Un virus aiuta lo smart working

Ci voleva un virus, ci volevano decine di migliaia di morti, persone intubate, persone che soffrono, familiari in pena. Ci voleva una pandemia per liberare il tempo, ci voleva questa tragedia per affrancare le nostre ore di vita, ma anche di studi, dalla prigionia di autostrade nel tardo pomeriggio di inverno, pieno di nebbia e intasamenti. Ci voleva tutto questo. Dopo la scuola trascorriamo ore a mangiare, più o meno bene, senza poter tornare a casa, visto che abito abbastanza lontano dalla scuola. La riunione inizia spesso troppo tardi, perché il signor capo se la prende comoda, o perché qualcun altro se la prende comoda. L’appello è lungo e laborioso, si può iniziare questo stanco rito, dal sapore manzoniano, nel senso delle gride.

I punti dell’ordine del giorno sono infiniti, come è infinita l’adunata di docenti, molti dei quali con l’occhio pendulo per la digestione e il sonno. Il super capo inanella predicozzi sulla puntualità degli insegnanti, prolisso e logorroico, mentre qualche disadattato coglie ogni occasione per intervenire sull’universo mondo, coglie ogni pretesto per allungare un brodo già troppo acquoso. Il capo non interviene per fermare la logorrea delle anziane cariatidi (sono anziani anche a 30 anni, a volte), anzi la alimenta con i suoi sproloqui. E così la riunione arriva alle 16 30, termine teorico, teorico, perché manca ancora un sacco, il cielo si scurisce man mano, mentre il conto della babysitter cresce, mentre lo stipendio cala e la nonna che accudisce il nipote deve rinunciare, per l’ennesima volta alla sua lezione di pilates.

Arriva il momento delle varie ed eventuali, il tempo scorre lento fino alle 5 passate. La messa è finita, davanti agli sguardi di scoramento e rassegnazione di molti prof. Puoi andare a casa e arrivano le 18, 18 e 30. Dal momento che le ore di lezione sono finite alle 12, vuol dire che hai perso 6 ore e mezza, di cui tre, almeno, dedicati a pasti che ti devi pagare tu e al lungo viaggio, nell’ora di punta. Avresti potuto trascorrere queste ore a casa e aspettare la riunione nel salotto, prima del collegamento. Ora un DPCM costringe il grande capo a liberare il tuo tempo, a liberare il nostro tempo, a regalare tempo alla vita, agli studi per migliorarci e migliorare il nostro lavoro. O forse è stato il virus?

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