Month: ottobre 2020

Competenza

In questo blog scrivo pochissimo di Covid, ne tratto solo di sbieco, soffermandomi solo sugli aspetti “sentimentali”, solo sull’influenza che ha questa pandemia sulla scuola. Non ne scrivo, perché non ne so niente, perché sarei ridicolo se mi ergessi a pseudovirologo. Mi fanno paura e un po’ schifo tutti questi incompetenti, che spuntano sentenze. Non scrivo di coronavirus, perché io so di traduzioni e di scuola, non di virus.

Vincerò anche questa volta

Il titolo potrebbe sembrare il delirio di un esaltato con disturbi della personalità.

è difficile restare indifferenti alle aule vuote, spettrali, senza gli alunni, senza quei corpi a tre dimensioni, senza quegli occhi attenti, felici, distratti, assonnati, che spuntano faticosamente dalle mascherine. è difficile restare indifferenti arrivando davanti alla scuola e non vedere e/o sentire il vociare caotico e simpatico dei ragazzi, molti dei quali, almeno nella scuola in cui lavoro io, sono disciplinati, non si assembrano e hanno la mascherina. è difficile non provare sconforto quando la connessione internet della scuola è efficace quasi quanto quella dei modem analogici e fa spezzettare la tua voce di prof, le loro voci, le cancella del tutto e butta fuori il loro rettangolo di schermo dalla chiamata di meet. è bello vedere tutto il visto dei ragazzi, ma ti si stringe il cuore nel vederli dietro ad un computer.

Quando li vedi entrare a scuola, poche classi complete, qualcuna a metà, provi una sensazione di gioia e sollievo, come se non li vedessi più da tanto tempo, anche se li hai visti solo qualche giorno prima. Allora è il momento di dare ancora di più il meglio di te, allora è il momento di incrociare i loro sguardi. E dimentichi tutto, dimentichi, per quell’ora, questo schifo di virus e tutti il resto, vedi i tuttologi da bar e da internet. Ma anche quando sono dietro ad uno schermo, quando hai risolto i problemi di connessione, dopo aver igienizzato accuratamente la cattedra, solo in quell’aula, anche quando ci sei tu e loro sono altrove, in paese o persi in località collinari o di pianura, allora devi dare il meglio, perché questo lavoro di diverte da matti, perché è una delle tue gioie della vita. Vincerò anche questa volta.

M.

Il tempo non cancella, a volte

Si dice che il tempo cancelli i contorni, ma anche le figure. Si dice che la memoria si vada perdendo, anche per colpa di internet. Mah, forse è vero, ma non sempre.

Era settembre anche cinque anni fa, quando ricevetti la chiamata per quel liceo così lontano da casa mia, addirittura 50 km. Avevo molta paura delle autostrade, in quel periodo. Fatico ancora a capire il perché, visto che il mio unico incidente, in cui ho disfatto la macchina, l’ho avuto poco prima di entrare in tangenziale. Avevo poche ore, 7. Ci dovevo andare per soli due giorni alla settimana, il mercoledì e il sabato, avevo due classi del liceo linguistico. Il primo giorno ero teso e in ansia. Andò tutto bene: i ragazzi, quasi tutte femmine, furono disciplinati e volenterosi. Nonostante ciò tornai a casa distrutto, mi stesi sul divano, dove dormii profondamente. Il tempo cancellò velocemente la stanchezza, sostituita da un’adrenalina che mi dava sempre più energia e voglia di vederli. Quei ragazzi di quel paese di 30000 abitanti, molti dei quali hanno l’accento diverso dal mio, sono simpatici e positivamente vivaci. Ascoltano attentamente, ponendo domande intelligenti, che mi fanno riflettere in tanti modi diversi. Incontro i loro sorrisi al sabato mattina, quando sono stanco morto, perché la sera prima sono andato a farmi una birra e ho dormito 5 ore quella notte. Incontro i loro sorrisi e la stanchezza passa, viene relegata chissà dove. Insegno e imparo, in continuazione. I ragazzi e i genitori sono soddisfatti e felici, io pure. I giorni passano senza che io me ne accorga, tra richieste di rassicurazioni dei genitori “lei rimane, vero? mi raccomando” e un’atmosfera bella e sana con i ragazzi, in cui si impara e si vive bene. Passano solo due mesi, due mesi non sono niente, ma sono anche qualcosa, quando lasciano un segno nell’anima. Passano due mesi e arriva l’aggiornamento delle graduatorie, arriva una telefonata: la persona che era prima di lei ha accettato, il suo incarico è terminato. Il mio dispiacere è enorme, pensando che non avrei più rivisto quei ragazzi, il loro pure. Ricevo tanti messaggi, che mi scaldano l’anima. Organizzano un pranzo al ristorante, in una giornata che di grigio ha solo il cielo. Siamo felici e consapevoli che qualche cosa è nato.

Trascorre poco tempo e inizia un altro incarico, pieno di gloria e sorrisi, fatica bella e soddisfazioni.

Gli anni scivolano e arriva questa richiesta di disponibilità, dallo stesso liceo, questa volta per una cattedra piena. Non sono sicurissimo di candidarmi, perché è molto lontano. Lo faccio e ottengo il posto. All’inizio sono preoccupato, ma la preoccupazione svanisce un po’ alla volta, travolta dall’energia e dalla gioia che mi danno i ragazzi, ma anche i colleghi.

Incontro una collega, la quale si ricorda di quando, cinque anni prima avevo lavorato lì e mi dice: erano tanto contenti di te, i ragazzi. A volte il tempo non cancella.

Per questo faccio l’insegnante.

M.

Vedo

Vedo la città spenta, vedo i colori cambiati dell’autunno che intristisce e rende un po’ inutile tutto. No, non è vero che è inutile. è diverso. Ti devi guardare dentro, se solo hai coraggio e interesse.

Vedo la provvisorietà delle passioni futili serie dell’estate, finite e travolte, come se non fossero mai esistite, peggio di un fuoco di paglia, che lasciano visi e anime attonite, dove prima c’erano sorrisi e sguardi sognanti, quasi come se fossero gli sguardi di un adolescente. Ricordo gli occhi tristi visti nello specchio e il torrente che sta per affiorare.

M.