la prima. Stanno soccombendo, oltre che i Lari, anche i Penati. Troviamo anche un interessante rapporto tra sogno e realtà, come anche una relazione tra diversi stati di coscienza.

  • I DEMONI E LA PERDITA DELL’INNOCENZA IN “LA RUSSIA ERA SORDA, ZOPPA”.

LE CONCEZIONI DI SACHER-MASOCH. IL POETA

COME GANIMEDE.

Questa poesia marca il proseguimento del declino del poeta, anche se è possibile sostenere che costituisce una sorta di punto di svolta. L’armonia della natura e che la natura conferisce al mondo, è distrutta. L’equilibrio tra dionisiaco e apollineo[54] che ha nella descrizione degli spiriti russi un valido esempio è rotto. La rottura è consumata attraverso l’incontro a cena con il maligno, che qui assume una connotazione diversa da quella di altre poesie di Kljuev[55]. Grazie a questo incontro egli muterà la sua natura, almeno per un giorno: dopo avere rifiutato il ruolo prometeico, per devozione al divino, ora diverrà, almeno per un giorno, Ganimede, per riecheggiare il dualismo presente anche nella produzione goethiana. Vedremo come questa volta il demone perda l’ambiguità che caratterizza la tradizione religiosa russa, per assumere una veste più negativa. Di questa poesia è possibile proporre una divisione in tre parti: la prima, inizia con il verso 1 e termina con il verso 17. In essa è descritta l’attesa di questo ospite. Di questa parte possono essere isolati i primi tre versi che descrivono la visione del poeta rispetto al periodo che stava vivendo l’URSS. Dal verso 18 al verso 35 è descritto l’incontro con questo demone. Dal verso 36 fino alla fine l’incontro termina e la dura realtà riprende vita attraverso la descrizione dell’autunno che è la stagione del declino della natura.

La Russia era sorda, zoppa, recita il primo verso. Il paese in cui vive il poeta non può sentire ed è impedito a camminare. Egli non scrive a caso il termine Russia, rifiutando la sigla URSS. Non sente quel paese come il suo mondo. La sordità simboleggia l’incapacità di capire le difficoltà che aveva Kljuev nei confronti del potere sovietico. La zoppia è il simbolo del disagio che ha il mondo contadino in quel periodo, essa rappresenta infatti un impedimento parziale a camminare. Il secondo verso ci aiuta a capire ancora meglio come Kljuev vedeva la situazione. Leggiamo un proverbio. I proverbi appartengono alla tradizione popolare, molto spesso vengono dalla campagna. Sono il prodotto della saggezza di una determinata nazione e dunque pongono seri problemi ai traduttori. E’ MOLTO DIFFICILE RIPRODURRE DEL TUTTO FEDELMENTE UN’ESPRESSIONE idiomatica come IL proverbio. Si può tentare una traduzione letterale, come è stata scelta in questo caso, e corredarla con una nota a piè di pagina, o, in alternativa cercando un proverbio italiano che si avvicini il più possibile a quello russo. In questo caso la scelta della prima ipotesi è stata dovuta all’immediatezza dell’espressione russa, che la rende di facile comprensione anche per il lettore italiano. Il poeta ci offre, in seguito, un riferimento temporale molto significativo. Egli cita l’angolo natale, che è la parte dell’isba dove vengono solitamente collocate le icone sotto le quali, ad esempio, si fa sedere un ospite di riguardo. In questo angolo la Russia intreccia il destino. Bisogna sottolineare la grande importanza di quest’ultima parola, che ricorre spesso nelle poesie che fanno parte di questa tesi. All’interno di questa casa vi è anche una serva araba. Ricordiamo, a tale proposito, il carattere di stato multietnico che aveva l’URSS. Erano presenti in quella nazione molteplici etnie, alcune delle quali dai tratti arabizzanti, soprattutto quelle collocate vicino all’Iran e alla Turchia. Kljuev potrebbe alludere sia ad una donna proveniente da quelle terre sia ad una donna che proviene dall’Arabia. La presenza di una serva araba ci fa pensare alla descrizione di una casa ricca, anche se, non dimentichiamo, questa presenza potrebbe avere una funzione allegorica. La serva veste un copricapo, tipico di quelle terre, ma anche di paesi asiatici, tra i quali vi è anche l’India, un turbante, che è variopinto. Questo copricapo, che di norma è bianco, connota ancora più fortemente questo passaggio della poesia, che vede un rapporto tra due culture. Non è da dimenticare nemmeno l’importanza che il turbante riveste per religioni come quella sikh, che prescrive agli adepti di coprire i lunghi capelli acconciati con questo copricapo. La serva araba sta raccontando una favola. In questa tesi abbiamo fatto riferimento alla favola come esempio morale; bisogna anche ricordare la tradizione delle favole arabe che ha dato vita a raccolte come Le mille e una notte. Nei versi 6 e 7 ci viene spiegato perché la serva ha questo compito. perché per la disposizione letterale/la libera ora doveva passare più dolcemente: lo scopo è dunque quello di offrire diletto, e non un esempio morale, a chi ascolta. La spiegazione continua anche successivamente. Affinché le grigio azzurre guance fossero più lisce/ e più calde degli anelli della tormenta. Il corpo umano assume una colorazione fredda ed irreale, ma che nello stesso tempo esprime ardore. Dopo avere menzionato colori freddi ed avere compiuto l’insolita associazione con l’ardore, leggiamo di quello che, scientificamente, non è neanche un vero colore: per il colore bianco. Le amiche colmano il velo della sposa di fumo. Troviamo il bianco, che è simbolo di purezza, associato alla sposa, anch’essa un simbolo positivo, e al fumo, che rappresenta l’inconsistenza, la provvisorietà. Questo periodo subisce una brusca interruzione con il punto e virgola. Dal punto di vista grammaticale ha un valore molto forte: l’argomento, infatti, cambia. Il fiocco di neve è paragonato ad una lacrima di Serafino: questo paragone non ha solo un valore stilistico, perché l’autore considera molto grave il periodo che sta vivendo il suo paese ed è convinto che gli angeli piangano. I versi 13 e 14 segnano il ritorno dal cielo alla terra. E’ descritto un marciapiedi scivoloso, sul quale fiocca la neve, e che, insidia chi vi cammina. Il tempo passa, le ore battono sulla cornice, all’interno di un grande palazzo. I palazzi grandi sono tipici della città e, in quegli anni, aumentano costantemente, a causa del progresso economico e scientifico che contraddistingue quegli anni. Troviamo una similitudine molto significativa: le ore sono paragonate allo spirito. E’ affrontato anche il tema del tempo. E’ possibile leggere, in questi versi, una relazione tra antico e moderno nella relazione tra lo spirito e il palazzo di sette piani. L’attesa è dolorosa, le immagini che usa Kljuev per esprimerne la difficoltà sono dure e violente. Il verso 17 anticipa l’ospite attraverso una metafora che ne descrive l’aspetto fisico: la perla della notturna bellezza. La bellezza è notturna perché si tratta di un demone, di un essere che vive nelle tenebre. A differenza della tradizione cristiana non vi è una rappresentazione mostruosa del diavolo, anzi, ne si sottolinea l’avvenente aspetto fisico.

E’ ora di cena e il poeta o l’io lirico attende l’ospite, che ha la coda e le piccole corna caprine. Queste due ultime caratteristiche lo avvicinano di più all’immagine tradizionale del diavolo, che è spesso rappresentato in questo modo anche nella pittura. E’ una donna, che è denominata capo-confusionaria Avdot’ja.

Ha un nome tipicamente russo, ed una sostanza materiale, come tutti i diavoli. Si tratta di una delle più significative differenze con gli angeli, che vengono considerati come puro spirito e, altro fatto importante, sono asessuati. Il fatto stesso che il diavolo sia di sesso femminile potrebbe far sorgere un collegamento con la visione che molta parte del cristianesimo ha rispetto alla donna, che è rappresentata, in molti casi, come tentatrice. Questa volta la diavolessa ha la funzione di soddisfare la carne. Al lettore di Kljuev si pongono ora due questioni: la prima riguarda la visione della donna da parte di K., la seconda riguarda la visione degli spiriti. La donna ha una funzione positiva per il poeta, come, del resto, qualsiasi principio femminile come la terra, che è divinizzata, o la Madonna. Si tratta di un universo matriarcale che domina la natura e le conferisce armonia. La seconda questione che si pone è quella di come sono visti gli spiriti da parte del poeta e, più in generale, dal paganesimo russo. Come è già stato sostenuto in questa tesi, gli spiriti sanno essere buoni con le persone buone e malvagi con coloro i quali ritengono non si sia comportato bene. Sono descritti come esseri che sanno essere anche tranquilli, che sono in grado di amare i fenomeni naturali, come qualunque essere umano. In questo caso debbono procurare piacere carnale all’uomo. Il poeta ne sente il bisogno perché è insoddisfatto dalla realtà che sta vivendo. Dallo spirito si passa dunque alla materia. Possiamo rintracciare un collegamento con l’opera di Goethe Faust, nel quale il protagonista, sazio del nutrimento spirituale che gli procurano gli studi, decide di firmare un patto con il maligno, al fine di ottenere soddisfazioni materiali, tra i quali la relazione con la povera Gretchen. Mentre Faust è “sazio” dal punto di vista spirituale, K. non lo è, ma si sente di dovere sfuggire la realtà che gli sta procurando così tanti turbamenti. Egli sceglie il momentaneo oblio, rifiuta la memoria. Senza la croce antico russa: egli, per un giorno, decide di non pensare più alla religione. A ritroso e con il labbro legnoso: vediamo come egli soddisferà le sue pulsioni, egli ce lo descrive utilizzando un’immagine forte, dura. Con le corna e con l’occhio della civetta! Ricordiamo anche che, alla civetta, sono associate influenze maligne, a causa del fatto che è un uccello notturno. Kljuev ha deciso di abbandonare tutti i guai che lo affliggono, per quel giorno, e lo ribadisce scrivendo che vuole escludere ferite purulente, peste e contagio. Tutti e tre questi nomi sono carichi di significato. Le ferite purulente sono infette, non sono state curate o sono state curate male e, a quel tempo, una ferita infetta poteva causare anche l’amputazione di un arto. La peste ha rappresentato per secoli un flagello particolarmente temibile che ha decimato l’Europa: un’epidemia era stata vista come una punizione divina. Il contagio rappresenta la diffusione della malattia: si ricordi che, ai tempi di Kljuev, i contagi avvenivano su larga scala, a causa delle minori conoscenze in campo medico rispetto ad oggi. Questi tre termini che elenca Kljuev possiedono, ovviamente, anche una forte carica simbolica dato il tono che caratterizza l’intera poesia. A tavola si beve il sangue in boccali torbidi. Possiamo citare, a tale proposito, l’ultima Cena[56], quando Gesù versa il vino e invita a berne gli Apostoli, dicendo loro che rappresenta il suo sangue. Dei vampiri, che sono considerati un simbolo del maligno, si dice che bevano il sangue. Il sangue sta dentro ai boccali, come fosse birra o vino. Tutto ciò aumenta la sensazione di carnalità e di concretezza che caratterizza questo momento della poesia. Intanto i diavoli suonano una musica lamentosa, con i liuti. Fuori l’asino cammina con passo regolare, per offrire al lettore l’idea dell’aspetto fonico il poeta inserisce anche l’onomatopea, e, durante la mescita, il cui sentiero è definito cristallino, striscia il serpente, che è definito padrone dei giorni feriali. Notiamo un aggettivo che simboleggia la trasparenza e la purezza associato ad un animale che è uno dei simboli più noti del diavolo, si pensi alla Genesi, ad esempio. La traduzione che è stata effettuata non rende giustizia all’originale, perché nella lingua russa esistono due termini specifici per il serpente maschio e per la femmina di questo animale. Notiamo che la funzione che gli animali hanno nella poetica kljueviana cambia, diventando quella di corruttori, una funzione, che è, dunque totalmente negativa. Il serpente, che rappresenta il maligno, è padrone dei giorni feriali, dunque di gran parte della settimana, la quale è consacrata, solo alla domenica, a Dio. Del diavolo si dice anche che sia il padrone della terra. La descrizione diventa con tinte più fosche perché un teschio divora la carne, che è diventata gelatinosa. Il teschio, che è simbolo della morte, consuma un pasto misero: nonostante ciò la festa continua e si balla. Le scarpe si lanciano nella danza/Battono nelle costole i tacchi: si è dunque in preda all’estasi dionisiaca del ballo. Per esprimere devozione a Dioniso si danzava, così come per certi riti dei chlysty. Anche in questo caso l’immagine potrebbe sembrare gioiosa, ma non lo è, perché è governata dal maligno. Il mondo e la natura sono sconvolti.

Per esprimere questo sconvolgimento l’autore ricorre ad una similitudine

102

con un canide, questa volta si tratta del cane. Anche in altre poesie Kljuev menziona canidi, come ad esempio, i lupi, ma per esprimerne la ferocia. Questa volta la similitudine è tra il cuore e un cane massacrato. Il cuore latra, il cuore è sconvolto. Emette un terribile verso, perché è stato massacrato. Il latrato, che spesso emettono i cani per esprimere rabbia, questa volta è emesso dal cuore per esprimere il dolore più lacerante. Nel verso 37 l’autore ribadisce che siamo in autunno, la stagione durante la quale la natura decade e che ha una valenza ancora più negativa rispetto all’inverno, caratterizzato dall’immobilità. Si chiudono le imposte: per esprimere questa chiusura, che può essere dovuta alle intemperie dell’inverno o ad un momento di grande difficoltà, l’autore usa un’espressione molto cruda: le imposte si sono accecate sul balcone. L’accecamento indica una situazione irreversibile. Le imposte rischiano di rimanere chiuse per sempre. Persino le foglie si sono nascoste, esse hanno paura, perché posseggono un’anima. Hanno paura del feroce pescatore, di cui non ci è dato sapere l’identità e che alcuni hanno voluto identificare negli agenti segreti. Il feroce pescatore potrebbe essere anche il maltempo, che incomincia ad imperversare nella stagione autunnale. Il maltempo ha, comunque, anche un forte valore metaforico. In questa poesia un altro elemento simbolico, che abbiamo già incontrato, e che ritorna nel verso 41 è la capra. Leggiamo infatti capra – amica, con riferimento al diavolo femmina, che prima il poeta ha incontrato. La parola amica è da intendersi, in questo caso, con un’accezione quasi erotica. Egli si rivolge ad Avdot’ja per dirle che la voluttà, alla quale, nella traduzione, è aggiunto l’aggettivo peccaminosa, non si può misurare con il torbido boccale, quello colmo di sangue che prima è stato bevuto. E’ stato necessario aggiungere nella traduzione l’aggettivo peccaminosa, per rafforzare l’idea del disprezzo per gli eccessi materiali che la religione cristiana, nelle sue varie confessioni, ha sempre avuto. Una certa parte del cristianesimo ha disprezzato qualunque cosa non fosse legata allo spirito e ha imposto e, in certi casi, tutt’ora impone la castità per rafforzarlo. A tale proposito si ricordi anche lo stretto rapporto con gli skop9y che il poeta ha avuto. Questa invocazione, che continua per 5 versi, si inserisce all’interno di quella che è stata indicata come la terza parte di questa poesia e richiama la seconda, caratterizzata dall’incontro con questo diavolo femmina. Si vogliono sottolineare, in questo modo, tutta l’importanza e il significato che questo ha avuto. Ad Avdot’ja è chiesto, da parte di Kljuev, anche di grattare il proprio corno storto al fine di procurargli dolore. Egli cerca il dolore, possiamo

103

trovare, in questa ricerca, un collegamento con le idee di Sacher-Masoch . Questa “ricerca del dolore” potrebbe essere collegata alla tematica del capro espiatorio che già abbiamo rintracciato nelle opere[57] di questo poeta, che sente vicini il declino e la distruzione del suo mondo. Egli cita la casa natale, che possiamo vedere come la Siberia. Abbiamo più volte menzionato l’importanza che ha, per K. il concetto di maternità.[58] Oltre alla casa natale, il poeta menziona anche il giardino, che è definito azzurro, come se si trattasse del paradiso. E’ autunno inoltrato, le foglie cadono e quelle calpestate sono bucate perché l’autunno è oramai in una fase avanzata. Per dimostrare ancora una volta il turbamento della natura, l’autore compie una personificazione del crepuscolo: si tratta di una personificazione molto triste, perché viene descritto con dei cenci e, per di più, cieco. Il crepuscolo è dunque paragonato ad un mendicante. E’ ricordato il passato: il loro fiorire di sur’ma sui vasi/ si contempla nel sogno. Come spiega la nota, la sur’ma è un elemento della natura caratteristico della zona dove vive Kljuev, così come, al verso 51, il crespino che si può contemplare sia nel cimitero, sia nel promontorio. Questi due termini della natura russa mettono in luce nuovamente uno dei principali problemi di traduzione: è necessario conoscere la Siberia e, in modo particolare la sua natura, approfonditamente. Mentre la sur’ma è un trucco che usano le donne, il crespino è utilizzato in cucina. Troviamo sia l’aspetto della cura personale delle donne, sia quello, più concreto, del cibo. Notiamo anche la contrapposizione tra due elementi come il cimitero e il promontorio d’acqua. Sono due luoghi tipici della campagna e rappresentano, rispettivamente, la morte e la vita. All’interno della natura ritroviamo la capra, che simboleggia il demonio. In questo caso è definita capra-amante. Notiamo come Kljuev compia questo procedimento di unione di due sostantivi quando vuole metterne in rilievo l’importanza. Anche la capra ricorda il maligno e cammina: K.

ce lo ricorda con un onomatopea, che ci avvicina, in un certo qual modo, alla campagna. La capra oltrepassa l’inferno, che qui è chiamato con la denominazione greca, supera la bara, che rappresenta i confini terreni, va verso il mare. Dal mare, che rappresenta l’elemento acquatico, che origina la vita, va in alto, verso i gabbiani e il sole che è definito tamburello. Si tratta, probabilmente, della descrizione del diavolo che se ne va, che si inserisce in questa parte della poesia. Il poeta richiama, al verso 55, di nuovo l’attenzione su di sé. Egli non è morto, non si è addormentato eternamente. Lo scrive in questo modo, paragonando la morte al sonno, accettandola pazientemente, come la dottrina cristiana prescrive. Alla morte è associato un ricordo di vita gioiosa, che appare nei versi successivi: sui mari – sulle onde/oggi qui, ma domani là! – Si tratta, probabilmente, di due versi di una famosa canzone dei suoi tempi che esprime tutta la gioia di vivere alla giornata, attraverso questa metafora legata all’acqua. La poesia è come un sipario che si chiude, durante la chiusura, si odono urla nel vicolo autunnale. Si tratta di persone ubriache, perché i giorni feriali stanno finendo. Anche la crosta delle parole è ormai cancellata: si pone la questione di come fare poesia in quel periodo. Alla fine di questa poesia egli afferma di non credere al cimitero morto: si tratta di un concetto molto significativo nella poetica kljueviana, che vuole descrivere con ancora più efficacia la totale assenza di vita. Il diavolo ha tolto la vita, ha cancellato anche il passato e la funzione fondamentale che i morti hanno. Dopo tutto questo non resta che ammirare un uccello, il passero, che è definito con una coppia di aggettivi, ammiccante-sazio, al quale è attribuito il dono di rimanere giovane.

Questa poesia pone il problema generale del rapporto tra intellettuali e potere. Lo pone in una forma disperata e angosciante, nella quale possiamo rintracciare continuità e discontinuità rispetto all’opera di K.. La continuità sta nel come si descrive quella fase che sta vivendo il poeta, ma anche il suo paese. Si tratta di una descrizione che è filtrata in modo determinante dalla soggettività dell’autore, che è realmente disperato. K. mescola realismo e caratteri del tutto visionari, restando comunque legato alla natura dei suoi luoghi di nascita, che egli cita continuamente. Nella descrizione della natura troviamo la prima discontinuità, questa volta la natura non è più idilliaca. La natura è stata distrutta,

 

la speranza è poca: è rimasto un piccolo uccello, il passero. Attraverso un animale, la capra, è rappresentato il maligno. Il sole ha conservato ancora la sua divinità, ma il crepuscolo si presenta vestito da mendicante a contrassegnare, in modo ancora più efficace la decadenza autunnale. Bisogna aggiungere che, in autunno, il crepuscolo, comincia ad anticipare offrendo ancora di più un senso di decadenza. Così come nella natura, anche nella rappresentazione dei demoni troviamo un segnale discontinuità. Al contrario della tradizionale rappresentazione degli spiriti russi, con caratteristiche ambigue, sia benigne, sia maligne, questa volta si mette in luce la voluttà peccaminosa di questi esseri e la loro sete di sangue. Notiamo una condanna dell’aspetto materiale della vita da parte di K. e la contemporanea introduzione nelle poesie di elementi di carnalità. E’ forte l’unione tra piacere sessuale e dolore, che conferisce dei tratti sadomasochisti alla poesia. Per tornare alla questione dell’apollineo e del dionisiaco, anche lo stesso Nietzsche, quando descrive il martirio di Dioniso106, ne mette in luce lo stretto rapporto. Questa volta K. si è avvicinato a quella che è la concezione tradizionale dei demoni in ambito cristiano. Per concludere, si può sottolineare, che questa poesia rappresenta una particolarità nelle opere di Kljuev, che, per scordare la realtà, si abbandona per un giorno al peccato.

 

  • LA MISSIONE DEL POETA NELL’ULTIMA FASE DI KLJUEV: “OTTOBRE MI RAGGIUNGERA’”.

IL POETA E PROMETEO.

La poesia che è analizzata rappresenta un esempio di poesia poetologica, in altre parole si tratta di una poesia che descrive le funzioni del poeta. E’ interessante notare un legame tra questa poesia e altre dello stesso Kljuev, Io ero magnifico e alato nella residenza del dio padre, e anche con Dove siete impeti bollenti. In un caso il poeta è descritto come un Prometeo che ha rubato agli dei. Egli si condanna per questo e ammonisce gli altri a non ripetere il suo stesso errore. Non bisogna dunque violare l’ordine sacro, in Dove siete impeti bollenti coloro che sostengono i moti di quell’anno sono definiti cantori del destino popolare. Sono dunque le voci del popolo. Il limite è dunque quello divino, che deve essere rispettato, non deve essere rubata la Corona del Creatore. Il paragone con Prometeo non è causale: egli apparteneva infatti alle divinità materne, che furono sconfitte da Giove e si permise di contrastare l’autorità degli dei. Prometeo è colui tenta di sovvertire l’ordine. Eschilo lo assolve, nel Prometeo liberato, mentre Goethe lo condanna nel Prometeo incatenato. In questo caso la visione del compito del poeta è quanto mai trasfigurata dalla situazione dello stesso poeta. Egli sente che la condanna, da parte dell’autorità politica e non da quella divina è vicina. Il poeta ci offre come riferimento temporale il mese di ottobre, che in Russia comincia ad essere piuttosto rigido, e che è anche il mese in cui la Rivoluzione d’Ottobre ha ottenuto il successo. Partendo da queste considerazioni è possibile dividere la poesia in tre parti. Dal verso 1 al verso 17 il poeta descrive sé stesso e l’ottobre, dal verso 17 al verso 47 descrive la sua funzione di poeta, mentre dal verso 48 fino alla fine parla del suo incontro con la morte.

Nel verso 1 possiamo leggere la personificazione di un mese, ottobre. Ottobre è il secondo mese dell’autunno e rappresenta per la Siberia un periodo di irrigidimento del clima. E’ interessante notare anche come l’origine latina dei nomi non sia mutata nelle principali lingue europee, compreso il russo. Ottobre era l’ottavo mese del calendario romano e divenne il decimo sia di quello del calendario giuliano, sia di quello gregoriano. Solo i rivoluzionari francesi tentarono di cambiare il nome ai mesi, associandoli all’agricoltura, non ottenendo un grande successo. Ottobre è rappresentato come un individuo largo di spalle, esprime dunque possanza, forza. Questo mese è paragonato al frassino di cui il poeta nota il baffo dorato. Ritroviamo la presenza dell’oro e delle colorazioni dorate nelle poesie di Kljuev. L’oro ha un colore vivace, che ricorre soprattutto nei mesi estivi, ma anche, in certe sfumature delle foglie ingiallite. L’albero ha una caratteristica tipica dell’uomo, il baffo. Leggendo il primo verso veniamo a sapere che ottobre raggiungerà il poeta, o l’io lirico. Nel verso 3 Kljuev inizia la descrizione fisica di sé stesso. Egli paragona i suoi occhi a due animali del fiume, le anatre. Bisogna sottolineare, a tale proposito, una difficoltà linguistica data dalla traduzione. Esiste infatti nella lingua russa la parola per esprimere il maschio dell’anatra, e la parola che indica la femmina. In questo caso l’anatra descritta è il maschio: questa precisazione non è casuale se si pensa che l’anatra maschio è in generale più bella della femmina. Egli si paragona ad un elemento della natura, che rimane, nonostante tutto, il suo rifugio dai mali del mondo, anche se nella

107

poesia La Russia era sorda, zoppa è stata, almeno in parte, sconvolta. La natura torna dunque ad essere un elemento armonizzante. Le due anatre stanno sul tratto diritto del fiume: la parola плёсо può essere considerata come una vera e propria parola-chiave per questo poeta. Essa ricorre sovente nelle sue poesie, e anche tra quelle che sono analizzate in questa tesi. La ripetizione di certe parole ci da l’idea di come Kljuev le utilizzi come un pittore utilizza dei colori di una tavolozza. Egli “padroneggia” la natura, sia spiritualmente, sia stilisticamente. Il tratto diritto del fiume è un topos delle sue poesie, oltre che un elemento tipico delle zone dove il poeta ha vissuto. K. è partito dagli occhi, perché essi possono descrivere molto efficacemente una persona, per descrivere, successivamente, i capelli, che sono assimilati a covoni, che stanno nell’erbaio. Egli ha i capelli chiari, come molti abitanti della Siberia. Ancora una volta il poeta ricorda la sua vicinanza alla natura. Dopo avere compiuto questa descrizione di sé stesso, il poeta descrive il sole. Il sole è, per l’ennesima volta, personificato. Questa volta il sole ha smarrito il rastrello: il sole interviene nelle vicende umane, è un contadino. In questa circostanza possiamo rintracciare un collegamento con la mitologia greca, nella

quale gli dei compivano molte delle attività degli uomini, intervenendo anche direttamente nelle loro vicende. Alla terra presiedeva la dea Proserpina, che fu latinizzata come Cerere. Il sole sorgeva e tramontava nel cielo grazie ad Apollo, che ne guidava il carro. L’autore abbandona la descrizione di sé stesso per descrivere il mese. Quindicesimo ottobre nel finestrone/ osserva come adolescente abbronzato: l’aggettivo quindicesimo, riferito ad ottobre, ci offre un possibile riferimento temporale. L’ipotesi che è avanzata nella tesi fa propendere per un diretto collegamento tra ottobre e la Rivoluzione, che, in quei mesi, ha conquistato il potere. Ottobre era perciò un mese di fondamentale importanza dal punto di vista politico. In ogni caso il poeta non svelerà mai esplicitamente, in tutta questa poesia, l’esattezza dell’ipotesi. Questo verso ci è utile a capire anche l’anno di composizione di questa poesia: si tratta del 1932. La luce di un giorno d’ottobre si riflette sul vetro di una finestra: siamo dunque in una casa e qualcuno sta osservando. Ora è il mese ad osservare. Ottobre è associato anche ad un adolescente abbronzato. L’adolescenza è un periodo di crescita per l’uomo, di vigoria e baldanza e questa immagine così forte si collega in modo molto valido a quella del verso 1. Dell’adolescente si dice anche che è abbronzato: ha potuto ricevere, almeno fino a poco tempo prima, i raggi del sole. L’adolescente subisce il vento, che lo consuma, e che comincia a diventare forte, dato anche l’approssimarsi dell’inverno. Il vento è color giallo zafferano, ha un colore piuttosto vivace e violento, probabilmente perché trasporta polvere e sabbia. Ottobre osserva un albero, il sorbo selvatico. Kljuev si sofferma sulle caratteristiche del frutto del sorbo: vede, in questo frutto, delle lucenti labbra. La natura è, ancora una volta, umanizzata. Nel verso 10 leggiamo anche: Con tutta la testa, come il boschetto, bandiera. Il sorbo selvatico è colpito dalle tempeste, dalle piogge, che sono così comuni in autunno. La natura è in grado anche di scatenare i propri elementi, perché, come la terra, è piena di forze. La terra piena di forze è associata ai trombettieri: notiamo quindi un’immagine sonora, legata al mondo militare. Il verso 13 è un verso chiave per la comprensione della poesia, perché ne contiene la similitudine principale. Egli paragona sé stesso ad un salice: a tale proposito è necessario ricordare che era usanza comune associare gli esseri umani a degli alberi. I piedi sono stati intrecciati dai carri, egli ci ricorda, in questo modo, che è contadino, che è legato al popolo. Questo legame si esprime anche menzionando un oggetto utilizzato dai pescatori, la nassa. Egli sta in mezzo

 

alla gente: parla, anzi borbotta. Borbottare significa parlare in modo non del tutto chiaro, a volte anche in modo sommesso. E’ il contrario di declamare: questo verbo ha un valore poetologico, poiché contribuisce a fornire l’idea della missione del poeta. La similitudine è con le foglie offuscate e bucate, che sono un altro degli stilemi di Kljuev e stanno ad indicare che l’autunno è già in fase avanzata. Questo verso poetologico è l’ideale termine di questa parte della poesia.

A chi si rivolge il poeta nel compiere la sua missione? Ai sereni e dalle corde d’oro, alle persone che hanno raggiunto un alto grado di armonia interiore e sono in armonia con il mondo. Questa idea consente di trovare un collegamento con le filosofie orientali, tra le quali quella buddista: a tale proposito si deve tenere conto del fatto che la Siberia era anche chiamata “India bianca”. Egli si sente lieve, leggero, e lo esprime con una similitudine di grande delicatezza, come una nuvoletta. Non si sente un vate, non si sente un “poeta laureato”. La sua missione è quella di muovere i cuori altrui verso il giusto concetto. Abbiamo già

rintracciato questa idea nella poesia Vi è in Lenin lo spirito del vecchio

108

credente : in quel caso il poeta si riferiva, con tutta probabilità, alle idee rivoluzionarie. Abbiamo tradotto l’aggettivo in lingua originale con l’aggettivo giusto, inteso nel senso più largo del termine. Si pensi all’accezione biblica che si riferiva ad una giustizia superiore, divina. Kljuev utilizza il verbo che è tradotto con persuadere per fornire l’idea al lettore che la sua missione non è costituita da obblighi e forzature, ma è basata sul dialogo sereno. La traduzione utilizzata per la parola russa Молва non è delle più adeguate, concetto non soddisfa a pieno l’equivalenza connotativa con l’originale russo in quanto occupa un campo semantico più limitato. All’interno delle lingue europee la parola che più si avvicina è quella tedesca, Begriff. Qual è l’essenza del giusto concetto al quale il poeta deve persuadere il cuore degli uomini? Non battete, lenite le ferite: il primo concetto esprime un rifiuto della violenza, che è esplicitato attraverso la negazione di essa. Egli invita gli uomini alla pace e alla concordia, come Cristo nel Nuovo Testamento, di cui possiamo rintracciare lo spirito, così diverso da quello del Vecchio. Mentre K. invita nella prima parte del verso a “non fare” qualcosa di negativo, nel secondo verso esorta a lenire le ferite, che possono essere sia del corpo sia dello spirito. Egli vuole essere, esercitando la sua missione, utile sia agli altri sia a sé stesso. Leggiamo infatti: Affinché dell’azzurra radura, delle erbe con le code a crine nere, dei boschi natali/ Io di nuovo avrei potuto bere fino in fondo il tetto e il saluto. E’ menzionata la radura, che, non a caso è definita azzurra, l’azzurro è il colore del cielo, del paradiso. Troviamo le erbe con le code a crine nere, altro elemento tipico della natura, e i boschi natali che ci ricordano ancora il legame che ha Kljuev con i luoghi in cui è nato e ha vissuto. Il verso 24 mostra un altra espressione idiomatica[59] russa. In questo caso è stata la traduzione letterale, perché è abbastanza facilmente intuibile il senso di questa espressione e, anche, perché non esiste un’espressione equivalente valida nella lingua italiana. Il lungo periodo che Kljuev utilizza si chiude, ma la descrizione della funzione del poeta continua, questa volta con una climax ascendente: Con la ripida riva, con gli scoiattoli, con i cardellini: si inizia con l’acqua, che è rappresentata dalla riva ripida, un tipico stilema kljueviano, per passare alla terra, o meglio agli alberi, rappresentati dagli scoiattoli, al cielo, nel quale volano piccoli uccelli come i cardellini. E’ interessante notare come il poeta utilizza l’immagine di questo uccello di dimensioni ridotte per contribuire ad offrirci l’idea di una poesia che si distacca dalla magniloquenza, anche se egli utilizza anche sete benefiche per ricamare il tappeto della poesia. La seta, alla quale è stato attribuito un potere benefico, rappresenta un certo grado di attenzione allo stile che, secondo il poeta, non deve mancare. Dopo avere menzionato elementi molto semplici, tipici della natura, di cui chiunque, povero o ricco, può fruire, l’autore nomina un tessuto molto fine e alla portata delle persone più abbienti, un tessuto che proviene dall’oriente. Vi è il verbo ricamare, che non rappresenta un’azione indispensabile, al contrario della cucitura o della tessitura, ma un’azione che è compiuta per migliorare l’estetica di un capo di abbigliamento, o di un oggetto della casa. Troviamo anche un tappeto, che non è un oggetto indispensabile alla casa, ma serve per abbellirla. Il poeta ha ricamato il tappeto della poesia/Per i piedi dell’incantevole adolescente. Ritroviamo un’altra volta in questa poesia, l’immagine dell’adolescenza: si tratta, come abbiamo detto, di un’immagine che esprime speranza, vigoria e forza. E’ definita anche incantevole, in altre parole, di una bellezza tale da incantare, da mandare in estasi. A proposito dei paragoni tra esseri umani ed alberi bisogna sottolineare che la ragazza adolescente è paragonata alla betulla, che è nominata nel verso successivo. Questo verso è utile al lettore anche dal punto di vista temporale: la betulla è sommersa dalla neve, perché è arrivato l’inverno. Il declivio guarda al fiumicello/ come alzando il bollore furioso della sfumatura di verde. Del declivio si sottolinea l’intensità del colore, di cui si mette in evidenza il bollore furioso. Abbiamo utilizzato la traduzione furioso perché si adatta al registro linguistico che Kljuev utilizza nelle sue poesie. Si tratta di un registro composto da termini che rimandano all’ardore, al fuoco. Possiamo citare, ad esempio, Dove siete impeti bollenti[60]. E’ da sottolineare anche l’uso del verbo guarda, che ci indica l’importanza che l’autore conferisce ai sensi nella gran parte delle sue opere. Ora il poeta sente che la sua funzione ha perso significato. Egli scrive infatti: nessuno ode il liuto/ che è come il soffiare del vento cieco e cavo. Dal richiamo alla vista, passiamo all’udito. L’autore cita il liuto, con il quale si accompagnavano un tempo, i poeti. Basti citare, per trovare un collegamento con la cultura neolatina, i cantori della

classicità[61] e i trovatori medioevali. Il liuto è già presente nella poetica

112

kljueviana: esso viene suonato dai diavoli per eseguire lamenti. Il liuto e il vento sono definiti ciechi e cavi. La cecità è una caratteristica dei cantori e dei veggenti ed indica una capacità di vedere superiore, la capacità di avvicinarsi all’essenza, di cogliere la volontà, di squarciare il velo di Maia che copre la rappresentazione che sta dinanzi ai nostri occhi. In questo caso la cecità sta ad indicare un handicap, è un segno di impotenza e disagio. L’essere cavi è una caratteristica dei liuti, ma indica anche il senso di vuoto. Egli è destinato ad essere dimenticato, a cadere nell’oblio. Il verso 32 potrebbe essere l’inizio di una sorta di anticipazione dell’ultima parte della poesia. Il tono diventa sempre più tragico: Ottobre mi tagliò con la falce della tempesta. E’ di nuovo menzionato ottobre, con tutto il carico simbolico di cui si è scritto nelle righe precedenti di questa analisi. Ad ottobre è attribuita un’azione che è tipica del contadino: tagliare con la falce. E’ IL POETA AD ESSERE TAGLIATO CON LA FALCE, COME SE FOSSE UNA SPIGA. La sua funzione e la sua stessa vita sono in pericolo. Qualcuno ha voluto attribuire alla falce anche un significato politico, essendo uno dei simboli bolscevichi. La falce è della tempesta: questa volta la tormenta non ha un valore catartico, ma è descritta in tutta la sua tragicità. Ritorna al richiamo al salice: il poeta è tagliato fino al coccige, che è una delle ultime vertebre dell’uomo e che rappresenta un retaggio della coda che i nostri progenitori possedevano. Ottobre gli consegna una conocchia di ferro, altro elemento tipico del paesaggio poetico kljueviano ed un gomitolo di seta, che è definita ardente. Ritorna il richiamo alla seta, che nel verso 26 di questa poesia è definita ardente. Perché sono stati consegnati al poeta una conocchia di ferro ed un gomitolo di seta? Egli deve utilizzare anche l’osso del

113

lupo, che è definito digrignante. Anche questa è un immagine già utilizzata da Kljuev e che marca tutta la disperazione che il poeta sente in quella fase della sua vita. Con l’osso del lupo deve cucire le rocce: si tratta di un compito di enorme portata. Tra queste rocce le aquile affrontano lo scontro, definito feroce, con i draghi. Egli ha un compito difficile, per svolgere il quale non serve un normale ago. Troviamo le rocce, che fanno pensare più spesso ad un ambiente di montagna e che sono impervie, il movimento è difficoltoso. Le rocce sono anche il simbolo di una natura inerte, data la millenaria lentezza delle modifiche che subiscono, e sterile, sulle rocce non può crescere quasi nulla. La natura che ci è presentata solitamente nelle poesie di Kljuev è un simbolo di fertilità. Alle rocce è accomunata un’azione topica della poesia kljueviana, la cucitura. Mentre gli viene affidato questo compito, ha una visione. Vede delle ragazze che si spogliano davanti a lui e davanti all’albero della vita. Anche la vita è associata ad un albero. Le fanciulle si spogliano mostrando una candida nudità. Queste ragazze ci ricordano immagini semi-divine della classicità, ma anche dell’universo delle leggende tedesche: si possono citare, a tale proposito, le ondine[62] e le Naiadi, che sono legate, all’insieme delle divinità femminili. E’ interessante notare anche come la loro nudità sia definita candida, perché la religiosità tradizionale ha spesso associato l’essere svestiti al peccato, al contrario dei classici greci e latini. I progenitori dell’umanità, Adamo ed Eva, nascono nudi: solamente quando mangiano il frutto dell’albero della conoscenza del Bene e del Male sentono il bisogno di coprirsi. Per citare un altro esempio, ci si può riferire al periodo della Controriforma, quando fu emessa la disposizione di coprire gli organi sessuali delle pitture e degli affreschi delle Chiese. Vestirsi non è solo una necessità, ma anche una convenzione sociale. L’aggettivo candida esprime l’assenza di malizia: anche se queste ragazze sono nude non provocano i sensi. Il concetto di candore[63] è già utilizzato in K., le ragazze esprimono purezza al contrario del demone Avdot’ja. Entrano nell’acqua, dove sguazzano come cigni. Anche questo animale ha un alto valore simbolico, perché esprime grazia. Il fiume è paragonato all’opale. Il fiume, che è simbolo di vita, è azzurro come questo minerale, che esprime sterilità. Queste ragazze contemplano la loro bellezza che suscita meraviglia, tanto è grande. Questa è dunque un’immagine di armonia e pace che si contrappone al destino di cui Kljuev avverte il compimento inesorabile.

Il verso 48 inizia con un imperativo. Il quadro cambia, l’idillio termina. L’autore ingiunge: fatevi da parte! Egli ha svolto il suo compito: con l’osso del lupo, che ottobre gli aveva assegnato, ha ricoperto di macchie il terreno all’ospite. Si tratta della morte, che è personificata, e che non viene mai menzionata esplicitamente. Notiamo dunque un’allegoria, che ci rimanda, ad esempio a quella dei Mistery Plays medievali. La morte è un’ospite, che deve essere accolta. Le sono consegnati oggetti quali, il frustino d’alce e di zibellino, ottenuti dalle pelli di animali tipici della Siberia: la morte riceve anche un tessuto, la pestriad’, che ricorre spesso nelle poesie di Kljuev, e cibo, piselli. Il poeta elenca altri elementi tipici: l’orlatura siberiana dorata, l’onda e il tappeto di lana di Bukhara, città del Sud dell’URSS. Dal sud proviene anche il pizzo georgiano, che precede il mio racconto, cioè la poesia di K.. L’elenco non termina qui: si aggiungono infatti le perle della Carelia, gli stormi di gabbiani e il miracolo del bosco, che è definito premonitore. Egli consegna alla morte gli oggetti tipici della sua terra, la natura dove ha vissuto. Per ultimo viene l’orso, che è uno dei simboli russi, che è ritratto spesso a disegnare con una bacca l’abc. L’orso ha anche un rotolo di vinco. Dopo avere accolto la morte il destino del poeta è ormai compiuto, anche se sembra che conservi una speranza, la quale, forse, è solo un sogno, il sogno di rimanere in armonia con la natura. Al verso 61 leggiamo infatti Io di nuovo il tessitore delle foglie aghiformi, che sono le foglie dei sempreverdi, che compaiono spesso nelle sue poesia, così come l’aurora che è confrontata con le collane di cinabro.

Nonostante il fatto che il suo destino sia ormai segnato compie una dichiarazione di poetica. I versi 63 e 64 recitano: Nella bisaccia, nelle macchie impenetrabili dei caffettani/Come il nido, ritrovo le canzoni. Troviamo un riferimento al mondo contadino con le bisacce e uno alla natura con le macchie impenetrabili. E’ interessante il confronto con il nido, che rappresenta l’abitazione, un ritrovo sicuro. Negli ultimi due versi egli dichiara che non consegnerà il coltello dentato per tagliare il collo al salice.

La lettura e l’analisi di questa poesia confermano che si tratta di una poesia poetologica, che rappresenta l’ultima fase della poetica kljueviana. E’ indicativo l’inizio della poesia, poiché parte da sé stesso. La funzione del poeta che è tratteggiata in questa poesia lo avvicina a quella del profeta. Il poeta si avvicina a Cristo soprattutto per quel che riguarda il suo ruolo di conciliatore tra gli uomini. Nonostante la morte stia arrivando, egli non perde la consacrazione che ha ricevuto. E’ ancora più chiaro il rifiuto di un ruolo prometeico. Rimane intatto il nucleo centrale della sua auffassung, basata su una volontà di pace e concordia tra gli uomini. Il linguaggio utilizzato ricalca quello delle altre poesie. Sia la forma che la sua visione della vita sono filtrate dalla disperazione che egli sente. Alla fine della poesia egli indica l’unica salvezza possibile, che è quella del rifugio nella natura e nella Russia contadina di una volta, del medioevo.

 

  • LA FINE IN “CI SONO DUE PAESI

Abbiamo scelto questa poesia come ultima perché è stata scritta, o almeno così si presume, nell’anno della morte “ufficiale” di Kljuev. Gli anni che precedono la morte di Kljuev hanno visto la continuazione delle lotte interne al partito e dei processi, che si concludevano spesso con condanne a morte, di coloro che erano considerati “nemici del popolo”. Uomini politici come, ad esempio, Kamenev, Malenkov, Bucharin vengono colpiti in vario modo: a volte sono anche uccisi. Nelle campagne prosegue la dekulakizzazione, vale a dire, la lotta contro i kulaki, contadini ricchi, che venivano accusati di sabotare il potere sovietico, anche se qualche storico ne protesta l’innocenza. Per K. si aprono le porte del carcere, è accusato di lavorare contro lo stato. Questa poesia rappresenta la fine di K.. E’ un vero e proprio congedo dalla vita, che è possibile dividere in tre parti: la prima, che va dal verso 1 al verso 7, descrive la natura che il poeta incontra durante il suo errare, la seconda, che va dal verso 8 al verso 20 descrive ciò che il poeta osserva attraverso la finestra, mentre la terza, che va dal verso 21 fino alla fine, rappresenta una sorta di epitaffio.

La poesia inizia descrivendo due paesi. E’ da notare come questi due paesi siano rappresentati dall’ospedale, che è scritto con la lettera maiuscola, e dal cimitero, anch’esso scritto con la lettera maiuscola. Si tratta di due luoghi che rappresentano la malattia e la morte, il malessere fisico e la perdita di ogni speranza. Gli ospedali si diffondono e diventano luoghi tipici anche della campagna. Il cimitero[64] è un elemento caratteristico della poesia kljueviana, che assume diverse caratteristiche, a seconda della fase poetica che attraversa Kljuev.

117

Bisogna anche ricordare che K. tratta anche del concetto di “cimitero morto” . In mezzo a loro, vi è un elemento tipico del paesaggio, e, in particolare modo, del sentiero che conduce ai cimiteri. Si trovano dei sempreverdi: pini[65], abeti[66] e

 

salici , che sono definiti infelici e cupi. Anche la natura è oramai turbata per quello che sta succedendo. Il poeta sta vagando senza una meta nel bosco, ha perso la direzione. Il suo viaggio non ha più una meta, così come la sua vita, che ha perduto ogni speranza. Il viaggio ha avuto (ed ha ancora) il significato di una ricerca, che, a volte, è anche una ricerca interiore. Questa volta il poeta non cerca più nulla, perché più nulla gli è rimasto da cercare. Il margine del bosco è definito con un aggettivo che ne mostra tutta la mestizia. E’ un pellegrino e smarrisce il

suo bastone, mentre va verso la casa del fabbricante di bare. La sua vita sta per

121

finire e se ne rende conto. E’ in compagnia del cuculo , che è triste, e che non può essere altro che così, data la sua condizione.

E’ notte quando bussa alla finestra, spaventando coloro i quali sono all’interno della casa, che lo apostrofano duramente, maledicendolo. Alcuni attribuiscono questa maledizione al timore di una visita della polizia, i poliziotti erano chiamati anche chiamati corvi neri. Gli viene chiesto, in modo stupito, lo stupore è marcato dalla presenza del punto interrogativo e del punto esclamativo, come mai rechi delle rose, che rappresentano la primavera, in quel momento dell’anno, l’autunno. Questa richiesta ha un valore simbolico, dato il momento difficile che attraversava K.. La primavera è morta, la felicità è finita. Dei pini si notano i capelli malridotti, che li fanno assomigliare a dei mendicanti. La tempesta intreccia il grigiore: notiamo il riferimento ad un colore spento, che indica la tristezza. L’elemento visivo ha sempre un valore molto significativo per il poeta. In casa si sta lavorando, è il momento della tessitura. I macchinari tessili stridono: notiamo l’onomatopea, il riferimento ai sensi, che riguarda un rumore fastidioso. Il poeta o io lirico si protende verso la finestra, che è definita con un vocabolo che abbiamo tradotto con sinistra per sottolineare il tratto da romanzo

gotico che caratterizza la poesia. All’interno della casa vi è la personificazione

122

della tomba, chiamata zietta, per sottolinearne la familiarità. La zietta Tomba

tesse il lenzuolo funebre , che è giallo. E da notare l’uso della maiuscola. Kljuev ha oramai acquisito familiarità con la morte. Il lenzuolo funebre compare molto spesso in Kljuev, ed è giallo, che è il colore della malattia, della follia. Intanto svolazzano uccelli dalle nere ali, che sono,. con tutta probabilità, dei corvi, simboli di morte. Il lavoro della zietta Tomba prosegue e il tessuto si forma, come la ritmicità dei versi. Abbiamo, in questo caso, della meta-poesia.

La poesia termina spostando l’attenzione dalla casa alle cime dei monti, altro elemento tipico del paesaggio. Sulle cime dei soffia venti danzano. La zietta

124

Tomba, che è simile ad una Parca , ha terminato il suo lavoro e si ode un russare molto violento, simile alla tromba del lupo, che è un animale spesso presente in Kljuev. Il poeta legge i fili sui quali è scritto del suo congedo dalla vita. Egli è definito cantore dell’isba di Olone9, dove ha vissuto per anni e dove ancora sono le sue radici. Di questa poesia vi è anche una data, vera o presunta non si sa. La presenza di questa data potrebbe contribuire ad infondere sicurezza sulla fine di questo poeta, come a toglierla, perché molti fatti rimangono ancora avvolti nell’ombra.

L’analisi di questa poesia, che E l’ultima in ordine di tempo, fa

PENSARE AL TITOLO CHE HA QUESTA TESI, NEL QUALE SI FA MENZIONE DELLE verità. Solitamente sulla vita di una persona e, soprattutto sulla sua morte, dovrebbe esistere una sola verità. Sull’esistenza di Kljuev molte sono state le interpretazioni, che hanno sempre colto solo alcuni degli aspetti della vita di un personaggio come questo, irriducibile a qualunque categorizzazione, sia letteraria, sia tantomeno politica. Sulla morte di Kljuev vi è chi sostiene che sia morto addirittura nel 1941, o nel 1927. Sicuramente questa poesia rappresenta un valido congedo dalla vita, perché rispecchia un’atmosfera tetra, dal forte valore simbolico. Gli elementi del paesaggio poetico kljueviano compaiono come al solito, così come dal punto di vista stilistico questa poesia si inserisce bene all’interno della poetica kljueviana. La visione soggettiva della natura continua, così come il procedimento della personificazione. Sulla sua morte non è possibile sostenere nulla di chiaro: è vero che subì numerosi arresti, anche a causa della sua presunta e quanto mai dubbia omosessualità, seguiti da lunghi periodi detentivi, vi è anche chi sostiene che la sua detenzione abbia causato, direttamente o indirettamente, la sua morte. E’ necessario tuttavia contestualizzare

QUESTO MOMENTO DELLA VITA KLJUEVIANA, NON AL FINE DI OFFRIRE UNA RISPOSTA DEFINITIVA, MA PER CERCARE DI CAPIRE DI PIÙ. L’URSS è di fatto accerchiata: molti stati, democratici o dittatoriali, ne vorrebbero la fine e perfino qualche politico non sospetto di simpatie fasciste, riconosce a Hitler di avere “fermato i comunisti” e non esiterebbe a dargli manforte, o a lasciar correre, nel caso di un’invasione dell’Unione Sovietica. Nel 1937 fervono vari processi politici, come anche alcuni processi contro ufficiali dell’Armata Rossa, accusati di tradimento. Molte sono le condanne a morte, che alcuni storici vedono animate solo da volontà persecutorie, altri sostengono che Stalin aveva compreso l’esistenza di complotti, anche se aveva comunque esagerato dal punto di vista repressivo.

APPENDICE TRADUZIONI DELLE POESIE

125

Dove siete impeti bollenti,

Vastità sconfinate dei sentimenti,

Ardenti parole di maledizione,

Condanna sdegnata della violenza?

Dove siete semplici candidi[67],                                                                                     5

Coraggiosi lottatori con spirito,

Brillanti stelle della patria,

Cantori del destino popolare?

La patria, coperta di sangue,

Vi aspetta, come un giorno splendido,                                                                       10

Avvolta in un’oscurità infernale Aspetta ansiosa il fuoco!

Questo fuoco purificatore

 

Accende la fiaccola della libertà

La voce suadente della terra –                                                                                   15

un popolo che tutto sopporta.

1905

 

“Come uno schiavo remissivo Scenderò nella tomba,

Sotto la croce di pino

128

Incontrerò il mio destino.”

Cantava questa canzone                                                                                      5

Mio padre-martire,

Ha espresso le sue ultime volontà E sta finendo di cantarmi della morte.

Ma non come il gemito dei padri

La mia canzone riecheggia,                                                                                  10

Ma come il boato dei tuoni Sulla terra passerà volando.

Non come lo schiavo senza parola,

Maledicendo l’esistenza,

Ma come aquila libera                                                                                          15

Io intonerò il mio canto.

1905

 

129130

Stelle di montagna come rugiada.

Chi sta la’ nel prato celeste Ad affilare[68] le azzurre falci,

A piegare arco dietro arco?

La luna è tenera come il giglio                                                                                       5

Sottile, come il profilo di un volto.

Il mondo è così immenso da non potersi abbracciare con lo sguardo.

132

L’altezza è profonda e immensa .

133

Gloria al miracolo immortale[69],

Alle perle, che abbelliscono l’arco,                                                                               10

Presto alla folla affamata L’ardente messaggero arriverà.

Sarà severamente spietato verso coloro che sanno vedere[70] E avrà misericordia per i caduti nelle tenebre135136,

Il dolore che forgia le manette                                                                                    15

137

Per coloro che hanno preso le chiavi dello zarstvo .

Siate nell’anima intransigenti Per tutti, a cui la luce non si spense

138

Tessono chitoni dorati

139

Le mani di Dio per voi.                                                                                          20

1908

Io  ero magnifico e alato[71] Nella residenza del dio padre,

E l’aroma dei pozzi del paradiso Era per me cibo delizioso.

Della santa patria privato                                                                      5

141

La mia natura e mutata,

Preferisco il risuonare degli abeti

 

Al deserto che recita le preghiere.

Una sola cosa manca

All’anima nel destino sottovento –                                                          10

Affinché dei campi di cereali, del grembo di acque Non risuoni l’annuncio con gemito di dolore,

Affinché non divampino

142

Da fratello a fratello sguardi nemici

E la distesa dei campi, come una città colma di letizia                                 15

Prosperi[72] per la pace e la gioia.

E che non si azzardi l’essere umano A privare il Creatore dell’aureola,

Perché, per secoli reietto,

Io, per questo, delle canzoni alate rimasi privo.                                          20

1911

144Nei giorni di settembre intessuti d’oro Il margine della pineta somiglia al papert[73] Gli abeti pregano, emanando fumo di incenso, Sulla tua piccola isba deserta.

Il vento – guardiano nasconde                                                       5

Le tracce dell’antichità con il fogliame frusciante Spalanca la bellezza del pizzo dei pini,

Guizza dietro il folto delle betulle!

Io  riconosco l’orlo del fazzoletto da testa,

La vocina con andatura l eggera …                                                10

  • pini chiacchierano per le tenebre e la prigione,

Per il baluginare delle stelle dietro le inferriate,

Per il campanello[74] nel difficile viaggio,

147

Per le grigie lontananze della Buriatia …

Pace a voi, pini, voi, i miei pensieri,                                            15

Come madre genitrice, comprendete!

148

Nei giorni di settembre commemorativi

Rivelate il segreto ai figli

Anche di colei, che amando muore,

Al cielo e alla terra riferite.                                                          20

1911

149La primavera ha smesso di brillare… Come fa patire dolcemente, L’anima quando diventa sobria, quando seppellisce l’amore.

Il campo di erba di steppa impenetrabile-liberamente,

E il filo infuocato del rosseggiare del tramonto.

E le grigie isbe con la misera cappella,                                                                     5

Umili abeti, erbacce e del lino

Di misteriosa severa, inflessibile mestizia –

“Per sempre”, “Perdono”, – come il cuore, sono pieni.

O madre-patria, per quali sentieri

Al figlio infelice indichi di andare:                                                                           10

Misurare l’audacia da bandito con i nemici,

O inchinarsi come un timido filo d’erba lungo il cammino?

Il filo d’erba impallidirà, e l’audacia ingannerà,

Se ne andrà, come la tempesta, che distrugge le speranze, –

Possa vento della montagna l’anima mia diventare                                                    15

Per cullarti con la fiaba profetica.

Per cullare il silenzio e ninnare le tempeste,

Per far frusciare nella steppa piovosa l’erba,[75]

Per soffiare sui villaggi che dormono con la frescura del vento

Per bussare alla finestra con un’ala che veglia.                                                          20

1911

151L’anima non crede ai tenebrosi[76] richiami, Non vola verso i fantasmi della notte.

Tu, come l’autunno, sei luminosa e bella,

153

Solo più severa e più spiccia nelle carezze.

Si richiamano con le grida per la partenza                                                  5

Le cicogne sulla pianura offuscata.

Come con la natura, da te il patibolo Non si separa con la adorata[77] tristezza.

Non una volta con il pianto dell’autunno

Per te – irrimediabilmente lontana                                                             10

Accanto all’inebriante bicchiere il boia Piegherà la violenta testa.

1912

 

Io  vi prometto giardini…

  1. Balmont[78]

156Ci avete promesso giardini

Nel luogo ridente-lontano,

Dove il cibo sono frutti incantati,

Che nutrono i viventi con la loro linfa vitale.

Voi avete presagito: “Noi vi proteggeremo dal dolore,                                                5

Dalle amarezze,

E i corpi lebbrosi

Nei remoti ruscelli curativi bagneremo”.

Al richiamo sono giunti: Peste, Storpiatura,

Assassinio, Fame e Depravazione,                                                                             10

Dalla faccia- vampiri, secondo la parlata – Nella sorda stretta la cascata.

Seguendo il loro percorso Paura perniciosa Con la Povertà perforata andarono, –

E il vostro giardino decorato rimase senza foglie,                                                       15

157

  • ruscelli cominciavano ad avvelenarsi.

Dietro ai forestieri finalmente Andiamo sconosciuti Noi, –

  • nostro aroma resinoso e caustico,

Noi siamo più rinvigorenti dell’inverno.                                                                   20

Ci hanno nutriti i frutti della stretta,

La volta celeste ci ha dissetato con le piogge,

Noi – i massi, i grigi cedri,

Il suono dei pini e delle sorgenti effervescenti del bosco.

1912

 

158

La gazza ladra vecchia credente con la tonaca nera cammina,

Con i lapti decorati dai volanti, con una cinta grigio azzurra.

Il colombo con il soprabito[79], il passero in sibirka[80],

La gallina ha il mantello – con i buchi per le beccate.

La papera ha una pelliccia conciata, all’oca sul cortile                                                       5

E’ stato concesso di vantarsi con le calzature malconce del nonno.

Nelle tenebre della gazza ladra, dopo essersi accomodate su piccole pertiche, Dormono, i gozzi afflosciati, galline-giovani spose,

Soltanto il gallo-mago, che arrotola i lembi del lenzuolo funebre,

Conta le stelle simili a perline[81], fiuta l’incenso erboso.                                                 10

Nel camposanto bruciano appena pezzi putrefatti di legno[82],

Arrancano i lapti del lesovik lungo il margine del bosco,

Piange nel carice il bambino maledetto …

Il gallo attende, che l’aurora si sia agghindata con la corona.

L’alba ha una quantità innumerevole di abiti eleganti…                                                   15

Nella fase calante della notte il sogno della gallina è dolce:

Dorme la gazza ladra monachella, il passero, amante dei piselli, …

Ma appena comincia a brillare la corona dell’alba –

L’alato osservatore delle stelle suona il corno magico:                                                    20

“Destatevi, uccelli, è suonata l’ora lodata,

E per i pennuti individui, sul poggio, sul tratto diritto del fiume,

Sparge il sole miglio dorato!”

1914o1915

163Sprazzo di azzurro – mare, nuvola – balena, Ma la nebbia – vela di barca.

Dietro il finestrone scende fittamente Né qualcosa di umido, né conterie.

Cortile – ala di allocco,                                                                                 5

Tutto è nella occhiuta decorazione.

Il villaggio non è solo il luogo dove si lavano le stoviglie,

Rissa – non litigio di gazze.

 

Nella grande città, come nel sogno,

Persone -pidocchi delle piante, ma le isbe – montagne.                                       10

Mi sembrano

Le distese del mare Bianco.

Schiamazzo di gabbiani, rumore di remo,

Libera attività del cacciatore:

La aurora cominciò a spegnersi                                                                        15

L’isola di Solove9[83] è incantevole.

Il vodjanik[84] intreccia il capecchio,

Come l’onda, come fosse una parte di gomitolo filata …

Per la squadra di vetturini

Io preparo cibo bovino.                                                                                   20

Si girerà la balena celeste Coda al caldo e all’abbeveratoio …

Io – come una rete a strascico, che giace Sulla secca, corroso[85] dal sale.

L’uomo del mare non arriverà dietro di me –                                                    25

Incantatore dei fondali …

  • crepuscoli dirigono la pattuglia,

 

Come il rifugio per la notte il pellegrino senza casa. 1914

 

167Bruni campi arati, verdi limiti,

Dorme dietro gli abeti il tramonto,

  • burroni muscosi

Sciolgono l’umidità primaverile della pietra.

La patria boschiva è nobile[86]:                                                                        5

Fitto del bosco e golena intorno!

Versava una lacrima il ribes,

Ascoltando il salmo erboso.

E io non sento più corpi,

  • cuore – chicco di grano che germina … 10 Volate[87], uccelli bianchi,

170

Beccate il lucente miglio !

Si diffondono crepuscoli trasparenti,

Tagliano le lontananze, i cavallucci delle isbe,

E le betulle – candele matrimoniali –                                                              15

Scaldano appena i fuocherelli di foglie.

1914 171

Amo gli accampamenti nomadi,

Il fischio del falò e il nitrito dei puledri,

172

Sotto la luna gli alberi come spettri E il cadere delle foglie simile al ferro.

Amo del disabitato capanno del cimitero                                                                  5

La terrificante comodità,

Il suono lontano del cucchiaio con le crocette,

Nel cui intaglio vivono i giuramenti.

L’aurora è come il silenzio, il crepuscolo come l’armonica,

173

Il fumo dell’essiccatoio , la canapa nelle rugiade …                                               10

Si meraviglieranno i lontani posteri Per il mio sconfinato “amo”.

Cosa interesserà a loro? Quelle favole dei raggi di luce Afferreranno occhi sorridenti …

Io amo tutto ciò che spunta al crepuscolo, il grido delle gazze ladre, 15 Vicinanza e lontananza, il boschetto e il ruscello.

1914

 

Una foglia dello scorso anno nel burrone Fra i cespugli come un mucchio di rame. Qualcuno in un panno assolato Cavalca il giovane mulo fulvo.

175

Una ciocca dei suoi capelli è più morbida del capecchio ,                                           5

Ma il suo viso è buio.

Si chinano i pini, si chinano gli abeti E gli gridano “Osanna!”.

1914

176Fiuto la santa Raduni9a[88], –

Non è insensato il mio vivere, Mi chino presso il sentiero Mi inginocchio sull’erba.

Fra i pini, tra gli abeti,                                                                      5

Fra le betulle dalle collane ricciute,

Sotto la corona, nell’anello di aghi,

Mi appare Gesù.

Egli mi chiama nel querceto,

Come nel regno dei cieli,                                                                   10

Ed arde nel broccato violetto

Il bosco coperto dalle nuvole.

Da Dio lo Spirito in colomba,

Come una lingua di fuoco,

Ha occupato la mia strada,                                                                                   15

Ha soffocato il mio grido.

Si riversa la fiamma nell’abisso dell’orizzonte,

Nel cuore ancora la gioia dell’infanzia,

Fin dalla nascita ho creduto

Nel velo della Madonna.                                                                                     20

1914

 

Sotto i loro piedi assenzio e radici.

Facendosi strada tra rovi di rose canine,

Rumore di stampelle nel fossato.

Battono i lapti su un terreno di erbacce                                                                     5

Da qualche parte i nitriti e gli sbuffi di una mandria E le chiama dalla grande campana Un suono riecheggiante, come richiamo di pentola.

1914

  • bruni ceppi e i cespugli,

Vicino al burrone delle alci

  • rosario e il crisma della croce.

Sulla panca di pietra gli sci                                                                                      5

Che il vento di mezzogiorno ha asciugato.

La neve rossiccia e bucata,

180

Come l’armiak del nonno.

  • 182 L’aurora nella pestriad’ e il floema
  • rami dei salici agghinda, 10
  • cestino con le fragole selvatiche – Il sole mira allo

183

Il picchio- somigliante al suono del mazzuolo –

184

Infastidisce con il picchiettio un crociere,

E la trappola del gallo cedrone                                             15

Per oggi è vuota.

1914o1915

185

 

Уже хорониться от слежки Прыскучий заяц … Синь и стыть,

И нечем голые колешки Березке в изморозь прикрыть.

Лесных прогалин скатеретка В черничных пятнах, на реке Горбуньей-девушкою лодка Грустит и старит в тоске.

Осина смотрит староверкой,

Как четки, листья обронив,

Забыв хомут, пасется Серко На глади сонных, сжатыв нив.

В лесной избе покой часовни – Труда и светлой скорби след …

Как Ной ковчег, готовит дровни К веселым заморозкам дед.

И ввечеру, под дождик сыпкий,

Знать, заплутав в пустом бору,

Зайчонок-луч, прокравшись к зыбке,

Заводит с первенцем игру.

1915

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:17-18


Già si nasconde dalla sorveglianza

La lepre che spruzza … Azzurrità e raffreddamento,

Non c’è nulla che possa riparare[89]

Le nude ginocchia della betulla dalla brina gelata.

La tovaglia delle radure boschive                                                                                 5

Nelle macchie di mirtilli, sul fiume La barca simile ad una fanciulla gobba Che intristisce e invecchia nell’ansia.

Il tremolo, avendo perduto le foglie,

Guarda come una vecchia credente, smarrito il rosario                                                  10

187

Dimenticata la cavezza, pascola Serko

Sulla superficie dei sonnacchiosi, raggrinziti campi di biade.

La quiete della cappella nell’isba luminosa del bosco – La traccia della fatica e del dolore …

Come l’arca di Noè, il nonno sistema la slitta                                                                15

Per le allegre gelate.

E di sera, sotto la viscida pioggerellina,

Sapere che, smarrito nella vuota pineta,

Il leprotto-raggio, avvicinatosi furtivamente alla culla,

Comincia a giocare con il primogenito.                                                                      20

1915

 

  • 189

Nel burrone le allacciature di neve Il tramonto fora con un bastone[90],

Risciacqua nel lago, come nel vaso di terracotta, Rumoreggia nel bosco, rossa tela.

Nella massa fusa di mosche e palude scavando, –                                                              5

Il dono deciso per il lesovik[91], –

192

Egli la tunica e la cinta scarlatta Lanciò nella taiga, come per un incendio.

Il lesovik ha il naso – paniere,

  • capelli – dei salici si ricoprono … 10

La borsa con le fragole di palude La luna si sforza affinché sia giorno.

Inizia ad albeggiare … L’oppresso floema fiorisce La traccia fresca degli artigli dell’orso

Laghetto – cestino con le fragole,                                                                                 15

E la pineta primaverile che il lesovik[92] ha dietro i lapti[93].

Si innalza il fumo dal ceppo, egli ha circa cento anni,

Ha il cappello, la barba grigia …

Scricchiola la lucida corteccia di betulla

Tra le mani dell’intrecciatore di lapti.                                                                          20

1915

195Non credere, i demoni non sono alati Essi, come il pesce, hanno la vescica natatoria, Amano i tranquilli tramonti E la distesa del mare di notte.

Nuotano dietro la canoa,                                                                 5

Come il pescecane e la piovra vorace;

Hanno gli zigomi grandi come rocce sotto acqua – Rifugio per gli spiriti del fuoco della Geena[94].

Ci sono i diavoli del silenzio e del sorriso

Del chiavistello della porta e del sonno…                                         10

197

Nella tomba e nella culla Ribolle l’onda di fuoco.

Nel cuculo e nel canto della filatrice Si tuffano le torme di diavoletti.

Le paure ossute della vecchietta sono –                                            15

La garanzia, che si approssima l’inferno.

O montagne, ricadete su di noi,

Avvolgeteci le strette!

Sul pidocchio delle piante, sullo zoccolo di bue

E’ disegnato il tonante racconto.                                                  20

198

Per il pane , per il misero boccone Le ombre cornute si levano …

Per chi si innalza con il sudario Cuciono gli angeli del tramonto?

1916

MI CHIAMARONO RASPUTIN[95]

  • Ecco la versione originale di questa poesia:

Меня Распутным назвали,

В стихе расстигой, без вины,

За то, что я из хвойнной дали Моей бревенчатой страны,

Что душй печи и телегу В моих колдующих зрачках,

И Ледовумый плеск Онеги В самосожженских стихах.

Что, вазильковая поддевка Меж коленкоровых мимоз,

Я пугаческою веревкой Перевязал исскусства воз.

Картавит дружба: “Святотатец ”. Приятство: “Хам и колокрад”.

Но мастера небесных матиц Воздвигли вешему Царьград.

В тысячестолпную Софю Стекутся зверь и человек.

Я Алконостную Россю Запрятал в дедовский сусек.

У Алконоста перьа-строчки,

Пушинки – звездные слова;

Умрут Кольцовы-одиночки,

Но не лесов и рек молва.

Потомок бога Китовраса,

Сермяжных Пудов и Вавил,

Узнал с Олимпа я Пегаса,

И в конокрагы Угодил.

Утихомирился Пегаске,

Узнав полеты в хомуте…

По Заонежью бродят сказки,

Что я женат на Красоте.

Что у меня в суставе-утка,

А в утке – песня-яйцо…

Силелась с коме незабудка В бракоискусное кольцо.

За Ехварстей шаманов Я отпул кровы и огня,

И не оберточный Романов,

А вечность жалует меня.

Увы, для паюсных умишек Невятен Огненный Талмуд,

Что миллюны чарых ПГрушек За □ мной □ в поэзию □ идут.


Mi chiamarono Rasputin[96]

Spretato in poesia, senza colpa Perché sono dalla lontananza allontanato

Dal mio paese di legno di conifere.

Che animi del forno e del carro                                                                                5

Sono nelle mie pupille magiche E lo sciabordio ghiacciato dell’Onega Nelle poesie autobrucianti.

201

A cosa serve la poddevka color fiordaliso

Tra le mimose di tela                                                                                            10

202

Invece io con la corda di Pugacev Ho legato il carro pieno di arti.

L’amicizia pronuncia male la erre: “Sacrilego” Piacevolezza: “Cafone e ladro di cavalli”

Ma gli artigiani delle divine travi maestre                                          15

 

203

Hanno eretto al profeta Zar’grad

Nella Sofia dalle 100000 colonne

Avanzeranno uomini e animali

Io, la Russia dell’Alkonost[97]

Ho nascosto nel baule dei nonni.

Le penne-righe dell’Alkonost,

Le sue piume – parole stellari;

Moriranno i Kol9ov-solitari

Ma non i racconti dei boschi e dei fiumi.

205

Discendente del dio Kitovras,

Pud e Vavil della Vecchia Rus’ povera e contadina, Ho rubato dall’Olimpo il Pegaso,

E improvvisamente sono diventato ladro di cavalli.

Si è placato Pegaso,

Avendo conosciuto il volo sotto il giogo

 

 

 

Lungo l’Onega errano le fiabe.

Che io ho sposato la Bellezza.

Che c’è nel mio arto – l’oca E nell’oca una canzone-uovo …

 

E’ intrecciato con la cometa il nontiscordardimé In un anello nuziale.

Per l’Eucaristia degli sciamani Ho bevuto d’un fiato sangue e fiamma E non dalle carte di caramelle Romanov

Mi concede l’eternità.                                                                    40

Però, per le piccole intelligenze argentate E’ incomprensibile il Talmud ardente Che milioni di incantesimi Gregorij Mi seguano in poesia.

1918

 

Dal ciclo Lenin206

207 •                                                                                                                            •                                                                    208

Vi è in Lenin lo spirito del vecchio credente ,

  • Di seguito ecco la versione originale della poesia:

(Из цикла “Ленин”)

Есть в Ленине керженский дух,

Игуменский окрик в декретах,

Как будто истоки разрух Он ищет в “Поморских ответах”.

Мужицкая ныне земля,

И церковь – не наймит казенный,

Народный испод шевеля,

Несется глагол краснозвонный.

Нам красная молвь по уму:

В ней пламя, цветенье сафьяна, – То Черной Неволи басму Попрала стопа Иоанна.

Борис, златоордный мурза,

Трезвонит Иваном Великим,

А Лениным – вихрь и гроза Причислены к ангельским ликам.

Есть в Смольном потемки трущоб И привкус хвои с костяникой,

Там нищий колодовый гроб С останками Руси великой.

“Куда схоронить мертвеца”,- Толкует удалых ватага.

Поземкой пылит с Коневца,

И плещется взморье-баклага.

Спросить бы у тучки, у звезд,

У зорь, что румянят ракиты…

Зловещ и пустынен погост,

Где царские бармы зарыты.

Их ворон-судьба стережет В глухих преисподних могилах…

О чем же тоскует народ В напевах татарско-унылых?

1918

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:23

  • Pseudonimo di Vladimir Ilic Ulianov (Simbirsk, ora Ulianovsk, 1870- Mosca, 1924). […] Dopo essersi laureato in legge a Pietroburgo nel 1891, approfondì gli studi economici e politici, divenne anche un attivo propagandista rivoluzionario. […] Venne confinato, e una volta terminato il periodo di confino, raggiunse la Svizzera, ove pubblicò il giornale Iskra. Dotato di spiccate qualità di teorico e insieme di organizzatore, divenne ben presto la figura di maggior rilievo nell’ala bolscevica del partito socialdemocratico russo. Al II congresso di questo partito […] capeggiò i bolscevichi, contrari al riformismo menscevico. Nel 1905 […] tornò in patria dove

Il richiamo dell’igumeno[98] nei decreti, Come fossero le origini delle rovine Egli cerca nelle “risposte di Pomorie”.

210

La terra è finalmente oggi dei contadini,                                                      5

E la Chiesa non è più mercenario statale di poco valore,

Facendo muovere l’essenza popolare,

Il verbo dal bel suono vola.

211

Noi apprezziamo gli splendidi concetti:

212

Nel loro ardore, la fioritura di marocchino , –                                               10

213

Ora l’Immagine della Nera Schiavitù Calpesta il piede di Giovanni.

Boris, mursa[99] dell’Orda d’oro,[100]

Suona la campana chiamata Ivan il Terribile,[101]

Ma da Lenin – turbine e tempesta                                                                              15

Assegnati al novero angelico.

217

Ci sono nello Smolny le tenebre delle catapecchie E il sapore dei lamponi,

Là la povera bara fabbricata con il tronco

Con le spoglie della Grande Rus’.                                                                             20

“Dove seppellire il morto”, – Conversa un gruppo di audaci.

Konev9a solleva il turbine di neve della tempesta,

  • 219

E tuona il lungomare-vaso di legno .

Sarebbe bene domandare alle nuvolette, alle stelle,                                                     25

All’aurora, che fa diventare rossi i salici …

E il sinistro e deserto cimitero,

Dove i reali barmi[102] giacciono eternamente[103].

222

Il loro corvo-destino si prende cura

Dei sordi avelli infernali …                                                                                          30

Per che cosa prova nostalgia il popolo

223

Nelle tristi canzoni alla tatara?

1918

SERA

224

Ricordo dietro al cortile il posto battuto dal sole,

Il cavallo grigio, la giovenca primaverile piena di mosche, Dietro al fiumicello biancastro il piccolo corno:

Tu-ru-ru, non darò l’agnellino al lupo!

Il lupo nel bosco arruffato e grigio,                                                                          5

Sulla piccola radura resine, nontiscordardimé.

Fanno indovinare quale è la casa

La calda frittella, e il vaso di terracotta con il latte.

La frittella somiglia ad un fanciullo, ma il vaso di terracotta è come una ragazzina,

225

In lacrime, il naso increspato di creta …                                                               10

Guarda, la femmina dell’alce dalle corna ramificate conduce La mandria d’oro oltre il ponte!

Ecco l’alba, azzurra e dello sprazzo di blu,

Riva ripida verdognola, di betulla!

Con il tintinnio delle vacche sul tratto diritto del fiume                                                15

Incomincia a girarsi il ninnolo del mese.

Mese, mese – anitra gozzuta,

Tuffati nel tratto diritto del fiume come il mese nella profondità del verso[104]! Come il salice piangente sulla riga

Io  sorgo nell’azzurro dormiveglia.                                                                             20

Vedo la giovenca primaverile piena di mosche,

Sul cortile nebbia – cappello del sogno,

Ma l’ossuto ospite nella fessura della porta

Sgrana gli occhi inespressivi, come il pesce gatto nel fondale del fiume.

Dalla falce si sdraia sulla pagina,                                                                                25

Sul prato delle poesie, l’ombra curva …

Salve sera, cestino dei crepuscoli,

Delle mani fredde e azzurro lillà!

1927

 

La rivoluzione non mi è madre – Adolescente bruno e dai capelli arruffati,

Che non può spiegare se stesso Con un proverbio urlante.

Ecco perché Cezanne[105] e Suslov                                                                    5

Con la grafia indiana delle case a torre

 

Con l’unicorno scavano il letto Tra i ponteggi di Brin[106] e i boschi.

Incontro a Vologda[107] e Vjatka[108],

Bambini di Pskov[109], Kostroma [110]…                                                               10

234                                                                                                                                                                                          235

Gauguin non è un enigma per Rublev ,

Matisse[111] soltanto la cimosa della tonaca

237

Conocchia di tricheco dei samoiedi .

238

Noi – sury, gli esseri fantastici, le rusalke –

Osserviamo dai buchi della cavità delle tenebre                                                   15

Nella fitta varietà dei popoli E delle albe elettriche,

Come la terra vergine dei tuberi rosei,

Attendiamo nelle foschie dell’inverno.

Guarda! Voce dalla labbra di ferro!                                                                20

Si siedono il caffettano e la pelliccia rozza Per chiacchierare un po’ con l’ospite forestiero,

Il lapot di floema

Ha starnutito dalle narici per la lunga salute.

Il naso di Paraskova, che è incipriato,                                                               25

Oxford ringiovanisce Vavila.

Ach, chi sa bene l’antico russo – Il canto sacro e per Alkonost?

Tacciono le tombe sulla radura

E le vecchie nuvole.                                                                                      30

1932-33 239

Villaggio – sogno di tronchi d’albero, conciato,

Città dell’essiccatoio, sprazzo di verde dell’icona,

Sera di Koljada[112], arroventata e di tormenta.

Villaggio – Mietitura nei capelli e nelle sottane

Con la cornamusa sulla crudele gloria delle donne,                                            5

241

Con il malato cuculo nel querceto!

Villaggio – dietro il carriaggio un branco di lupi –

Da un momento all’altro raggiungeranno, spaccando il cuore

Il latrato tuonante, e digrignante!

Crudele suocera – gufo delle isbe,                                                                  10

Affinché cavi a colpi di becco gli occhi alla giovane sposa, – Per il villaggio – lenzuolo funebre tessuto dalla tormenta,

Per il sole cadavere.

Non aprirai le manine,

Non riuscirai a raddrizzare i piedini –                                                              15

Non sono i bianchi fiocchi di neve – il mio viaggio!

Villaggio – tempesta, incudine del lampo,

Dove il tuono è il martello, e le nuvole – procella,

Dove pettinano i peli – del disgraziato bosco di tremoli;

Bosco di tremoli, scottante, rosso vermiglio e variopinto,                                  20

La periferia aspetta gli inverni da lupi, le fidanzate dai capelli grigi,

Con il corvino accampamento nei dintorni.

Aspetta – la mortale tormenta – Che colpisce amici e nemici,

Riposti nella scatola i corni.                                                                           25

Villaggio – cinghiale e satana,

Ma la luna lascia cadere

Sui campi di cereali manciate di farina d’avena.

E dolcemente spira il vento con la farina d’avena

Verso i campi natali, nella terra natia,                                                              30

Dove le allodole con il fiordaliso Celebrano il matrimonio celeste.

In URSS[113], come nella Rus’,

Tintinneranno i bucaneve del bosco,

Incoronando la piccola ape che crea la cera.                                                    35

La luna lascerà cadere la cera sulla betulla,

Caricherà il carro del contadino Affinché la mattina lo porti Per il cammino rosso vermiglio!

1932-1933

243Ti coccolo, albero del paradiso244

Con la ragazza uccello preziosa Accontentavi il re Davide con la canzone,

245

Egli con i gusli fa eco al singhiozzare.

  • Di seguito ecco la versione originale della poesia:

Баюкаю тебя, райское древо Птицей самоцветною – девой.

Ублажала ты песней царя Давида,

Он же гуслями вторил взрыдам.

Таково пресладостно пелось в роще,

Где ручей поцелуям ропщет,

Виноградье да яхонты-дули, – И проснулась ты в русском июле.

Что за края, лесная округа?

Отвечают: Рязань да Калуга!

Протерла ты глазынки рукавом кисейным.

Видишь: яблоня в плоду златовейном!

Поплакала с сестрицей, пожурилась Да и пошла белицей на клирос,

Таяла как свеченька, полыкая веждой,

И прослыла в людях Обуховой Надеждой.

А мы, холуи, зенки пялим,

Не видим, что сирин в бархатном зале,

Что сердце райское под белым тюлем!

Обоженно грозовым русским июлем,

Лесными пожарами, гладом да мором,

Кручинится по синим небесным озерам,

То Любашей в “Царской Невесте”,

То Марфой в огненном благовестьи.

А мы, холуи, зенки пялим,

Не видим крыл в заревом опале,

Не слышим гуслей Царя Давыда За дымом да слезом горькой панихиды.

Пропой нам, сестрица, кого погребаем В Костромском да Рязанском крае?

И ответствует нам краса-Любаша:

Это русская долюшка наша Головня на поле,

Костынки в пекле,

Перстенек на Хвалынском дне.

Аминь.

1932-1933

Da Kljuev:1969,272-273

  • Dal punto di vista linguistico è interessante notare se esiste qualche differenza tra “del paradiso” e “paradisiaco”.

Paradisiaco (dal lat. tardo paradisiacus, gr. napadeioiaKÓq) Del paradiso: la beatitudine paradisiaca. Più spesso in espressioni enfatiche, per indicare condizione simile a quella che si immagina nel paradiso: estasi, dolcezza, felicità, pace p. […] Dizionario Enciclopedico Italiano:1958,20

Paradiso (dal lat. paradisus, e questi dal greco napàòeiaoq “giardino, parco”, voce di origine iranica […] Nell’uso comune cristiano, come anche in altre religioni, il luogo di perfetta letizia ove andranno i giusti dopo la morte in premio della loro giustizia: è il contrapposto dell’inferno, luogo di pena destinato a i malvagi […] Dizionario Enciclopedico Italiano :1958,.20-21

Così soavemente si canta nel boschetto,                                                                      5

Dove il ruscello si lamenta per i baci,

L’uva e gli zaffiri soffiavano, – E ti sei svegliata nel luglio russo.

Cosa c’è nella regione, luogo boschivo?

Rispondono: Rjazan’ e inoltre Kaluga!                                                                        10

Stropicciavi gli occhi con la manica di mussolina.

Vedi: meli con frutti dal profumo d’oro!

Hai pianto un po’ con la sorella, hai stretto amicizia E sei andata nello stallo[114],

247

Si sciolse come una candelina, ardendo per il sudore dalle sopracciglia , 15

248

E acquistava fama tra la gente Obuchova Nadezda .

E noi, lacchè, sgraniamo gli occhi senza espressione,

Non vediamo, che sirin[115] è nella sala di velluto,

Che il cuore paradisiaco è sotto il bianco tulle!

Essendo bruciata nel tuonante luglio russo,                                                                   20

Dagli incendi boschivi, fame e moria,

Si affliggono sui celesti laghi del cielo,

Sia Ljubasca la “Sposa reale”,

Sia Marfa nell’infuocato suono di campane.

E noi, lacchè, sgraniamo gli occhi vuoti,                                                                      25

250

Non notiamo ali nell’opale dell’aurora,

Non sentiamo i gusli del re Davide

A causa del fumo e con le lacrime dell’amara messa funebre.

Cantaci, sorella, chi seppelliamo

Nella regione di Kostroma e in quella di Rjazan’?                                                         30

251

E ci risponde la bella Ljubasca :

Questo è il nostro destino russo:

Tizzone sul campo,

Ossicine all’inferno,

Anelli sul fondo di Chvalyn[116].                                                                      35

Amen.

1932-1933

 

253

La Russia era sorda, zoppa,

  • Questo è il testo originale della poesia:

Россия была глуха, хрома,

Копила сор в избе, но дома В родном углу пряла судьбу И аравитянку-рабу В тюрбане пестром чтила сказкой, Чтобы за буквенной указкой Часок вольготный таял слаже,

Сизее щеки, [чтобы] глаже,

И перстенек жарчей от вьюги,

По белый цвет – фату подруги – Заполонили дебри дыма;

Снежника – слезка Серафима – Упала на панельный слизень В семиэтажьи, на карнизе,

Как дух, лунатик… Бьют часы По темени железной тростью Жемчужину ночной красы. Отужинать дождусь я гостью Хвостатую, в козлиных рожках:

Она в аду на серных плошках, Глав-винегретчица Авдотья.

Сегодня распотешу плоть я Без старорусского креста,

И задом и губой лапта,

Рогами и совиным глазом!…

Чтоб вередам, чуме, заразам Нашлося место за столом В ничьем, бездомном, [под полом],

Где кровушка в бокалах мутных И бесы верезжат на лютнях Ослиный марш – топ-топ, топ-топ; Меж рюмочных хрустальных троп Ползет змея – хозяйка будни,

Вон череп пожирает студни,

И в пляс пустились башмаки,

Колотят в ребра каблуки.

А сердце лает псом забитым,

У дачи в осень позабытым!

Ослепли ставни на балконе,

Укрылись листья от погони Ловца свирепого – ненастья.

Коза – подруга, – сладострастья Бокалом мутным не измерить!

Поди и почеши у двери

Свой рог корявый, чтоб больней

Он костенел в груди моей!

Родимый дом и синий сад Замел дырявый листопад Отрепьем сумерек безглазых – Им расцвести сурьмой на вазах, Глядеться в сон, как в воды мысу Иль на погосте барбарису! Коза-любовница топ-топ,

И через тартар, через гроб К прибою, чайкам, солнцу-бубну!


Accumulava spazzatura nell’isba , ma a casa Nell’angolo natale intrecciava il destino E la serva araba

Dal turbante variopinto onorava con la favola,                                                          5

Perché per la disposizione letterale La libera ora doveva passare più dolcemente,

Affinché le grigio azzurre guance fossero più lisce,

E più calde degli anelli della tormenta,

Per il colore bianco- le amiche                                                                                10

Hanno colmato il velo della sposa di fumo;

Fiocco di neve – lacrima di Serafino – Cadde sul marciapiede scivoloso Nel palazzo di sette piani, sulla cornice,

Come lo spirito, lunatico … Battono le ore                                                               15

Sulla nuca con il bastone di ferro La perla della notturna bellezza.

Sarò in grado di aspettare per cenare l’ospite Con la coda, con le piccole corna caprine:

Ella all’inferno sulle scodelle demoniache,                                                               20

Ах, я уснул небеспробудно:

По морям – по волнам,

Нынче здесь, а завтра там! – Орет в осенний переулок,

И голоса, вином из втулок,

Смывают будни, слов коросту…

Не верю мертвому погосту,

Чернявым рожкам и копытам.

Как молодо панельным плитам И воробьям задорно-сытым!

1932-1933

Da Kljuev:1969,266-267

  • A tale proposito giova ricordare il proverbio russo не воноси сор избы (non portare la spazzatura fuori dall’isba). E’ un invito ad occuparsi dei propri problemi senza coinvolgere persone esterne. Possiamo citare la locuzione italiana Lavare i panni sporchi in casa propria.

Capo-confusionaria Avdot’ja.

Oggi soddisferò la carne Senza la croce antico russa,

A ritroso e con il labbro legnoso,

E con le corna e con l’occhio della civetta! …                                                               25

Affinché per ferite purulente, peste e contagio Non vi sia posto alcuno a tavola Dove il sangue è nei boccali torbidi E i diavoli si lamentano con i liuti

Cammino dell’asino – top-top, top-top;                                                                         30

Tra il sentiero cristallino della mescita

255

Striscia il serpente – padrone dei giorni feriali Ecco il cranio divora i giorni festivi,

E le scarpe si lanciano nella danza,

Battono nelle costole i tacchi.                                                                                      35

Ma il cuore latra come un cane massacrato,

Nella dacia e nell’autunno dimenticato!

Le imposte si sono accecate sul balcone,

Le foglie si sono nascoste dallo spallino

Del feroce pescatore – maltempo.                                                                                 40

Capra – amica, voluttà peccaminosa Non si misura con il torbido boccale!

Va e gratta davanti alla porta Il tuo corno storto, affinché

Arrossisca più dolorosamente nel mio petto!                                                                  45

La casa natale e l’azzurro giardino Spazzava la bucata caduta delle foglie Con i cenci del crepuscolo cieco –

Il loro fiorire di sur’ma[117] sui vasi,

Si contempla nel sogno, come nel promontorio d’acqua                                                50

257

O nel cimitero il crespino[118]!

La capra-amante top-top,

E oltre il Tartaro, oltre la bara

Alla risacca, ai gabbiani, al sole-tamburello!

Ach, io mi addormentai non eternamente:                                                                    55

Sui mari – sulle onde,

Oggi qui, ma domani là! – Urla nel vicolo autunnale,

E le voci, con il vino dal tappo,

Si cancellano i giorni feriali, delle parole la crosta …                                                   60

Non credo al cimitero morto,

Con le brune corna e gli zoccoli.

Come si rimane giovani sulla lastra a pannelli Come il passero ammiccante-sazio!

1932-33

 

258

Ottobre mi raggiungerà largo di spalle,

  • Testo originale della poesia:

Меня октябрь настиг плечистым, Как ясень, с усом золотистым, Глаза – два селезня на плёсе, Волосья – копны в сенокосе,

Где уронило грабли солнце. Пятнадцатый октябрь в оконце Глядит подростком загорелым С обветренным шафранным телом В рябину – яркими губами,

Всей головой, как роща, знамя,

Где кипень бурь, крутых дождей, Земли матерой трубачей.

А я, как ива при дороге, – Телегами избиты ноги И кожа содрана на верши.

Листвой дырявой и померкшей Напрасно бормочу прохожим Я, златострунным и пригожим, – Средь вас, как облачко, плыву! Сердца склоните на молву.

Не бейте, обвяжите раны,

Чтобы лазоревой поляны,

Саврасых трав, родных лесов Я вновь испил привет и кров!

Ярью, белками, щеглами,

Как наговорными шелками,

Расшил поэзии ковер

Для ног чудесного подростка,

Что как подснежная березка Глядит на речку, косогор,

Вскипая прозеленью буйной!

Никто не слышит ветродуйной Дуплистой и слепой кобзы.

Меня октябрь серпом грозы Как иву по крестец обрезал И дал мне прялку из железа С мотком пылающего шелка, Чтобы ощерой костью волка Взамен затворничьей иглы Я вышил скалы, где орлы С драконами в свирепой схватке,

И вот, как девушки, загадки Покровы сняли предо мной И первородной наготой Под древом жизни воссияли.

Так лебеди в речном опале Плеща, любуются собой! Посторонитесь! Волчьей костью Я испещрил подножье гостью:

Вот соболиный, лосий стег,

Рязани пестрядь и горох,

Сибири золотые прошвы,

Бухарская волна и кошмы.

За ними Грузии узор Горит как сталь очам в упор,


Come il frassino, con il baffo dorato,

259

Occhi – due anatre sul tratto diritto del fiume,

Capelli – covoni nell’erbaio,

Dove il sole ha smarrito il rastrello.                                                                   5

Quindicesimo ottobre nel finestrone

Osserva come adolescente abbronzato

Con il corpo consumato dal vento color giallo zafferano

Il sorbo selvatico – con lucenti labbra,

Con tutta la testa, come il boschetto, bandiera,                                                    10

Dove la schiuma delle tempeste, delle potenti piogge,

Della terra piena di forze dei trombettieri.

E io, come un salice lungo la strada, –

  • piedi intrecciate dai carri

E la pelle scorticata per le nasse[119].                                                                  15

Come foglie offuscate e bucate Inutilmente borbotto con i passanti

Io, ai sereni e dalle corde d’oro, – Tra voi, come una nuvoletta, nuoto!

Persuadete il cuore al giusto concetto.                                                              20

Non battete, lenite le ferite,

Affinché dell’azzurra radura,

Delle erbe con le code a crine nere, dei boschi natali

  • di nuovo avrei potuto bere fino in fondo il tetto e il saluto!

Con la ripida riva, con gli scoiattoli, con i cardellini,                                         25

Con le sete benefiche,

Ho ricamato il tappeto della poesia Per i piedi dell’incantevole adolescente,

Come la betulla sommersa dalla neve

  • declivio guarda al fiumicello 30 Come alzando il bollore furioso della sfumatura di verde!

Nessuno ode il liuto

Che è come il soffiare del vento cieco e cavo.

Ottobre mi tagliò con la falce della burrasca

Come il salice nel coccige tagliava                                                                 35

E mi diede una conocchia di ferro Con un gomitolo di ardente seta,

Affinché con l’osso del digrignante lupo Al posto dell’ago della chiusura

Io  cucissi le rocce, dove le aquile                                                                   40

Affrontano il feroce scontro con i draghi.

Ed ecco, come le ragazze, i vestiti Come enigmi svelati tolgono davanti a me

E davanti all’albero della vita

Con candida nudità.                                                                                       45

Come cigni, nell’opale fluviale

Sguazzando, si meravigliano della loro bellezza![120]

Fatevi da parte! Con l’osso del lupo

Ha ricoperto di macchie il terreno all’ospite[121]:

Ecco il frustino di alce, di zibellino,                                                                50

La pestriad’ di Rjazan’ e i piselli,

Della dorata orlatura siberiana,

L’onda e il tappeto di lana di pecora di Bukhara.

Dietro a loro il pizzo georgiano

Arde come acciaio dritto negli occhi,                                                                55

Il mio racconto – tutto il resto;

Le perle della Carelia, stormi di gabbiani E il miracolo del bosco premonitore:

L’orso disegna con la bacca l’abc

Con il rotolo di vinco!                                                                                    60

Io di nuovo il tessitore delle foglie aghiformi,

Dov’è sono le aurore nelle collane di cinabro!

Nella bisaccia, nelle macchie impenetrabili dei caffettani,

Come il nido, ritrovo le canzoni,

E con la barba verde sventolando,                                                                   65

Di tagliare il collo al salice

Non permetterò al coltello dentato.

1932-1933

263Ci sono due paesi; uno – Ospedale, L’altro – Cimitero, in mezzo a loro La fila di malinconici pini,

Di cupi abeti bianchi e salici grigi!

Errando lungo il tetro margine di bosco,                                                5

Ho smarrito il mio bastone

E con il malinconico cuculo

Busso alla finestra del fabbricante di bare:

“Cu-Cu!” Aprite le porte, gente!”

“Sii maledetto, aedo notturno!                                                               10

A chi rechi nel vaso di terracotta L’aurora delle rose di aprile?!

La primavera è morta, nei capelli malridotti dei pini La tempesta intreccia il grigiore …”

Sentendo lo stridere dei macchinari tessili                                               15

Mi protendo verso la sinistra finestra.

E vedo: la zietta Tomba

Tesse il giallo lenzuolo funebre e la spola,

Svolazzano uccelli dalle nere ali,

Nasce il tessuto, come la ritmicità dei versi.                                            20

Sulle cime la danza dei soffia venti,

Con il russare simile alla tromba del lupo.

Leggo i fili: “N. A. Kljuev, – Cantore dell’isba di Olone9!”

25 marzo 1937

 

BIBLIOGRAFIA

OPERE IN RUSSO

  1. ROZDESTVENSKIJ, 1882, Chlysty i skopcestvo v Rossii, Moskva, Izdatel’stvo Obscestvo istorii i drevnostej Rossijskich
  2. KUTENOV, 1882, Sekty chlystov’ i skoptgov’, Kazan, Tipografija Imperatorckago Universiteta

V.V. VLADISLAVLEV, 1928, Literatura velikogo desjatiletija, Moskva, Gozisdat

  1. MUSTANGOVA, 1929, Sovremennaja russkaja kritika,Leningrad, Priboj

V.V PERCHIN, 1937, Russkaja literaturnaja kritika 1930-ch godov, Sankt- Petersburg, S.-P. Izdatel’stvo

  1. D. BONC-BRUEVIC, 1959, Izbrannye Socinenija (v trech tomach) [122], Moskva, Izdatel’stvo Akademii Nauk
  2. N. AFANAS’EV, 1969, Sudb’y rossiskogo krist’anstva, Moskva, RGGU
  3. A. KLJUEV, 1969, Socinenija (v dvuch tomach), Munich, Nejmanis
  4. KLJUEV, 1986, Stichotvorenija i poemy, Vologda, Severo-zapadnoe izdatel’stvo
  5. N. MICHAJLOV, 1990, Puti razvitija novokrest’janskoj poezii, Vologda, L. Nauka
  6. N. AFANAS’EV, 1995, Derevnija v nacale veka: revolugija i reforma, Moskva, RGGU (Rossiskij Gosudartstvennyi Gumanitarnyi Universitet)
  7. ETKIND, 1998, Chlysty, Moskva, Kafedra slavistiki Universiteta Chel’siniki, Novoe literaturnoe obozrenie
  8. DANIL’CENKO, Anno Accademico 1998-99, Le radici culturali delle poesie dei poeti “neo-contadini ” (Corso monografico di Letteratura Russa Moderna e Contemporanea), Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Bologna

L.ENGELSTEIN, 2002, Skopeg, Moskva, Novoe Literaturnoe Obozrenie

SAGGI IN RUSSO

  1. GORODECKII, 1912, Nezakatnoeplamija, in “Goloc Zemli”, n.30 10 Fevr.

OPERE IN ITALIANO

GIORGIO KRAISKIJ, 1968, Le poetiche russe del novecento, Bari, Laterza

GIUSEPPE BOFFA, 1975, Storia dell’Unione Sovietica (2 voll.), Milano, Mondadori

SHEILA FITZPATRICK, 1976, Cultura e Rivoluzione in Russia, Roma, Editori Riuniti

OLGA SIMCIC, 1979/80, I poeti contadini in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Perugia, vol.XVII, nuova serie, pp. 227­249

La Sacra Bibbia, 1980, Roma, Conferenza Episcopale Italiana

  1. A. Blok, N. A. Kljuev in Atti del Symposium Aleksandr Blok, 1981 (6-11 settembre), Milano-Gargnano del Garda, pp.647-656

OLGA SIMCIC, 1986/87, Il poema Pogorelscina di Nikolaj Kljuev, un requiem alla Russia in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia, vol.XVI Nuova serie 10, pp. 227-245

GIOVANNI LUZZI (a cura di), 1987, La Sacra Bibbia, ossia l’Antico e il Nuovo Testamento, Roma, Libreria Sacre Scritture

VITTORIO STRADA, 1988, Simbolo e Storia, Padova

DIMITRI LICACEV, 1989, Istorija russkoj literatury XI-XVIII vek, Moskva, Raduga Dtrad. it. Storia della letteratura russa secoli 11-17)

Anna Achmatova- Nikolaj Kljuev, due poeti due linguaggi in Anna Achmatova, Atti del Convegno nel centenario della nascita, 1989, Torino, pp. 83-91

OLGA SIMCIC, 1991, Izba e Universo, vita e poesia di Nikolaj Kljuev, Monopoli-Roma, Edizioni Vivere In ELIANA BOUCHARD, RINA GAGLIARDI, GABRIELE POLO (a cura di), 1993, La rivoluzione russa del 1905, Roma, Il Manifesto LEON DAVIDOVIC TROTSKIJ, 1994, Storia della Rivoluzione Russa (2 voll.), Roma, Newton and Compton ETTORE LO GATTO, 1995, Storia della Letteratura Russa, Firenze, Sansoni

DMITRIJ MIRSKIJ, 1995, A History of russian Literature, Milano, Garzanti (trad. it. Storia della Letteratura russa)

SERGEJ ESENIN, 1996, Poemi rivoluzionari (trad. di Serena Vitale), Milano, Guanda

GIOVANNA SPENDEL, 1999, La Mosca degli anni Venti, Roma, Editori Riuniti ANTONELLA SALOMONI, 2001, Il lavoro del pensiero: il contadino Timofei Bondarev e Lev Tolstoj, Genova, Nema

SAGGI IN ITALIANO

  1. SALOMONI, Un luogo per Matteo 19,12 Aleksej Nikolaevic Tolstoj e lo skopcestvo, in “Asmodeo” n.1, pp. 99-116.
  2. SALOMONI, 1998, L’evoluzione moderna di un’antica comunità religiosa russa: Nuovo Israele, in “Rivista di storia e cultura religiosa” n.1, pp. 61-94.

OPERE IN INGLESE

  1. ESENIN, 1976, SelectedPoetry, Mosca, Progress

OPERE DI AUTORI TEDESCHI

  1. W. GOETHE, 1984, Wilhelm Meister Lehrjahren, Berlin, Reklam

J.W. GOETHE,1984, Wilhelm Meister Wanderjahren, Berlin, Reklam

  1. MARX, 1991, Il manifesto del partito comunista, Roma, Editori Riuniti
  2. SCHOPENHAUER, 1995, Il mondo come volontà e rappresentazione, Milano, Mursia
  3. NIETZCHE, 1998, La nascita della tragedia, Milano, Adelphi M. WEBER, 2000, L ’eticaprotestante e lo spirito del capitalismo, Milano, Bur

MATERIALE DI CONSULTAZIONE IN RUSSO

IMPERATORSKII AKADEMII NAUK, 1868, Slovar cerkovno-slavjanskago i russkogo (v cetyrech tomach), Sankt Peterburg, Tipografija Imperatorskoi Akademii Nauk’

AKADEMIJA NAUK SSSR- INSTITUT JAZIKOZNANIAJA, 1957, Slovar’ russogo jazyka (v cetirech tomach), Moskva, Gosudarstvennoe Izdatel’stvo inostrannych i nacionalnich slovarei

  1. I. OZEGOV, 1973, Slovar’ russkogo jazyka, Moskva, Izdatel’svo Sovetskaja En9iklopedija
  2. MAIZEL V. SKVORZOVA, 1977, Dizionario russo italiano, Moskva, Izdatel’stvo Russkij Jazyk

BORIS PROCHONOV (glavnyj redaktor), 1998, Bol’soj Enciklopediceskij Slovar’, Moskva- Sankt Peterburg, Naucnoe Izdatel’stvo Norint

OPERE DI CONSULTAZIONE IN ITALIANO

AA.VV, 1954, Enciclopedia Italiana (35 voll.), Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana

AA.VV., 1958, Dizionario Enciclopedico Italiano (24 voll.), Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana

LUIGI ROSTAGNI (Redattore capo), 1964, Enciclopedia Pomba per le famiglie (4 voll.), Torino, UTET

AA.VV., 1970, Lessico Universale Italiano (12 voll.), Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana

MIRO DOGLIOTTI e LUIGI ROSIELLO (a cura di), 1983, Il nuovo Zingarelli Dizionario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli

EMANUELE VINASSA DE REGNY (direttore), 1988, La nuova enciclopedia delle Scienze Garzanti, Milano, Garzanti

AA.VV., 1991, La nuova Enciclopedia della Letteratura, Milano, Garzanti

ALFRED BERTHOLET, 1991, Dizionario delle Religioni, Roma, Editori Riuniti

VLADIMIR KOVALEV, 1995, Russo Russkij Dizionario italiano-russo russo­italiano, Bologna, Zanichelli

PIERO GIORDANO (a cura di), 1995, Enciclopedia Generale De Agostini, Novara, De Agostini

VIRGINIO MELCHIORRE (Consulenza generale e coordinamento scientifico di), 1996, Enciclopedia della filosofia e delle scienze umane, Novara, De Agostini

GIORGIO VECCHIO, GUIDO FORMIGONI, SERGIO CHILLE’ (Sviluppo del progetto e consulenza scientifica di), 1996, Enciclopedia della storia universale, Novara, De Agostini

OPERE DI CONSULTAZIONE IN INGLESE

  1. MARTENS, 1996, Another view on Stalin ( tit. Or. Un autre regard sur Staline trad. John Plaice), Antwerp, EPO

ELENCO DI SITI INTERNET

http://helka.csc.fi/cgibin/Pwebrecon.cgi?LANGUAGE=English&DB=local&PAG E=First E’ il sito dell’università di Helsinki, contiene molta documentazione di e su Bonc-Bruevic. E’ possibile effettuare delle ricerche bibliografiche anche se spesso si ricevono le risposte in finlandese.

http://www.ubka.uni-karlsruhe.de/kvk.html E’ un sito molto completo ed utile per la ricerca bibliografica. Questo sito è dell’Università di Karlsruhe e permette una ricerca attraverso i cataloghi elettronici di una decina di biblioteche di mezzo mondo. Si segnala, tra gli altri il sito dell’Università di Monaco di Baviera. http://www-urbs.vatlib.it/urbs/index.asp?Language=ita E’ l’home page della Biblioteca Vaticana.

http://www.bnf.fr/ E’ il sito della Biblioteque Nationale Fran9aise.

http://www.ff.cuni.cz/awelcome.php E’ il sito della facoltà di Filosofia dell’Università Karlova di Praga. Sembra che questa università possieda molto materiale di e su BonC-Bruevic, ma molto spesso le e-mail rimangono senza risposta.

http://www.rsuh.ru/ E’ l’home page della RGGU.

http://www.dds.unibo.it/ E’ il sito del Dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna.

http://www.lingue.unibo.it/ Si tratta dell’home page del dipartimento di Lingue dell’Università di Bologna. E’ molto interessante il catalogo, che permette la consultazione del catalogo in linea delle biblioteche bolognesi, la consultazione della banca dati OPAC e quella del sito dell’Università di Karlsruhe, di cui si fa menzione alcune righe più indietro.

http://www.unicatt.it/library/milano/BancheDati/LETTRU.HTM E’ il sito dell’Università Cattolica di Milano. Contiene un elenco di siti dedicati alla slavistica.

SITI IN LINGUA TEDESCA

http://home.t-online.de/home/UWitzens/link-1.htm Questo sito contiene il saggio di Sarkysiansz “Dritten Rom und dritten Reich”- Kljuev.

http://gutenberg.aol.de/autoren/sacher-m.htm E’ un sito dedicato allo scrittore austriaco Leopold Von Sacher-Masoch, di cui si occupa Etkind. http://www.unipotsdam.de/u/slavistik/vc/nfranz/Texte/Autoren/s/SklovskijViktor/ SklovskijViktorDieKunstAlsVerfahrenD.html Saggio su Sklovskij del professor Franz – Kljuev.

RODINA HEIMAT VATERLAND

http://www.gemeinsamlernen.de/laufend/heimat/h310.htm

http://www.sonnberg.at/Fux/Fuchsenmappe/Kapitel/Glossar.htm

http://www.phil.uni-sb.de/projekte/imprimatur/2001/imp010708.html

COMUNITÀ’ TEDESCHE IN RUSSIA

http://www.russlanddeutschegeschichte.de/englisch1/001l links.htm http://www.russland-deutsches-forum.de/start.htm

RICERCA STORICO-LETTERARIA

http://www.bartleby.com/ Enciclopedia Britannica- sette religiose russe. http://www.ras.ru/~moshkow/ E’ un sito letterario che contiene documentazione su alcuni autori russi.

http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k E’, probabilmente, il sito più completo e documentato sulla letteratura russa. La pagina iniziale presenta un elenco ben fornito di autori, tra i quali lo stesso Kljuev. Da questo sito ho ricavato molte delle poesie, di cui è proposta la traduzione in questa tesi, oltre ad un buon numero di contributi critici su questo poeta. Questa pagina Internet può essere letta anche in caratteri latini, attraverso la traslitterazione.

http://history.ucr.edu/seaman/studies.html Questo sito di provenienza statunitense contiene numerosi Link sulla slavistica, tra i quali, ad esempio, il sito che contiene l’Enciclopedia dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, oltre ad altri siti che consentono di russificare Windows.

http://www.sovlit.com/ Si tratta di un sito dedicato ad alcuni autori russi contemporanei.

http://digilander.iol.it/ortodossia/ E’ il sito della Chiesa Ortodossa Italiana. http://feefhs.org/ua/odessa/osusl-gr.html Università di Odessa.

ALTRI SITI

http://paganism.ru/links.htm Sito dedicato al paganesimo russo. http://www.logos.it/pls/dictionary/linguistic resources.traduzione?lang=it E’ un sito dedicato alla traduzione. E’ interessante, anche se presenta qualche lacuna linguistica. Contiene un manuale di traduzione, scaricabile gratuitamente. http://gecko.gc.maricopa.edu/clubs/russian/molokan/ E’ il sito Internet della comunità dei molokani degli USA.

http://j ove.prohosting.com/~ggz/ Tramite questo sito è possibile scaricare alcuni documenti in antico slavo ecclesiastico.

http://www.oriental.demon.nl/631 -RUS.HTM E’ un sito olandese di vendita per corrispondenza di libri antichi. Nel catalogo sono presenti alcune opere di Bonc- Bruevic.

http://www.reteambiente.it/turismo/C/crociere.htm E’ un sito che spiega le caratteristiche del crociere, un uccello, detto anche Loxia Curvirostra. http://members.tripod.com/etor best/castrati.html Contiene un saggio in inglese sul settarismo di Irina Tulpe e Evgeny Torcinov.

http://www.geocities.com/cas111jd/slavs/index.htm Questo sito inglese contiene un elenco con le principali caratteristiche degli dei slavi. http://www.bibrax.org/articoli/doc/art estasi.htm saggio sui samoiedi.

MOTORI DI RICERCA

http://www.yahoo.com/ E’ il motore di ricerca più conosciuto ed anche il più efficiente. E’ possibile effettuare la ricerca inserendo una o più parole chiavi, anche con l’utilizzo degli operatori booleani (and, or, not), oppure tra le varie categorie che sono elencate. Sono presenti anche le versioni “nazionali”, tra le quali quella italiana e tedesca, di Yahoo.

http://weblist.ru/index.html E’ tra i più importanti motori di ricerca russi. Si possono trovare numerosi siti dedicati al paganesimo cliccando sulla categoria “Religion”.

DICHIARO CON LA PRESENTE CHE IL LAVORO DI TESI È STATO DA ME PERSONALMENTE REDATTO SULLA BASE DI MIE PROPRIE RICERCHE E CHE HO SEGNALATO PUNTUALMENTE IN NOTA E IN BIBLIOGRAFIA LE FONTI, OSSIA LE RIPRESE LETTERALI DEI TESTI CRITICI, NONCHÈ QUALSIASI RIPRESA DA PENSIERO ALTRUI


2 Rossiskaja Gosudarstvennaja Gumanisticeskaja Universitet: Università Umanistica Statale Russa.

7 Questo duplice significato è presente anche in altre lingue slave, come, ad esempio, il ceco.

8 Per avere una migliore comprensione della figura storica del pope Gapon cfr. Bouchard, Polo, Gagliardi (a cura di):1993,50,51.

12 Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie: 1964, 622-623

13 Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie.1964,561.

17 Si legga di Kant con riferimento alla teoria del sublime in Enciclopedia della Filosofia :1996, 487-492

18 Etkind sostiene che K. ha progressivamente abbandonato gli aspetti formali nella sua poesia, dopo la fase iniziale durante la quale egli ha subito l’influenza del simbolismo. Cfr. Etkind:1998,292

20 Anche nelle poesie precedenti K. compie delle riflessioni sul tema della morte.

21 Con questo termine si indica spesso la Madonna.

22 Possiamo facilmente rintracciare, nella poetica di K., il motivo dello Spirito Santo che si manifesta come lingue di fuoco, ripreso dagli Atti degli Apostoli. Il fuoco è presente nel Nuovo come nel Vecchio Testamento. Si può citare l’esempio di Dio che si manifesta nel roveto che arde, ma che non si consuma, a Mosè.

23 Si noti come Dio e Gesù vengano spesso definiti come misericordiosi nella Bibbia, e che anche ad Allah venga attribuito lo stesso aggettivo nel Corano e in molti canti religiosi musulmani.

24 In quegli anni operava in Europa la corrente dell’Estetismo che aveva in Italia come suo massimo esponente Gabriele d’Annunzio e in Germania Stefan George e il suo George Kreis. Questa corrente propugnava l’assoluta fedeltà alla forma. Si tratta della famosa concezione dell’”art pour l’art”.

25 Il magistero papale ha sempre preferito porre l’accento sulla funzione paterna di Dio.

27 Cfr. Dove siete impeti bollenti p..

28 Si ricordi l’omonimo libro di K., nel quale egli parla dei suoi incontri con uomini dell’alta cultura e sottolinea la sua appartenenza al popolo. Cfr. Etkind:1998,292.

29 Abbiamo scelto questa traduzione, “che recita le preghiere” che, se da un lato non rende certamente giustizia alle intenzioni poetiche di K., dall’altro si impone come scelta quasi obbligata essendo il russo una lingua maggiormente flessibile dell’italiano perché contiene molte più parole composte.

30 Per citare un riferimento biblico si pensi, ad esempio, al periodo trascorso da Gesù nel deserto prima di iniziare la sua predicazione.

31 Per approfondire l’importanza che ha per K. la sfera sensoriale e, in questo caso, la vista, cfr. l’analisi precedente.

32 E’ interessante notare anche come egli indirizzerà le sue polemiche contro i settari affini alle idee di Lev Tolstoj. Questi settari sono radicati nella società e predicano un pacifismo, che viene definito dallo studioso bolscevico, inutile e dannoso per le classi popolari. i seguaci del grande scrittore, scomparso un anno prima, contestano i rivoluzionari, paragonandoli anche a terroristi. Cfr. Bonc-Bruevic: 1959, 308-404

33 Etkind. 1998, 21-25

38 Il motivo della circolarità è ricorrente in K., così come la distinzione tra orizzontale e verticale, tra alto e basso.

42 Ricordiamo, ad esempio, il conflitto tra divinità “paterne” e “materne”, che ci descrive Esiodo nella Teogonia .

48 Cfr. La Russia era sorda, zoppa p. Bisogna anche ricordare che la parola paradiso, in origine, significa giardino.

52 E’ da ricordare che K. ha letto ed è stato influenzato le opere di Jakob Boehme (Altseidenberg, 1575- Gorlitz, 1624) […], autodidatta, fu uno dei principali rappresentanti del misticismo protestante, volgente ad una sorta di misticismo panteistico. Lasciò vari scritti. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie :1964,463 Kljuev si è anche interessato alla filosofia gnostica.

58 Cfr. Luca 20, 28-44; Matteo 21, 1-11; Marco 11, 1-10; Giovanni 12, 12-19.

70  Olio di oliva misto con balsamo, adoperato per il battesimo, la consacrazione del vescovo, della chiesa, dell’altare, del calice, della patena, nell’incoronazione dei re e nella benedizione delle campane e in specie per la Cresima. Ibidem, p. 174.

71 E’ interessante notare, all’interno di varie mitologie slave, la presenza di Полудница, che è un essere femminile. Può presentarsi come una ragazzina di 12 anni o come una giovane donna bellissima. Può essere vista solo nel momento più caldo dei giorni di estate quando il contadino è esausto. Può anche rubare i bambini. La sua immagine poteva venire usata per terrorizzarli dalle madri, inducendoli ad un miglior comportamento. Può fermare una persona in un campo e porle domande molto difficili. Se la persona non sa rispondere o risponde evasivamente, verrà colpito da gravi malattie o decapitato.

74 Cfr. Villaggio – sogno di tronchi d’albero p. 186-188.

77 Etkind:1998,630-674.

79 Per avere un altro esempio di una visione “non tradizionale” della Rivoluzione si legga la poesia Il compagno in Esenin:1996,60-67.

81   M. promuove l’insurrezione generale dei contadini tedeschi negli anni 1524-25. La ribellione luterana, spargendosi rapidamente tra le masse malcontente, valse a destare il desiderio di libertà, i primi a liberarsi furono i contadini dell’Alta Svevia, che nel 1524 costituirono una Fratellanza Evangelica e, in breve il movimento si propagò per tutta la Germania. A 100000 si calcolavano i contadini sollevati. Borghi e città caddero nelle mani dei rivoltosi […]. Lutero, spaventato dalle proporzioni assunte dal movimento, cercò di ripararvi abbandonando la causa dei contadini e incitando i principi a schiacciarli. M., anabattista, conferì un carattere di religiosità comunistica a questa rivolta, […] che, nel luglio 1525, era stata completamente soffocata nel sangue. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie:l964,’98-99 Il nuovo battesimo che propugnano gli anabattisti è una sorta di nuova iniziazione e lo si può paragonare alla Rivoluzione, come allo stesso settarismo.

82 Cfr. Giovanni 1,1.

83 per un approfondimento sugli angeli si veda la relativa voce in Enciclopedia Pomba per le Famiglie: 1964, 172.

84 Diventò, dopo la Rivoluzione, Sverdlosk. Oggi si chiama nuovamente Ekaterinburg.

85 A proposito della figura del lupo Cfr. Villaggio – sogno di tronchi d’albero p. 109-114 Cfr. Ci sono due paesi p. 136-139.

88 A proposito del crepuscolo Cfr. La Russia era sorda, zoppa p. 118-126 Amo gli accampamenti nomadi p. 45-48.

89 Questo eminente studioso belga ha pubblicato nel 1998 un libro che offre una visione diversa da quella più in voga ora, dell’URSS degli anni ’20 e ’30.

92 Cfr. Vi è in Lenin lo spirito del vecchio credente p. 90-99.

93 Cfr. Vi è in Lenin lo spirito del vecchio credente p. 90-99 Ottobre mi raggiungerà largo di spalle p. 128-133 Le isbe scongelate, la strada p. 68-74.

97 Cfr. La gazza ladra vecchia credente con la tonaca nera cammina p. 48-51.

98 Cfr. Ottobre mi raggiungerà largo di spalle p.128-133.

102 Cfr. Villaggio- sogno di tronchi d’albero p. 110-114.

103        Cfr. Etkind 1998, 139-144.

112 Cfr. La Russia era sorda, zoppa p. 119-127.

113 Cfr. Villaggio – sogno di tronchi d’albero p. 109-114.

117 Cfr. La Russia era sorda, zoppa p. 119-127

120 Cfr. Sera p. 100-103, Ottobre mi raggiungerà p. 128-136.

121 Cfr. Non credere i demoni non sono alati p. 80-85, Villaggio – sogno di tronchi d’albero p. 110­115.

122 Cfr. Come uno schiavo remissivo p. 16-18 Non credere i demoni non sono alati p. 80-85.

123 Cfr. Villaggio – sogno di tronchi d’albero p. 110-115.

124 Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie :1964,.270

125 Di seguito la versione originale della poesia:

Где вы, порывы кипучие,

Чувств безграничный простор,

Речи проклятия жгучие,

Гневный насилью укор?

Где вы, невинные, чистые,

Смелые духом борцы,

Родины звезды лучистые,

Доли народной певцы?

Родина, кровью облитая,

Ждет вас, как светлого дня,

Тьмою кромешной покрытая,

Ждет – не дождется огня!

Этот огонь очистительный Факел свободы зажжет Голос земли убедительный – Всевыносящий народ.

1905

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:25.

127        Ecco la versione originale della poesia:

“Безответным рабом Я в могилу сойду,

Под сосновым крестом Свою долю найду”.

Эту песню певал Мой страдалец-отец, И по смерть завещал Допевать мне конец.

Но не стоном отцов Моя песнь прозвучит, А раскатом громов Над землей пролетит.

Не безгласным рабом,

Проклиная житье,

А свободным орлом Допою я ее.

1905

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:4.

129        E’ da notare, in K., l’utilizzo delle maiuscole all’inizio di ogni verso.

130 Si legga nel seguito la versione originale russa:

Горние звезды как росы.

Кто там в небесном лугу Точит лазурные косы,

Гнет за дугою дугу?

Месяц, как лилия, нежен,

Тонок, как профиль лица.

Мир неоглядно безбрежен.

Высь глубока без конца.

Слава нетленному чуду, Перлам, украсившим свод, Скоро к голодному люду Пламенный вестник придет.

К зрячим нещадно суровый, Милостив к падшим в ночи, Горе кующим оковы, Взявшим от царства ключи.

Будьте ж душой непреклонны Все, кому свет не погас,

Ткут золотые хитоны Звездные руки для вас.

1908

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:3

132        Lett. “senza fine”.

135 Letteralmente “nella notte”.

136 Cfr. “per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte” Cfr. Luca 1,79.

137 E’ il nome dell’impero russo.

138  Chitone (greco Chiton genitivo Chitonos) Nell’antica Grecia, tunica stretta in vita da una cintola, e costituita da una tela di forma oblunga che si avvolgeva attorno al corpo in modo da lasciare un ’apertura per il braccio mentre i due capi venivano fissati sulle spalle con fermaglio e bottone. Cfr. Il nuovo Zingarelli, dizionario della lingua italiana :1983.

139 Letteralmente “stellari”.

141       Lett. “l’uomo che sono diventato ora”

142 Si noti che con il termine брат DDsi chiamavano tra di loro i settari. Questo termine ha una connotazione religiosa: si considerino, ad esempio, le congregazioni monastiche. I bolscevichi, e in generale, tutti gli appartenenti a partiti o gruppi di sinistra, si definiscono Товарищ. E’ da notare che l’introduzione di questo termine, per definire gli appartenenti allo stesso gruppo, non sia prerogativa dei Bolscevichi. La comunità di Fra Dolcino, nel ‘400, aveva introdotto questa definizione.

144 Di seguito ecco il testo originale della poesia:

В златотканные дни сентября Мнится папертью бора опушка.

Сосны молятся, ладан куря,

Над твоей опустелой избушкой.

Ветер-сторож следы старины Заметает листвой шелестящей.

Распахни узорочье сосны,

Промелькни за березовой чащей!

Я узнаю косынки кайму,

Голосок с легковейной походкой …

Сосны шепчут про мрак и тюрьму,

Про мерцание звезд за решеткой,

Про бубенчик в жестоком пути,

Про седые бурятские дали …

Мир вам, сосны, вы думы мои,

Как родимая мать, разгадали!

В поминальные дни сентября Вы сыновнюю тайну узнайте И о той, что погибла любя,

Небесам и земле передайте.

1911

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:3

147 Repubblica dei Buriati (Russia) Repubblica autonoma (351300 kmq, 1042000 ab. Capoluogo Ulan. Ude), tra il l. Bajkal e i monti Jablonov, situata nel nord della Russia. Discrete le risorse minerarie (tungsteno, ferro, grafite, oro, molibdeno, rame, sciti bituminosi). Nonostante la crescente industrializzazione, i Buriati (circa il 50% della popolazione) sono prevalentemente dediti all’allevamento. E’ citata da Kljuev perché è nato in quelle terre. Cfr. Enciclopedia Generale De Agostini:1996,323.

148 E’ da intendersi come commemorazione dei defunti.

149        Di seguito ecco la versione originale della poesia:

Весна отсияла … Как сладостно больно,

Душой отрезвялся, любовь схоронить.

Ковыльное поле дремуче-раздольно,

И рядна заката огнистая нить.

И серые избы с часовней убогой,

Понурные ели, бурьяны и льны Суровым безвестьем, печалию строгой – “Навеки “, “Прощаю “, – как сердце, полны.

О матерь-отчизна, какими тропами Бездольному сыну укажешь пойти:

Разбойную ль удаль померить с врагами,

Иль робкой былинкой кивать при пути?

Былинка поблекнет, и удаль обманет,

Умчится, как буря, надежды губя, – Пусть ветром нагорным душа моя станет Пророческой сказкой баюкать тебя.

Баюкать безмолвье и бури лелеять,

В степи непогожей шуметь ковылем,

На спящие села прохладою веять,

И в окна стучаться дозорным крылом.

1911

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:10

151        Di seguito ecco il testo originale della poesia:

Темным зовам не верит душа,

Не летит встречу призракам ночи.

Ты, как осень, ясна, хороша,

Только строже и в ласках короче.

Потянулися с криком в отлет Журавли над потусклой равниной.

Как с природой, тебя эшафот Не разлучит с родимой кручиной.

Не однажды под осени плач О тебе – невозвратно далекой За разгульным стаканом палач Головою поникнет жестокой.

1912

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:1

153        Lett. “breve”.

156 Di seguito ecco il testo originale della poesia:

Я обещаю вам сады…

К. Балмонт

Вы обещали нам сады В краю улыбчиво-далеком,

Где снедь – волшебные плоды,

Живым питающие соком.

Вещали бы: “Далеких зла,

Мы вас от горестей укроем,

И прокаженные тела В ручьях целительных омоем”.

На зов пошли: Чума, Увечье,

Убийство, Голод и Разврат,

С лица – вамриры, по наречью – В глухом ущелье водопад.

За ними следом Страх тлетворный С дырявой Бедностью пошли, – И облетел ваш сад узорный,

Ручьи отравой потекли.

За пришлецами напоследок Идем неведомые Мы, – Наш аромат смолист и едок,

Мы освежительней зимы.

Вскормили нас ущелий недра,

Вспоил дождями небосклон,

Мы – валуны, седые кедры,

Лесных ключей и сосен звон.

1912

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:11

157       Lett. “a scorrere con il veleno”.

158        Di seguito ecco il testo originale della poesia:

Галка-староверка ходит в черной ряске,

В лапотках с оборой, в сизой подпояске.

Голубь в однорядке, воробей в сибирке,

Курица ж в салопе – клёваные дырки.

Гусь в дубленой шубе, утке ж на задворках Щеголять далося в дедовских опорках.

В галочьи потёмки, взгромоздясь на жёрдки,

Спят, нахохлив зобы, курицы-молодки,

Лишь петух-кудесник, запахнувшись в саван,

Числит звездный бисер, чует травный ладан.

На погосте свечкой теплятся гнилушки,

Доплетает леший лапоть на опушке,

Верезжит в осоке проклятый младенчик…

Петел ждет, чтоб зорька нарядилась в венчик.

У зари нарядов тридевять укладок…

На ущербе ночи сон куриный сладок:

Спят монашка-галка, воробей-горошник…

Но едва забрезжит заревой кокошник –

Звездочет крылатый трубит в рог волшебный:

“Пробудитесь, птицы, пробил час хвалебный,

И пернатым брашно, на бугор, на плёсо,

Рассыпает солнце золотое просо!”

1914 или 1915

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:20

163        Ecco nel seguito la versione originale della poesia:

Просинь – море, туча – кит,

А туман – лодейный парус.

За окнищем моросит

Не то сырь, не то стеклярус.

Двор – совиное крыло,

Весь в глазастом узорочье.

Судомойня – не село,

Брань – не щекоты сорочьи.

В городище, как во сне,

Люди – тля, а избы – горы.

Примерещилися мне Беломорские просторы.

Гомон чаек, плеск весла,

Вольный промысел ловецкий:

На потух заря пошла,

Чуден остров Соловецкий.

Водяник прядет кудель,

Что волна, то пасмо пряжи …

На извозчичью артель Я готовлю харч говяжий.

Повернет небесный кит Хвост к теплу и к водополью …

Я – как невод, что лежит На мели, изъеден солью.

Не придет за ним помор – Пододонный полонянник …

Правят сумерки дозор,

Как ночлег бездомный странник.

1914

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – fc:18-19

167        Questa è la versione originale della poesia:

Пашни буры, межи зелены,

Спит за елями закат,

Камней мшистые расщелины Влагу вешнюю таят.

Хороша лесная родина:

Глушь да поймища кругом!…

Прослезилался смородина,

Травный слушая псалом.

И не чую больше тела я,

Сердце – всхожее зерно …

Прилетайте, птицы белые,

Клюйте ярое пшено!

Льются сумерки прозрачные,

Кроют дали, изб коньки,

И березки – свечи брачные – Теплят листьев огонки.

1914

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:18

170        Lett. “miglio mondato”

171        Di seguito ecco il testo originale della poesia:

Я люблю цыганские кочевья,

Свист костра и ржанье жеребят,

Под луной как призраки деревья И ночной железный листопад.

Я люблю кладбищенской сторожки Нежилой, пугающий уют,

Дальний звон и с крестиками ложки,

В чьей резьбе заклятия живут.

Зорькой тишь, гармонику в потемки,

Дым овина, в росах коноплю …

Подивятся дальние потомки Моему безбрежному “люблю “.

Что до них? Улыбчивые очи Ловят сказки теми и лучей…

Я люблю остожья, грай сорочий,

Близь и дали, рощу и ручей.

1914

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:17

172       Lett. “luna notturna”.

173       Veniva usato per i covoni.

174        Di seguito il testo originale della poesia:

Прошлогодный лист в овраге Средь кустов – как ворох меди.

Кто-то в солнечном сермяге На осленке рыжем едет.

Прядь волос нежные кудели,

Но луцо его туманно.

Нукнут сосны, никнут ели И кричат ему “Осанна “.

1914

Cfr. Danil’cenko:1998-99,17

175 Materia grezza e liscosa, tratta dalla pettinatura della canapa, utilizzata per l’imbottitura. Da Il nuovo Zingarelli: 1983, p.291.

176        Ecco il testo originale della poesia:

Чую радуницу Божью – Не напрасно я живу,

Поклоняюць придорожью,

Припадаю на траву.

Между сосен, между елок,

Меж берез кудрявых бус,

Под венком, в кольце иголок,

Мне мерехимся Исус.

Он зовет меня в дубровы,

Как во царстве небес,

И горит в парче лиловок Облаками крымых лес.

Голубиных дух от Бога,

Словно огненных язык,

Завладел моей дорогой,

Заглушил мой слабый крик.

Льемтся пламя в бездну зренья,

В сердце радость демскух снов,

Я поверил ом рожденья В Богородицых покров.

1914

Cfr. Danil’cenko:1998-99,17.

178        Di seguito ecco la versione originale della poesia:

По дороге идут богомолки,

Под ногами полыпь да комли.

Раздвигая щипульные колки,

На канавах звенят костыли.

Топчут лапти по полю кукольни,

Где-то ржанье и храп табуна,

И зовет их с большой колокольни Гулкий звон, словно зык чугуна.

1914

Cfr. Danil’cenko:1998-99,17

179        Di seguito ecco la versione originale della poesia:

Талы избы, дорога,

Буры пни и кусты,

У лосиного лога Четки елей кресты.

На завалине лыжи Обсушил полудняк.

Снег дырявый и рыжий,

Словно дедов армяк.

Зорька в пестрядь и лыко Рядит сучья ракит,

Кузовок с земляникой – Солнце метит в зенит.

Дятел – пущ колотушка – Дразнит стуком клеста,

И глухарья ловушка На сегодня пуста.

  • или 1915

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:19

□ □

180       Soprabito del contadino russo.

181       Tessuto di filo con fondo verniciato e trama bianca, o viceversa.

182       Parte morbida dell’albero dove scorre la linfa, viene usata per intrecciare i lapti.

183        Veniva usato come allarme contro i ladri dai contadini russi.

184 Il nome scientifico di questo uccello è: Loxia Curvirostra ed è della famiglia dei Fringillidi. La sua caratteristica principale è quella di avere il becco con le punte che si incrociano, per poter far leva sulle pigne per aprirle ed estrarne i semi. Lungo circa 16 centimetri, rosso arancione (il maschio) o verdino (la femmina) con coda ed ali grigio-marrone, vive e nidifica tra le conifere (specialmente larici) in boschi e foreste. Le uova deposte sono in media 4, e il nido viene costruito tra i rami più alti degli abeti.

187        E’ l’appellativo con cui vengono chiamati i cavalli grigi in Russia.

188        Di seguito ecco la versione originale della poesia:

В овраге снежные ширинки Дырявит посохом закат,

Полощет в озере, как в кринке,

Плеща на лес, кумачный плат.

В расплаве мхов и тине роясь, – Лесовику урочный дар,- Он балахон и алый пояс В тайгу забросил, как пожар.

У лесового нос – лукошко,

Волосья – поросли ракит…

Кошель с янтарною морошкой Луна забрезжить норовит.

Зарит… Цветет загозье лыко,

Когтист и свеж медвежий след,

Озерко – туес с земляникой,

И вешний бор – за лаптем дед.

Дымится пень, ему лет со сто,

Он в шапке, с сивой бородой…

Скрипит лощеное берёсто У лаптевяза под рукой.

1915

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:21

189       Si intende “dei pantaloni”.

192       Sarebbe, letteralmente, il balachon che è una veste ampia e lunga.

195  Di seguito ecco la versione originale della poesia:

Не верьте, что бесы крылаты,- У них, как у рыбы, пузырь,

Им любы глухие закаты И моря полночная ширь.

Они за ладьею акулой,

Прожорливым спрутом, плывут;

Утесов подводные скулы – Геенскому духу приют.

Есть бесы молчанья, улыбки,

Дверного засова, и сна…

В гробу и в младенческой зыбке Бурлит огневая волна.

В кукушке и в песенке пряхи Ныряют стада бесенят.

Старушьи, костлявые страхи – Порука, что близится ад.

О, горы, на нас упадите,

Ущелья, окутайте нас!

На тле, на воловьем копыте Начертан громовый рассказ.

За брашном, за нищенским кусом Рогатые тени встают…

Кому же воскрылья с убрусом Закатные ангелы ткут?

1916

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:24

197        Lett. “della prima infanzia”

198        Letteralmente “farina”.

201 Soprabito piegato alla vita.

202  Emeljan Ivanovic Pugacev, avventuriero e rivoluzionario cosacco (ca. 1726-1775). Nel 1773, proclamandosi zar con il nome di Pietro III, capeggiò una grandiosa rivolta di cosacchi e contadini. Conquistò vari centri, spingendosi fino alle porte di Mosca. Catturato a tradimento nel 1775, fu inviato a Mosca e giustiziato. Ibidem,1458.

203 Costantinopoli.

205        Mitica creatura russa, che era considerata estremamente saggia.

rimase fino al 1907 quando […] emigrò per sottrarsi alle ricerche della polizia zarista. […] Nel 1912 fondò la Pravda, che divenne l’organo ufficiale bolscevico. […] Gli fu collaboratrice assidua la moglie, Nadezda Krupskaja. […] In Svizzera denunciò il conflitto mondiale come guerra capitalistica, elaborando il programma della […]Terza Internazionale. […] Nel 1917 ritornò in patria. […] Dopo il fallimento della seconda sommossa a Pietrogrado, dovette riparare in Finlandia (luglio 1917). Rientrato in segreto a Pietrogrado, promosse la Rivoluzione d’Ottobre[…]. Persuaso che la continuazione della guerra metteva in pericolo il processo rivoluzionario iniziato, oltre ad esporre la Russia alla catastrofe militare, L. promosse la conclusione della pace con la Germania. […] Applicò i principi della NEP (Nuova Politica Economica) con cui intese provvedere soprattutto alla crisi delle campagne. […] Dal 1922 la sua salute peggiorò progressivamente. In suo onore Pietrogrado fu ribattezzata Leningrado; una delle più alte onorificenze dell’URSS è l’ordine di Lenin. Delle sue opere più importanti vanno citate: Materialismo e empiriocriticismo (1909); Imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917); Stato e Rivoluzione (1917); Estremismo, malattia infantile del comunismo (1920). Cfr. Enciclopedia Pomba per le Famiglie :1964, 401.

208 In russo □□□□□□□□ significa “che viene da un luogo nella zona del Volga, dove si riunivano i Vecchi credenti”. Il sostantivo è кержак.

210 Per comprendere questo verso bisogna aggiungere che nei primi giorni di governo i comunisti emisero 4 decreti che equivalevano ad un radicale sovvertimento dell’ordine preesistente e quasi alla rinuncia di fondamentali poteri di governo: con essi si concedeva ai contadini di occupare le terre, ai soldati di stipulare armistizi con il nemico; alle diverse nazionalità del proprio impero di disporre della propria sorte, compresa quella di separarsi dalla Russia, agli operai di assumere la gestione delle fabbriche. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie: 1964, 729

211        Lett. “A noi stanno bene i bei concetti”.

212 Cuoio Marocchino: fino, morbido, ottenuto con pelli di montone o di capra conciate alla concia minerale o vegetale. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie; 1964, 195

213  Letteralmente “immagine del khan”.

217  Sorto nel ‘700 a Pietroburgo come collegio per le fanciulle della nobiltà, divenne, negli anni della Rivoluzione, la sede del Soviet di Pietroburgo. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie: 1964, 280.

218  Lett. “rumoreggia”.

219 Vaso di legno chiuso, con piccole aperture.

222        E’ l’unico uccello che ha il patronimico. Può vivere 300 anni, è considerato molto malvagio.

223 Il termine tataro ha un significato neutro, mentre il termine tartaro ha un significato negativo perché ricorda le invasioni subite dalla Russia. Leggiamo la voce tataro: “Tatari, o Tartari, popolazione di lingua mongolica, sottomesse nel XIII sec. Da Gengis Khan, della Russia meridionale, della Persia e del Caucaso. Presentano notevoli caratteri europoidi, con grande

varietà di tipi. L’economia si basa essenzialmente sull’agricoltura a carattere sedentario’. Cfr. Enciclopedia Generale De Agostini:1995, 1758.

224 Questa è la versione originale della poesia:

ВЕЧЕР

Помню на задворках солнопёк,

Сивку, мухояровую телку,

За белесой речкою рожок:

Ту-ру-ру, не дам ягненка волку!

Волк в лесу косматом и седом,

На полянке ж смолки, незабудки.

Дома загадали о Гришутке Теплый блин, да крынка с молоком.

Малец блин, а крынка что девчонка,

Вся в слезах, из глинырябый нос …

Глядь, ведет сохатая буренка Золотое стадо через мост!

Эка зарь, и голубень и просинь,

Празелень, березовая ярь!

Под коровье треньканье на плёсе Завертится месячный кубарь.

Месяц, месяц – селезень зобатый,

Окунись как в плёсо в глыбкий стих!

Над строкою ивой бородатой Никну я в просонках голубых.

Вижу мухояровую телку,

На задворках мглицу – шапку сна,

А костяливый гость в дверную щёлку Пялит глаз, как сом с речного дна.

От косы ложится на страницы,

На луга стихов, кривая тень …

Здраствуй вечер, сумерек кошницы,

Холод рук и синяя сирень!

1927.

Cfr. Kljuev:1969,237.

225        Lett. “tutta in lacrime”.

227  Questa è la versione originale della poesia:

Мне революция не мать – Подросток смуглый и вихрастый,

Что поговоркою горластой Себя не может рассказать.

Вот почему Сезанн и Суслов С индийской вязью теремов Единорогом роют русло Средь брынских гатей и лесов.

Навстречу Вологда и Вятка,

Детинцы Пскова, Костромы…

Гоген Рублеву не загадка,

Матисс лишь рясно от каймы Моржовой самоедской прялки.

Мы – щуры, нежиты, русалки – Глядим из лазов дупел, тьмы В густую пестроту народов И электрических восходов,

Как новь румяных корнеплодов Дождемся в маревах зимы.

Чу! Голос из железных губ!

Уселись чуйка и тулуп С заморским гостем побалакать,

И лыковой ноздрею лапоть Чихнул на долгое здоровье.

Напудрен нос у Парасковьи,

Вавилу молодит Оксфорд.

Ах, кто же в старо-русском тверд – В подблюдной песне, Алконосте?

Молчат могилы на погосте И тучи ветхие молчат.

1932-1933

Kljuev:1969,261

234  Paul Gauguin (Parigi 1848- Dominica, Isole Marchesi, 1903) […] Dal 1883 si dedicò interamente alla pittura,[…], nel 1891 andò a Tahiti, colà si svolse il suo ultimo periodo di attività, traendo ispirazione da soggetti indigeni, di forte sapore esotico. Dopo i primi tentativi simbolisti, ispirati da Pisarro, la pittura di gauguin volse ad uno stile piatto, violento, con colorazioni irreali, a larghe zone intarsiate[…]. Ebbe contatti, a Parigi, con i simbolisti e partecipò per qualche tempo alla scuola di Pont-Aven Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie:1964,719

235 Andrei Rublev Pittore russo (Pskov ?,1370 ca.- Mosca, 1427 ca.).Ilpiù celebre pittore di icone della Russia, fu quasi sicuramente un monaco del convento di Troiko-Sergeevskij, presso Mosca, e forse allievo del pittore Massimo il Greco che introdusse con Teofane, la pittura cretese in Russia. Lavorò specialmente a Mosca, ove affrescò in collaborazione la chiesa dell’Annunciazione, a Vladimir (affreschi della chiesa della Dormitio Virginis), e dal 1425 nel proprio monastero dedicandosi alla pittura di icone. […]. Il nuovo stile bizantino, detto rinascimentale, venne da lui arricchito con delicata eleganza. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie:l964,786

237       I samoiedi e gli sury sono popolazioni siberiane.

238 E’ una sirena. E’ assimilata in qualche modo alla vergine Maria. Si occupa delle anime delle ragazze morte.

239 Questo è il testo originale della poesia:

Деревня – сон бревенчатый, дубленый, Овинный город, прозелень иконы, Колядный вечер, вьюжный и каленый. Деревня – жатва в косах и в поняве С волынкою о бабьей лютой славе,

С болезною кукушкою в дубраве!

Деревня – за кибиткой волчья стая – Вот-вот настигнет, сердце разрывая Ощеренной метелицею лая!

Свекровь лихая – филин избянной,

Чтоб очи выклевать невестке молодой, – Деревня – саван вытканный пургой,

Для солнца упокойник костяной.

Рученек не разомкнуть,

Ноженек не разогнуть!

Не белы снежки – мой путь!

Деревня – буря, молний наковальня,

Где молот – гром, и тучи – китовальня, Где треплют шерсть – осиника опальней; Осинник, жгуч, багров и пестр,

Ждет волчьих зим – седых невест,

С вороньим табором окрест.

Деревня – смертная пурга – Метелит друга и врага,

Вонзив в безвестное рога.

Деревня – вепрь и сатана …

Но ронит коробом луна На нивы комья толокна.

И сладко веет толокном В родных полях, в краю родном,

Где жаворонок с васильком Справляют свадьбу голубую.

В республике, как и в России,

Звенят подснежники лесные,

Венчая пчелку восковую.

Кинет воску на березку,

Запряглась луна в повозку – Чтобы утро привезти По румяному пути!

1932-1933

Kljuev:1969,262

241 In Russia il cuculo è il simbolo delle donne sole.

245 Antico strumento a corde.

247        Lett. “ardendo dalle sopracciglia”.

248 Nadezda Obuchova (1886-1961) cantante (mezzo-soprano). Dal 1916 al 1948 nei maggiori teatri. Ha interpretato, tra le altre, le parti di Marfa nella Chovanscina di Mussorski, e il ruolo fondamentale nella rappresentazione di Mazepa di Cjajkovskij. […].Cfr. Bol’soj Enciklopediceskij Slovar’:1998,827 (traduzione mia)

250        Lett. “non vediamo”.

251 Questo nome è evocativo perché ricorda le tre virtù principali ortodosse вера надежда любовь, tre virtù che si legano a quelle cattoliche di fede, speranza e carità.

255 A tale proposito occorre ricordare che esiste nella lingua russa un sostantivo specifico per designare la femmina del serpente, al contrario dell’italiano ed è quello, che usa Kljuev.

Моя же сказка – остальное:

Карельский жемчуг, чаек рои И юдо вещее лесное:

Медведь по свитку из лозы Выводит ягодкой азы!

Я снова ткач разлапых хвой,

Где зори в бусах киноварных!

В котомке, в зарослях кафтанных,

Как гнезда, песни нахожу,

И бородой зеленой вея,

Порезать ивовую шею Не дам зубастому ножу.

1Н9е3д2а-1м9з3у3бастому ножу.

259        Lett. “l’anatra maschio”.

263        Di seguito ecco il testo originale della poesia:

Есть две страны; одна – Больница,

Другая – Кладбище, меж них Печальных сосен вереница,

Угрюмых пихт и верб седых!

Блуждая пасмурной опушкой,

Я обронил свою клюку И заунывною кукушкой Стучусь в окно к гробовщику:

“Ку-ку! Откройте двери, люди!”

“Будь проклят, полуночный пес!

Кому ты в глиняном сосуде Несешь зарю апрельских роз?!

Весна погибла, в космы сосен Вплетает вьюга седину … ”

Но, слыша скрежет ткацких кросен,

Тянусь к зловещему окну.

И вижу: тетушка Могила Ткет желтый саван, и челнок,

Мелькая птицей чернокрылой,

Рождает ткань, как мерность строк.

В вершинах пляска ветродуев,

Под хрип волчицыной трубы.

Читаю нити: “Н. А. Клюев, – Певец олонецкой избы.

25 марта 1937

[1] L’idea di questa tesi nasce dalla frequentazione dei due corsi della professoressa Danil’cenko, tenuti rispettivamente negli anni accademici 1997-98 e 1998-99, sull’immagine poetica e la realtà nella lirica di S.Esenin e sulle Radici culturali delle poesie dei poeti “neocontadini”.

[2]  Per approfondire il panorama storico dell’epoca cfr. Bouchard, Gagliardi, Polo (a cura di):1993,1-13.

[3] Il primo ad utilizzare la definizione di “neo contadino” è stato Lvov-Rogacevskij in Поэзия новой россий. Поэты полей и городских окраин Передал 1919 стр. 43

[4]  Le due espressioni significano, rispettivamente, impeti bollenti e vastità sconfinate dei sentimenti.

[5] Cfr. http://www. gemeinsamlernen. de/laufend/heimat/h310.htm.

[6] Cfr. Пришествие Din Esenin: 1996.

[7]  Cfr. precedente analisi.

[8]  Come abbiamo già notato il rapporto tra alto e basso è frequente in Kljuev.

[9]DSecondo EtkindDi due poeti, Dobroljubov e Kljuev, hanno seguito cammini contrapposti: mentre il primo è uscito, dalla cultura accademica per avvicinarsi al popolo, che è spesso protagonista delle sue poesie, il secondo ha compiuto il cammino contrario. Cfr. Etkind:1998,392

[10] Anche in questa poesia, come nella poesia seguente, entra la figura umana, sia pure, questa volta, in modo più marginale.

[11] Etkind spiega che K. compie spesso delle rielaborazioni di inni della tradizione settaria. Cfr. Etkind:1998, 292

[12]  Si consideri ad esempio il paradiso musulmano, dove ogni uomo morto, combattendo “gli infedeli”, avrebbe a disposizione 25 vergini (Un) oltre ad ogni sorta di delizie. Un altro paradiso molto concreto è il Walhalla germanico. possiamo però rintracciare la descrizione di un paradiso molto “concreto” nell’Antico Testamento.

[13] E’ da notare, come, ancora oggi, siano presenti folte comunità germanofone in Russia e, in particolare in Siberia dove Kljuev è nato e vissuto per molti anni. Cfr.

http://www.russlanddeutscheseschichte.de/enslisch1/001l links.htm                http://www.russland-

deutsches-forum. de/start.htm ht tp://feefhs. ors/ua/odessa/osusl-sr. html.

[14] Cfr. Enciclopedia della filosofia e delle scienze umane:1996,929.

[15] Cfr. Enciclopedia della filosofia: 1996, 655.

[16] E’ da notare il valore simbolico assunto dal vento nella mitologia (ad esempio quella greca) e in varie forme di religiosità.

[17] Al fine di chiarire ulteriormente l’utilizzo dell’espressione пути ricordiamo anche che le comunità di settari erano anche chiamate корабл,^туг

[18]         Questa espressione è utilizzata anche nella liturgia cattolica.

[19] Ricordiamo il concetto di природа^ □□□ать, che possiamo tradurre, anche se, in modo del tutto inefficace, con Madre-Natura che è presente nella religiosità settaria russa.

[20] si ricordino, ad esempio, il culto dei defunti e degli antenati (Lari e penati) proprio degli Antichi Romani e la celebrazione cattolica del 2 novembre.

[21] La questione del “segreto” e del mistero in generale è un topos che appartiene a molte religiosità, compresa quella cristiana.

[22] Cfr. Verso 10 di questa poesia.

[23]  Viaceslav Ivanovic Ivanov (Mosca 1866- Roma 1949) poeta russo. La sua formazione culturale avvenne all’estero, soprattutto a Berlino, sotto la guida di T. Mommsen che lo indirizzò allo studio della storia greca e romana. Successivamente, sotto l’influsso di Nietzsche, si dedicò allo studio del culto dionisiaco (su cui pubblicò due lavori, La religione ellenica del dio sofferente, 1904 e Dioniso e i culti_predionisiaci, 1923) e dell’origine della tragedia. Quando tornò a Pietroburgo (1905), la sua casa, la famosa “Torre” di via Tavriceskaja, divenne il centro della vita culturale della città: in mezzo a poeti, critici, artisti, I. si atteggiava a vate del simbolismo. Esordì in poesia con tutto il bagaglio della sua cultura filologica; in un linguaggio fitto di arcaismi, di richiami mitologici, di parole slavo-ecclesiastiche, volle far rivivere la figura del poeta-oracolo, tramite tra

il mondano e il divino (Astri piloti, 1903; Cor ardens, 1911). In una prospettiva che concepiva la poesia come attività mistica e teurgica, nel 1905. I. si immedesimò nel ruolo di profeta della rivoluzione. Abbandonò i toni solenni e metafisici solo dopo la rivoluzione del 1917, che accolse senza entusiasmo. […JCfr. La nuova Enciclopedia della Letteratura: 1991,473.

[24]   Vladimir Sergeevic Solov’iov (Mosca 1853- Uzkoe, Mosca, 1900) scrittore e filosofo russo. […] La sua concezione, imperniata sul concetto di “sofia” intesa come sapienza di Dio – elemento femminile nel divino, che garantisce un nuovo accordo tra Dio e l’umanità – la profezia solovioviana del “panmongolismo” che avanza da Oriente minacciando la civiltà occidentale influirono profondamente sulla seconda generazione di poeti simbolisti russi […]. Personaggio complesso e sfuggente, che alternava le speculazioni mistiche alla frequentazione di una società letteraria dedita alla speculazione parodistica e al nonsense, S. lasciò anche un folto gruppo di liriche, nelle quali i momenti di misticismo […] si alternano a sprazzi di grottesco umorismo […].Ibidem, 920.

[25]  Bisogna ricordare che K. vive in modo drammatico la prima guerra mondiale essendo stato inviato al fronte.

[26] E’ vero che nella letteratura critica su K. il termine rivoluzione è poco usato. Lo usiamo ugualmente per potere offrire un riferimento storico più puntuale per il lettore, essendo state la Rivoluzione del 1905 e quella di Ottobre due punti di svolta per la Russia e per il resto del mondo.

[27] A tale proposito bisogna ricordare che K. riproduce le misure metriche degli inni ortodossi e della tradizione settaria. Utilizza versi come il trocheo e il giambo.

[28] Cfr. Nota 162.

[29] Cfr. Nota 177.

[30] Cfr. Amo gli accampamenti nomadi p. 59-61.

[31] Cfr. p. 198.

[32] Cfr. Atti 2, 1-11. Bertholet: 1991, 335-336.

[33] Cfr. Le isbe scongelate, la strada p. 64-68 Come uno schiavo remissivo p. 16-18.

[34] Cfr. Esodo 3, 1-14.

[35] Cfr. Etkind 1998: 87-96.

[36] Cfr. Bertholet: 1991, 26.

[37] Cfr. p. 133-137.

[38] Consiste nel recitare 15 decine di Ave Maria; ogni decina comincia col Pater e finisce con il Gloria, premesso l’annuncio di un mistero, cioè di un episodio della vita della Vergine o del Redentore (5 detti gaudiosi, 5 dolorosi, 5 gloriosi). Di solito poi si chiude il rosario con la recita delle Litanie e di altre preci Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie: 1964, 766-767

[39] Padre della Chiesa greca (Alessandria, 185- Tiro 254) Fu un fervente asceta, prima di essere scomunicato dal vescovo Demetrio e perseguitato dall’imperatore Decio perché aveva tentato di conciliare il cristianesimo con le dottrine platoniche e stoiche. Le sue più importanti teorie furono quelle sull’eternità della Creazione, sulla trascendenza di Dio e sulla presenza di un secondo e di un terzo dio. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie:1964,183

[40] […] Setta mistica dell’Islam; prende il nome dal saio di lana (suf) portato dai seguaci del movimento. […] Dal secolo IX […] il sufismo dapprima consistette in un vago misticismo senza molte pratiche religiose; ma più tardi si organizzò, creò direttori spirituali e tracciò una via di lunghi esercizi ascetici per rendere l’anima degna di avvicinarsi a Dio. […] Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie :1964,3 94

[41] Cfr. Etkind: 1998,80.

[42] Cfr. Nietzche 1991:23-24.

[43]  Una retta condotta verticalmente per un punto P della Terra interseca in 2 punti la sfera celeste: quello posto sotto i piedi di un osservatore posto in P è detto nadir, l ’altro è detto zenit. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie: 1964, 26

[44] Cfr. http://www. gay. it/

[45] Etkind:1998,585-630.

[46] Cfr. Etkind: 1998,72-99; Cfr. Bertholet: 1991; 85. Matteo 19,12. Etkind nota, tra i vari aspetti, come Freud definisca la castrazione, che ha, nel suo caso, un mero significato figurato, senza mezzi termini. Al contrario facevano i settari che parlavano di “sedere sul cavallo bianco” e “battesimo con il fuoco”.

[47]  Capo della riforma protestante (Eisleben, Turingia, 1483-1546) Nel 1517 Lutero polemizza duramente con il papato a causa della vendita delle indulgenze. Egli contesta inoltre le penitenze, i voti sacri, il libero arbitrio, il Purgatorio, i Sacramenti, tranne il battesimo e l’Eucaristia e il principio della salvezza per sola fede. Propugna la celebrazione della messa in volgare e contesta l’eccessiva ricchezza del papato. Affigge le sue tesi il 31 ottobre 1517 sulla porta della cattedrale di Wittemberg. Molti principi si unirono a lui, per ragioni politiche, ma anche molto popolo. Venne invitato a ritrattare le sue tesi, ma si rifiutò arrivando persino a bruciare la bolla papale di condanna nel 1520. Fu condannato da Carlo V, ma il principe elettore di Sassonia, così come altri principi, lo protessero. Nonostante i tentativi di Carlo V di combattere questa nuova confessione, dal punto di vista militare e culturale, nel 1530 alla Dieta di Augusta, Filippo di Melantone, collaboratore di Lutero presentò la Confessione Augustana, che sancì la definitiva rottura con la Chiesa romana. Per approfondimenti. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie:1964,511

[48] A proposito del sogno cfr. Villaggio – sogno di tronchi d’albero p. 109-114 La gazza ladra vecchia credente con la tonaca nera cammina p. 48-52.

[49] Per analizzare questo problema di traduzione Cfr. Ti coccolo, albero del paradiso 115-118.

[50] In italiano l’espressione è identica: Salute!, così come in tedesco Gesundheit. Troviamo un altro modo di dire in inglese: Bless You! e in francese: À tes souhaits!

[51] Cfr. Genesi 1, 1-31.

[52] Cfr. Io ero magnifico e alato p. 25-28.

[53] Cfr. Ci avete promesso p. 45-48.

[54] Cfr. Nietzsche,1991.

[55]  Cfr. Non credere, i demoni non sono alati . Si noti, tra i vari aspetti, l’approfondimento sui problemi di traduzione rispetto alla parola бесы.

[56]  Cfr. Matteo 26, 17-29; Marco 14, 12-25; Luca 22, 7-23.

[57]  Cfr. Come uno schiavo remissivo p. 16-18,

[58]  A proposito del concetto di Родина cfr. Dove siete impeti bollenti p. 11-16.

[59]  Cfr. La Russia era sorda, zoppa p. 119-127.

[60]  Cfr. p. 11-16.

[61]  Cfr. Dove siete impeti bollenti p. 11-16 e Come lo schiavo remissivo p. 16-18.

[62]   Geni delle acque, che dimorano sotto il cristallo dei laghi e delle fontane che custodiscono. Entrano in un gran numero di leggende e tradizioni tedesche del Medioevo. Cfr. Enciclopedia Pomba per le Famiglie.1964,159 Così come le ondine sono associate all’acqua, alla terra si associano gli gnomi e ai pascoli le silfidi.

[63]  Cfr. Dove siete impeti bollenti p. 11-16.

[64]  A proposito del concetto di cimitero Cfr. Vi è in Lenin lo spirito del vecchio credente p. 90-99, La Russia era sorda, zoppa p. 119-127, Amo gli accampamenti zingari p. 60-64.

[65]  Nei giorni di settembre intessuti d’oro p. 32-37 Ci avete promesso p. 45-48 Una foglia dello scorso anno nel burrone p. 62-63, Fiuto la santa Radunila p. 64-66.

[66]  Cfr. Io ero magnifico e alato p. 25-28 Nei giorni di settembre intessuti d’oro p. 32-36 Bruni campi arati, verdi limiti p. 57-59 una foglia dello scorso anno nel burrone p. 62-64.

[67] Lett. “ingenui”.

[68]  Lett. “che affila”.

[69]  Letteralmente “che non diventa cenere”.

[70]  Lett. “che vedono”.

[71]  Di seguito si legga la versione originale di questa poesia:

Я был прекрасен и крылат В богоотеческом жилище,

И райских кринов аромат Мне был усладою и пищей.

Блаженной родины лишен И человеком ставший ныне,

Люблю я сосен перезвон Молитвословящий пустыне.

Лишь одного недостает Душе в подветренной юдоли,- Чтоб нив просторы, лоно вод Не оглашались стоном боли,

Чтоб не стремил на брата брат Враждою вспыхнувшие взгляды,

И ширь полей, как вертоград,

Цвела для мира и отрады.

И чтоб похитить человек Венец Создателя не тщился,

За то, отверженный навек,

Я песнокрылия лишился.

(1911)

Cfr. http://www.litera.ru/stixiya/poets.html – k:8

[72]  Lett. “fiorisca”.

[73]   папертПЬ una zona posta all’ingresso delle chiese ortodosse, che può essere coperta, dove i mendicanti chiedono l’elemosina.

[74]  Campanello che si attacca vicino alla criniera dei cavalli.

[75]  Lett. “erba della steppa”.

[76]  Lett. “oscuri”.

[77]  Lett. “cara”.

[78]  Konstantin Dmitrievic Balmont Poeta russo (Gymisci, Vladimir, 1867- Parigi, 1943), oriundo scozzese. Abbandonata la Russia, visse quasi sempre a Parigi. […] Scrisse Edifici ardenti, liriche di un’anima moderna (1980); Saremo come il sole! (1903) considerata come la sua opera più perfetta e la più alta espressione del simbolismo-decadentismo russo. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie: 1964, 344

[79] Letteralmente Годнорядка è un soprabito senza colletto.

[80] Soprabito senza spacco posteriore che veniva indossato dalle persone di media condizione.

[81] Lett. “la perlina stellare”.

[82]  Si tratta di pezzi di legno che emanano una luce fosforescente, perché sono marci. L’aria secca della Siberia permette il verificarsi di questo fenomeno, che li fa assomigliare a candele.

[83]  Isola del Mar Bianco, sede di un monastero ortodosso risalente al XII secolo. Divenne campo di lavoro dal 1920.

[84]  Spirito dell’acqua che appare normalmente come un vecchio uomo con la pancia. Può essere benigno o maligno.

[85]  Lett. “consumato”.

[86]  Lett. “buona”.

[87]  Lett. “volate fino a me”.

[88]  Nome dell’uso religioso russo di rievocare i morti sulla tomba nella settimana seguente alla Pasqua.

[89]  Lett. “coprire”.

[90] Può essere del pellegrino o del martire.

[91]   Spirito dei boschi, tipico della cultura slava. Deriva dalla parola russa лес “bosco”. Può apparire con le sembianze di un vecchietto con la barba che può essere visibile o meno oppure con un essere gigantesco e mostruoso. E’ buono con i buoni e cattivo con i cattivi. Assieme al vodjanoj (spirito delle acque), al bannich (spirito del bagno) e al domovoj (spirito della casa) è tra i più importanti spiriti russi.

[92]  Letteralmente “il nonno”.

[93]  Tipiche calzature dei contadini russi, spesso prodotte con il legno del tiglio.

[94]   Geena (ebr. Ge Hinnom: valle di Ennom). Luogo ad occidente di Gerusalemme, destinato alle immondizie, dove l’autore del Libro d’Isaia (LXVI, 24) vide bruciare i cadaveri degli empi. Nel Nuovo Testamento il termine è divenuto sinonimo di inferno. Cfr. Bertholet:1991, 181.

1918

Cfr. Danil’cenko:1998-99,193-195

[96]   Gregorij Efimovic Rasputin, avventuriero e monaco russo (1864-1916). Dopo una vita scapestrata entro nei chlysty (1907) e salito in fama di taumaturgo, fu presto ammesso a corte dove divenne, per questo, assai influente sia presso la zarina Alessandra (che da lui sperava la guarigione dello zarevic Aleksej), sia presso lo zar Nicola II. Dominò per lungo tempo la vita politica russa, si legò al partito germanofilo durante la I guerra mondiale. Si adoperò per farla cessare contribuendo a destituire il granduca Nicola dal comando supremo. Fu ucciso da una congiura di palazzo ordita da nobili e deputati.

[97]  Dea della terra della morte. E’ disegnata metà donna e metà uccello.

[98]  Corrisponde all’abate, è il superiore dei monasteri ortodossi.

[99]  Sacerdote mongolico.

[100]  (Dal tataro Sira Ordu = campo giallo o Altin Ordu = campo aureo) Dinastia di origine mongola, fondata nel secolo XIII da Batu, nipote di Gengis Khan, su una vasta zona della Russia meridionale e sulle steppe dell’Asia. Si divise in 2 linee principali, dell’O. Azzurra e dell’O. Bianca. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie : 1964, 171.

[101] Ivan IV Vassilievic detto il Terribile (1530-84), alla morte del padre Vassili III aveva appena 3 anni e passò quindi i primi anni sotto la tutela della madre Elena. Nel 1547 assunse solennemente il titolo di zar usato solo saltuariamente da Ivan III. Fondò la città e il porto di Arcangelo; introdusse la stampa in Russia; prese Kazan e Astrachan (1556). A lui risale la ferrea organizzazione autocratica che pesò sulla Russia fino ai tempi moderni. Tuttavia egli compì anche opere di buon reggitore (riforma della legislazione, organizzazione dell’esercito) tentando pure, con l’impulso dato alle arti e alle lettere di assegnare un posto alla Russia tra le nazioni civili di Europa. Durante il suo regno cominciò la conquista della Siberia e si aprirono i primi traffici con le nazioni occidentali. In una crisi di rabbia uccise il figlio maggiore con un colpo di bastone (1581): morì straziato dai rimorsi, vestito l’abito monastico.

[102] Trattasi di abiti indossati in occasioni solenni dai signori russi e fabbricati con un tessuto simile al velluto. Venivano decorati con motivi aurei e immagini sacre.

[103]        Lett. “sono seppelliti”.

[104]        Lett. “nella profondità del verso”.

[105]   Paul Cezanne Pittore francese (Aix-en-Provence, 1839-1906) è una delle figure più significative dell’arte moderna. […],cominciò a dipingere con toni cupi, e pennellate brusche e sommariamente modellate che si richiamavano evidentemente al romanticismo. In seguito influirono su di lui Courbet e Manet […] ma furono gli impressionisti ad aprire il suo animo alla suggestione della natura […]. Ritiratosi in Provenza dal 1877, ritornò con insistenza sui medesimi motivi di paesaggio […] o natura morta con l’ansia di trovare un discorso più serrato di quello impressionista, più tardi placata in una trama pittorica di pennellate regolari, meno nette, […]. […] Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie :1964,751

[106]       Cittadina della Siberia.

[107] Vologda Città della Russia, a N-Ne di Mosca, capoluogo della provincia omonima […], boscosa e con molti laghi, a economia agricola e d’allevamento. Ab. 152000. Fondata nel 1147 come base commerciale del principato di Novgorod, è importante snodo ferroviario all’incrocio delle linee Mosca-Arkangelsk e San Pietroburgo-Perm, centro agricolo e sede di industrie alimentari, del cemento, del vetro, ecc.. Notevoli il Cremlino, la cattedrale di S.Sofia (sec. XVI) e il monastero di Priluk (sec. XIV) Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie :1964,733

[108] Antico nome di Kirov, dal 1788 al 1934, città della Russia europea. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie :1964,308

[109]  Città della Repubblica Russa. […] Tra i monumenti, notevoli il Cremlino (sec. XII) di stile russo-bizantino, i monasteri Mirozskij e Ivanovskij e le chiesr di San Basilio e dell’Assunzione. Attiva produzione di lino e canapa;stabilimenti tessili; industrie e commercio di legname. E ’ nodo ferroviario assai importante e stazione di navigazione importante […]. Nella sua stazione ferroviaria Nicola II rinunciò al trono il 15 marzo 1917. Cfr. Enciclopedia Pomba per le Famiglie:1964,557

[110] Città della Repubblica Russa, sulla riva sinistra del Volga, presso il fiume omonimo che vi sbocca […]. Risale al XII secolo e conserva un monastero del 1300. E’ centro industriale (lino, carta, calzature). […] Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie:l964,32l

[111] Henri Matisse (Le Cateau, 1869- Nizza, 1954). Diede vita al fauvismo, corrente che esaltava il colore, fu considerato erede degli impressionisti, ma trasse ispirazione anche da Gauguin. Cfr. Enciclopedia Pomba per le famiglie :1964,638

[112] Antico rito di Natale.

[113]        Lett. “nella repubblica”

[114] Si tratta di stalli per i cantori che si trovano nelle cattedrali.

[115] Uccello dal volto femminile. E’ interessante anche notare come Vladimir Nabokov, uno scrittore così diverso da K., avesse scelto questo pseudonimo per molte sue opere.

[116] Antico nome del Mar Caspio.

[117] Si tratta di un trucco che usano le donne della Siberia del Sud per gli occhi. Si ottiene strizzando l’erba chiamata басма.

[118]        Si tratta di una spezia odorosa usata per cucinare nel sud della Siberia.

[119] Nassa (fr. Nasse) Ordegno da pesca, fatto a guisa di trappola, sì da impedire l’uscita ai pesci che vi sono entrati. Le nasse usate dai nostri pescatori sono, in generale, panieri fatti con giunchi intrecciati, hanno forma di campana, col diametro maggiore di circa un metro e sono provviste di due aperture; una superiore, chiusa da un coperchio, che si toglie per cavare fuori i prodotti della pesca e una inferiore che s ’introflette a guisa di imbuto e termina in uno stretto orifizio, per cui gli animali possono difficilmente uscire. Le nasse si innescano con pezzi di crostacei o con alghe contenenti molluschi o anellidi. Legate ad uguali intervalli lungo una corda di paglia, si posano sul fondo, specialmente tra gli scogli, e vengono ispezionate giornalmente, issandole su una barca. […] Cfr. Enciclopedia Italiana:1954, 292

[120]        Lett. “di loro stesse”.

[121] Si tratta della morte.

[122] In realtà i tomi sono 2, perché ne venne interrotta la pubblicazione.