Altre vite

Buon 25 Aprile! Il fascismo è una montagna di merda! sempre!

Mio nonno era un mangione. Non andò in guerra, perché era un operaio specializzato. In casa, con mia nonna ospitavano renitenti alla leva, partigiani. Con quello che davano con la tessera annonaria mia nonna ci mangiava, non aveva appetito, non aveva mai avuto appetito. Mia madre era piccola, aveva fame. Mio nonno andava a cercare cibo, anche in campagna, da contadini ai quali, in cambio, faceva riparazioni idrauliche. Diceva: meglio morire per una schioppettata, piuttosto che morire di fame. I fascisti facevano morire di fame la popolazione e tenevano per loro stessi il cibo, che rivendevano alla borsa nera a prezzi pazzeschi. A volte i partigiani davano l’assalto ai depositi in cui i fascisti tenevano il cibo e lo distribuivano alla popolazione.

Mio nonno stava andando verso Marzabotto, quando, sulla strada del ritorno, incontrò persone che gli dissero di cambiare strada, dicendogli che i nazisti stavano ammazzando tutti. Tornò a casa mio nonno e lo raccontò con voce impaurita a mia nonna, la quale gli disse di parlare piano, visto che avrebbero potuto sentirli i vicini.

Questo è il fascismo. L’antifascismo mi è stato trasmesso dai miei nonni, è quello che mi fa inorridire quando vedo i banchetti di fratelli di italia, quello che mi fa inorridire quando vedo banchetti di forza nuova, quando vedo ingiustizie.

Il calore (sto sempre parlando del mio migliore amico)

Il calore di quella cucina è come il calore del camino della casa del mio amico. é sostanza gradevole e benevola, che ristora il corpo e l’anima, profumi di ragù e affettati, vino rosso a volontà, che scioglie ancora di più le lingue e stimola la conversazione, che viaggia tra risate, scherzi, ragionamenti seri, a volte un po’ tortuosi, come le strade che portano alla sua casa in collina.

Per passare dalla sala, dove consumiamo abbondanti libagioni, al bagno, bisogna uscire all’esterno e scendere gradini, che ti portano al piano di sotto, dove il bagno c’è. Di inverno è abbastanza spiacevole, fa freddo, anche se nel bagno la temperatura è piacevole. Ma non importa.

Guardo al suo viso, i cui lineamenti rivelano un’origine del sud, anche se la sua parlata è ben lontana dal meridione. Lo guardo in volto, gentile, fine, bello e vedo sua madre, che ha attraversato centinaia di chilometri, oltre cinquant’anni fa, che parla con l’accento della sua terra, nonostante sia da tanti anni lontana. Vedo sua madre e gusto i suoi piatti, piatti del luogo, con cui si è contaminata dal punto di vista culinario, oltre ad aver sposato il padre del mio amico. Quei piatti sono generosi di sapori e di calore, proprio come lei, proprio come il mio amico, proprio come quel vino, molto spesso rosso, al cui approvvigionamento contribuisco anche io, ovviamente, con elargizioni varie.

Penso a lui, che solo una volta mi ha fatto incazzare, ma per poco, perché con lui non si può rimanere arrabbiati. Penso a lui, che è il buono, che vorrebbe fare, almeno un giorno della sua vita, il cattivo, per vedere l’effetto che fa. Ma non ce la farà mai. Mai nessun regista lo scritturerà per la parte di malvagio, come capitava a Jack Nicholson. Neanche se recitasse, saprebbe incutere paura.

Lo guardo sorridere, lo guardo, mentre ha l’espressione serena o seria, venata spesso da un po’ di malinconia. Penso alle volte in cui è caduto, in cui è franato, riuscendo sempre a rialzarsi, dimostrando un coraggio, che, a volte, sconfina nella temerarietà, anche se sembra uno molto timoroso, ma non lo è così tanto. Penso alla sua sensibilità, alla sua fragilità, penso alla mia, anche se sembro più forte di lui, però non è così vero. No, non è vero. Siamo uniti dalla fragilità, forse la sua si vede di più, è più evidente.

W le storie di amicizia, un po’ mi lodo.

Mi sorprendo

Tutte le volte che vado a trovare il mio migliore amico, mi sorprendo. Percorro la statale con la macchina tranquillamente, poi mi inerpico su per gli stradellini, che iniziano a disegnare tornanti troppo presto. La strada si restringe ancora e l’asfalto lascia al posto allo sterrato, mentre sembra che il bosco abbracci, con i rami degli alberi, la mia piccola macchina, che passa lentamente per quelle strade impervie. Di giorno il sole regala allegria alle case, alla natura e agli animi degli stanziali, come il mio amico, ma anche dei viaggiatori, come il sottoscritto, oppure dei camminatori, solitari o in coppia. D’inverno, la nebbia crea un atmosfera magica, cancellando, in parte, i contorni delle colline e delle case, vicine o lontane. Ci si sente dentro ad una nuvola. A fianco dello stradellino c’è un gruppuscolo di 3/4 case, in una di queste, in un tempo sospeso 120 anni fa, abita il mio amico. Mi sorprendo, perché io sono cittadino, abito vicino ad autostrade, ho tutto a portata di mano, supermercati, posto di lavoro, ecc., mentre qua non arriva l’autobus, anche se puliscono le strade dalla neve. Si deve alzare presto, lui, per andare a lavorare, a scuola, come ho già raccontato, in un altro post. Si deve alzare alle 5, lui si sente protetto in questo luogo, abbastanza lontano da paesi, supermarket, ristoranti, anche se non troppo. Ha la casa anche in un paese meno remoto, lì vicino, ma la vorrebbe vendere, anche se la madre non vuole.

Ma siamo uniti, uniti nella nostra diversità, forse uniti dal fatto che, ci dicono, siamo anime sensibili.

Profumi

Mi ricordo di dolci giornate, lontane dall’odore a volte sulfureo, che ogni tanto sento oggi. Pausa di pace, pausa di sorrisi in mezzo alle tempeste.

Mi ricordo il profumo delle patatine fritte, preparate da mia nonna, cosparse di salamoia e messe ad asciugare sulla carta gialla del macellaio. Mi ricordo che si spandeva nei tardi pomeriggi d’estate e riempiva le narici mie e anche dei vicini, che si complimentavano con lei. Mi ricordo l’odore fantastico delle tagliatelle con il ragù, che lei preparava da fine settembre a fine maggio, perché, diceva, negli altri mesi faceva troppo caldo, anche se lei non sentiva il caldo. Mi ricordo le lasagne e gli gnocchi, ma anche tutti gli altri piatti, però le mie preferite erano le tagliatelle. Anche io so preparare il ragù, ora. è buono, ma non quanto il suo. Mi ricordo l’odore della biancheria lavata da lei, con il detersivo Ava, mi ricordo quel profumo che mi riempiva le narici, quando affondavo il viso negli asciugamani di canapa, retaggio delle bisnonne. Mi ricordo che riempiva il cortile, proprio come sabato, quando stavo tornando da scuola. è stato bello, molto proustiano. Qualcosa di bello, qualcosa di sano.

Un virus aiuta lo smart working

Ci voleva un virus, ci volevano decine di migliaia di morti, persone intubate, persone che soffrono, familiari in pena. Ci voleva una pandemia per liberare il tempo, ci voleva questa tragedia per affrancare le nostre ore di vita, ma anche di studi, dalla prigionia di autostrade nel tardo pomeriggio di inverno, pieno di nebbia e intasamenti. Ci voleva tutto questo. Dopo la scuola trascorriamo ore a mangiare, più o meno bene, senza poter tornare a casa, visto che abito abbastanza lontano dalla scuola. La riunione inizia spesso troppo tardi, perché il signor capo se la prende comoda, o perché qualcun altro se la prende comoda. L’appello è lungo e laborioso, si può iniziare questo stanco rito, dal sapore manzoniano, nel senso delle gride.

I punti dell’ordine del giorno sono infiniti, come è infinita l’adunata di docenti, molti dei quali con l’occhio pendulo per la digestione e il sonno. Il super capo inanella predicozzi sulla puntualità degli insegnanti, prolisso e logorroico, mentre qualche disadattato coglie ogni occasione per intervenire sull’universo mondo, coglie ogni pretesto per allungare un brodo già troppo acquoso. Il capo non interviene per fermare la logorrea delle anziane cariatidi (sono anziani anche a 30 anni, a volte), anzi la alimenta con i suoi sproloqui. E così la riunione arriva alle 16 30, termine teorico, teorico, perché manca ancora un sacco, il cielo si scurisce man mano, mentre il conto della babysitter cresce, mentre lo stipendio cala e la nonna che accudisce il nipote deve rinunciare, per l’ennesima volta alla sua lezione di pilates.

Arriva il momento delle varie ed eventuali, il tempo scorre lento fino alle 5 passate. La messa è finita, davanti agli sguardi di scoramento e rassegnazione di molti prof. Puoi andare a casa e arrivano le 18, 18 e 30. Dal momento che le ore di lezione sono finite alle 12, vuol dire che hai perso 6 ore e mezza, di cui tre, almeno, dedicati a pasti che ti devi pagare tu e al lungo viaggio, nell’ora di punta. Avresti potuto trascorrere queste ore a casa e aspettare la riunione nel salotto, prima del collegamento. Ora un DPCM costringe il grande capo a liberare il tuo tempo, a liberare il nostro tempo, a regalare tempo alla vita, agli studi per migliorarci e migliorare il nostro lavoro. O forse è stato il virus?

Gride manzoniane

Il grande capo del liceo dove lavoro sembra un po’ uno sfigato inacidito, che non veniva mai invitato alle feste, quando era lui adolescente. Le ragazze non se lo filavano mai, lui non riusciva a rivolgersi a loro, non riusciva nemmeno ad incrociare il loro sguardo. Il tempo è trascorso e lui è diventato preside, molto lontano da casa e allora ha voglia di rivalsa. Per lui i prof, o molti di essi, sono come quei compagni di scuola e quelle compagne che non se lo filavano. E allora vuol comandare, come il protagonista de Il Giudice, la canzone di De André. E così la sua aria da sfigato non dispensa più buon umore, per chi alla sbarra in piedi gli dice vostro onore. E allora diventa una sorta di Don Ferrante, che non si vuole accorgere della peste, convocando riunioni/adunanze, alle quali accorrono folle oceaniche o un po’ più sparute, a volte confinate in spazi stretti, ammassati a respirare la poca aria viziata presente. Come per incanto i contagi crescono, come i DPCM di conseguenza e lui oggi ha scritto una circolare più che confusa, simile ad una grida manzoniana. Il coraggioso che ha la forza e l’abnegazione di arrivare fino in fondo senza addormentarsi comprende che il grande capo sta pensando di autorizzarci a lavorare da casa. Devo dire che ha la reattività di un bradipo addormentato.

A proposito, oggi Internet funzionava un po’ meglio.

Lei è una persona solare

Mi hanno detto anche questo, quelle ragazze belle dentro, di fuori, sopra e sotto, ma anche tutto intorno. è vero, ma per merito vostro soprattutto, siete voi il mio sole.

Che bello vederle/i, vestiti a festa, sfoggianti abiti lunghi, tatuaggi, pettinature nuove e sorrisi, qualche tacco alto, tinture di capelli e camice eleganti. Che belli/e, che belli e veri, che belli i loro sorrisi e le loro lacrime di gioia e commozione. Ho detto loro cosa penso e mi hanno detto: prof, ha fatto piangere anche una persona che fa spagnolo. Io non ho pianto, mi sono emozionato, certamente, ma ho sorriso.

Ho sorriso, perché loro hanno capito chi sono. Ho sorriso, perché hanno dissipato gli ultimi dubbi che avevo sull’Istituto Alberghiero. è stato il secondo anno, ho avuto qualche perplessità, mai su quella classe, ovviamente, che ho amato alla follia. Ho avuto qualche perplessità su quel luogo, perché è pieno di contraddizioni, perché non assomiglia ai posti a cui ero abituato. Ma ho capito, ho ancora di più avuto la certezza di aver fatto centro. Anche lì c’è rimasto un pezzo della mia anima. E se tornassi per la terza volta?

Appello di Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi

Pubblico questo appello di Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, ucciso a Ferrara nel 2005, morte provocata da 4 poliziotti. Invita a non votare per chi applaude gli assassini di suo figlio, cioè alan fabbri, il candidato della lega a sindaco di Ferrara.. Ho ancora il ricordo del documentario di Filippo Vendemmiati, è stato morto un ragazzo. Rabbrividisco nel pensare a quanto è successo al povero Federico e a quello che hanno dovuto subire i genitori, vedendo chi ha provocato la morte del figlio in giro per Ferrara. Mi unisco all’appello di Patrizia Moretti.  Ballottaggio Elezioni Ferrara

Acidità: piccola ed insignificante storia

Mi posso vantare di essere civile sul web. è vero che è un dovere essere civili, lo so. In questi tempi non è più così scontato. Credo di essere civile in questo blog. Cerco di intervenire su argomenti che conosco. Non scrivo tanto di politica in senso stretto, anche se la seguo, leggo due quotidiani al giorno, di diverso orientamento, Fatto e Repubblica. Non commento tanto la politica su facebook, o perché non ne so abbastanza, o perché qualcuno ha già espresso il mio pensiero, oppure, perché penso che, troppo spesso, il web sia diventato un verminaio, un calderone putrido e maleodorante e che, dunque, non merita i miei pensieri garbati, in mezzo ad un mare di cattiveria, pressapochismo e livore. Ho provato a scrivere il mio parere su un ristorante, parere peraltro benevolo, scritto senza darmi arie da intenditore, perché non lo sono. Sono solo uno che mangia e che ha la passione per il cibo, gourmet e non. Un amico della persona che ha postato contenuti culinari mi ha attaccato con toni livorosi, accusandomi di non essere mai stato nel ristorante in cui parlavo, dapprima confondendolo con un altro ristorante ben lontano da quello e poi schernendomi per la mia preferenza. Ho bannato entrambi, sia la persona che ha postato di cucina, sia l’amico. Questi toni mi mettono a disagio, le polemiche sciocche e stupide mi mettono a disagio. Io mi sono difeso, utilizzando il low profile, mettendo subito le mani avanti. Io non sono un esperto culinario e non lo sarò mai, faccio il prof e il traduttore, non pretendevo di esserlo, ma non mi vanno quei toni. Per fortuna c’è questo blog, un’isola felice dove si scrive innanzitutto di sentimenti e di squarci di blu nel cielo grigio, dove si scrive di arcobaleni dopo le grandi tempeste.

A presto.

Un abbraccio,

M.

Il pazzo condominio

UN PO’ DI RISATE
Verso le tre del pomeriggio le urla belluine dell’orribile vicino turbano la quiete del dopopranzo. Il vicino è uscito con i cani e, come fa sempre tutta la sua famiglia, non ha con sé nulla per eliminare i loro escrementi. Una vicina lo rimprovera perché il cortile è pieno di “ricordini” e lui si irrita, emettendo versi inarticolati, che ricordano quelli di Bongo, il marito di Mariangela Fantozzi. Ma ecco che esce il figlio, un giuggiolone dallo sguardo spaesato, il quale difende a spada tratta il cane. Ma come fa a sapere che è dei nostri cani? Ci sono tanti cani in giro? Anche la figlia si unisce nella pugna, per difendere l’onore della famiglia degli sporcaccioni. La vicina li manda serenamente a quel paese e il povero fanciullo di 18 anni, con il cervello di un bambino di uno, si adombra e lo va a dire alla mamma. La mamma è un incrocio tra il mostro di Lochness e Godzilla. Esce di casa gridando ferocemente, con tutti i cani che ci sono come fa a dire che sono i nostri? Ci sono problemi più seri nella vita! e poi guardi che gli escrementi si trasformano subito in concime per le piante. A questo punto mi sono sentito soddisfatto, perché ho imparato qualcosa di biologia. #tuttovero #gentaglia#pazzocondominio