Autore: michelechefailprof

Faccio il prof, sono alto e timido. Ho i capelli corti. Qualcuno dice che sono intelligente. Qualcuno dice che sono simpatico. Qualcuno dice che sono bello. Io penso di essere un prof decente, non troppo stupido e abbastanza simpatico. e anche non male di aspetto.

Ospedali

ed ecco un altro racconto che ho scritto qualche mese fa. è tutto vero e lo adoro…

OSPEDALI

 

Ho ancora il ricordo dell’anima a pezzi che avevo il giorno in cui sono uscito dall’ospedale l’ultima volta, quasi un anno e mezzo fa. Ho ancora il ricordo di quando sono diventato un pezzo di carne, il giorno in cui mi hanno preso di peso per portarmi in ospedale, senza darmi il tempo di ricompormi, di vestirmi. Era febbraio e faceva un freddo boia. Mi hanno trascinato in mutande in una fredda mattina di febbraio, hanno supposto che io facessi uso di droghe, addirittura. Ero banalmente svenuto, una banale sincope, la chiamano. Pensateci e pensiamoci. Ero io, una persona normale, una persona come tante. Avrebbe potuto essere chiunque, avremmo potuto essere tutti. Siamo esseri senzienti, viviamo e soffriamo. Ci troviamo in condizione di bisogno, diventiamo minuscoli e fragili. In quel momento abbiamo ancora più bisogno di aiuto e comprensione. E invece, diventiamo oggetti, pezzi di carne morta nelle mani di portantini senza umanità. Uscii con un profondo terrore ed orrore per quel luogo, per quei luoghi.

 

Nei mesi successivi ho fatto esperienze, sono andato in gita a Praga con i miei alunni. Ho vissuto tanto e ho vissuto bene. Ho continuato ad amare la vita, di un amore folle, spesso corrisposto. Ho amato tanto, forse troppo. Ho continuato a pensare che l’unica soluzione sia amare, anche perché è l’unica cosa che so fare. Trascorrono i mesi, che dispensano spesso cose belle. Alcuni mesi fa mi arriva una telefonata da parte della collega, che coordina la sezione in ospedale della scuola in cui lavoro. Mi propone di insegnare tedesco ad un ragazzino malato. Io rimango sorpreso e, ammetto, pure un po’ preoccupato. Non avevo voglia di entrare in un ospedale, quasi che l’entrata in un luogo del genere facesse rinascere il profondo dolore. Non sapevo assolutamente, come fosse la scuola lì. Mi immaginavo delle lezioni all’interno dei reparti ospedalieri. Pongo molte domande alla collega, con la paura di trovarmi di fronte ad un alunno con il volto e il corpo straziati dalla sofferenza fisica. La mia collega dissipa molta parte dei miei dubbi e mi convinco. O forse sono quasi convinto. Parto per la mia prima mattina nella scuola ospedale e cerco di non pensare troppo a quello che mi sta accadere. Esco dalla città, dopo essere uscito dall’autostrada e risalgo il dolce pendio di una collina baciata dal sole. Mi sembra di stare andando ad una gita. Entro nell’ospedale, gremito da folle veloci e lente. Al centralino dell’ospedale faccio chiamare la mia collega, la quale arriva e mi da il benvenuto, accompagnandomi al piano della scuola, dove non ci sono reparti ospedalieri, proprio per fare “staccare la spina” ai pazienti. L’ospedale nel quale si trova la scuola è dedicato a pazienti con lesioni del midollo spinale e il mio alunno è stato vittima di un grave incidente stradale, finendo in coma ed essendo operato un’infinità di volte. La mia collega è una persona accogliente e tranquillizzante e, quando arriva il mio alunno, mi accorgo che anche lui è così. Facciamo conoscenza, inizio a spiegare tedesco con la sicurezza di sempre e il mio alunno mi segue, mostrando passione e dandomi serenità. Finisce la lezione, il ragazzo se ne va, con qualche rammarico, perché avrebbe voluto continuare, ma anche con un po’ di dispiacere mio, perché mi fa sentire bene. Emana delle vibrazioni positive, che cerco di ritrovare nella natura splendidamente primaverile che circonda quell’ospedale, dove ha sede la scuola. Attorno al tavolo a cui stiamo seduti ci sono altri alunni e professori, che spiegano un sacco di materie: scienze, italiano, inglese,… Ogni tanto penso che forse anche gli altri insegnanti provano sensazioni simili alle mie. e penso che sia vero. Esiste ancora chi vive questo mestiere con sentimento. Altrimenti non lo farebbero, almeno molti di loro. Penso che garantire il diritto allo studio di chi sta soffrendo sia una ricchezza infinita e sia la riprova che la scuola pubblica, nonostante tutto, è ancora un’ancora di salvezza per la nostra società. Durante e dopo le lezioni mi godo le sensazioni, la sensazione di giovamento estremo che mi porta il rapporto con un ragazzo come lui. Penso che stia crescendo la sua conoscenza del tedesco, ma penso che, soprattutto, la mia anima sia beneficata da lui. Credo di avere assistito a delle lezioni, chiamiamole di resilienza, chiamiamole di vita. Ho assistito a delle lezioni di forza di vita e spero di essere stato almeno un buon allievo, almeno di avere la sufficienza, di non essere stato rimandato a settembre. Martedì scorso è stata l’ultima lezione, lui mi ha raccontato che da 7 mesi sta in ospedale e che vorrebbe presto ritornare a casa propria, molto lontano da quell’ospedale. Io gli ho fatto gli auguri e l’ho ringraziato per il giovamento che ho tratto da quelle lezioni. Si sta proprio bene con te, mi sono trovato veramente bene. Tu sei veramente una persona positiva. Lui mi ha ringraziato e mi ha detto, bisogna essere sempre positivi. Io ho sorriso, per tanti motivi, sicuramente, il primo è che sono stato fortunato ad avere un insegnante di vita come lui. Ha insegnato più lui a me di quanto io abbia insegnato a lui. Ho ringraziato anche la mia collega, per l’opportunità che mi ha detto. Ho sbloccato un po’ la mia timidezza, la mia ritrosia ad esprimere tutto quello che provo. Perché era giusto così, perché è stato bello così. W la vita! (Non avrei mai creduto che stare in un ospedale avrebbe potuto anche essere bellissimo)

Una storia di fiducia

Ho scritto questo racconto alcuni mesi fa. Sono stato orgoglioso di averlo scritto: racconta una bella storia, di fiducia e di amore. Mi ha fatto stare bene averlo scritto e spero che faccia stare bene anche voi.  (P.S. è TUTTO VERO)

a presto.

 

M.

UNA STORIA DI FIDUCIA

 

 

Questa storia è una storia di fiducia. Inizia in un ambulatorio: ci sono io, che sono un insegnante, sul lettino. Ho avuto problemi di salute, sono finito in ospedale ed ora sto subendo un controllo. Da qualche settimana ho ricominciato a lavorare. Con fare un po’ timoroso chiedo alla dottoressa, tra un po’ andrò in gita con gli alunni, dice che ci sono controindicazioni? La dottoressa mi guarda serena e mi dice, può andare tranquillamente Stefano, le farà bene. Aveva ragione.

Parto con tre classi terze di ragioneria, una delle quali mi ha come insegnante di tedesco. Andiamo a Praga. I ragazzi della mia classe sono magnifici, ci conosciamo bene, mi hanno chiesto loro di accompagnarli. Durante la gita conosco anche i ragazzi delle altre due classi e allaccio uno stupendo rapporto anche con loro. Quel viaggio mi fa bene, al corpo e all’anima. Mi fa bene la presenza dei ragazzi, mi fa bene la presenza dei miei colleghi. Grazie a loro, grazie al fascino, alla bellezza di Praga, i problemi di salute, con i brutti ricordi ad essi collegati, vengono travolti da un mare di vita, di belle vibrazioni e di sorrisi. Di quel viaggio amo tutto, perfino la partenza ad un’ora impossibile, le sette della mattina, da San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, a mezz’ora di macchina. È marzo, è ancora buio, nevica e mi sono alzato alle cinque. Ma sono felice. Partiamo in pullman, pieni di allegria e sonno. Il viaggio ha una tappa a Monaco di un giorno, c’è la neve anche lì, ma non importa. Con loro, con i miei ragazzi e con i miei colleghi è tutto perfetto.

Quando arriviamo a Praga veniamo accolti da un albergo bello ed accogliente, vicino al centro. Le giornate si dividono tra la partecipazione ad una fiera internazionale studentesca e la visita di Praga. Non è la prima volta che ci vado, ma le emozioni che provo sono uniche, ad esempio contemplando il Ponte Carlo, la Piazza della Città Vecchia o il Castello. C’è il freddo, un po’ di neve, ma il cuore e l’anima sono caldi, caldissimi. All’inizio di questa storia avevo scritto che questa è una storia di fiducia. E lo è. Un tardo pomeriggio è fissata una minicrociera in battello lungo la Moldava, il fiume che attraversa la città. La mia collega, che ha organizzato la gita, raccomanda assoluta puntualità, perché teme che il battello non attenderà i ritardatari. Il ritrovo è nella hall alle sei e trenta di sera. Mancano quattro ragazzi e la mia collega dice al resto del gruppo di andare, io mi propongo di rimanere in hotel per sorvegliarli, visto che sono minorenni. Il gruppo sale sul pullman che li porterà verso il fiume. Vado verso l’ascensore, che si ferma al pianterreno in quel momento. Escono i quattro ragazzi. È trascorso meno di un minuto dalla partenza del gruppo. Dove sono gli altri, mi chiedono con aria preoccupata. Sono andati via, la collega esigeva puntualità assoluta. I ragazzi sono tristissimi. L’ascensore era bloccato da altri, sono solo le sei e trentuno. Avrebbero potuto aspettare un minuto. Ragazzi, la prof aveva detto che non avrebbero aspettato, replico io. Scusate, perché non proviamo a raggiungerli, propongo. Non ce la faremo mai, gli altri sono in pullman, mi rispondono con aria afflitta. Proviamo a chiedere alla reception quanto ci vuole in autobus. Vado alla reception e mi dicono che ci vogliono circa 10 minuti in autobus per raggiungere l’attracco del battello. Compro i biglietti. I ragazzi non ci credono, e se non ce la dovessimo fare. Ci faremmo un giro per Praga, rispondo io. Andiamo fuori dall’albergo e ci avviamo verso la fermata. L’autobus sta arrivando, proviamo a correre come matti per raggiungerlo, ma non ce la facciamo. Dobbiamo aspettare il successivo. Contattiamo la mia collega che ha organizzato la gita e le spieghiamo la situazione. Lei mi dice che avrebbe provato a chiedere al pilota del battello di aspettare, ma dubita. I ragazzi sono sempre più afflitti, e se non ce la facciamo. Se non ce la facciamo, faremo due passi, rispondo io, ma ci dobbiamo provare. Finalmente arriva l’autobus. Mi telefona di nuovo la mia collega, che mi dice che ci vogliono quattro fermate per raggiungere l’attracco. La fermata è oltre il ponte sulla Moldava, bisogna tornare indietro sul ponte e scendere una serie di gradini che portano al molo. Per strada non c’è tanto traffico e l’autobus raggiunge velocemente la fermata. Scendiamo e corriamo. Per fortuna sono allenato, vado in palestra. Ho il fiatone, però, quando mi chiama la collega. Dove siete, mi chiede. Sul ponte. Fate presto, il comandante del battello si sta innervosendo, perché vuole partire. La strada è ormai corta e la chioma bionda della mia collega si intravede davanti al battello, scendiamo i gradini, di corsa. Saliamo sul battello. Ci sono una cinquantina di ragazzi che gridano ritmicamente il mio nome. Applaudono. Io sono felice e stupito. Non mi sembra di aver fatto nulla di che, proponendo di tentare. I ragazzi che ho accompagnato al battello si avvicinano a me, grazie prof, per avere avuto fiducia. Se non fosse stato per lei, ci saremmo già arresi. Guardo le luci della città delle meraviglie, durante la gita delle meraviglie. È tutto perfetto. Viva la Vita.

 

Zumba

Nel 2014 lavoravo in due scuole. In una scuola vivevo con ragazzi delle superiori evoluti e sereni, intelligenti e sorridenti. In un’altra scuola ero con ragazzini delle medie, molti dei quali nervosi e problematici. Un giorno di inizio dicembre sto male e perdo conoscenza per qualche secondo. Quel giorno non vado a scuola. I giorni successivi sono giorni di impegni scolastici serrati e non riesco ad andare tanto in palestra. Il sabato decido di provare zumba. Da tanto tempo ci stavo pensando, ma, per vari motivi, avevo sempre rimandato.

C’è una ragazza bella e sorridente, che insegna zumba. Mi diverto subito da matti e inizia la passione. Mi da libertà, allegria, mi fa esprimere. Adoro ballare. Comunico me stesso e mi sento anche più sciolto a scuola e nella vita. Zumba mi migliora la vita. Passano gli anni e frequento lezioni, anche masterclass, piene di appassionati come me, anche lontano dalla mia città. Una volta ho anche incontrato una mia alunna. Qualche settimana fa ho preso una decisione.

Mi sono iscritto ad un corso ed ho conseguito il brevetto da Zin, cioè istruttore di zumba. è stato bello riscoprirsi alunno. è durato un giorno quel corso. è stato interessante e stimolante. Penso che mi abbia fatto bene. e mi farà ancora meglio, al fisico e al corpo.

Bellezza

Lido degli Scacchi 1 settembre 2017Solo

Solo contemplare l’onda:/

senza invocare transito/

o cibo: ospitarla/

nella mente, senza frutto,

senza tentare alcuna costa,

né alcuna schiuma

frangere.

Non più strumento: leggere il mare.

(Pietro Ingrao, L’alta febbre del fare, Mondadori)

Questa foto l’ho scattata io, era il 1 settembre del 2017. L’ho scattata con un cellulare Samsung e me ne sono innamorato.

Neofascismo, ad Ascoli Piceno Fratelli d’Italia celebra la marcia su Roma con una cena-evento — STORIE DIMENTICATE

Ad Acquasanta Terme la serata, con un menù dedicato, per ricordare l’ingresso dei militanti del Partito nazionale fascista nella capitale del 28 ottobre 1922. La città marchigiana è medaglia d’oro per la Resistenza, appello ai vertici del partito: “Condannino l’iniziativa, triste e fuori luogo” di PAOLO BERIZZI

via Neofascismo, ad Ascoli Piceno Fratelli d’Italia celebra la marcia su Roma con una cena-evento — STORIE DIMENTICATE

Prof, lei per me è come un secondo padre

Questo blog mi sta spiegando molte cose, o almeno me le fa vedere. Qualcuna la capisco. Amo tutti i post, perfino quelli un po’ più sconclusionati, ma qualcuno mi è rimasto di più nel cuore. è normale, sono più 1000. Poi finisce che guardo le statistiche di wordpress e scopro che un post, che per me è insignificante, da altri è adorato, o almeno è amato un po’. Mi rendo conto che questo blog non è solo mio, è anche vostro, è anche di chi gli vuole bene. Anche io gli voglio bene. Non è un vero diario, non ha un ordine cronologico, lo si può leggere come si vuole, senza un criterio. Vado a salti nel passato, più o meno passato. Scrivo di politica, poca, scrivo tanto di scuola. Rappresenta un momento, un pomeriggio, una notte, come questa, in cui il sonno sta per battermi. A questo post avevo voluto bene già prima di scriverlo.

L. è una ragazzona alta alta e robusta, con il viso da bambina e la voce potente. Ha un sorriso sincero ed aperto, le guance rubizze incorniciate dai capelli lisci neri fino alle spalle. è un mia alunna, si impegna tanto in tedesco, anche se non è particolarmente dotata. è una brava ragazza. nel vero senso della parola. Poco tempo fa mi corre incontro, all’entrata della scuola. Mi abbraccia e mi dice, prof, lei per me è come un secondo padre. Sono colpito, emozionato e felice. è una grande responsabilità, è tanto bello.  Ho fatto qualcosa di buono, credo.