Personale/6

MENO SEI

 

L’anziano se ne andò a casa, pensieroso. Prese in mano un’agenda che stava in un cassetto di un vecchio mobile del salone. Conteneva alcuni nomi di vecchi compagni, alcuni dei quali non vedeva da tempo. Saranno stati una diecina, un paio dei quali erano avvocati, altri operai, altri professionisti, altri ancora giornalisti. Per prima cosa telefonò al cellulare di Gianni. Gianni, hai visto quello che è successo. Ho visto sì. Dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo occupare la questura, debbono dire quello che sta succedendo, dove sono quei ragazzi. Dobbiamo avvisare i giornali, le televisioni. Ho già iniziato a fare qualche telefonata.

Il 25 aprile è nata una puttana, l’hanno chiamata repubblica italiana!!! Il duce l’ha detto, vinciamo lo scudetto!!! Europa nazione, virtus campione!!! Gridavano a squarciagola i poliziotti che sorvegliavano le zecche comuniste. Quando le zecche non riuscivano a stare in quella posizione, venivano prese a calci. Popol d’italia, avanti avanti bagna nel mar le tue bandieeere!!!! Un signore in giacca e cravatta scese nel sotterraneo. Aveva i capelli unti di gel e un gran bel sorriso. Che succede, che succede, stiamo calmi. Avete la vostra parte di ragione, colleghi. Quei ragazzi dovrebbero stare in posizione. Fate bene ad arrabbiarvi, ma dovete pensare che la gioventù di oggi non ha ricevuto la nostra ferrea maschia patriottica fascista educazione. E voi ragazzi, suvvia, contenetevi con le urla. Questi calci sono educativi, anche se provate dolore agli stinchi e allo stomaco, sappiate che questi solerti tutori dell’ordine lo stanno facendo per il vostro bene, per temprarvi. Si avviò verso Giovanni, come se lo conoscesse. Rivolse un cenno a due poliziotti, che lo aiutarono ad alzarsi. Eli pensava, rinchiusa nel bagno, che, forse avrebbe fatto meglio a non accettare l’invito di Mister Ics a diventare rappresentante di classe, visto quello che stava succedendo. Pensava che avrebbero potuto scoprire qualcosa su quel liceo, ma avevano trovato solo dei guai. Pensava che avrebbero potuto fare il doppio gioco e, invece, erano stati giocati. Il ragazzo venne fatto sedere su una seggiola con i braccioli. Gli incatenarono i polsi alla sedia e davanti a lui si accese una luce molto violenta che lo accecò. Sembrava la scena di un vecchio e truce film. Il signore distinto guardò Giovanni con sguardo dolce, ciao caro, mi dispiace per quello che è successo. Può capitare che, in un momento di nervosismo, si commettano certi eccessi. Gradisci un bicchiere di cocacola? Fottiti bastardo, gli rispose Gio. Il signore sorrise e fermò, con un cenno del capo, un omaccione che stava per tirare un manrovescio a quel ragazzo. Carissimo, io ti voglio aiutare, riprese. Lo so che sei un ragazzo che vale, te lo meriti. Gli mostrò un foglio, vedi qua c’è scritta la tua confessione. Tu ammetterai di aver avuto delle armi, di aver aggredito la polizia e di avere accoltellato un poliziotto. Subirai un processo dal Tribunale Speciale Per La Difesa Del Liceo e da un tribunale statale. Sarai radiato da tutte le scuole della repubblica, subirai una condanna, ma, potrai uscire presto se ti comporterai da bravo ragazzo. Dovrai farti intervistare da una mezza dozzina di giornali di gossip ai quali racconterai la tua triste storia, e, infine, dovrai mostrare il tuo ravvedimento recitando il meaculpa alla nota trasmissione tv uscioauscio dove ci sono anche tante belle ragazze discinte. Meaculpa, meaculpa, mea maxima culpa, … Vaffanculo, brutto fascio di merda. E subito ripartì quell’omaccione, che voleva assolutamente tirare un manrovescio a quella zecca comunista da strapazzo. No, no, lascia stare, non è il caso di agitarsi, non mi sembra proprio il caso. Rivolse un cenno ad un altro omaccione che si allontanò e ritornò trascinando Elisabetta, incappucciata e ammanettata.

  1. telefonò ad un giornalista e ad una sua amica, una donna piena di risorse che aveva studiato all’Università di Via Del Gomito[1]. Prese l’automobile e arrivò vicino ai viali di circonvallazione. Raggiunse la questura con l’autobus. Davanti all’edificio c’era un gruppo di persone con striscioni, fischietti, tamburi e bandiere. La maggior parte degli striscioni contenevano scritte abbastanza brevi: VERITÀ, RESISTERE, KEEP RESISTING, AL MUKAWAMA e un grande FERMIAMOLI. Tante persone si tenevano per mano formando una catena umana che cingeva la questura. Fiumi di persone si riversavano verso quel luogo da tutte le strade, grandi e piccole, da ogni vicolo, del centro. Non erano stati convocati da partiti, erano cani sciolti, oppure, come dicono quelli che parlano bene, autorganizzati. Uno dei telefonini di quella compagna laureata all’Università della Dozza[2] e a quella di S. G. in Monte[3] suonava in continuazione, con l’altro chiamava chiunque. Stavano arrivando giornalisti e fotografi. Si stava facendo ormai buio, ma sembrava fosse ancora giorno, tanto forti erano le luci dei flash. E ogni gabbia uccide un uomo, ma la rabbia fa resistere e ho scolpito sulla pelle, che chi piange, riderà[4], questo è il testo di una canzone di qualche anno fa. S. entrò nella questura e tutti incominciarono a guardarlo con aria ammirata. S. non capiva il perché di quell’interesse nei suoi confronti. Gli sorse il dubbio che quella compagna e Gianni l’avessero presentato ad amici, compagni, gente varia che stava organizzando quell’occupazione, come un grande leader politico, come il principale ideatore di quelle iniziative. Già meditava atroci ed oscure vendette nei confronti dei reprobi. Che fate, che fate, gridavano i poliziotti, provando a fermare quell’onda umana che avanzava inesorabile, implacabile. Sembrava quasi che avessero paura di essere travolti, anche se non tutti entrarono, perché una parte continuava la catena umana. Se voi vorrebbi entrare, dovrebbi chiedere il permesso, il permessoooo, urlava un poliziotto. Andate fuori dai coglioni, comunisti di merda, gridavano altri due sbirri che indietreggiavano. Quelle persone che stavano occupando la questura avevano la serenità negli occhi, quella serenità che caratterizza chi ha la coscienza pulita. VERITÀ VERITÀ VERITÀ, GIU- STI – ZIA, GIU – STI – ZIA, gridavano, avevano fischietti e tamburi, padelle e pentole, c’erano mamme con bambini, anziani, gente di ogni età, coatti, uomini in giacca e cravatta con l’aria di professionisti o rappresentanti, operai, la mitica classe operaia, che qualcuno pensava fosse scomparsa. Una parte di loro procedeva verso il maestoso ufficio del signor questore. Le porte erano enormi, chiuse da grandi e pesanti maniglie di legno, corrose dai tarli. Le poltroncine erano grigiastre. In fondo al corridoio, al secondo piano, c’era l’ufficio del questore Agatone Lo Marchio, un essere dai capelli radi in perenne disordine, di altezza media e alito fetido. La porta dell’ufficio era chiusa, il questore era assente, i pochi sbirri che c’erano stavano muti e cagati e raccoglievano le loro cose prima di abbandonare quel luogo in mano al nemico, non avevano nessuno che impartisse loro uno straccio di ordine. Provarono a telefonare al questore, ma aveva il cellulare spento. Il vice questore era in crisi da qualche tempo, era un giovane promettente con i capelli riccioluti e una brillante carriera alle porte in un partito di sinistra moderato democratico riformista europeista. Ascoltava perfino quel drogato cazzuto di merda di Bob Marley. Neanche lui rispondeva, a nessuno dei suoi 4 cellulari. Era un integerrimo marito cattolico apostolico romano. Gli sbirri erano alla completa disperazione. Stavano arrivando ancora tante altre persone, richiamate da un feroce ed imperterrito passaparola. Stavano arrivando delle donne, con generi di conforto per trascorrere la notte. Sui giornali rispettabili e borghesi gli editorialisti chiedevano l’intervento delle forze speciali, la democrazia era stata stuprata da quei violenti. Sui giornali riformisti si criticava lo sciocco estremismo dei manifestanti che avrebbero sicuramente fatto il gioco dei reazionari con quel comportamento irresponsabile. Troppi avevano visto quello che era successo. Prendere a pugni una donna di 80 anni non è un gran bel comportamento, così come dare una manganellata ad una suora. In quel mentre era giunto alla questura quel segretario di partito con la fronte spaziosa, che dichiarava spavaldo ai giornalisti, questa occupazione dimostra che siamo dentro alla lotta del movimento no global e che siamo stati veramente in grado di guidarlo con saggezza e lungimiranza. S. aveva sentito tutto e sorrideva, Gianni scuoteva la testa. Organizzarono subito un comitato di gestione dell’occupazione: a S. toccò il ruolo di responsabile dell’organizzazione, mentre Gianni venne incaricato dei rapporti con la stampa. A Roma si riunirono gli stati maggiori dell’esercito e dei servizi segreti per discutere, assieme al Ministro dell’Interno e alla polizia su come risolvere il problema. Dopo un dibattito piuttosto scarno vinse la linea della fermezza: la questura sarebbe stata presa d’assalto dai reparti speciali di polizia, carabinieri, esercito e guardia di finanza.

Le lezioni di balletto furono sospese, erano rimasti tutti molto colpiti. Alberto aveva insistito con i genitori per potere andare alla questura. Suo padre era un bel signore alto ed illuminato, ma non capiva granché le manifestazioni. La madre era una donna bionda, dall’aria decisa. Approvarono la sua idea, ma pretesero di accompagnarlo. Cecilia leggeva un libro di cucina seduta alla scrivania del vice questore vicario, mentre il vice questore Gian Cesare Piecioni, fervente tradizionalista e amante della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, stava venendo frustato al Transex club ricavandone molta sincera gioia, se la possiamo definire in questo modo.

  1. stava pensando a come sarebbero potuti venire a capo di quell’incresciosa questione. Scoprire dove erano tenuti prigionieri i ragazzi era difficile, terribilmente difficile. Avrebbero dovuto avere un’arma di ricatto nei confronti delle forze dell’ordine. Ad un certo punto ebbe uno strano pensiero, quando ascoltò la conferenza stampa, sentì che uno dei poliziotti del reparto speciale aveva la zeppola. Trattasi di difetto del linguaggio che porta a pronunciare il fonema /dz/ in luogo di /s/, o come cacchio si scrive secondo l’alfabeto fonetico IPA. Gli ricordò la voce di un bidello del liceo Ics. E’ mai possibile, è mai possibile, che un poliziotto sia un bidello di quel maledetto liceo? Perché? Qual è il motivo? Esiste un movente? Non si può solo andare in giro a dire che questi sono dei bastardi, e per questo motivo, sono colpevoli delle più gravi nefandezze… Provò a telefonare ad Ascione. Asciò, sient’a ‘mme, controlla se ti risulta… Gli spiegò tutto velocemente e riattaccò senza concedere il tempo ad Ascione di cantare. Ma che caspita di idee mi vengono? Come può riuscirci quel suonato di Ascione? E poi starà dalla parte della pula, si disse. Il maresciallo non ne capiva granché di politica, ma si era indignato terribilmente, quando aveva saputo che erano stati corcati di mazzate dei boy-scout della parrocchia di San Gerardo e poi, voleva bene ad S. e Gianni e gli dispiaceva sinceramente per loro. Dentro alla questura si erano riuniti per decidere il da farsi, osservare le foto che erano state scattate da dei manifestanti. Ritraevano dei signori con pettorine che sembravano quelle della polizia che sparavano ad altezza d’uomo in direzione del corteo. In quel momento una catena umana stava cingendo la questura, per difenderla da quelli che avrebbero voluto rubare la verità e la dignità. Degli energumeni in divisa e passamontagna si stavano preparando per l’assalto, così come i cecchini dai tetti dei palazzi vicini. I poliziotti e i carabinieri stavano approntando i caschi e gli scudi per una carica contro quelle zecche.

Compagni, amici, o come volete voi stiam qua, incominciò S. Tutti parlano di noi. Ci siamo fatti sentire. Abbiamo posto delle grandi domande. La reazione del cosiddetto stato la vedete. Qua si rischia grosso, qui si rischia il morto, anche più di uno. Si rischia di far arretrare il movimento. Le persone che erano lì dentro, vociavano, non erano per niente contenti di quello che S. aveva appena detto. Bisogna avere il coraggio di terminare uno sciopero, bisogna avere l’intelligenza di chiudere una protesta, come diceva un uomo politico francese, credo Maurice Thorez. Dopo di lui si alzò la donna che si era laureata all’università di Via Del Gomito. La speranza è stupida, non ha alcun senso. La speranza è priva di ragione. Vorremmo avere una motivazione per vivere, non siamo solo esseri che sopravvivono. Sopravvivere è morire, meglio una pallottola in fronte. È vero che abbiamo posto delle domanda, ma dobbiamo ottenere anche delle risposte. Se non otterremo almeno le principali di esse, allora questo movimento non avrà più senso. Noi non stiamo qui solo per far casino, ma per ottenere dei risultati, per progredire. Dobbiamo ricordarcelo, dobbiamo cambiare mentalità. E si risedette. È naturale che delle persone intelligenti adulte e raziocinanti si facciano convincere dalle parole assennate di S. Quando si è adulti il cuore lascia il posto alla ragione. O almeno così sembra, così dovrebbe essere. Una dopo l’altra, si alzarono in piedi molte persone che, con garbo ed educazione, scelsero il cuore. Era la lucida follia di chi non si preoccupa di avere un supercomandante della polizia, non lontano dalla porta della questura che minaccia. Per il vostro bene vi conviene uscire, altrimenti vi sfasciamo la testa a mazzate. Se uscite con le mani in alto forse non vi ammanettiamo e non diamo fuoco ai vostri striscioni e alle vostre bandiere rosse del cazzo. Per il bene della democrazia voi dovete rendervi conto che siete dalla parte del torto. Il comandante riappoggiò il microfono nell’automobile. Gli occupanti rimasero muti mentre ascoltavano il proclama di quell’energumeno. Il telefonino di Gianni trillò. Era Ascione. Stranamente non intonò qualche sceneggiata napoletana, ma spiegò subito che l’indagine patrimoniale stava portando risultati importanti. Il liceo aveva, con tutta probabilità, fondi neri. Questo lo si evinceva dai movimenti bancari di esso e della Fondazione Cattolico Apostolica ecc. ecc., piuttosto anomali.

Ad Eli venne tolto il cappuccio, ora si potevano vedere. Il signore dai modi gentili guardò Gio. Vedi, io ti ho aiutato molto, perché ti considero una persona colta ed evoluta, ma c’è un problema. Questo collega che accompagna la tua donzella è incontenibile, pensa che neanche io riuscirei a fermarlo. Questo è un vero problema. Ha una gran fame di sesso. Se mi firmi la confessione tu e lei ve ne potete andare senza problemi, altrimenti, il mio collega, che non tollera i comunisti, si arrabbierà molto. Considera che è un campione di arti marziali e che ama molto le ragazzine, ma proprio tanto, forse un po’ troppo. Gio guardò Eli per qualche secondo senza dire nulla. Io non declinerei questo invito, riprese il signore dai modi gentili, quei braccialetti che avete ai polsi sono molto kitsch, lo sapete. Mi spiace sinceramente che li dobbiate tenere, ma non ci posso fare niente, credetemi. Pensate, stasera potrete andarvene a casa vostra. Gio iniziò, fischia il vento, infuria la bufera, scarpe rotte, eppur bisogna andar. E la tremenda sberla si abbatté sul volto di Gio. Mi spiace, sono veramente scontento. Anche Eli iniziò a cantare e anche lei ricevette un tremendo schiaffo che le fece sanguinare il labbro. L’uomo gentile parlò di nuovo rivolgendosi a Gio, carissimo, mi rendo conto che non vuoi confessare e me ne dispiace molto. Ti debbo ricordare che lo stato italiano ha introdotto il Codice Militare di Guerra per questa manifestazione. In questi casi, come il tuo e quello della tua compagna, è prevista la condanna a morte mediante fucilazione immediata. L’energumeno che teneva ferma Eli guardò il capo con aria supplichevole, la posso stuprare io, prima di ammazzarla, posso violentarla davanti a quello sfigato del suo ragazzo, la posso violentare, la posso violentare, eh eh? Posso infilare qualcosa su per il culo anche a lui, posso, posso, posso, … L’uomo affabile lo guardò, riconosco l’impegno indefesso che metti in questa attività e acconsento al tuo incontro carnale con questa delicata signorina. Ah, già, stupido che sono. Dimenticavo che questi condannati hanno dei diritti. Hanno diritto ad un lauto pasto, ad una doccia e ad un plotone di esecuzione. E poi li vestiremo come si fa negli Usa, con la tuta arancione. Arrivò un poliziotto che ne buttò due per terra. L’energumeno amante delle ragazzine la scaraventò sul pavimento sozzo, lei reagì sferrandogli un violento calcio ai testicoli. Dopo qualche secondo in cui rimase immobile gridando per il dolore, si gettò su di lei, incominciò a strapparle i vestiti e a bersagliarla di schiaffi e cazzotti. Puttana, puttana di merda, puttana comunista è finita, è finitaaaa!!!!!. L’uomo gentile non parlava più e teneva una pistola puntata alla testa di Gio. La suoneria del telefonino dell’uomo gentile sparò un terribile fracasso pomposamente chiamato musica techno, pronto, pronto, sì, sono io. Il suo viso si rabbuiò. Eli aveva ormai solo dei brandelli al posto dei vestiti. L’energumeno che stava su di lei si era abbassato i pantaloni, il pene penzolava inerte. Lo guardò con aria delusa ed inebetita, cazzo, sto qua che mi posso chiavare una gran figa e non mi si drizza nemmeno. L’uomo gentile interruppe la conversazione dopo alcuni secondi, guardò i ragazzi e i suoi illustri colleghi, basta, ho detto basta, disse. Si avvicinò con aria dolce a Gio ed Eli mentre l’omaccione si infilava gli ammennicoli nelle mutande protestando, non è mica giusto, non è giusto, ecco. Non è giusto, no, no e poi ancora una volta no. Ragazzi, credo che sia stato commesso un grave errore, iniziò l’uomo affabile e piacente. Non stavamo cercando voi e vi abbiamo fatto soffrire un certo disagio. Stavamo cercando altri pericolosi terroristi bolscevichi. Ci scusiamo con voi, potete andare. Vi devo chiedere un’ultima cortesia, se non vi dispiace, non rivelate a nessuno quello che è successo, altrimenti ci rivedremo qui. Gradite un bicchiere di cocacola? Fatti dare in culo, gli rispose Eli. Vabbé, me la berrò io. Esimio collega ed amico, ti prego di accompagnare questi due cari cari ragazzi all’uscita. Gio ed Eli furono incatenati anche alle caviglie ed incappucciati nuovamente. Vennero caricati nel bagagliaio di due diverse automobili, che percorsero non molta strada. I due uomini che erano alla guida li tirarono fuori dall’automobile e li sbatterono in un angolo abbastanza nascosto e sgommarono a tutta velocità. La posizione in cui stavano era sicuramente molto scomoda. I bidoni della spazzatura fetevano in modo esagerato. Eli iniziò a gridare, Gio rimase in silenzio. Aiuto!!!, aiuto!!!, veniteci a prendere, aiutooooo.

Ziocaanta! Si sentono degli urli! Salomone stava uscendo da una macelleria di B. e cercò di capire da dove arrivassero quelle grida. Se ne accorse dopo un po’ di tempo, perché era, essenzialmente, abbastanza insmito. Ma voi chi sieeete? Siamo stati arrestati, rapiti dalla polizia. Non li leggi i giornali, risposero in coro. Vi debbo liberaaare, disse con aria dubbiosa Salomone. Sì, sì, non l’hai visto quel che è successo in tv, replicò Gio con un filo di voce. Ci hanno ammazzati di botte, ci hanno distrutto, li vedi i miei vestiti, continuò Eli. Ma è difficiiile liberarvi, commentò il montanaro. Debbo chiamaaare un fabbro. Stava albeggiando. Telefonò allo zio, ziooo, dobbiamo togliere delle cateeene, te la sentiii? Guarda che è una roba difficile, ziocanta. Sì, vengo, vengo, che due maroni, rispose lo zio, e riattaccò. Ragazziii, come staaaateee. Come vuoi che stiamo, disse Eli con aria un po’ sconsolata. Forse ho un trincialucchetti nel furgone, pensò ad alta voce Salomone, dopo qualche secondo. Cazzo, ma sei normale, ci fai stare in questa condizione, lo squadrò malamente Eli, che, nel frattempo, era stata aiutata ad alzarsi in piedi assieme a Gio. Salomone scartabellò nel furgone che era pieno di oggetti di ogni tipo e trovò un trincialucchetti. Tagliò i lucchetti delle catene che imprigionavano le caviglie di Gio ed Eli. Voleva tranciare anche le manette, ma non ci riuscì. Aveva bisogno di un trincialucchetti più grosso. Cazzo, che sfiga merdosa abbiamo, disse Eli. Dovettero attendere per 30 minuti ammanettati l’arrivo dello zio di Salomone. Chiama i nostri genitori, gli avevano anche detto, chiamali subito. Hai un cellulare? Sì, ma è difficile da adoperare, ci sono tutti quei taaasti strani, uunoooo, dueee, c’è addirittura il setteee. Io so contare fino a cinque. Mi ha detto lo zio che mi insegnerà quest’anno a contare fino a dieci, mi ha detto, ormai sei grande, vai verso i trent’anni e sei in grado di sapere anche delle cose così difficili. Ma dai, come sei messo, lo guardò male Gio. Fa vedere. Salomone gli mostrò il telefono e il ragazzo gli spiegò faticosamente cosa fare, anche perché quel giovane montanaro non era particolarmente pronto di comprendonio. Fece il numero e rispose il padre, il quale, a momenti ebbe un infarto per la sorpresa. Veniteci a prendere, venite subito, per favore, disse con tono evidentemente angosciato il ragazzo. Dove siete, dove siete, riuscite a rendervene conto. Che cazzo ne so, ci hanno portato in ‘sto postaccio orribile. Vai a vedere se c’è un cartello con il nome della via, dai, forza. Muoviti! Salomone corse a controllare, Via XXX si chiamava quella strada, Giovanni, lo comunicò immediatamente al padre al cellulare.

Hector era passato dalla redazione e si era messo a scrivere una poesia che parlava di una nave in viaggio dall’Italia agli Stati Uniti, di una ragazza ricca destinata al matrimonio e di suo padre. Sulla nave c’era un giovane scrittore squattrinato che viaggiava in terza classe, perché gli avevano prestato i soldi gli amici. Siamo agli inizi del ventesimo secolo, un tempo di progressi e di speranze. Anche Hector aveva ben pochi soldi, quando chiese di essere assunto al giornale, ma non aveva mai viaggiato in nave, almeno fino ad allora.

Suonò il telefono di S. Era Rossini, il padre di Eli. Li hanno trovati, li hanno trovati, gridò con tutta la voce che aveva in corpo. L’anziano scrittore si avviò verso gli altri occupanti. Prese il megafono, compagni, amici, cittadini, vi prego di avvicinarvi a me. Hanno trovato due ragazzi, Giovanni ed Elisabetta, che erano scomparsi, dopo essere stati arrestati dalla polizia. Li hanno trovati in periferia, sono stati picchiati, ma pare che siano in discrete condizioni. Prego i giornalisti di allontanarsi, allontanatevi, per favore. Non complicate le cose. La lotta ha un senso. Stiamo facendo politica, finalmente. Stiamo lottando per un obiettivo vero e concreto. Propongo di continuare la nostra lotta, la nostra occupazione almeno fino alla liberazione di tutti i ragazzi che sono scomparsi. Si levò un grido all’unisono: sìiiiiii, li – be – rtà, li – be – rtà, ve – ri – tà, giu – sti – zia. Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza pace. La polizia di stato non è mai stanca, di giorno manganello, di notte uno bianca. Qualcuno andò a prendere delle bottiglie di spumante. Alberto venne avvisato dai genitori di Giovanni. Le due coppie di genitori si diedero appuntamento sotto casa del ragazzo e da lì partirono con due automobili. Anche Alberto avrebbe voluto aggregarsi, ma i suoi genitori non approvarono e non permisero che ci andasse. Le luci che ricordavano quella festa commerciale erano già accese da molto tempo: c’era il solito traffico fetente di quella città e l’aria emanava il solito delizioso odore di escremento liquido. Prendiamo una scorciatoia nuovissima, ci saremo solo noi, propose il padre di Giovanni. Avevano fatto lo stesso pensiero diverse diecine di persone. Dopo molto tempo giunsero dai ragazzi. Si abbracciarono, anche se soprattutto Giovanni faticava a rendersi conto che quell’incubo era appena finito. Ringraziarono Salomone offrendogli un calice di spumante nonostante l’orario.

Il sistema di potere borghese ha capito perfettamente un concetto: ci stanno minacciando, ci stanno accusando. Ci stanno scatenando una campagna d’odio contro, i giornali di sinistra ci accusano di mancanza di senso di responsabilità. Se decidessero di intervenire ci ammazzerebbero, ma scatenerebbero anche la rabbia popolare. Noi dobbiamo temere, prima di tutto, la caricatura della nostra lotta. Ci sono tante persone diverse per modo di pensare, provenienza culturale e lavorativa. Dobbiamo organizzarci, coordinarci. C’è chi ha disegnato su striscioni il glorioso simbolo della falce e martello. Ci descrivono come esseri che stanno a metà tra Peppone e i tagliagole che si vedono di questi tempi al telegiornale. Il narratore non può fare a meno di dichiarare che non ama per niente Guareschi, contrariamente a quello che scrivono certi intellettuali di sinistra revisionisti. S. riprese, vogliono rendere la nostra lotta banale, rituale, una carnevalata, perché si rendono conto che abbiamo l’appoggio del popolo. Questa volta l’hanno fatta grossa, non credevano all’occupazione, non credevano che ci sarebbe stata una catena umana così forte, così persistente, così resistente. Dobbiamo sorprenderli, dobbiamo inventare nuove forme di lotta. Bisogna coinvolgere gli studenti, gli operai. Dobbiamo organizzare un’assemblea pubblica, una grande manifestazione di piazza. Dalle altre città stanno chiedendo di unirsi alla nostra protesta, alla nostra battaglia di civiltà. Propongo l’indizione di una grandissima manifestazione nazionale, per la dignità, per la democrazia, per la scuola pubblica, per i diritti sociali. Siamo in tantissimi, non ci possono più ignorare. Usciremo da qui e andremo a denunciarci. I manifestanti si alzarono in piedi, Gianni e Cecilia lo abbracciarono. Erano nell’ufficio del questore, il simbolo assoluto dell’ordine costituito. Alcuni erano a sedere per terre, altri si erano seduti sui tavoli, altri ancora si erano accaparrati le poltrone. Erano tutti in piedi:

 

Bella ciao[5]

 

Stamattina mi sono alzato
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
questa mattina mi sono alzato
e ho trovato l’invasor

O partigiano portami via
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir

E se muoio da partigiano
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e se muoio da partigiano
tu mi devi seppellir

Seppellire lassù in montagna
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra d’un bel fior

E le genti che passeranno
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
e diranno O che bel fior

È questo il fiore del partigiano
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
è questo il fiore del partigiano
morto per la libertà.

 

Versione alternativa[6]

ed era rossa la sua bandiera
c’era scritto libertà.

 

 

 

 

 

 

Il dottor Agatone Lo Marchio era presidente del Sindacato Poliziotti Cristiani Conservatori Per Prendere A Bastonate Liberamente Tutti (SPCCPPABLTIS). Questo sindacato organizzava delle messe nella chiesa di Santa Teresa Bastonatrice tenute da Don Santo Manganello. Le messe erano dedicate all’opposizione ai matrimoni gay, oppure in sostegno alla povera deputata- ex presentatrice – attricetta mediocre stuprata moralmente dall’impudente deputata trans. Agatone non riusciva a riprendersi dal whisky torcibudella e dalle anfetamine che si era ingoiato al Transex Club. Aveva ancora indosso gli stivali di pelle nera con i tacchi a spillo di 10 centimetri, il rimmel abbondante gli colava sulle guance, un corpetto rigido gli conteneva il ventre prominente, due imbottiture di lattice gli rendevano il seno prosperoso. Amava anche le giarrettiere e ne indossava un paio nere. Faceva uno spettacolo intitolato Lili Marlene. Cantava molto bene, imitando la voce di Marlene Dietrich. Tutte le sere, là sotto quel fanal, davanti alla caserma ti stavo ad aspettar… Dopo lo spettacolo frustava sul sedere a pagamento gli spettatori del locale. Era stato portato a casa dal fido autista Orazio, con un’automobile dai vetri oscurati. L’autista l’aveva trascinato a braccia in casa, gli aveva anche chiesto se aveva bisogno di qualcosa poi, visto che Lo Marchio, o Dolly, come si faceva chiamare, non dava segni di vita, se ne era andato a casa propria.

L’avvocata Nanni arrivò alle abitazioni di Gio ed Eli, parlò con i loro genitori, ma non se la sentì di disturbare i ragazzi, che stavano riposando nelle proprie camere. I genitori avevano parlato per poco tempo con i ragazzi di ciò che era successo, i figli avevano appena raccontato loro le modalità sicuramente atipiche, per usare un eufemismo, del loro arresto. Anche le ferite fisiche erano guarite rapidamente. L’avvocata decise di recarsi in questura, in tribunale e dai carabinieri per chiedere notizie delle procedure utilizzate. Quando arrivò in questura noto che c’era un gran trambusto, chiese chiarimenti e le venne risposto che il gip aveva disposto la scarcerazione di tutti i fermati, anche se essi continuavano ad essere indagati per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. C’erano altri avvocati che avevano assunto la difesa degli altri malcapitati. Si parlarono per coordinare al meglio anche le azioni legali, oltre che quelle di protesta. Costanza prese il cellulare per chiamare Gianni.

S., S., se sapessi cosa è successo. L’anziano medico si avvicinò all’amico con aria sorniona. Eh, dimmi, non farmi perdere tempo, per favore. Sono stati liberati tutti, per adesso, stiamo vincendo. S. attirò l’attenzione degli occupanti. Venite, venite. Vi debbo comunicare una notizia importantissima. Tutti si avvicinarono frettolosamente. Non abbiate fretta. Mi è stato comunicato telefonicamente che tutti gli arrestati sono stati liberati per vizi di forma, che sono stati rilevati durante le operazioni di fermo. Io non sono pratico in materia legale, non so di preciso di che cosa si tratti, ma sono sicuro che questo sia successo originato anche dalla nostra lotta. Ora possiamo continuare la nostra lotta, ora possiamo trovare nuove forme di protesta. Le urla si levarono.

Il narratore commetterebbe un’omissione imperdonabile, se dimenticasse un altro fatto piuttosto importante. Durante la notte era successo un altro episodio, poco simpatico. I manifestanti avevano avuto in concessione una chiesa sconsacrata, alla periferia di B. Era diventata una delle loro basi operative: l’avevano adibita a centro stampa, avevano creato una radio per raccontare a tutti di quella manifestazione. Lì dentro cantavano, accompagnati dalle chitarre, e dormivano un po’ alla meglio, dentro sacchi a pelo oppure su tavoli. Polizia, carabinieri e guardia di finanza decisero di lanciare l’assalto contro quella scuola. Pare che quei manifestanti fossero in possesso di armi. Le forze dell’ordine furono molto solerti, le ossa rotte furono veramente tante, abbondarono le ustioni e le abrasioni, prosperavano le contusioni e le distorsioni. Pare che avessero bersagliato gli sbirri e i caramba con delle sassate, anche se, da un filmato che mostrava quei fatti, non si notava nulla. I tutori dell’ordine costituito sostennero che i manifestanti avevano accolto con una coltellata l’appuntato Girolamo Onorato Vincenzo De Pasquale. Solo l’appuntato De Pasquale raccontava di quella violenza, che non aveva lasciato su di lui alcun segno, tranne un giubbotto lacerato. Sicuramente la parola di un poliziotto ha più valore di quella di un manifestante. Cose che capitano, si potrebbe dire.

I pochi lettori di questa modestissima opera ne perdonino il narratore. Noteranno, nel seguito, che di questa vicenda, si farà scarsa menzione di quanto appena descritto. Ciò non è dovuto ad improvvida ed ingiusta sottovalutazione dell’evento, ma è una scelta. Questa è una modesta storia, non è un’enciclopedia.

In questura nulla erano in grado di dire sull’arresto di Gio ed Eli, assolutamente nulla. A loro non risultava nemmeno. Come è possibile che un arresto non sia documentato? Sembrava di essere in Cile o in quella che chiamano la più grande democrazia del mondo, che organizza le extraordinary renditions, i rapimenti di sospetti terroristi, e tante altre torture e malefatte. Fottiti amerika, scrisse un poeta. Credo fosse Stefano Tassinari. L’avvocata Nanni uscì dalla questura. Si era scordata persino di comprare i regali per quella curiosa festività. S. fece i bagagli in tutta fretta. Voleva fuggire immediatamente da B. Non ne poteva più di stare in città. Era stravolto, perché aveva trascorso una notte insonne. Gli sembrava di non vedere né Borri, né Nevio da troppo tempo. Non lesse neanche le previsioni del tempo, correndo il rischio di essere sorpreso dalla neve. Non nevicò, perché la temperatura era abbondantemente sotto lo zero. Tornò a casa propria, rischiando di oltrepassare i limiti di velocità, e ingenti multe comminate a seguito delle segnalazioni degli autovelox.

Quando entrò in casa era quasi ora di mangiare e faceva un freddo cane. Accese il riscaldamento, ci aveva messo una vita per imparare come si faceva, e se ne andò a mangiare da Nevio. Il suo amico ristoratore fu molto contento di vederlo. Lo abbracciò, carissimo amico, oggi ti rimetto a nuovo, gli disse. L’anziano scrittore capì che Nevio l’aveva trovato uno straccio.

Per preparare i malfattini in brodo[7] bisogna impastare 3 uova e 300 grammi di farina[8]. Bisogna formare una palla soda, tagliarla a fette grosse e lasciarla asciugare all’aria per 1 ora. E’ necessario tagliuzzare grossolanamente fette con un coltello, fino a ridurle a pezzettini grandi come un chicco di riso. La preparazione è molto lunga, bisogna fare asciugare il tutto per 2 ore. Si possono mangiare con brodo di carne o verdure con aggiunta di parmigiano, oppure con minestra di fagioli[9]. S. scelse la minestra di fagioli. Il narratore di questa storia non può fare a meno di menzionare il proprio assoluto gradimento nei confronti della minestra di fagioli e del coniglio alla cacciatora, che rappresentò la seconda portata di quel pranzo consolatore delle fatiche e delle tensioni accumulate in quei giorni. Non era abituato a quel trambusto da molti anni. Aveva pensato, per la decima volta, di abbandonare tutto. A volte era un po’ monotono. Il coniglio alla cacciatora[10] è il trionfo dei sapori, unisce la delicatezza della carne alla pienezza del sapore del pomodoro e del vino con le sue sfaccettature di gusto, retrogusto e aroma. C’è la forza dello strutto e della cipolla. Bisogna farla rosolare per bene con lo strutto. La cipolla va tolta e riaggiunta assieme ai pomodori una volta che il coniglio, tagliato a pezzi, è stato cotto nello strutto. Alla fine dell’opera bisogna far bollire il tutto, aggiungere un mezzo bicchiere di vino bianco e continuare a far bollire fino a che il brodo non diventa denso. La Romagna è la terra della piadina, simbolo universale di questa zona. Si può dire che il crescione è l’incontro di due piadine con un ripieno. Da un certo punto di vista lo si può considerare un cibo ricco, vista la sovente opulenza del ripieno, da un altro questo è un cibo povero, perché, molto spesso, costituiva l’unica pietanza del misero desco. Nevio gli preparò un crescione ripieno di zucca e patate[11]. L’aveva sempre a disposizione, ed era sempre squisito, in qualsiasi stagione. Anche il crescione non starebbe bene ai musulmani, perché contiene il prosciutto, che deve essere finemente tritato, e deve essere unito a zucca e patate lessate. Bisogna aggiungere sale e pepe e abbondante parmigiano appena grattugiato. La zucca va inserita per ultima, lessata e ben strizzata nell’acqua di cottura. Prima di preparare la sfoglia bisogna ottenere una massa adeguatamente morbida, ricorrendo eventualmente al latte. Per ogni chilo di farina bianca serviranno 4 uova, 1 cucchiaio di sale e l’acqua di cottura della zucca. Dalla sfoglia si ottengono dei quadrettoni sui quali si mette abbondante ripieno, i quadrettoni si chiudono a triangolo, ottenendo i vari crescioni, comprimendo bene con le dita. I crescioni vengono cotti sulla piastra e serviti con prosciutto e formaggi affettati. Il narratore non ha potuto fare a meno di compiere questa digressione culinaria, per spezzare la tensione provocata dagli ultimi avvenimenti. Per finire in bellezza, si mangiò la zuppa inglese. Nevio gli propose, per i vini, degli abbinamenti abbastanza classici, che il narratore non menzionerà perché questo non è un trattato di enologia, ma vorrebbe essere un romanzo, come forse è già stato scritto. Nevio gli propose un bicchiere di Orvieto, che S. bevve con riluttanza. Era talmente invecchiato che era diventato marsalato. Nevio pensava che all’amico non sarebbe piaciuto, ma si sbagliò. Sai, non è aggressivo ed ha un buon retrogusto, non lascia la bocca impastata, gli rispose con aria compiaciuta. Nevio rimase stupito, perché sapeva dello scarso amore che nutriva l’anziano scrittore per i vini dolci, eccezion fatta per i vini полусладкие, letteralmente “mezzi dolci”, della Moldavia. Salutò Nevio e se ne andò a casa. Non c’era nulla da mangiare, avrebbe dovuto far spesa.

Si buttò a letto, rimase per un po’ ad occhi aperti, prima di addormentarsi come un sasso. Passarono alcune ore, S. si risvegliò. Era intorpidito, per le ore di sonno fuori orario. S. era un uomo molto regolare ed abitudinario. Sentiva che la sua salute ed il suo equilibrio erano legati strettamente al perfetto ordine della sua vita. Non aveva nessuna voglia di far la spesa. Stava peggio di prima. Rimase a letto con gli occhi aperti per un po’, non riusciva ad alzarsi. Sperava che la signora R. gli avesse lasciato qualcosa da mangiare. Dopo un tempo indefinito si alzò e andò a vedere cosa c’era nel frigorifero. Trovò lasagne e braciole. Quella donna era un angelo invisibile. Entrava molte volte quando S. era in giro, rassettava casa, lasciava dei preziosi manicaretti e se ne andava. Aveva spesso paura di disturbarlo. Decise di telefonare a Borri per salutarlo e invitarlo a cena da lui. Caro S., ora sto molto meglio, ma ho avuto un focolaio di polmonite. Sono stato ricoverato all’ospedale per alcuni giorni, ho seguito tutta la vicenda, non avrei mai immaginato che… Basta!!! Urlò S.,  non ne voglio sentir parlare per un po’. Achille, vieni a cena a casa mia stasera, ho voglia di vederti. Te la senti? Perché no, finisco il mio ultimo appuntamento alle 19, il tempo di prepararmi e, alle 19 e 30 sono date. Apparecchiò la tavola ed aspettò l’amico che arrivò puntuale, recando con sé una bottiglia di vino pregiato. Parlarono a lungo, Borri avrebbe voluto assicurargli il proprio aiuto in merito alle vicende del liceo Ics, ma non osò farne menzione perché avrebbe ricevuto degli improperi.

Andò a letto verso l’una e si alzò al solito orario. Si sentiva soddisfatto, perché stava recuperando i propri ritmi, anche se era ancora abbastanza stanco. Sbrigò le solite commissioni e poi se ne tornò a casa. Si preparò qualcosa molto velocemente e poi decise di rimettersi a lavorare, incurante di tutto e tutti. Stava lavorando alla sua opera sul cuoco Esposito, quando decise di interrompere per scrivere un saggio su Aleksander Blok[12], che gli aveva commissionato una rivista letteraria. Lo terminò in brevissimo tempo. Tra sé e sé fece, questo pomeriggio sta funzionando per il meglio. Il narratore non può non scrivere che S. non era per niente scaramantico. Disse ad alta voce: neanche uno scassapalle oggi. E il telefono suonò senza pietà. Ciao carissimo amico mio, attaccò Gianni. Se provi a parlarmi di certe vicende, vedi cosa ti succede. Bisogna anche notare che S. aveva tenuto la televisione rigorosamente spenta, non aveva acquistato i quotidiani, aveva accuratamente ignorato gli sguardi di chi, conosciuto o sconosciuto, sperava, di sapere qualcosa, qualche segreto, qualche indiscrezione. Nevio non aveva osato, accendere la televisione, anche quando lui non c’era, per timore che arrivasse, né chiedergli nulla di questa storia. Non ti preoccupare caro mio, io penso alle festività prossime venture, disse Gianni. Chi se ne frega delle festività prossime venture, così come di quelle passate e di quelle future, rispose S. Ma dai, non fare il duro, via, non penserai mica di trascorrere il Natale tutto solo… S. riattaccò con rabbia.

Qualcuno di quei pochissimi che stanno leggendo questa storia troverà ingiustificate le frasi che sono scritte all’inizio. In realtà S. si comportava così, proprio perché era un’anima mite e timida. Lo faceva per difesa nei confronti del mondo esterno.

Qualche minuto dopo il telefono suonò ancora. Era di nuovo Gianni. Carissimo, saresti contento se io e Cecilia, eventualmente con alcuni parenti, ti venissimo a trovare il giorno di Natale. Questi riti del cazzo mi fanno rabbrividire. Se continui con questa menata, che a Natale non si deve star soli, non ti rivolgo più la parola per qualche anno, replicò l’anziano. Ho capito, ho capito, rispose l’amico. Io, con la mia famiglia, abbiamo deciso già da tempo di fare una gita dalle tue parti. Non veniamo appositamente, non ti preoccupare. Ti va bene martedì prossimo? Il martedì successivo sarebbe stato il giorno di Natale, ma S. non si ricordava. Ok, fate pure, se proprio ci tenete, concluse il signor S., con tono fintamente disinteressato. In realtà S. era piuttosto contento, ma non voleva mostrarlo, poiché era molto timido. In quei giorni riprese in pieno le proprie abitudini. Incominciò nuovamente a comprare i quotidiani e a guardare i telegiornali. Notò che l’argomento principale trattato dai media era la spesa degli italiani per i pranzi festivi e i regali natalizi, seguito dai nuovi amori dei vips. Nessuno pensava più al liceo Ics, alle proteste, a Marini e a Castaldi, alle irregolarità nel bilancio. Le Tv trasmettevano films in cui le famose veline protagoniste di calendari scollacciati e di relazioni triple e quadruple interpretavano le madonne nelle fictions. Erano anche ospiti dei telegiornali, nei quali rilasciavano dichiarazioni sul valore della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio cattolico apostolico romano tra uomo e donna. Quel giorno al tg principale Esterina Quartodibue, la fidanzata in successione di Andrea Bussolotti, centravanti, di Jonathan Filippetti, mediano e di Dervis Pancotti, portiere, tra gli altri, vestiva un paio di hot pants minimali, un top verde pisello e aveva il mascara viola. Aveva sandali con dieci centimetri di tacco, masticava chewing-gum rumorosamente e controllava con dispiacere e spavento le proprie doppie punte. Cioè, sono molto contenta di avere interpretato il ruolo di Maria. Questo ha accenduto in me un nuovo imbegno in favore della famiglia edero e sessuale. Per questo motivo ho deciduto di partecipare alla grande manifestazione di Forza Nonso Cosa (FNC), Partito Turbo Fascista (PTF), Partito Turbo Diesel Fascista (PTDF), Partito Non Più Fascista (Boh?) (PNPFB?). Si noti che il boh era stato aggiunto negli ultimi tempi a seguito della rivalutazione del glorioso periodo del ventennio. Alla manifestazione avrebbero preso parte anche il Partito JTD Fascista (PJTDF) e il Partito Anticentralista Contro I Terroni Roma E I Negri (PACITREIN) che aveva un sacco di deputati a Roma, tre portaborse e tre autoblu, tanti biglietti gratis per le partite di Roma e Lazio, per ciascun parlamentare, sottosegretario, ministro, membro del consiglio di amministrazione di enti pubblici e parastatali, e la Democrazia Quasi Cristiana Cattolica Apostolica Romana (DQCCAR). Esterina Quartodibue avrebbe sfilato in abito bianco da sposa, dal quale si poteva notare il perizoma, si era anche messa un paio di baffoni neri. Un inviato di una nota trasmissione televisiva le aveva domandato il perché di quei baffi. Dopo una risata isterica la Quartodibue aveva risposto, non lo sooo. Prodi boia, Luxuria è la tua troia. Prodi pervertito, Luxuria è tuo marito. Il narratore si sta chiedendo chi siano quegli strani personaggi, di cui è stato appena scritto. Occorre precisare che la superalleanza che aveva organizzato la manifestazione aveva delle forti differenze al proprio interno. Mentre il Partito Turbo Fascista vedeva il fascismo in modo più potente, il PTDF, turbo diesel, lo vedeva anche con un altro carburante, ma, a differenza di tutti, il PJTDF concepiva quel glorioso periodo con una nuova tecnologia, oltre che con più potenza e un altro carburante. Queste sono nozioni indispensabili per capire il tempo presente.

Anche C. era pavesata di decorazioni e di luminarie natalizie e questo rallegrava un po’ S., nonostante il freddo cane e il vento impetuoso. L’anziano signore non lo avrebbe mai ammesso, che la presenza di quelle luci e quelle decorazioni miglioravano il suo umore. Stava lentamente recuperando il proprio equilibrio interiore.

Mentre stava tornando dalla passeggiata mattutina noto l’approssimarsi di un’automobile che gli era del tutto familiare. Non aveva ancora finito di riflettere, quando notò Mario Marchi seduto sui sedili posteriori dell’auto insieme a Rosaria. Al volante c’era Cecilia con a fianco il marito. Mamma mia, è oggi martedì, è oggi. Mi ero già scordato, disse. Corse incontro agli amici, andando ad abbracciare prima di tutti Mario e Rosaria. Era da un tempo infinito che non si vedevano. Gli vennero alla mente di colpo gli anni della giovinezza, la Resistenza, le lotte condotte nel dopoguerra, ma anche i momenti di allegria, le litigate, gli sfottimenti, le canzoni che gli altri cantavano a squarciagola, lui no. Osteria numero uno, non ci entra mai nessuno, ci va solo le puttane che si tolgon le sottane, dammela a me biondina, dammela a me bionda. Osteria numero uno, non ci entra mai nessuno, c’era il papa con gli occhiali che inculava i cardinali, dammela a me biondina, dammela a me bionda.[13] Gianni aveva prenotato all’Astice. S. si congratulò con lui, per la bravura che aveva dimostrato nel tenere il segreto su Mario e Rosaria. Mi dovrei cambiare, fece con aria un po’ preoccupata. Gianni rispose prontamente, mo va la’, mo fammi il piacere. Vai benissimo così! Ti debbo anche annunciare che verrà l’esimio Achille Borri, il quale ci sta aspettando al ristorante. Anche stavolta mi sorprendi, replicò l’anziano scrittore. Ma chi è la Cia al tuo confronto? Ma cosa era il glorioso KGB? E la gloriosa CEKA? Erano dei dilettanti… Mi fa piacere vedervi, aggiunse timidamente S. Gianni lo guardò con aria felice e lo invitò a salire sull’automobile. Arrivarono al ristorante nel quale trascorsero delle ore serene e piene di allegria a rievocare i bei vecchi tempi. Tutti i guai sembravano essere stati dimenticati, sepolti, almeno per quel momento. Passarono molte ore e il cielo iniziò a rabbuiarsi. Ad un certo punto gli amici si alzarono dal tavolo e si avviarono verso l’uscita. S. venne riaccompagnato a casa, si salutarono calorosamente. L’amicizia, forse serviva ancora a qualcosa, forse.

Nei giorni che separavano Natale dall’ultimo dell’anno, S. lavorò molto, con l’animo in pace. Telefonò anche a molti suoi amici, chiamò anche a casa di Gio ed Eli. Per l’ultimo dell’anno andarono tutti insieme da Nevio. Anche stavolta erano venuti Gianni e compagnia, perché S. aveva rifiutato con estrema decisione un invito dell’amico medico ad un veglione a B. Non ci penso nemmeno, ma che dici? Debbo spendere un sacco di soldi per mangiare da schifo!? 140 euro a testa per un piatto di tortellini e un po’ di arrosto vecchi di qualche settimana, spumante schifoso e il trenino. A E I O U, Y Brigitte Bardot, Bardot[14] erano le prospettive per quei poveri fessi, che si facevano fregare da quegli organizzatori senza pietà, alla Filini. Fino a qualche anno prima il signor S. festeggiava il penultimo giorno dell’anno, in segno di protesta anticonformista. L’ultimo dell’anno, per le strade di B., gruppi di ubriachi vomitavano allegramente per terra, urlando ed emettendo rumori intestinali e di stomaco molto violenti, non trascurando di deturpare qualche auto in sosta, giusto così, per festeggiare. Il bello è che questi vandali erano, per la maggior parte, negli altri 364 giorni dell’anno, rispettabili padri di famiglia, professionisti, avvocati. Questi, durante l’anno, firmavano petizioni contro i no global e le mignotte. Si sa, bisogna pur divertirsi.

[1]              Luogo in cui è situata la casa circondariale del capoluogo petroniano.

[2]              Idem.

[3]              Luogo in cui era sita la casa circondariale del capoluogo felsineo.

[4]              Cfr. http://www.lyricsmania.com/lyrics/litfiba_lyrics_3512/pirata_lyrics_11024/il_vento_lyrics_127690.html.

[5]              Cfr. http://it.wikisource.org/wiki/Bella_ciao_%28resistenza%29. Questo canto origina dalla versione omonima delle mondine con influenze da Picchia picchia alla porticella e Fior di tomba. Cfr. anche http://it.wikipedia.org/wiki/Bella_ciao.

[6]                Strofa cantata dopo l’ultimo verso.

[7]              Cfr. http://www.cucinaromagnola.com/minestre.php.

[8]              Dose per 6 persone.

[9]              Cfr. Nota 31.

[10]             Cfr. http://www.cucinaromagnola.com/carne.php.

[11]             cfr. http://www.cucinaromagnola.com/contorni.php

[12]         cfr. utexas.edu//rus330-sp04/presents/class26_files/slide0013.htm

 

[13]             Cfr. http://www.lidotropical.it/L’angolo%20della%20cultura/le_osterie.htm

[14]             Cfr. http://members.fortunecity.com/absmusica/nacionais/nletrasai/benitodipaula/charlie_brown.htm

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