Coronavirus

Non mi metto a fare lo pseudovirologo, non ci capisco niente. Vi rassicuro. In questi giorni sono a casa da scuola e mi sto dedicando alle traduzioni. è il tempo anche della riflessione, è il tempo in cui posso un po’ guardarmi dentro e vedere cosa manca. Lo scrivo troppo spesso, forse perché manca qualcosa. Già.

Qualche settimana fa sono andato a fare un esame, un esame che certifica eventuali problemi neurologici. A dicembre ero svenuto, per fortuna la mia mamma mi aveva sorretto, facendosi un gran male al polso. Io sono grande e grosso. L’esame era in ospedale, alle 8 del mattino. Il medico che mi ha esaminato è una persona umana e civile e non è così scontato. Mi ha legato ad un lettino, che ha spostato in verticale per mezz’ora. Mi ha misurato le pulsazioni e la pressione. Ma non è di questo che voglio parlare.

Quel giorno non ho preso tutta la giornata di libertà a scuola, solo le prime ore. Quando sono uscito dall’ospedale erano le 11, ho preso subito la macchina. Mentre stavo percorrendo il breve tratto di autostrada che separa l’ospedale dalla scuola sentivo una gioia folle. Sembrava la prima volta che andavo a scuola dopo anni, invece c’ero andato il pomeriggio precedente. Ci andavo per sole due ore, i ragazzi sono buoni e simpatici, anche se di una discreta ignoranza, ma a me importa la loro sostanza e quella c’è. Sono state due ore di vera festa, anche se ho fatto lezione come qualsiasi altra volta. La scuola è sempre una gioia, è sempre una consolazione. Il cuore batte ancora.

M.

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