Cose serie

Omofobia

Apprendo che i detrattori del DDL Zan non vogliono, tra le altre cose, che le scuole private (sì, sì chiamano SCUOLE PRIVATE e non quell’ipocrita definizione di paritarie) siano tenute ad organizzare iniziative contro l’omofobia, come vorrebbe il DDL. Questo significa che per loro non è giusto essere contro l’omofobia. O forse è giusto essere a favore, secondo loro?

Non vogliono combattere l’omofobia, mentre le discriminazioni e le persecuzioni nei confronti delle persone omosessuali continuano incessanti. Ricordiamo che queste scuole ricevono soldi pubblici, grazie al cosiddetto centro sinistra e alla destra. Mah.

Teoria e pratica

Non sono capace di parlare di teoria della scuola, ammesso che possa servire a qualcosa, ammesso che esista. Mi fa abbastanza ribrezzo il burocratese, quel gergo scuolese, del cui uso compulsivo si vantano alcuni colleghi. Mi piace parlare di pratica, mi piace sporcarmi le mani, cercare soluzioni.

I vari DPCM che si susseguono sulla pandemia hanno sancito il diritto dei BES, cioè di coloro i quali hanno disturbi dell’apprendimento come la dislessia, così come delle persone disabili a frequentare la scuola in presenza. In una delle mie classi i genitori di una ragazza hanno fatto questa richiesta, seguiti da quelli di altre compagne, non in condizioni di dislessia. Non mi ha fatto piacere. A scuola la connessione internet funziona male, malissimo a volte. Questa settimana ci devo andare per due volte, dalla prossima per tre.

Martedì mi alzo prima dell’alba e raggiungo la scuola, molto lontano, a 50 km da casa. Fa freddo, ma soprattutto fa tanto tanto incazzare. Arrivo nella prima aula vuota e faccio lezione solo ai ragazzi a casa, la connessione va discretamente. Alla seconda ora succede il fattaccio, la connessione fa il proprio comodo e i ragazzi di prima perdono metà lezione, perdono il loro diritto allo studio, arrivano la terza e la quarta ora e devo andare nella classe dove ci sono le 4 ragazze. Faccio una battuta con loro, sono contento di vederle. “Mi sembra strano, vedervi a tre dimensioni, a grandezza naturale” Loro ridono. Mi collego con i loro 24 compagni a casa e la connessione va malissimo, la loro voce e la mia diventa metallica, le nostre immagini appaiono e scompaiono spesso.

Per garantire il diritto allo studio in presenza di 4 alunne, lo si è negato, parzialmente, a diecine di loro compagni. Quanto sono distanti la teoria e la pratica.

Succede in tutto l’istituto, perché la connessione non è abbastanza potente, succede nel profondo nord, in un paesone, in un liceo, dove ci sono, molto spesso, famiglie garantite, con pochi problemi a collegarsi da casa. E intanto si continuano a finanziare le scuole private, invece di destinare quei soldi alle pubbliche.

Un virus aiuta lo smart working

Ci voleva un virus, ci volevano decine di migliaia di morti, persone intubate, persone che soffrono, familiari in pena. Ci voleva una pandemia per liberare il tempo, ci voleva questa tragedia per affrancare le nostre ore di vita, ma anche di studi, dalla prigionia di autostrade nel tardo pomeriggio di inverno, pieno di nebbia e intasamenti. Ci voleva tutto questo. Dopo la scuola trascorriamo ore a mangiare, più o meno bene, senza poter tornare a casa, visto che abito abbastanza lontano dalla scuola. La riunione inizia spesso troppo tardi, perché il signor capo se la prende comoda, o perché qualcun altro se la prende comoda. L’appello è lungo e laborioso, si può iniziare questo stanco rito, dal sapore manzoniano, nel senso delle gride.

I punti dell’ordine del giorno sono infiniti, come è infinita l’adunata di docenti, molti dei quali con l’occhio pendulo per la digestione e il sonno. Il super capo inanella predicozzi sulla puntualità degli insegnanti, prolisso e logorroico, mentre qualche disadattato coglie ogni occasione per intervenire sull’universo mondo, coglie ogni pretesto per allungare un brodo già troppo acquoso. Il capo non interviene per fermare la logorrea delle anziane cariatidi (sono anziani anche a 30 anni, a volte), anzi la alimenta con i suoi sproloqui. E così la riunione arriva alle 16 30, termine teorico, teorico, perché manca ancora un sacco, il cielo si scurisce man mano, mentre il conto della babysitter cresce, mentre lo stipendio cala e la nonna che accudisce il nipote deve rinunciare, per l’ennesima volta alla sua lezione di pilates.

Arriva il momento delle varie ed eventuali, il tempo scorre lento fino alle 5 passate. La messa è finita, davanti agli sguardi di scoramento e rassegnazione di molti prof. Puoi andare a casa e arrivano le 18, 18 e 30. Dal momento che le ore di lezione sono finite alle 12, vuol dire che hai perso 6 ore e mezza, di cui tre, almeno, dedicati a pasti che ti devi pagare tu e al lungo viaggio, nell’ora di punta. Avresti potuto trascorrere queste ore a casa e aspettare la riunione nel salotto, prima del collegamento. Ora un DPCM costringe il grande capo a liberare il tuo tempo, a liberare il nostro tempo, a regalare tempo alla vita, agli studi per migliorarci e migliorare il nostro lavoro. O forse è stato il virus?

Gride manzoniane

Il grande capo del liceo dove lavoro sembra un po’ uno sfigato inacidito, che non veniva mai invitato alle feste, quando era lui adolescente. Le ragazze non se lo filavano mai, lui non riusciva a rivolgersi a loro, non riusciva nemmeno ad incrociare il loro sguardo. Il tempo è trascorso e lui è diventato preside, molto lontano da casa e allora ha voglia di rivalsa. Per lui i prof, o molti di essi, sono come quei compagni di scuola e quelle compagne che non se lo filavano. E allora vuol comandare, come il protagonista de Il Giudice, la canzone di De André. E così la sua aria da sfigato non dispensa più buon umore, per chi alla sbarra in piedi gli dice vostro onore. E allora diventa una sorta di Don Ferrante, che non si vuole accorgere della peste, convocando riunioni/adunanze, alle quali accorrono folle oceaniche o un po’ più sparute, a volte confinate in spazi stretti, ammassati a respirare la poca aria viziata presente. Come per incanto i contagi crescono, come i DPCM di conseguenza e lui oggi ha scritto una circolare più che confusa, simile ad una grida manzoniana. Il coraggioso che ha la forza e l’abnegazione di arrivare fino in fondo senza addormentarsi comprende che il grande capo sta pensando di autorizzarci a lavorare da casa. Devo dire che ha la reattività di un bradipo addormentato.

A proposito, oggi Internet funzionava un po’ meglio.

Decadenza

C’è un’aula completamente vuota, quella dove insegno. Prima c’era un corridoio vuoto, quello della scuola. Prima c’era la strada della scuola, vuota e desolata, priva di quella colonna sonora di festoso chiasso, che c’era fino a pochi giorni. fa. Un plotoncino di insegnanti dall’aria un po’ mesta entra a scuola, presidiata dai bidelli, con le luci accese e il riscaldamento a palla. C’è un caldo soffocante, per pochi insegnanti e bidelli. Entro nell’aula deserta, non riesco a regolare la temperatura, mi tolgo la giacca e mi sbottono la camicia. Entra la conversatrice, sudata anche lei. Io provo a collegarmi ad Internet, per fare lezione ai ragazzi a casa. Ho impiegato 45 minuti di auto, 50 chilometri, mi sono alzato alle 6. Internet non va, mentre siamo da soli nell’aula vuota, con un caldo feroce. Passano i minuti e ci colleghiamo, utilizzando i giga del mio cellulare, prima che, dopo circa mezz’ora, i tecnici risolvano il problema. A casa mia ho la fibra ottica, ma non importa, per il preside bisogna andare lo stesso a scuola. Blatera confusamente di un dettato normativo, che non prevede lo “smart working” per gli insegnanti, sostenendo che non avrebbero copertura assicurativa. Siamo stati a casa ad insegnare per oltre due mesi, durante il precedente confinamento, senza che nessuno facesse queste storie. Mah… Il nuovo DPCM vieta le riunioni collegiali in presenza, dopo che questo signor preside le aveva imposte con poche eccezioni, trovando, a detta sua, un cavillo nella normativa. Mentre il virus correva, noi abbiamo dovuto stare belli ammassati, pur con le mascherine, a discutere del nulla in un’aula con l’aria viziata, mentre la pandemia correva abbiamo dovuto subire i collegi dei docenti, che terminano con le varie ed eventuali, che sono, per molti, un’occasione per scaricare le proprie frustrazioni e discettare sull’universo mondo. Questo punto dell’ordine del giorno mi fa venire in mente l’assessore Palmiro Cangini del comune di Roncofritto, assessore alle varie ed eventuali. Ma questi pseudoinsegnanti della Compagnia della Buona Morte non fanno per nulla ridere.

Mentre gli alunni ti guardano da dietro uno schermo, con l’aria triste e smarrita.

Competenza

In questo blog scrivo pochissimo di Covid, ne tratto solo di sbieco, soffermandomi solo sugli aspetti “sentimentali”, solo sull’influenza che ha questa pandemia sulla scuola. Non ne scrivo, perché non ne so niente, perché sarei ridicolo se mi ergessi a pseudovirologo. Mi fanno paura e un po’ schifo tutti questi incompetenti, che spuntano sentenze. Non scrivo di coronavirus, perché io so di traduzioni e di scuola, non di virus.

fascisti d’italia

La destra candida il fascista francesco acquaroli nelle Marche. Il fascista francesco acquaroli, lo scrivo volutamente con la minuscola, è il candidato a presidente delle Marche. Questo fascista ha partecipato alla cena commemorativa della marcia su Roma, ad Acquasanta Terme, dove vennero trucidati 42 innocenti.

Bisogna aggiungere altro?

Lei è una persona solare

Mi hanno detto anche questo, quelle ragazze belle dentro, di fuori, sopra e sotto, ma anche tutto intorno. è vero, ma per merito vostro soprattutto, siete voi il mio sole.

Che bello vederle/i, vestiti a festa, sfoggianti abiti lunghi, tatuaggi, pettinature nuove e sorrisi, qualche tacco alto, tinture di capelli e camice eleganti. Che belli/e, che belli e veri, che belli i loro sorrisi e le loro lacrime di gioia e commozione. Ho detto loro cosa penso e mi hanno detto: prof, ha fatto piangere anche una persona che fa spagnolo. Io non ho pianto, mi sono emozionato, certamente, ma ho sorriso.

Ho sorriso, perché loro hanno capito chi sono. Ho sorriso, perché hanno dissipato gli ultimi dubbi che avevo sull’Istituto Alberghiero. è stato il secondo anno, ho avuto qualche perplessità, mai su quella classe, ovviamente, che ho amato alla follia. Ho avuto qualche perplessità su quel luogo, perché è pieno di contraddizioni, perché non assomiglia ai posti a cui ero abituato. Ma ho capito, ho ancora di più avuto la certezza di aver fatto centro. Anche lì c’è rimasto un pezzo della mia anima. E se tornassi per la terza volta?

Antifascista per merito dei miei nonni

Mio nonno era un uomo grande, con gli occhi azzurri e pochi capelli. Era un uomo generoso e intelligente. Stava andando verso M., luogo di una feroce strage nazifascista. Incontrò persone che stavano scappando, terrorizzate. Gli dissero: a M. stanno ammazzando tutti. Lui tornò indietro, era andato a cercare cibo per la propria famiglia, mia nonna, mia madre e la sua bisnonna. Andò a cercarlo altrove. Me lo raccontava, me lo raccontava mia nonna, con l’aria terrorizzata, schifata e indignata. Mi raccontavano tanto, mi raccontavano di prepotenze e privazioni, di fatica e sacrifici, con orrori per quello che era successo e che sarebbe potuto succedere ancora.

Alle superiori ho letto M. parla, un libro su quella strage. Ero sull’autobus che mi portava a scuola e ricordo il mio orrore inestinguibile, la sensazione di aver preso un sacco di botte, la sensazione di orrore e spaesamento. Ho visto una puntata di Blu Notte, la trasmissione di Carlo Lucarelli, e ricordo il volto terrorizzato e piangente di un signore anziano, il quale, dopo la strage, andò in cerca di superstiti e vide in penombra la figura di una donna seduta a terra. Aveva il ventre squarciato e il neonato in grembo. Erano stati i nazisti, i fascisti. Mia nonna mi raccontava quelle cose.

Tutti gli anni vado a M., sui luoghi di quella strage. Quest’anno ci sono andato il 2 giugno. E rimango in silenzio. E penso. E inorridisco come allora. E ringrazio mia nonna e mio nonno, per tutto quello che mi hanno trasmesso.