Sole e ombre

Forse questa vicenda l’ho già raccontata, non mi ricordo più. Ma devo aggiungere una riflessione. era l’11 ottobre di due anni fa, il sole era tiepido e gentile, proprio come piace a me. Qualche giorno prima avevo saputo che sarebbe arrivata una giornalista russa nella scuola in cui ero, luogo santo, benedetto dalla sorte. Il preside è un uomo saggio, sa della mia conoscenza del russo e mi chiede di fare da interprete. Sono onorato ed emozionato, anche un po’ impaurito. Parlo russo, sono laureato in russo ed ho già lavorato come interprete. Ma ogni volta è sempre una prova, ogni volta è sempre la prima volta. Ascolti una voce, una voce che può avere anche un accento difficile, a volte poco comprensibile. Parlo bene il russo, così mi dicono. Nell’interpretariato consecutivo hai pochi secondi per pensare. Non puoi sbagliare e devi tradurre. Devi trasporre nella tua lingua e nell’altra lingua dei pensieri, delle emozioni. Arrivo davanti a scuola e vedo una mia alunna. Mi assalgono mille dubbi. A volte penso che sarebbe meglio che non ci fosse quell’evento. Ho delle ore di potenziamento, delle ore di disponibilità in quel luogo santo e il preside decide di utilizzarle per farmi fare l’interprete. è un’altra parte di me, è quello che so fare, devo essere contento. Avrei delle ore di lezione quel giorno e il preside decide di sostituirmi. La classe di quell’alunna che ho incontrato esce un’ora prima. Entro nell’aula magna, fatta ad anfiteatro. Tutto è moderno, trasparente, vetrato e luccicante. C’è un palco, con un tavolo per gli oratori, dietro al quale devo sedermi. Vedo la giornalista, la saluto e le rivolgo la parola. Parla un russo pulito, con dizione quasi attoriale. Le chiedo di parlare lentamente, di pronunciare frasi brevi e a voce alta. Lei è d’accordo. Inizia l’incontro e il saggio preside presenta la giornalista e il sottoscritto, definendomi una grande risorsa per l’istituto. Sono strafelice ed emozionato. Speriamo che vada bene. Davanti a noi ci sono duecento circa tra insegnanti ed alunni, venuti ad ascoltare lei, ma anche me, anzi, soprattutto me, perché nessuno di loro conosce il russo. La giornalista è un’oppositrice di Putin, che ha trascorso 8 anni di carcere, perché accusata di terrorismo. Lei si proclama innocente. Ma non è quello il punto. Le mie parole escono fluide, chiare, precise. Sono sicuro, strasicuro, mentre lei racconta la propria esperienza in carcere. Termina l’esposizione e partono le domande del pubblico, che io devo tradurre. L’incontro termina, ma è solo il primo turno. Vengo circondato dal preside, da colleghi e alunni, strabiliati per la mia conoscenza del russo. Mi fanno complimenti. E io sono felice. Inizia il secondo turno, entrano altri duecento tra alunni e studenti. La storia si ripete, felice e piena di gloria. La mattinata termina, saluto tutti ed esco, baciato dal sole gentile di ottobre. è una pagina bella, bellissima, di vita e di scuola.

Trascorrono alcuni giorni e una mia collega mi incrocia per i corridoi con i libri di testo in mano, mi chiede, con aria perplessa, ma  tu lavori qui, io pensavo che tu fossi un traduttore esterno. No, no, lavoro qui, le dico, mentre passo da una classe all’altra per fare lezione. Uno bravo come te cosa ci fa a scuola, mi chiede, negativamente stupita. è una collega esperta e brava, pensa queste cose della scuola.

Passano gli anni. Siamo a ieri. Sono all’alberghiero. Fuori non c’è il sole. Sono in sala insegnanti a leggere il giornale nell’ora di disponibilità, come faccio molto spesso, e una bidella arriva, professore, potrebbe dare un’occhiata ai ragazzi di seconda per venti minuti, visto che il prof di cucina deve uscire prima. Ho studiato, imparato, accumulato anni di esperienza e vengo messo a fare quello che potrebbe fare benissimo un bidello. (con rispetto parlando)

Non ero quello bravo?

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