Una storia di fiducia

Ho scritto questo racconto alcuni mesi fa. Sono stato orgoglioso di averlo scritto: racconta una bella storia, di fiducia e di amore. Mi ha fatto stare bene averlo scritto e spero che faccia stare bene anche voi.  (P.S. è TUTTO VERO)

a presto.

 

M.

UNA STORIA DI FIDUCIA

 

 

Questa storia è una storia di fiducia. Inizia in un ambulatorio: ci sono io, che sono un insegnante, sul lettino. Ho avuto problemi di salute, sono finito in ospedale ed ora sto subendo un controllo. Da qualche settimana ho ricominciato a lavorare. Con fare un po’ timoroso chiedo alla dottoressa, tra un po’ andrò in gita con gli alunni, dice che ci sono controindicazioni? La dottoressa mi guarda serena e mi dice, può andare tranquillamente Stefano, le farà bene. Aveva ragione.

Parto con tre classi terze di ragioneria, una delle quali mi ha come insegnante di tedesco. Andiamo a Praga. I ragazzi della mia classe sono magnifici, ci conosciamo bene, mi hanno chiesto loro di accompagnarli. Durante la gita conosco anche i ragazzi delle altre due classi e allaccio uno stupendo rapporto anche con loro. Quel viaggio mi fa bene, al corpo e all’anima. Mi fa bene la presenza dei ragazzi, mi fa bene la presenza dei miei colleghi. Grazie a loro, grazie al fascino, alla bellezza di Praga, i problemi di salute, con i brutti ricordi ad essi collegati, vengono travolti da un mare di vita, di belle vibrazioni e di sorrisi. Di quel viaggio amo tutto, perfino la partenza ad un’ora impossibile, le sette della mattina, da San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, a mezz’ora di macchina. È marzo, è ancora buio, nevica e mi sono alzato alle cinque. Ma sono felice. Partiamo in pullman, pieni di allegria e sonno. Il viaggio ha una tappa a Monaco di un giorno, c’è la neve anche lì, ma non importa. Con loro, con i miei ragazzi e con i miei colleghi è tutto perfetto.

Quando arriviamo a Praga veniamo accolti da un albergo bello ed accogliente, vicino al centro. Le giornate si dividono tra la partecipazione ad una fiera internazionale studentesca e la visita di Praga. Non è la prima volta che ci vado, ma le emozioni che provo sono uniche, ad esempio contemplando il Ponte Carlo, la Piazza della Città Vecchia o il Castello. C’è il freddo, un po’ di neve, ma il cuore e l’anima sono caldi, caldissimi. All’inizio di questa storia avevo scritto che questa è una storia di fiducia. E lo è. Un tardo pomeriggio è fissata una minicrociera in battello lungo la Moldava, il fiume che attraversa la città. La mia collega, che ha organizzato la gita, raccomanda assoluta puntualità, perché teme che il battello non attenderà i ritardatari. Il ritrovo è nella hall alle sei e trenta di sera. Mancano quattro ragazzi e la mia collega dice al resto del gruppo di andare, io mi propongo di rimanere in hotel per sorvegliarli, visto che sono minorenni. Il gruppo sale sul pullman che li porterà verso il fiume. Vado verso l’ascensore, che si ferma al pianterreno in quel momento. Escono i quattro ragazzi. È trascorso meno di un minuto dalla partenza del gruppo. Dove sono gli altri, mi chiedono con aria preoccupata. Sono andati via, la collega esigeva puntualità assoluta. I ragazzi sono tristissimi. L’ascensore era bloccato da altri, sono solo le sei e trentuno. Avrebbero potuto aspettare un minuto. Ragazzi, la prof aveva detto che non avrebbero aspettato, replico io. Scusate, perché non proviamo a raggiungerli, propongo. Non ce la faremo mai, gli altri sono in pullman, mi rispondono con aria afflitta. Proviamo a chiedere alla reception quanto ci vuole in autobus. Vado alla reception e mi dicono che ci vogliono circa 10 minuti in autobus per raggiungere l’attracco del battello. Compro i biglietti. I ragazzi non ci credono, e se non ce la dovessimo fare. Ci faremmo un giro per Praga, rispondo io. Andiamo fuori dall’albergo e ci avviamo verso la fermata. L’autobus sta arrivando, proviamo a correre come matti per raggiungerlo, ma non ce la facciamo. Dobbiamo aspettare il successivo. Contattiamo la mia collega che ha organizzato la gita e le spieghiamo la situazione. Lei mi dice che avrebbe provato a chiedere al pilota del battello di aspettare, ma dubita. I ragazzi sono sempre più afflitti, e se non ce la facciamo. Se non ce la facciamo, faremo due passi, rispondo io, ma ci dobbiamo provare. Finalmente arriva l’autobus. Mi telefona di nuovo la mia collega, che mi dice che ci vogliono quattro fermate per raggiungere l’attracco. La fermata è oltre il ponte sulla Moldava, bisogna tornare indietro sul ponte e scendere una serie di gradini che portano al molo. Per strada non c’è tanto traffico e l’autobus raggiunge velocemente la fermata. Scendiamo e corriamo. Per fortuna sono allenato, vado in palestra. Ho il fiatone, però, quando mi chiama la collega. Dove siete, mi chiede. Sul ponte. Fate presto, il comandante del battello si sta innervosendo, perché vuole partire. La strada è ormai corta e la chioma bionda della mia collega si intravede davanti al battello, scendiamo i gradini, di corsa. Saliamo sul battello. Ci sono una cinquantina di ragazzi che gridano ritmicamente il mio nome. Applaudono. Io sono felice e stupito. Non mi sembra di aver fatto nulla di che, proponendo di tentare. I ragazzi che ho accompagnato al battello si avvicinano a me, grazie prof, per avere avuto fiducia. Se non fosse stato per lei, ci saremmo già arresi. Guardo le luci della città delle meraviglie, durante la gita delle meraviglie. È tutto perfetto. Viva la Vita.

 

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