Cose serie

Sensazioni

C’è un fetore, come quello di una fogna otturata. Come quello di cibo putrido, come quello dell’aria impestata dalla puzza dei cassonetti in un giorno d’estate troppo caldo. Il fetore è provocato da varie sorgenti. Ho letto di due forzaitalioti di Bologna, i quali protestano perché i bambini dell’asilo cantano Bella Ciao, mentre la sindaca forzaitaliota di Lentate sul Seveso non organizzerà celebrazioni ufficiali del 25 Aprile e il candidato bocci al comune di Firenze non parteciperà alle celebrazioni della Liberazione, così come il felpa. Nel 2019 non abbiamo ancora una destra normale, che ha condannato il fascismo senza ambiguità e che, dunque, prende come punto di riferimento il 25 Aprile come giorno della dignità di un popolo. Questi loschi figuri che ho citato sono fascisti, bisogna chiamarli con il loro nome. Un aspetto ancora più inquietante è che c’è una cosiddetta sinistra, la quale troppo spesso minimizza e relativizza l’importanza del 25 Aprile, nel nome di una presunta riconciliazione nazionale, in cui le ragioni e i torti si confondono nella nebbia dell’ignoranza e della malafede. Quello che non riesco ad accettare è il menefreghismo di tanta gente, troppa gente, che se ne va al mare, quel giorno. Io quel giorno sarò in un luogo simbolo della Resistenza, renderò omaggio alle vittime, visiterò un museo della Resistenza, vedrò un concerto e mangerò cose buone. Perché la Resistenza è anche mia, perché mi fa stare bene, perché il 25 Aprile lo difendo a tutti i costi, perché il 25 Aprile è una tappa fondamentale per la nostra Repubblica e per la nostra Costituzione, da troppi minacciata, forza italia, ma anche matteo renzi. Perché il 4 dicembre 2016 dovrebbe essere Festa Nazionale. Perché voglio cacciare via quella puzza nauseabonda che sta invadendo l’aria, perché quando vedo moltitudini di ragazzi, ragazze, donne e uomini che festeggiano con me penso che questo mondo non faccia schifo del tutto. Perché non ne posso fare a meno e perché qualche volta sono orgoglioso di me, perché so di avere qualche principio e di essere almeno una persona decente. W il 25 Aprile!

M.

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Anna Maria Franzoni è un’assassina

Perdonatemi questa incursione in un un terreno che non è il mio. Non mi piace occuparmi di delitti, non mi piace la cronaca nera. Forse dovremmo lasciare stare Anna Maria Franzoni, ora che ha espiato la pena (molto mite, se mi si permette un giudizio) per l’omicidio di suo figlio.  Giuro che la lascerò stare dopo questo post.

Volevo solo puntualizzare qualcosa: lei è stata condannata per omicidio, ma qualche giorno fa, un grosso tg nazionale, durante l’edizione delle 20, ha detto che lei è stata accusata di omicidio. Non hanno fatto alcuna rettifica. Perché?

I giornalisti sono andati nel suo paese in provincia di Bologna, tanti hanno preso le sue difese, come se lei fosse stata la vittima e non la carnefice. Una persona ha detto che non sa se è stata lei ad uccidere il figlio, ma che le affiderebbe comunque i bambini (mah?). Nessuno ha parlato del figlio ucciso, come se non fosse mai esistito, come se si fosse suicidato. Spero che non vada all’Isola dei Famosi o al Grande Fratello.

Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani — IL DRAPPOROSSO

https://www.linkiesta.it/it/article/2012/07/06/rab-la-auschwitz-dimenticata-dagli-italiani/8121/?fbclid=IwAR2osGLYZKEBkBFFxY4gccNqbfw5hqFBtAYAl8updWazLlIa_Afy86BNoY0 Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani partigiani greci fucilati dai fascisti italiani Mettiamola così: se un Paese mettesse in piedi un campo di concentramento rinchiudendovi in meno di 14 mesi circa 10mila persone, e facendone morire 1.500, passerebbe alla storia come aguzzino (il tasso di mortalità, del 15 […]

via Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani — IL DRAPPOROSSO

grazie infinite al Drappo rosso

Idiota (storia vera/falsa)

idiòta (ant. idiòto) agg. e s. m. e f. [dal lat. idiota, gr. ἰδιώτης «individuo privato, senza cariche pubbliche; inabile, rozzo, ecc.» (der. di ἴδιος «particolare, che sta a sé»)] (pl. m. -i). – 1. ant. Uomo semplice; persona rozza, priva d’istruzione: molto più conosce Iddio un santo idioto che un savio peccatore (Cavalca); come tu sai, io non ho la grazia del predicare, e sono semplice e idioto (Fior. di s. Franc.); parole le quali lo Spirito santo sopra la lingua dell’uomo idiota poneva (Boccaccio); noi laici ed idioti (Della Casa). 2. Persona di scarsa intelligenza, stupido, deficiente: è un povero i.; comportarsi come un i.; guarda, piccolo stupido, un pupazzino così, con la cera, l’ho fatto stanotte, non spalancare la bocca come un i., è solo un animaletto, non è somigliante? (Antonio Tabucchi); spesso titolo d’ingiuria: è un perfetto i.; ha una faccia da i.; per estens., solo come agg., di atto o parole che rivelano idiozia: espressione i.; una risposta idiota. Nel linguaggio politico e giornalistico è stata usata talvolta la locuz. utile i. per indicare chi assume posizioni che fanno, anche indirettamente, il gioco degli avversarî (di partito o d’ideologia) favorendone le manovre. 3. In medicina, persona affetta da idiozia. Qual è il significato etimologico, storiografico e letterario della parola “idiota”? Quali sono i suoi usi?
RISPOSTA
Stella Domino
In italiano la parola idiota entra nel XIV secolo, riprendendo di peso per via colta il latino idiota. In latino, idiota significava ‘incompetente, inesperto, incolto’ e proveniva a sua volta dal greco idiótes. Idiótes voleva dire ‘uomo privato’, in contrapposizione all’uomo pubblico, il quale ultimo rivestiva cariche politiche e dunque era colto, capace, esperto; quindi già in greco idiótes valeva ‘uomo inesperto, non competente’. Torniamo alla lingua italiana del Trecento: idiota vi significa (e di lì in poi significherà fino ai giorni nostri) ‘che, chi è stupido, privo di senno, incapace di ben ragionare’ e, anche per influsso della coeva poesia francese, ‘incolto, ignorante’. Come per altri vocaboli di significato simile (stupido, scemo, imbecille ecc.) è possibile fare di idiota un uso, come dire, aggressivo, adoperandolo come epiteto spregiativo o colloquialmente scherzoso.
Idiota ‘chi è malato di idiozia’ risente di una tecnicizzazione medica del vocabolo idiozia e famiglia (idiota, idiotismo), che ci proviene dal francese dell’Ottocento. L’idiozia come ‘grave malattia dello sviluppo mentale’ ha cessato da tempo di costituire una fattispecie nosografica valida nella medicina. Insomma, oggi idiota e idiozia restano nel dominio esclusivo della lingua comune.
Per un celebre idiota letterario, basti citare L’idiota (titolo originale russo: Idiòt) del grande narratore Fëdor Dostoèvskij. L'”idiota” protagonista del romanzo, il principe Myškin, è però un idiota molto particolare, segnato da una forte valenza simbolica: un candido, un buono integrale, un angelo che cerca di farsi uomo e, in quanto tale, riguardato dagli altri esseri umani – di animo molto meno nobile – come una sorta di socialmente disadattato, di mentecatto, di malato di idiozia (nel senso tecnico del termine, allora in voga): un idiota, appunto.
L’idiota della locuzione utili idioti è, come mostra di sapere il signor Cristofori, un “idiota politico”: in origine, appena dopo la seconda guerra mondiale e per molti anni ancora, l’espressione (coniata da Stalin ma immediatamente fatta propria dagli anticomunisti) si riferì a coloro che, per ingenuità, finivano col fare gli interessi dei partiti di sinistra (e specialmente del Partito comunista), pur non militandovi. In séguito, per estensione, pur mantenendo il significato originario, la locuzione ne ha sviluppato uno più generico, riferendosi a chiunque agisce a vantaggio di altri senza che il proprio merito sia riconosciuto e senza guadagnarci nulla.

C’è un alunno che da dell’idiota ad un professore. Cerchiamo di capire come abbiamo fatto per arrivare a questa situazione. Il professore di sostegno scrive la nota disciplinare, anche se sa che è perfettamente inutile scriverla. È perfettamente inutile, perché se una ragazzina di 12 anni da dell’idiota ad un insegnante che ha rimproverato un compagno, vuol dire che quella ragazzina manca delle basi del vivere civile, vuol dire che quella ragazzina è infinitamente povera, povera di empatia, povera di civiltà. Quale educazione le hanno impartito i genitori? A volte mi verrebbe da chiedermi, quanti libri hanno letto i genitori. E poi penso alla mia bisnonna, la quale ha imparato a leggere dai libri dei propri figli, che educava al rispetto e alla civiltà. I libri servono, sono importanti, io stesso amo infinitamente leggere, ma credo che la soluzione sia ben più complicata. Cosa fanno i genitori appena ritornano a casa dal lavoro? Forse sono stanchi, forse fanno un lavoro schifoso e frustrante. Sul lavoro vengono maltrattati, ricevono uno stipendio basso e faticano a pagare le bollette. Anche i miei nonni e i miei bisnonni faticavano a pagare le bollette, mi viene da dire e insegnavano il rispetto nei confronti dell’insegnante, rispetto che non significa perdita del senso critico, ma significa giusta considerazione della figura che ho davanti. Scrivo queste righe, mentre sono dentro ad una saletta che viene usata dal responsabile del plesso di un grosso istituto in cui lavoro. È dicembre, in questa saletta si arriva a stento ai 18 gradi. Sto scrivendo con il mio computer portatile, c’è una scrivania dove sono poggiati in disordine dei documenti, alla sinistra della scrivania dietro la quale sono seduto c’è un termoventilatore, perché questa stanzetta è senza riscaldamento, accanto a questo termoventilatore c’è un’altra scrivania, sulla quale è poggiato un computer abbastanza recente con la stampante un po’ vecchiotta. Di fianco all’altra scrivania c’è un armadietto pieno di computer portatili. Davanti a me c’è una porta, questa saletta misura circa 15 metri quadrati, c’è un’altra saletta, fa freddino anche lì con un tavolo e delle sedie posti al centro, alla destra del tavolo c’è una porta, quasi sempre aperta. Dalla porta entra l’aria fredda dal cortile di cemento. Poco lontano da questa scuola c’è una scuola privata nella quale ho insegnato alcuni anni fa. Le famiglie pagano la retta all’istituto e non ci sono bidelli, la scuola viene pulita per tre ore alla settimana da una signora di un’impresa di pulizie. È una scuola molto grande, divisa in due ali. Questa scuola privata percepisce dei finanziamenti dallo stato, da tutta la collettività dunque, atei compresi. Un governo di centrosinistra ha deciso questi finanziamenti, i governi di destra li hanno sempre avallati. Adesso al governo c’è un partito strano, fatto di tutto e di niente, per il quale io ho votato al senato, in coalizione con la lega, un partito di destra. Il primo dei due si è presentato come partito antisistema, pur non convincendomi mai del tutto. Ha bacchettato pesantemente la destra e il centrosinistra e li bacchetta ancora. Qualche minuto fa ho letto di un deputato del partito di Grillo, che è passato al partito di Berlusconi, così come altri sono passati al Pd, a Fdi e robe varie e le perplessità su quel movimento aumentano. Avevano combattuto contro i finanziamenti alle scuole private, che sono un abominio, ma si sono alleati con un partito come la Lega, il quale supporta ed è supportato da bigotti, dunque, di eliminare questo abominio non se ne parla. Torniamo a noi, chi leggerà queste digressioni è invitato a perdonarmele. È dal 1999 che questa cosa mi indigna. Sono in questa saletta piena di umidità, che mi si infila nelle ossa. Sto per infilarmi il cappotto, mentre penso alla metropolitana di Mosca. Le stazioni del centro di Mosca sembrano gli atrii di grandi alberghi, il Baffone le aveva volute così, per rendere omaggio ai lavoratori che le avrebbero utilizzate. C’è qualcosa che lega intimamente questa saletta fredda e le stazioni della metropolitana di Mosca, c’è un filo sottile che accomuna queste due realtà con l’aula grigia e spoglia, con gli attaccapanni che cadono, della scuola di Culonia. Osservo il mio smartphone e leggo di un programma radiofonico, in cui viene intervistato un calciatore. Il livello di ignoranza dei calciatori è noto, per questo motivo gli pongono domande di storia, lo so che sembra una battuta, ma a questo punto sono ridotti i media in Italia. Questo cretino sostiene che mussolini abbia fatto anche cose buone, la classica frase idiota da bar di terzo ordine, il classico luogo comune sputato da ignoranti. Il web è una cassa di risonanza quanto mai efficace per gli ignoranti, i quali possono ostentare la loro incompetenza e la loro stupidità davanti a folle, spesso adoranti. Ma torniamo al calciatore cretino. Parla a vanvera, i social media riportano la notizia, come se fosse una notizia. O almeno i social media dovrebbero ribadire che quel calciatore è un povero cretino ignorante, come molti calciatori sono. È istruttivo leggere i commenti, tra i quali compaiono quelli di apologeti del fascismo, i quali discettano con enciclopedica incompetenza di mussolini, riferendosi, a volte, a siti internet dotati di zero autorevolezza. C’è qualcosa che lega quella parola proferita da quella ragazzina dallo sguardo duro e dall’aria fredda alla manifesta insipienza di quei commentatori. Internet fornisce la possibilità di sentirsi competenti, di sentirsi colti, anche quando non si sa nulla. Chiunque può scrivere su internet, anche io posso mettermi a scrivere su Internet di idraulica, anche se non so niente di idraulica, ma non lo faccio. C’è gente che scrive di storia o di politica senza saperne nulla e ci sono dei boccaloni che ci credono. Vi fareste curare i denti da un idraulico? No, di sicuro, però date retta ad incompetenti sulla politica, sull’attualità e sulla storia, alcuni danno retta, mica tutti, è ovvio. Ma torniamo a noi, torniamo a quella ragazzina piccola e magra, dalla voce stridula e dal naso pronunciato, che ha offeso quel professore di sostegno. Gli ha posto una domanda, mentre l’aula esplodeva di rumore, durante la lezione di arte e immagine. Ma lei non dovrebbe seguire quelli che hanno dei problemi, gli ha chiesto. L’insegnante di sostegno deve essere emarginato, deve considerato uno che vale di meno, al pari di quella ragazzina che lui segue. Se ha dei problemi vale di meno, per la ragazzina che gli ha dato dell’idiota. E se vale di meno la ragazzina disabile vale di meno anche il professore, tanto più che non fa lezione, tanto più che non può nemmeno mettere i voti. Quando il professore è in classe, la gran parte degli insegnanti lo ignora e la cosiddetta insegnante di tedesco, Bastonnelculo, non lo saluta nemmeno. Nemmeno lei lo chiama in considerazione, nonostante lui sia esperto, sia capace, sia un traduttore iscritto all’albo dei CTU del Tribunale. La sedicente insegnante di musica non accetta nemmeno che lui autorizzi le uscite degli alunni. Attraverso questa riflessione credo di star delineando la strada che porta all’insulto della ragazzina, anche se manca ancora qualche pezzo. Il professore di sostegno scrive la nota sul registro elettronico, a seguito della quale i genitori ricevono un messaggio sul proprio cellulare. Passano 48 ore, il professore consulta il registro, il quale segnala che i genitori non hanno visto la nota. In 48 ore non hanno avuto tempo di consultare il registro elettronico per comunicazioni riguardanti la loro figlia. Chiunque ha uno smartphone e questi genitori non hanno il tempo per verificare quanto loro comunicato. È lunedì sera e il professore di sostegno sta tornando dalla palestra, quando gli arriva una chiamata, è quella della coordinatrice di classe, Bastonnelculo. Ho letto la nota, attacca senza salutarlo, volevo dirti che avresti dovuto avvisare immediatamente me e la dirigente scolastica, perché hai scritto che ti ha dato dell’idiota. Lo dice il regolamento scolastico, al comma 9877/bis dell’articolo 151. Adesso bisogna convocare un consiglio straordinario con la presenza della dirigente scolastica, dell’alunna e dei genitori. E guarda che ti dovrai difendere. Il professore di sostegno si dovrà difendere dall’aver preso dell’idiota, per aver sgridato un compagno della ragazzina dallo sguardo duro, il quale voleva tenere la finestra aperta con meno sei gradi sotto zero. Bastonnelculo proseguì, devi cambiare la nota, scrivendo che l’alunna ha pronunciato frasi ingiuriose, perché altrimenti rischi un richiamo scritto e la sospensione dallo stipendio, ma tanto la cambio io. Bastonnelculo riattacca. Forse sta arrivando qualche risposta, forse la curiosità del narratore e quella dei lettori, se mai ce ne saranno, sarà appagata. Forse. Ma torniamo a Bastonnelculo. Non vuole rotture di palle, non se la sente neanche, ma chiama, chiama meccanicamente i genitori della bambina con il naso prominente, quella che ha dato dell’idiota al professore. Vuol fare vedere al professore di sostegno che la scuola ha polso. Vuole fargli vedere che lei non è una vigliacca, per una questione di orgoglio. Non sa neanche perché lo fa. Lui non le piace, non le è mai piaciuto, perché lei non tollera che un laureato in tedesco presenzi alle sue “lezioni”. Dall’altro capo del filo risponde una donna cicciottella con il naso prominente. Pronto, sono la professoressa Bastonnelculo della scuola secondaria di primo grado di Santa Incatenata. La donna cicciottella stava guardando il grande fratello e le è scocciato molto alzarsi per andare a rispondere, era quasi sola in casa. Suo marito era uscito per andare ad organizzare il Family Day e poi era andato a farsi frustare da un trans. Sua figlia stava giocando con il cellulare e non voleva disturbarla. Lei ha sempre tenuto molto alla figlia. Sì, cosa c’è, spero che lei abbia un motivo importante per importunarmi, visto che stavo guardando il gf. Guardi, veramente no, disse Bastonnelculo in modo triste e insicuro. Lei era una donna che ostentava spesso la propria sicurezza, le piaceva farsi grande, ma in quel momento si sentiva dominata dalla signora cicciottella con il nasone, si sentiva in soggezione. Ascolti, mi faccia un favore, venga con suo marito una di queste mattine a parlare con me, perché quell’idiota dell’insegnante di sostegno ha dato una nota a vostra figlia, perché lei, di sicuro giustamente, gli ha dato dell’idiota. Non si preoccupi, a sua figlia non accadrà niente, non sarà punita. Voglio solo far vedere a quel povero sfigato che non sono una pusillanime. Cooosa, gridò la signora cicciottella, chi ha osato punire la carne della mia carne, la mia povera bambina, ma come si permette quel cretino, io lo denuncio, lo denuncio, professoressa Bastonnelculo lei deve prendere dei provvedimenti contro quello schifo di insegnante. Cara signora, lei ha ragione, se io potessi licenzierei quello schifo di insegnante, anche solo per il fatto che porta la giacca, ma non posso. Ascolti, venga a scuola, così metto a tacere quel cretino, è un fatto di orgoglio, voglio far finta di essere un po’ severa per pigliarlo per il culo. Le pago un aperitivo, una cena, ma venga, mi faccia ‘sto piacere. La signora cicciottella con il naso prominente alzò gli occhi al cielo e disse, senta, mi mancano 100 euro per il nuovo Iphone e la finanziaria non concede il finanziamento, cacci 100 euro e veniamo a scuola io e mio marito per fare ‘sta buffonata, ma che sia l’ultima volta, la prossima volta mi dovrà pagare un vestito di Gucci. Bastonnelculo sudava al telefono, guardava nel vuoto, sì, grazie, grazie mille signora, come è umana lei. Si salutarono. La cosiddetta professoressa di tedesco aveva la salivazione azzerata e la lingua felpata. Faticò a dormire quella notte. Mandò un messaggio al professore di sostegno verso le due di notte, mentre stava guardando un film di Kiarostami in farsi. Ricoprì di spilloni la bambola vodoo con le sembianze dell’odiato prof, mentre la mattina arrivava. Il narratore di questa storia è un professore di tedesco, come lo è il professore di sostegno. Ha esperienza e capacità, ha una cattedra ha 50 km da casa, in cui deve insegnare tedesco per quattro ore e per undici ore deve fare da tappabuchi per delle supplenze oppure rimanere solo soletto in sala insegnanti, pagato con i soldi pubblici per non fare niente, mentre, a qualche decina di chilometri da lui, c’è un professore ubriaco che sta cercando di fare lezione di lingua. Il professore ubriaco ha il posto fisso, mentre il professore competente ed esperto, ma anche sobrio, non l’ha.
All’appuntamento del giovedì il professore di sostegno si presentò agguerrito, per parlare con i cosiddetti genitori della ragazzina dal naso prominente. I cosiddetti genitori lo volevano denunciare, per avere scritto la nota di demerito nei confronti della loro bambina innocente. Volevano denunciare anche la scuola, per non avere impedito al professore di mettere la nota alla figlia, provocandole un grave turbamento morale. La signora cicciottella e il marito, un tipo senza capelli e gli occhiali, sottomesso alla moglie, entrano nell’aula di educazione artistica, oppure arte immagine, con pochi pennelli e poco di tutto, sporca e vecchia, fredda e spoglia. La signora cicciottella camminava qualche passo avanti rispetto al marito, da lei represso e sottomesso. In aula ci sono il professore di sostegno e Bastonnelculo. Bastonnelculo aveva delle occhiaia profonde come solchi e puzzava come un cane marcio in una giornata di pioggia (cit.), ogni tanto guardava in cagnesco il professore di sostegno. Lei incominciò, rivolta alla madre, signora e padrona, innanzitutto la ringrazio per essere venuta qua sacrificando il suo tempo e per aver trascinato quella specie di pupazzo che lei ha sposato. Il marito guardò la moglie con aria supplichevole e la lingua fuori, ho tanta fame e tanta sete, le disse. Dammi da bere, cucciola. Modera i termini, carino, gli disse la moglie, prima di tutto dammi del Lei e chiamami signora e padrona, visto che ho un conto in banca doppio rispetto al tuo e poi fammi vedere se ti ho comprato le scatolette dell’hard discount, sì, ne ho una, per tua fortuna e ho anche la ciotola. Tirò fuori la ciotola dalla borsetta, la riempì con del cibo per cani gelatinoso e puzzolente, l’appoggiò a terra e il marito iniziò a mangiare. Allora, adesso, zitto e a cuccia che parla la padrona, testa bassa e muto. Con gli occhi che le uscivano dalle orbite incominciò a parlare, noi siamo veramente arrabbiati per essere stati chiamati, perché noi lavoriamo e dobbiamo guadagnare. Riteniamo la cosa inqualificabile. Sì, certo, avete ragione, rispose Bastonnelculo, mi dispiace avervi disturbato, ma forse vostra figlia, può essere che abbia un pochino esagerato dando dell’idiota al professore di sostegno, al massimo avrebbe potuto dargli dello scemo e non dell’idiota. La signora cicciottella era diventata paonazza, senta, se nostra figlia ha dato dell’idiota all’insegnante avrà avuto delle buone ragioni. Mia figlia è una che ragiona e se ha dato dell’idiota all’insegnante se lo è meritato. Nostra figlia è buonissima a casa e a scuola si agita. La colpa è vostra, solo vostra. Adesso andiamo a denunciare la scuola e anche lei, urlò verso l’insegnante di sostegno. L’insegnante di sostegno parlò con tono calmo ed agguerrito, lei non si può preoccupare di quello che fa sua figlia, ma si rende conto, è sua figlia, non la mia, l’avete fatta voi e indicava i cosiddetti genitori della bambina con il naso prominente. Per quanto mi riguarda potete denunciare chi volete, anzi, sapete che faccio, vengo con voi e denuncio voi, per non avere impartito nessuna educazione a quella bambina. La professoressa Bastonnelculo era nel panico più completo, un momento, ragioniamo, signora cicciottella, non vada a denunciare la scuola, la supplico, non mi ci faccia finire in mezzo. Guardi, capisco che il professore di sostegno possa avere commesso degli errori che hanno fatto sì che vostra figlia gli desse dell’idiota, le chiedo scusa anche da parte sua, ma non denunci la scuola, dopo la preside mi cazzia, la prego, mi metto in ginocchio da lei. Il professore di sostegno intervenne, ma quali errori avrei commesso che mi emarginate in continuazione, ma quali errori, ma vi rendete conto. Ma vi rendete conto che quella figlia l’avete fatta voi. Voi siete i responsabili per vostra figlia sempre e dovete porvi delle domande molto serie se vostra figlia si comporta in questo modo a scuola. Ma scherziamo,… Il professore di sostegno si rendeva conto che doveva difendersi, non solo da quelle specie di genitori, ma anche dal rischio di cambiare, dal rischio di perdere la propria natura. Certi alunni gli stavano tremendamente sulle palle, ed era umano, perché erano maleducati e incivili, proprio degli stronzi, sì, proprio degli stronzi, ma la colpa maggiore era dei loro cosiddetti genitori e dei sedicenti insegnanti. Se erano cresciuti così era soprattutto colpa loro. È tutto ovvio, ma non è scontato. Bisogna ripeterselo, ripeterselo, soprattutto quando si è mezzo alla bufera, quando la nebbia ricopre tutto di grigio, soprattutto ricopre la testa e l’anima e rischia di ricoprire anche la testa e l’anima di chi è dotato di buona volontà. Bisogna ripeterselo quando i tuoi colleghi non sono tuoi alleati. Il cosiddetto padre della ragazzina con il naso prominente parlò, con la bocca piena, professore lei di solito ha problemi ad andare d’accordo con gli alunni, mi sembra impossibile che nostra figlia le abbia dato dell’idiota senza una ragione. La moglie lo guardò malissimo, hai mangiato il chappi inferiore (cit.), sì, sì, rispose l’inferiore sudato, hai visto e indicò la ciotola vuota. Allora, ha problemi ad andare d’accordo con gli alunni. Il professore di sostegno parlò, lo sa che io con i miei alunni sono andato in discoteca, lo sa che ho amicizie che durano da dieci anni con i miei ex alunni, con i miei alunni ho ballato salsa. Ma come le vengono in mente certe domande, come le vengono in mente certe insinuazioni. Ma come ti vengono in mente certe domande, gli gridò la moglie, innanzitutto devi chiedere il permesso per poter parlare, caro il mio inferiore, e tu non l’hai chiesto, razza di sfigato. Scusa, scusa, rispose il marito. Scusa un cazzo, replicò la moglie e gli mollò un ceffone. E poi mi devi dare del lei, davanti agli altri. Stasera dormi in cortile e chiudo a chiave la tua cuccia. Nooo, la cuccia no, il marito era a quattro zampe e piangeva. La professoressa Bastonnelculo stava, come al solito, ritta, come se avesse avuto un bastone piantato nel retto anale e con la boccuccia a culo di gallina. La prego, non denunci la scuola. Le stacco un assegno. La madre della bambina con il naso prominente la guardò con aria di compatimento, non meno di 500 euro, mi raccomando. Va bene, va bene, come è gentile lei, rispose Bastonnelculo. Intanto la madre rivolse la parola di nuovo al professore di sostegno, senta, mia figlia a casa è buonissima, bisogna indagare comunque su quel che succede a scuola. Forse ha problemi con qualche insegnane, magari non con lei, chi lo sa. Aveva cambiato espressione quella donna, non guardava più con aria di superiorità e rabbia l’insegnante di sostegno. Era rimasta colpita da quella reazione decisa, non l’avrebbe mai ammesso con nessuno che era rimasta colpita. Forse forse un po’ lo ammirava, ma non glielo avrebbe mai detto. Mia figlia a casa è buona, io le do un sacco di schiaffi, però è buonissima a casa. Alle elementari era buonissima, prendeva sempre note e voti bassi in condotta, però era buonissima. Lei difendeva i compagni, quando riteneva fossero vittime di ingiustizie da parte degli insegnanti. Adesso le dirò di farsi i cavoli propri, per quieto vivere. Le darò un sacco di schiaffi e poi uscirò a comprarle l’hoverboard da 400 euro, così si potrà sfogare. Magari, ogni tanto, provi ad affidarle qualche mansione, anche nei riguardi della bambina a cui lei fa sostegno. Il professore di sostegno la guardò con un sorrisino di compatimento, va bene, va bene. La madre mise il guinzaglio al marito, lavò nel rubinetto lì vicino la ciotola e si avvicinò all’uscita. Diedero entrambi la mano al professore di sostegno, sorridendogli e con aria sicuramente meno spavalda dell’inizio. Diedero la mano alla professoressa Bastonnelculo, schifati perché le sudavano le mani.
Il quadro svanisce in dissolvenza e si delineano i contorni per primi e poi tutto il resto dell’aula della classe del professore di sostegno. C’è la professoressa Scapece Immacolata, piccola, bassa, puzzolente e con i baffi, che “insegna” italiano e storia. Entra in classe senza salutare il professore di sostegno, ciao bambini, ma come state puffetti. Bene prof, bene, bene, qualcuno non rispose, perché guardava i siti porno sullo smartphone, con una mano infilata nelle mutande. Vaffanculo brutta troia, le rispose il ragazzino che sbatteva sempre la testa al muro, perché mi stracci la minchia mentre guardo hitler.org. La professoressa Scapece Immacolata, scusa carino, non lo faccio più. Guardò la cattedra e vide che non c’era il computer collegato ad internet. Ancora su sta il computer, chiese agli alunni, bisogna scendere il computer, già, una professoressa di italiano che dice, bisogna scendere il computer. E scendi sto cazzo, le ribatté il ragazzino Psico. Bimbi, prendete il libro di storia, forza, sottolineate dalla riga 1 alla riga 10, bravi, e mo sottolineate dalla riga 12 alla riga 37. Bravi, l’avete fatto. La seguivano solo una ragazzina e un ragazzino con gli occhiali. C’era un ragazzino biondo grassottello che si trastullava con il cellulare. Alza la mano e parla senza aver chiesto il permesso, scusi prof, ho scritto una poesia, la posso leggere. Ma prego carino, gli rispose la sedicente prof, la quale era ben contenta di smettere di spiegare. Il ragazzino biondo cicciottello andò alla cattedra e lesse per venti minuti con enfasi degna di un Gassmann che non ce l’ha fatta. La poesia era una schifezza indegna. Professoressa, posso leggere i soprannomi che ho dato ai miei compagni, erano 23, li spiegò uno per uno, professoressa posso leggere i soprannomi che ho dato ai prof. Ma certo carino, gli rispose la prof. E lui lesse i soprannomi per i prof, l’handicappato, il negro, il frocio, il comunista di merda, aveva chiamato la prof di storia la puzzona e lei si era messa a ridere. Che simpatico, sei proprio simpatico, gli aveva detto. Adesso ti metto 9 in italiano, la poesia è stupenda, i soprannomi poi, sono uno spasso. Hai capito proprio il senso della mia vita, io mi ispiro al personaggio di Franchino in Fantozzi subisce ancora, vorrei avere la barba come lui, pensa te. Il ragazzino la guardò male, ma quale 9 professoressa lei non capisce proprio niente, oltre ad essere una puzzona, mi deve dare 10 almeno. Mi dia la password del registro elettronico che lo scrivo io il voto. Bravo, grazie, giusto, hai capito tutto, io penso che tu sia veramente avanti, gli dice la prof. I ragazzini che avrebbero voluto seguire guardavano la scena sconsolati. Suonò la campana. Forse siamo perduti, forse la speranza è una trappola. (cit.) Forse non c’è niente da fare e questa nebbia dura più di quest’inverno.

Tassello

Costituzione Tomaso Montanarichissà, forse questo può essere un tassello di un mosaico, il tassello di un romanzo oppure un semplice ritaglio di giornale, come mi piaceva fare quando ero piccolo. Tomaso Montanari è un grande, ha scritto sul Fatto il 26 novembre. Qualsiasi cosa egli scriva è interessante. Tomaso Montanari ci ha aiutati nella battaglia per il No. Sia dunque lode.

Identità

grazie a http://www.neldeliriononeromaisola.it/2018/09/240893/

TOMASO MONTANARI, IL FATTO DEL 10 SETTEMBRE 2018::: ” L’IDENTITA’ INVENTATA DEGLI ITALIANI “

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 10 SETTEMBRE  2018

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L’Identità inventata degli italiani

“Identità è una parola pericolosa: non ha alcun uso contemporaneo che sia rispettabile”. L’ammonizione dello storico inglese Tony Judt (2010) era stata avanzata, prima e in termini più espliciti, dall’economista indiano Amartya Sen in Identità e violenza.Recensendo quel libro, Mario Vargas Llosa ha scritto che la domanda che sorge di fronte all’affermazione, violenta, delle identità nazionali e religiose è riassunta in un verso di Pablo Neruda: “E l’uomo dov’era?”
“Prima gli italiani”, “dove metterete quei 100 che vi siete accollati?”, “difendiamo le nostre radici cristiane”: ebbene, l’uomo dov’è? Che ne è della comune identità umana, unica fonte dei diritti fondamentali dell’individuo? È la domanda cruciale, in questa orrenda stagione del discorso pubblico sfigurato dal veleno della retorica identitaria.

Siamo al punto che su uno stesso giornale (il Corriere della sera del 28 agosto) si può trovare, a pagina 5, il resoconto di una ricerca dell’Istituto Cattaneo che dimostra come sia l’ignoranza a far parlare di ‘invasione’ di migranti (che sono il 7 per cento della popolazione, e sono ritenuti invece quasi il 30% da chi ha solo la terza media), e poi leggere, a pagina 28, un editoriale che toglie a Matteo Salvini, per dare a Marco Minniti, il merito “del duro lavoro in Libia con cui pose fine ai flussi che ci stavano seppellendo”.

Una frase che colpisce per il silenzio circa il fatto che quel ‘lavoro’ era duro soprattutto per i migranti: chiusi in campi di concentramento i cui allucinanti video sono arrivati fino al papa. Ma che sconcerta non meno per il lessico irresponsabilmente apocalittico: perché afferma senza remore che, se non avessimo chiuso i migranti in campi di tortura, ne saremmo stati “seppelliti”.

‘Noi’ seppelliti da ‘loro’: è questo il nucleo identitario, dichiarato o meno, su cui si fonda ogni dottrina del respingimento. Un’opposizione, questa tra ‘noi’ e ‘loro’, abbracciata senza riserve anche dal Partito democratico, come dimostra il Matteo Renzi cripto-razzista dell’ormai famoso “aiutiamoli a casa loro”. Da qua discende quel terrore identitario che non ha alcuna giustificazione nei numeri, attuali o futuri: perché l’Africa non vuole venire in Occidente, tantomeno in Italia (l’87 % delle migrazioni è intra-africano), e meno del 10% dei rifugiati medio-orientali è arrivato in Europa. Un terrore tuttavia diffusissimo, e perfettamente intercettato da Matteo Salvini, capace di riassumerlo in un tweet esemplare: “L’immigrazione è invasione, è pulizia etnica al contrario” (7 settembre 2016). Ha scritto Primo Levi: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno inconsapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al temine della catena, sta il Lager. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo”. Ora, dovrebbe apparire con drammatica chiarezza che i campi di concentramento in Libia sono conseguenza diretta del fatto che il dogma dello straniero come nemico è tornato ad essere, in Europa, la premessa del sillogismo su cui poggia il consenso dei partiti ‘sovranisti’. E se il leader xenofobo e razzista di uno di questi partiti e il primo giornale italiano si trovano a usare lo stesso vocabolario, abbiamo un serio problema culturale.

È precisamente su questo che dovrebbero concentrarsi gli intellettuali italiani (non certo sull’improbabile tentativo di prendere il potere dentro il Pd, come singolarmente li esorta a fare un noto filosofo): occuparsi del conflitto tra identità nazionali e diritti umani è il dovere più urgente. Perché “nei libri di storia che non asseconderanno la narrazione egemonica si dovrà raccontare che l’Europa, patria dei diritti umani, ha negato l’ospitalità a coloro che fuggivano da guerre, persecuzioni, soprusi, desolazione, fame. Anzi, l’ospite potenziale è stato stigmatizzato a priori come nemico. Ma chi era al riparo, protetto dalle frontiere statali, di quelle morti e di quelle vite porterà il peso e la responsabilità”.Questa è la portata della sfida, e Matteo Salvini sa perfettamente che la si vince o la si perde innanzitutto sul piano delle idee: uno dei suoi primi atti da ministro dell’Interno è stata infatti la revoca della scorta all’autrice di queste righe, la filosofa teoretica Donatella Di Cesare, minacciata dai neonazisti per i suoi studi (il cui ultimo frutto è Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione, Bollati Boringhieri 2017).

Dunque, prendiamo sul serio Matteo Salvini. Perché, è vero: il ‘ministro della paura’ (secondo la lungimirante definizione di Antonello Caporale) è solo un cialtrone superficiale, per comprendere il quale è esagerato scomodare categorie come il fascismo. Ma la paura, i paradigmi culturali, e le credenze che egli abilmente evoca e strumentalizza quelli, invece, sono profondi e pericolosi, e indubbiamente connessi ai fantasmi del nazionalismo nazifascista. Salvini non è serio: ma tutto questo lo è, terribilmente.

‘I migranti sono un costo’, ‘portano via il lavoro agli italiani’, ‘delinquono più degli italiani’, ‘aiutarli impedisce di aiutare gli italiani poveri’, ‘i migranti distruggono la nostra cultura e minacciano la nostra identità nazionale’: come tutti gli altri ‘argomenti’ della retorica dell’invasione, anche questi sono falsi, e tutti sono infatti falsificati da imponenti quantità di dati elaborati e discussi in vaste bibliografie scientifiche e divulgative. Quello di cui si parla meno, perché più difficile da decostruire, è proprio l’ultimo: quello identitario.

Eppure non è un argomento secondario. Dal 2008 lo statuto leghista impone alla regione Lombardia di perseguire “sulla base delle sue tradizioni cristiane e civili il riconoscimento e la valorizzazione delle identità”, e in questo agosto 2018 Primato Nazionale, il “quotidiano sovranista” di Casa Pound, ha dedicato molto spazio ad una ‘inchiesta’ in più puntate su “Italia arcana, alle radici della nostra identità nazionale”. Per preparare risposte a chi urla “prima gli italiani” bisogna porre l’interrogativo etico fondamentale: per quale ragione l’essere italiano – “perché qui ti ha partorito una fica”, come canta l’eloquente Caparezza descrivendo una condizione puramente casuale, priva di ogni merito – dovrebbe dare una precedenza nel diritto alla sopravvivenza? Ma non basta: è cruciale contestare la possibilità di usare come una clava la categoria di “italiani”. Davvero esiste un’‘Italia arcana’ con una identità pura, definita una volta per tutte? C’è un ‘dna’ che ci determina italiani? Esiste, è mai esistita, l’Italia cantata da Manzoni: “una d’arme, di lingua, d’altare. Di memorie, di sangue e di cor”?

Ebbene, se “identità” significa – etimologicamente – uguaglianza assoluta, corrispondenza esatta e perfetta, bisogna dire con chiarezza: no, questa ‘identità italiana’ non esiste. Quando fu pronto il primo volume del Dizionario biografico degli italiani si constatò l’enorme quantità di voci che si aprivano con il patronimico ‘al’: arabi, dunque, e italiani. Come ha ben spiegato Eric Hobsbawm nell’Invenzione della tradizione (1983) le identità nazionali sono definite a posteriori, spesso inventate di sana pianta.

Restiamo a Manzoni. Il sangue: nessun popolo europeo è meticcio quanto gli italiani, frutto di infinite fusioni che lasciano traccia in ogni manifestazione culturali. E ogni tentativo di costruire, retrospettivamente una purezza anche in ambiti più ristretti è destinato a scadere nel ridicolo: nelle scorse settimane il Consiglio regionale della Toscana ha, per esempio, indetto una Giornata degli Etruschi (!) tracciando una genealogia della “identità toscana” tutta appiattita sulla propaganda cinquecentesca di Cosimo de’ Medici, e affermando che la costituzione del granducato di quest’ultimo “ha di fatto prefigurato l’attuale configurazione della Regione Toscana”.

Un marchiano errore, che dimentica da un lato l’esistenza di stati autonomi toscani come il principato di Piombino, lo Stato dei Presidi, il ducato di Massa, la Repubblica di Lucca e dall’altro il fatto che gli etruschi non vivevano affatto solo in Toscana, proprio come i longobardi non solo in Lombardia. La scala italiana amplifica la portata di simili sciocchezze: e basterebbe pensare alla tormentata storia dell’invenzione della lingua italiana per liquidare ogni idea di un’italianità data a priori e dunque intangibile. Quanto alla cucina, Massimo Montanari ha dimostrato che “non esiste una cucina italiana”: esiste invece una straordinaria varietà locale, la stessa che fa diverse le tradizioni popolari e le stesse arti figurative. Come ha scritto Piero Bevilacqua in Felicità d’Italia (Laterza 2017), “giova ricordare che l’identità della cultura italiana fa tutt’uno con la sua multiforme varietà e in un certo senso con la sua stessa mancanza di una identità unitaria”. Non c’è spazio per analizzare la strumentalizzazione delle cosiddette ‘radici cristiane’: ma basterà ricordare che, finita la troppa lunga stagione dell’alleanza tra trono e altare, il Novecento italiano ha saputo ridare un significato all’etimo della parola ‘cattolico’ (che significa ‘universale’: perché, scrive san Paolo, “non c’è più giudeo o greco …”). Ed è stato don Lorenzo Milani a opporre una volta per tutte le ragioni del Vangelo a quelle degli stati-nazione: “Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che … io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi e privilegiati e oppressori. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri” (1965).

Naturalmente, tutto questo serve a dire non che ‘gli italiani non esistono’, ma invece che ‘gli italiani sono multiculturali per storia e cultura’. Non ha senso opporre ‘noi’ a ‘loro’ perché il nostro ‘noi’ si è formato grazie ad una somma di ‘loro’ accolti e fusi in questa terra: una coabitazione senza selezione che dura fin dalla mitica fondazione di Roma da parte della discendenza di Enea, rifugiato, richiedente asilo e migrante troiano.

L’unico dei principi fondamentali della Costituzione che usi la parola ‘nazione’ è l’articolo 9, che mette in strettissima connessione “lo sviluppo della cultura e la ricerca” e la tutela del “paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”: in altri termini, il riconoscimento costituzionale della nazione avviene in relazione alla conoscenza, e non al sangue o alla stirpe, alla fede religiosa o alla lingua. La Repubblica, cioè, prende atto del ruolo fondativo che la tradizione culturale, il suo sistematico nesso col territorio e il suo incessante rinnovamento attraverso la ricerca hanno nella definizione e nel continuo rinnovamento della nazione italiana. Un rapporto non proprietario: di tutela, e non di consumo insostenibile. Un rapporto in cui tutti siamo provvisori, migranti e stranieri: perché nessuno è padrone assoluto della terra. Chiunque abbia oggi un figlio che frequenti una scuola pubblica (quella scuola che Concetto Marchesi definisce in Costituente il “solo presidio della Nazione”) vede come bambini di ogni provenienza divengano, giorno per giorno, italiani: accettando di prendere parte a un patto, ma anche rinnovandolo con la loro diversità. La nostra è un’identità non solo aperta a tutti coloro che vengono in pace, ma anche aperta ai cambiamenti anche sostanziali che i nuovi italiani porteranno: una nazione per via di cultura è per definizione multiculturale.

In questo senso, la storia d’Italia risponde in modo profetico alle aspettative di chi – come per esempio Habermas nel saggio su Cittadinanza politica e identità nazionale (1992) – indica la necessità di una democrazia che sappia separare il popolo dall’etnia, suggerendo che il nazionalismo possa essere rimpiazzato da un patriottismo costituzionale ispirato da una costituzione cosmopolitica: come quella che avrebbe potuto darsi l’Unione europea, in una delle grandi occasioni mancate di cui ora paghiamo il conto. In ogni caso, la Costituzione italiana del 1948 ha un’idea di nazione radicalmente diversa da quella, chiusa e guerresca, nutrita dai grandi nazionalismi: tanto che all’articolo 10 progetta un’Italia che accolga “lo straniero al quale sia impedito l’effettivo esercizio dei diritti derivanti da libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. Per questo ogni dottrina del respingimento è incompatibile, da noi, con un vero patriottismo costituzionale.

La spaventosa diseguaglianza, le dimensioni della povertà, il tradimento della sinistra e la rimozione della necessità di un conflitto sociale tra italiani (cioè tra ricchi e poveri) hanno messo in ombra tutto questo, e rendono molti nostri concittadini sensibili alla sirene del neo-nazionalismo di Salvini. Ma è anche vero che la retorica per gli ‘italiani’ appare sempre più strumentale, perché è sempre più chiaro che “c’è differenza tra il senso della propria identità e quello che ne ha il potere che ci domina, il quale … sostituisce la conoscenza effettiva delle differenze, storiche, culturali, ambientali per degenerare in un duplice abuso: quello di concepire la distinzione come barriera da alzare tra un gruppo umano e un altro, e quello di ignorare la dimensione del mutamento, che appartiene alla storia” (Adriano Prosperi, Identità. L’altra faccia della storia, Laterza, 2016). In fondo sappiamo tutti benissimo che l’Italia del 2100 sarà multietnica e dunque multiculturale, o non sarà: si tratta di capire che, in realtà, lo è sempre stata. Chi oggi lo nega sta solo cercando di mettere a reddito la paura dello straniero sventolando le false bandiere di una identità inventata: senza passato, e senza futuro.

Altri libri da leggere

Leggete il libro di Luciano Gallino (ci manca tanto) Come (e perché) uscire dall’euro ma non dall’Unione Europea pubblicato da Laterza, per due motivi:

a) ci spiega un punto di vista sull’euro di sinistra e non omologato

b) ho capito anche io dei ragionamenti sull’economia e io sono ignorantissimo in materia.

Diritti per forza di Gustavo Zagrebelsky, casa editrice Einaudi, perché ragiona benissimo, perché ci ha aiutato a vincere il referendum costituzionale nel 2016 e perché è fichissimo, intelligente e illuminato. Scusate il termine fichissimo, però penso che sia la cultura ad essere cool.

 

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