Personale/4

MENO QUATTRO

 

Il grande filosofo ungherese Georg Lukacs sostiene che il progresso scientifico ha tolto valore all’esperienza immediata, basta leggere i Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale[1]. È sicuro che il signor S. non aveva nessuna esperienza immediata di scuola “dei tempi moderni”, Gianni gli aveva parlato di “un caso incredibile”, di “uno scandalo che avrebbe fatto cadere molte teste”. Il problema principale era che non gli aveva spiegato altro. L’aveva fatto per eccitare la sua curiosità. Esisteva lo scandalo? Quale? Era certo che quel liceo rappresentasse un abominio per qualunque persona dotata di un minimo di buon senso, ma, la necessità principale era quella di capire cosa c’era di nascosto, di strano. S. aveva gli strumenti per capirlo? Inoltre non possedeva nessun metodo scientifico, non era uno sbirro, non era un esperto di criminologia.

Qualche lettore attento si sarà accorto che S. è l’iniziale di un nome che il narratore non menziona mai. Un grande scrittore lusofono sostiene che assegnare un nome ad un personaggio significa fissarlo in un momento del suo cammino, immobilizzarlo, forse in un equilibrio precario. Lo lascia indefinito come semplice iniziale, ma che si definisce nel movimento. S. è un’iniziale vuota che solo io posso colmare con quello di cui sarò capace e inventerò, come ho inventato il senato e il popolo romano, ma, quanto a S., non sarà tracciata la linea di separazione tra il noto e l’inventato. A S. non verrà dato alcun nome: è la possibilità di tutti i nomi che rende impossibile sceglierne uno.[2]

A S. arrivò la telefonata in una mattinata orrenda, pareva fatto apposta. Il cielo era grigio sporco. Gianni Marchi lo salutò con tono trionfante e iniziò a recitare tutta la procedura con pignoleria e puntiglio. Lo fece di proposito perché sapeva che S. odiava la burocrazia. Basta! Urlò, che me ne frega?! Manda tutto per e-mail a Borri, chiamalo e fatti dare l’indirizzo. Pioveva a dirotto e le strade erano allagate. S. uscì a fare le solite commissioni senza voglia.

Certuni pensano che il formaggio di fossa di Sogliano sul Rubicone sia troppo forte e che vada mangiato assieme al miele. Il signor S. non era dello stesso parere. Lo mangiava dopo la carne, in questo caso, il castrato. Volle bere il Liano, un vino romagnolo nato dal Sangiovese, originario di un paese vicino Imola.

Il signor S. era un carnivoro convinto e non poteva sopportare i fanatici del vegetarianesimo, quelli che sostenevano che non bisognasse mangiare la carne, perché era gonfiata con estrogeni, mentre la verdura era solamente trattata con pesticidi e anticrittogamici. C’era chi sosteneva fosse barbaro uccidere animali, quando la fauna ha bisogno di un riequilibrio che solo una caccia accorta può apportare. Qualcuno obbligava i figli a non mangiare carne e loro avevano problemi di carenza vitaminica. Essere vegetariani era diventato à la page. Molti dei compagni del Partito Comunista Eccetera Eccetera erano diventati vegetariani, buddisti, seguaci di strane dottrine indiane, new age e avevano deciso di abbandonare il partito. Erano scandalizzati, inorriditi di fronte al suo amore per la carne. Una compagna con i capelli corti, gli occhiali spessi e i vestiti perennemente trasandati perché voleva sottrarsi al pregiudizio sessistamaschilistafallocratico che la donna deve andare in giro vestita bene per farsi guardare dagli uomini, decise di non rivolgergli più la parola. Da quando S. non si vedeva più con molti amava inviar loro foto che lo ritraevano mentre addentava un cosciotto di agnello o fagiano. Coloro i quali erano atei convinti divennero, nel giro di qualche anno, religiosi ferventi, vegetariani vennero visti partecipare ad happy hours in locali alla moda non caratterizzati da cucina macrobiotica. Forza di qui, forza di là, cristiani di sopra, di sguincio e di traverso nei quali militavano. Ma questa è un’altra storia.

Al pomeriggio il campanello suonò. Chi accidenti è? La signora R., quel pomeriggio, era da una cugina. In quel paese erano quasi tutti cugini tra loro, discendenti di antiche famiglie patriarcali. Andò alla porta. Chi è? Nessuna risposta. Chi è? Nessuno rispondeva. I soliti imbecilli. Ritornò a sedere. Il campanello suonò ancora. Imprecò. Una voce bassa femminile disse, buon giorno, vorremmo parlarle dell’aldilà. Bisogna premettere, per una migliore comprensione della storia, che il signor S. è fervente ateo. Capì subito che erano Testimoni di Geova, facevano sempre così. Il signor S. era buonista d’animo, aveva compassione di quei poveretti, che si facevano chilometri a piedi per andare a predicare venendo, molto spesso, mandati a fare uno sconquasso di pugnette. Aprì timidamente la porta. La testimone di Geova era Gianni che l’afferrò e lo scosse con violenza. Ma va a quel paese! Che sei venuto a fare? S., sono venuto a farti una sorpresa, ma prima andiamoci a fare un aperitivo. Ma che!? Rovinano l’appetito! Ma cosa dici? Vieni, ti accompagno io in un bar. Lo fece salire sulla sua automobile. Ma che hai guidato a fare con tutta ‘sta pioggia!? È più avventuroso. Fecero rotta verso il canale, attraverso il quale erano convogliate le acque del mare. Stava quasi per smettere, dagli alberi cadevano le ultime gocce. Il ponticello era stretto stretto, da lì le automobili transitavano a stento. Le case erano bianche, con qualche interruzione colorata. In quelle strade, per ora, non

c’erano negozi e ristoranti. Il ponte marcava il confine con la zona adiacente la spiaggia, zona, che, inesorabilmente, era piena di attività. Il lungomare di C. è sempre bello, lussureggiante agli occhi di S. E’ un viale largo, quasi un boulevard parigino. La bella automobile di Gianni venne parcheggiata ed entrarono al caffè Bendinelli, grande e pieno di vetrate. Si misero a sedere. Arrivò il cameriere, che li salutò calorosamente entrambi, anche se aveva più confidenza con Gianni. S. andava lì solo quando veniva il suo amico medico, o qualche altro raro ospite. Bevvero due flutes di prosecco, Gianni mangiò avidamente anche gli abbondanti salatini. S. era un uomo all’antica per quel che riguardava la cucina. Non solo ho consultato la normativa, ma ho anche con me il bilancio del liceo. S. lo guardò senza meraviglia, Gianni era un uomo dalle mille risorse, che se la sapeva cavare in tutto. Tu conosci qualcuno che è in grado di controllare un bilancio. C’è Borri, te lo ricordi? Sì, l’hai portato una volta a cena da me. Stasera mangiamo assieme, offro io, gli disse. E Cecilia, che fa? Sta a casa da sola? Replicò l’amico. Cecilia sta bene, è andata da sua sorella per alcuni giorni. Bisogna che passi in quell’albergo che è in piazza A. C. per chiedere se hanno una stanza libera. Per chi sarebbe la stanza libera, gli chiese S. Per me. Non provare a dire nient’altro, tu sarai mio ospite. Non ti voglio disturbare, hai già troppo da fare. S. spalancò gli occhi per la rabbia. Io avrei troppo da fare? Cosa?  Sto solo come un cane! Vorresti intendere che mi consideri vecchio. Gianni cambiò discorso. Stasera non andiamo da Nevio, ti voglio portare in un ristorante che conosco io, si chiama l’Astice, è sul molo, lo conosci? Ti pare che non lo conosca, esiste da oltre 30 anni. Ah, già, e poi, tu vai sempre a fare le passeggiate sul molo… Non provare a chiedere carne, lo guardò con aria decisa. Lo so, lo so… Replicò con aria stanca S. Naturalmente offro io, disse il medico. Ordinarono astice alla catalana e bevvero Vermentino di Gallura. Il ristorante era tutto in bianco, moderno, di gusto. Il padrone era un quarantenne allampanato con i capelli neri cortissimi, un marchigiano di nome Alessandro, che faceva anche lo chef. Tornarono a casa, Gianni dormì nel salone. Il mattino dopo telefonarono a Borri, che fissò loro un appuntamento per le 11. Presero l’automobile di Gianni, che era nera, lunga e lussuosa, un’auto tedesca. S. avrebbe voluto prendere la bicicletta. Appena arrivati salutarono Cristina, che era una bella ventenne bionda con gli occhi azzurri e la frangetta. Borri si sedette al tavolo e inforcò gli occhiali, incominciò a leggere il bilancio. S. si diresse verso l’uscita. Ma che fai, rimani, gli disse Gianni. S. non ascoltò e uscì a passeggiare. Lo studio di Borri si trovava in una piccola strada silenziosa. Si avviò verso il viale principale. Tornò dopo un’ora, trovò i due che confabulavano. S. era a disagio. Dopo circa 5 minuti di atroce attesa residui attivi passivi saldo attivo saldo passivo ammortamento ammortamento mia nonna in carriola, pensò S., Borri disse con gioia, andiamo a mangiare. S. fu sollevato. Andarono a mangiare in un ristorante poco lontano, ordinarono selvaggina e bevvero Dolcetto d’Alba, amavano trattarsi bene. Borri e S. si erano conosciuti ad un corso per sommelier di secondo livello, venti anni prima. Allo scrittore piaceva bere bene, ma non aveva continuato a frequentare corsi, perché considerava molti dei suoi colleghi di corso dei fanatici, che si scandalizzavano se qualcuno lasciava un minuto meno del solito il vino a riposare nel bicchiere o scaraffava certi vini rossi due ore e mezza e non tre ore prima di servirlo. Borri non era particolarmente interessato alla politica. Parlarono dei vecchi tempi, risero e scherzarono per ore. Il ristorante era elegante, realizzato in legno, con i tavoli adorni di vasi di splendidi fiori finti. Il padrone era un vecchio amico di Borri e gli faceva anche qualche sconto. Borri gli teneva la contabilità. Verso le due del pomeriggio uscirono dal ristorante, il ragioniere offrì il pranzo.

In nomine patrii et filii et spiriti sancti, Maria ita est, videbant ea flere. Currebat in buio ferroviae, nocti sirenarum in illa periferia. Si dicet qui de nobis habet un zinzinellum nostalgiae, sed ita est. Se sentet sola Maria nunc se la fecit addossum. Amen. E la lezione di Paperini si concluse. Il narratore di questa storia non ha intenzione di scrivere vuote banalità sull’amore, che potrebbero comparire benissimo in qualche canzoncina stupida. Gio si

stava innamorando di Eli. Il narratore di questa storia non andrà oltre. Probabilmente il signor S. si irriterebbe se sentisse questo. E’ convinto che il mondo sia troppo brutto per potersi permettere di esprimere sentimenti.

Cari miei, qui non si capisce un bel niente, fece Borri, appena rientrarono nello studio. Il bilancio è completamente regolare, o almeno così pare. S. e Gianni gli posero domande, volevano capire se era possibile trovare qualcosa di strano, ma Borri li deluse. Si salutarono, S. e Gianni tornarono all’automobile, verso la casa dello scrittore, dove si separarono. I passanti non erano più molti sul viale, a parte qualche anziano, e molti negozi erano già stati chiusi, perché i turisti non venivano più. Arrivò sul molo, che era rialzato di un paio di metri dal mare, ed era costituito da una passerella di asfalto lunga alcuni metri che si restringeva in prossimità del faro con, ai lati, alti lampioni. Anziani pescatori trascorrevano il pomeriggio silenziosi. L’anziano scrittore cominciò a guardare il mare, alcuni pescherecci partivano. A S. piaceva guardare i pescherecci, più che le barche eleganti. Gli piaceva fin da quando era piccolo. Sull’altra riva c’erano le case dei pescatori, i padelloni. S. passeggiò lentamente verso il faro e si fermò lì una decina di minuti. Un vento deciso spazzava il molo. Risalì sulla bicicletta, si fermò in libreria per controllare i nuovi arrivi librari. Lo faceva da anni, con grande precisione e spendeva molti soldi, comprava di tutto, ma, in particolare, gli interessava sapere dell’editoria minore, meno conosciuta. Il suo amico libraio era molto attento a queste cose. Tornò a casa con due libri, entrò e li mise sulla pila dei libri da leggere, che diventava sempre più alta e stava vacillando paurosamente. Continuò a lavorare sul saggio sulla comunicazione. Continuò a scrivere fino alle sei e mezzo e controllò nel frigo. La signora R. gli aveva lasciato qualcosa di buono, c’era del coniglio, che era uno dei suoi cibi preferiti. Si apparecchiò la tavola davanti alla televisione e mangiò. Il telegiornale mandava in onda le solite notizie sui soliti omicidi. Un povero ragazzo di 14 anni era stato violentato e ucciso e il solerte giornalista spiegava parola per parola che cosa aveva detto il ragazzo, poco prima di essere ucciso dai suoi coetanei. Un noto deputato della destra dichiarò che, se il ragazzo ucciso fosse stato gay, la colpa sarebbe stata anche un po’ sua, perché, in tal caso, avrebbe sicuramente provocato gli aggressori. Un deputato di un partito della cosiddetta sinistra moderata dichiarò che non era sicuro, ma, che, in nome della concordia tra le forze politiche di maggioranza e opposizione, non bisognava provocare inutili scontri e, dunque, non si sarebbe opposto se fosse stata approvata una legge sul reato di omosessualità, che avrebbe condannato le vittime degli stupri. Iniziò il solito grottesco show serale, nella stessa sera c’era anche una partita di calcio. Il signor S. non era un grande appassionato di calcio, ma gli piaceva seguire qualche partita ogni tanto. Si addormentò dopo una trentina di minuti e si risvegliò tutto intorpidito. Dopo essersi ripreso si ricordò che, in un circolo che frequentava, era stata organizzata la presentazione di una rivista. Anche se C. era un paese piccolo, qualche cosa succedeva. Era stato un suo amico ad organizzare la presentazione di quella rivista. C’erano molte persone e una terribile puzza di fumo. Il signor S. se ne andò verso la mezzanotte tossendo, come faceva spesso. Perché il 90% delle persone di sinistra fuma, si domandò S., per caso è una regola. Il signor S. non aveva mai fumato e, quando si trovava a delle riunioni dentro a stanze piene di fumo, era preso da sinceri sentimenti di odio verso gli altri, verso la gente di sinistra e anche verso la propria coscienza, che lo aveva portato a diventare di sinistra. Andò a dormire, dormì per molte ore, molto bene. Si svegliò presto, fece le solite commissioni e si mise al lavoro. Il saggio sulla comunicazione era ormai finito. Lesse qualche rivista e si mise a scrivere qualche idea per un suo nuovo romanzo. Stava seduto alla scrivania, quando suonò il telefono. Era Rosi il suo vicino di B., che gli telefonava. Scusa B., c’è un problema. E’ arrivata una raccomandata per te, risulta che non hai pagato una multa sulla Fiat Uno. Ma io l’ho venduta molti anni fa, replicò S. Mi sono permesso di aprire la busta, qui c’è scritto che devi dimostrare di non averla più e ti devi recare presso i vigili urbani di B. Non me ne frega un cazzo, non vengo a B., che si fottano. Ho capito, S, ci andrò io, sei d’accordo. Va bene, Nino, ti ringrazio, tutto bene a casa? Tutto bene, quando torni a B.? Forse tra una quindicina di giorni. Scrisse ancora qualche frase e il telefono suonò ancora. Che due p., disse il signor S., che non poteva sopportare tutto ciò che concerneva la burocrazia. Si rimise a lavorare al suo progetto di un nuovo romanzo.  S. non aveva nessun senso pratico, non si intendeva di economia, finanza e contabilità e ne aveva il netto rifiuto. Aveva affidato la propria contabilità a Borri e non se ne voleva occupare, gli aveva promesso bastonate qualora avesse avuto problemi con il fisco. Gli arrivò un’illuminazione, improvvisamente. Aveva sentito, qualche tempo prima, una curiosa espressione: studi di settore. Che accidenti sono? Telefonò a Borri che gli spiegò: gli studi di settore servivano a determinare gli introiti presunti di un’attività, in conformità a vari parametri, tra i quali il consumo di materiali. Questi stronzi del liceo Ics devono avere qualcosa di strano, per forza. Quelle scatole bianche, in quella foto, sembrano risme di carta. Chi può indagare sul consumo di materiale? Bisogna rivolgersi alle autorità, alla polizia, gli disse Borri. Il signor S. aveva avuto dei rapporti non sempre buoni con la polizia. Durante una manifestazione a cui partecipava da parlamentare era stato manganellato alla testa senza alcuna ragione e quei venti punti di sutura gli bruciarono molto anche psicologicamente. Scusa Borri, ma come faccio io a rivolgermi alla polizia, li ho anche denunciati per quello che mi hanno fatto. Sì, mi ricordo, hanno anche promosso l’agente che ti ha bastonato, adesso è questore. Per lo meno servo a qualcosa, disse il signor S.

Si rimise al lavoro, aveva pensato di scrivere un romanzo su un cuoco trotzkysta di Napoli, ma aveva ancora qualche dubbio. Voleva descrivere il periodo di Cacciapoli, la passione del cuoco Bernardo Esposito per la vita e le opere di Trotsky e il suo contrasto con gli stalinisti. Voleva parlare anche del rapporto tra cucina e politica. Il suo personaggio sosteneva la necessità di propagandare la buona cucina e reprimere quella cattiva, perché il proletariato ne sarebbe uscito beneficato nello spirito e nel corpo. Il signor S. pensava che un libro di quel tipo avrebbe giovato in un’epoca in cui impazzavano i fast-food. Si era molto entusiasmato a quel che stava scrivendo. Si stava avvicinando il mezzogiorno e S. pensò che fosse il caso di controllare se c’era qualcosa in cucina o, eventualmente, preparare qualcosa. Si fermò di colpo e pensò: Ascione!! Sì, il marito di Rosaria, o meglio l’ex marito cornuto. Avrebbe potuto rivolgersi a lui, visto che ora era maresciallo. C’era solo un piccolo particolare che infastidiva S.: Ascione era un bigotto timoroso e viscido, un cattolico untuoso. Lo scrittore decise di rimuovere, almeno per il momento. Si era ricordato di avere comprato delle lasagne bolognesi nella rosticceria poco distante da casa sua dove la proprietaria le preparava come facevano le zdore di B. Stava per interrompere il lavoro, quando suonò il telefono. Ciao, sono Gianni! Ciao, che vuoi? Rispose S. con tono infastidito. Hai visto il tg? E’ morto un bidello del Liceo Ics stanotte. Si chiamava Matteo Marini. L’hanno trovato davanti alla sede di quel partito che non è più fascista, ma che esalta Mussolini, accanto a dell’esplosivo. Il tg dice che stava per mettere una bomba. Questa faccenda mi puzza molto, replicò S., conosci la storia di Marini. Sì, aveva 42 anni, faceva il sindacalista. Aveva due figli e moglie. Sai qualcosa di più, Gianni? Scusa, hai deciso di accettare di impegnarti? Fatti i cazzi tuoi, è solo una curiosità personale. Ho parlato adesso con dei suoi compagni di lavoro e di sindacato. E’ descritto come uno pacifico, che tiene alla famiglia. Ok, Gianni, ti ringrazio, ti saluto, ci sentiamo più avanti. Accese la tv, c’era il solito giornalista devoto a qualunque governo si presentasse, che spiegava la recrudescenza dell’emergenza terrorismo e del pericolo rappresentato dai gruppi dell’antagonismo sociale. Furono subito intervistati degli esponenti della maggioranza, che parlarono di un pericolo comunista incombente e sottolinearono l’urgenza di leggi eccezionali dirette a reprimere futuri vili atti terroristici contro un partito democratico. Il ministro parlò di un decreto per reprimere più duramente le adunate sediziose e gli incitamenti alla lotta di classe, retaggio di un tragico passato. L’esponente di un partito di opposizione sottolineò l’esigenza di unità tra maggioranza e opposizione per difendere la democrazia del paese prostrata da attacchi terroristici così gravi. Un esponente di un altro partito di opposizione sollevò dei dubbi su quel presunto attentato.  Il signor S. rimase molto colpito da quanto era successo.

Preparò la valigia e decise di partire, per alcuni giorni, per B. C’era la nebbia e S. procedeva ancora più lentamente del solito con l’automobile. Era un guidatore fin troppo prudente, delle volte si beccava delle sonore strombazzate dagli altri automobilisti, sempre così frettolosi. Arrivò a B. di malumore, oramai aveva imparato a disprezzare la città. Lasciò l’automobile poco prima del centro. Faceva freddino e S. era vestito in modo abbastanza leggero. Si fermò vicino alla casa della vedova del bidello. Era un palazzo rosso, come se ne vedono tanti a B. Era dignitoso e pulito, entrò nell’androne del palazzo e raggiunse l’ascensore. Era un palazzo appartenente ad un complesso di case popolari, tra le più decorose. Erano state costruite con cura e rispetto per le persone che ci abitavano. Salì al secondo piano, notò un lungo regolamento condominiale affisso al muro e suonò alla porta. Gli venne ad aprire una signora quarantenne dall’aspetto distinto, vestita di bianco e un po’ pallida. Buongiorno, è lei la moglie… Se è un poliziotto, guardi che non ho niente da dirle. Non sono un poliziotto, sono solo uno scrittore, non so se si ricorda di S.. Ah, possiamo darci del tu? Certo. Allora, entra, sei il benvenuto qua a casa mia. Togliti la giacca, il signor S. gliela porse. Entrarono in un salotto spazioso e pieno di luce. Sono rimasto colpito da quello che è successo. Anche io vengo dallo stesso ambiente di tuo marito, come ben sai. Non l’ho mai conosciuto, ma è come se lo avessi conosciuto da una vita. Ho fatto la Resistenza, tante manifestazioni, lotte, il parlamento. Ho sentito tanti discorsi, anche di chi pensava che si sarebbe potuto cambiare quello che succedeva in modo drastico. Pensi che mio marito teorizzasse la lotta armata? No, non ho detto questo. Dico che in tanti anni di esperienza ne ho sentite di tutti i colori. Intendiamoci, anche io ho combattuto. Il potere non si conquista certo nelle urne elettorali. Hai visto cosa è successo in Cile? Ti ricordi le stragi, la banda dell’utilitaria del capoluogo piemontese dal colore candido. Sono convinto che questo sia un momento in cui dobbiamo prima pensare a recuperare noi stessi, il nostro essere di sinistra. Siamo stati sconfitti, o meglio, ci siamo sconfitti da soli. Abbiamo perso sotto tanti punti di vista, abbiamo rinunciato a dire oppure diciamo le cose male. Conosco ragazzi che potrebbero esserci vicini, ragazzine dalla faccia pulita e dall’aria sveglia, gli occhi grandi ed espressivi, che cercano una risposta da noi. Non siamo molto spesso in grado di dargliela perché non ne abbiamo il coraggio. Vediamo ragazzetti che non amano questo mondo, questa globalizzazione e noi parliamo troppo, andiamo fuori tema, senza un filo logico. Abbiamo rinnegato le nostre idee e abbiamo smesso di far politica. Guarda, S., che mio marito diceva le stesse cose. Tu sai che militava in un sindacato di sinistra. Pensa che mi raccontava dei suoi compagni di lavoro, che facevano sciopero e partecipavano alle manifestazioni, i quali, quando si presentavano le elezioni, votavano per la destra. Gli dicevano che vedevano nella sinistra il nemico e che la destra almeno prometteva milioni di posti di lavoro e riduzioni di tasse. Quando lui replicava che quelle riduzioni erano fasulle, che non bisognava crederci, rispondevano che lo sapevano benissimo, ma che preferivano illudersi. Guarda, sono sincera, io ho amato e amo mio marito, ma non mi piace mentire. Mio marito non sarebbe mai stato capace di quelle azioni. Sono a pezzi, perché mio marito se ne è andato, ma è morto, perché è rimasto fedele a se stesso. Sai, non sopporto i voltagabbana. Capisco, nemmeno io. Adesso ti debbo salutare, ti faccio le mie condoglianze. Sulla strada del ritorno vide molta gente, ma non prestò grande attenzione. Era assorto nei suoi pensieri. Era convinto che quell’uomo fosse innocente e che anche il primo suicidio, come dicevano loro, fosse collegato al cosiddetto attentato. Decise che sarebbe andato la sera stessa a C. Ritornò a casa e, prima di tutto, bussò alla porta del suo vicino. Gli venne ad aprire una bambina urlante, sua figlia. Scusa, Margherita, c’è tuo padre? Il suo vicino di casa era Antonio Rosi, un biologo che lavorava all’ospedale. Aveva una quarantina d’anni, i capelli biondi e gli occhi chiari. Ciao S., come stai? L’uomo si fece avanti e lo abbracciò. Sto molto bene, vedo che anche Margherita sta molto bene. Anche troppo, rispose Antonio. Vuoi qualcosa da bere? No grazie, vado un po’ di fretta. Ascolta, dovresti andare al liceo Ics appena puoi e chiedere di farti visitare il liceo. Ho qualche curiosità su quel posto, ma io non posso andarci perché sono abbastanza conosciuto. Ok, domattina sono libero. Ti ringrazio, ciao. Uscì ed entrò in casa sua, quando gli squillò il telefono. Era Gianni. Ciao S., come stai? Sto bene e tu? Non mi lamento, Cecilia e io volevamo invitarti a cena. Ti va bene alle otto? Ok, ci sarò. Ricordati che se mi parli di quella cosa ti mando a quel paese. Va bene, non parlerò. Si preparò, riempì una valigina per potere ritornare a C. nella notte. Si vestì e salì in automobile, si avviò verso il centro, percorrendone le strette vie. Arrivò davanti a casa di Gianni, che gli aprì il cancello elettrico e lo fece entrare con l’automobile. Ciao carissimo. Ciao Gianni. Salirono per quegli scaloni maestosi tipici dei palazzi di una volta. Arrivarono al primo piano, il corridoio era molto lungo e largo. In fondo al corridoio, decorato con affreschi che dovevano essere di pregio, c’era l’abitazione di Gianni. Gianni aprì la porta ed entrarono. Arrivò Cecilia, una bella signora ben conservata. Ciao carissimo S., come vanno le cose? A me bene e a te, bellissima? Non mi lamento, adesso accomodatevi che vi ho preparato qualcosa di buono. Tieni Cecilia, ti ho portato un cabaret di paste. A voi non si cosa portare, avete tutto.  Ti ringrazio S., le porto sulla tavola. S., andiamo nella stanza dei vini. La stanza dei vini era una camera che Gianni aveva destinato a cantina e conteneva vini e liquori pregiati anche di varie parti del mondo. Era una parte della cantina che Gianni aveva fatto riadattare e, per arrivare alla quale, si accedeva da una scaletta in un angolo del grande salone. Entrando in casa di Gianni sulla destra c’erano alcune riproduzioni di quadri famosi alle pareti, due stanze destinate a libreria e studio sulla sinistra, un grandissimo salone, con un lungo divano nero e, in fondo al corridoio, c’era la cucina, che era il regno della provetta cuoca Cecilia. Parlarono per ore dei vecchi tempi, di libri e dei nuovi vini che Gianni aveva comprato. Adesso ci sono delle buone offerte via Internet, anche se io preferisco la vecchia maniera. Siamo andati a comprare il Dolcetto, il Nebbiolo e il Barbaresco direttamente in Piemonte, vicino ad Alba. Ti regalo una bottiglia di Barbaresco, che non trovi neanche in enoteca. La prese da una scaffalatura e la avvolse nella carta di giornale. Te la metto sul tavolo, vicino a dove hai messo la giacca. La tavola era finemente imbandita con calici pregiati e un vaso di fiori al centro. Gianni utilizzava un bicchiere diverso a seconda del vino o della birra che beveva. Alla fine della cena bevvero rum cubano invecchiato 15 anni, per completare l’opera. Alle 24 se ne andò e ritornò a C. Dormì bene, ma il risveglio fu pessimo. Sentiva un mal di testa tremendo e una debolezza atroce. Dopo un’ora abbastanza difficile iniziò a vomitare furiosamente. Vomitava saliva, con degli sforzi che lo squassavano. Questa volta muoio, pensò. Quella mattina il signor S non si alzò presto. Rimase a letto. La signora R. suonò alla sua porta a metà mattina, gli parlò, gli chiese se voleva qualcosa da mangiare. Il signor S. non voleva niente, come faceva di solito quando stava male. Non voleva guardare i telegiornali per non essere mal disposto dalle pessime notizie. Come se fosse per inerzia accese il televisore. Il liceo Ics aveva esteso la clausola del legittimo sospetto sui professori, anche per il figlio del sindaco e quello dell’onorevole, oltre che per il figlio dell’assessore.  Vennero comprate delle sedie finemente decorate da destinarsi ai vari figli di e agli studenti il cui reddito superava i 250000 €. Per tutti gli altri sediacce rotte e arrugginite. Il liceo Ics organizzò anche una grande iniziativa contro la droga alla presenza di numerose soubrettes, di ministri e sottosegretari. L’iniziativa si chiamava, No alla droga frutto della cultura marxista. Alla conferenza stampa parlò il professor Paperini di religione, che era materia obbligatoria, non era prevista l’ora alternativa. Il prof Paperini era un uomo altissimo, con folte sopracciglia bianche e una corona di capelli bianchi perennemente in disordine che circondava una vasta pelata. La sua età era indefinibile così come era indefinibile il numero di volte che quel vecchio sputava mentre parlava. Disse: Pape Satan, Pape Satan Aleppe, morte al comunismo pagano e assassino. Siamo qui per inaugurare questa grandiosa iniziativa, questa campagna pubblicitaria contro la droga, residuo della ormai defunta cultura marxista. Spiegherò il motivo: i poveracci che si drogano vogliono fuggire il mondo, perché non amano la loro situazione e si drogano. Sono dei peccatori!!!!!!!!! Dio ha destinato loro povertà e sofferenze e le debbono accettare cristianamente come un dono di Nostro Signore. Pape Satan, Pape Satan Aleppe, morte al comunismo pagano ed assassino. Sui muri del liceo venneroattaccate strisce adesive con su scritto NO ALLA DROGA LA DROGA E’ MORTE DI SI ALLA VITA, sponsorizzate dalla banca che operava nel traffico d’armi. Gli studenti potevano già trovare strisce con su scritto QUI NON SI PARLA DI POLITICA QUI SI STUDIA oppure TACI IL NEMICO TI ASCOLTA.

Correre è forza, costanza. La corsa lunga, il fondo, il mezzofondo sono forza mentale, streben goethiano verso un obiettivo. Muscoli, polmoni e cuore vibrano di tensione e fatica. La corsa è ripetizione, la corsa è respiro. Fa parte della dimensione dell’apollineo, l’ordine, il cosmo. La danza è estasi dionisiaca. Molti ballerini raccontano che, quando danzano, è come se uscissero da se stessi. E’ rapimento e ordine. È ordine, perché impone la ricerca dell’equilibrio, l’equilibrio del corpo nel tenere con grazia una posizione che potrebbe sembrare, ad uno sguardo profano, innaturale. È l’incontro tra dionisiaco e apollineo. Gio è un tronco, sgraziato, un vero e proprio giandone, mentre Eli sa ballare qualsiasi cosa: classico moderno jazz tango polka fox trot jive samba bossanova mambo quadriglia minuetto ecc. ecc. Giovanni ed Elisabetta intanto frequentavano le lezioni: riuscivano abbastanza bene, ma dovevano impegnarsi di più in Storia del Milan, che era una delle materie fondamentali. Il professor Riccardo Marini era un trentenne vestito sempre in giacca e cravatta con i capelli neri radi, il sorriso sempre stampato sul volto, l’abbronzatura perenne e il fisico sempre in forma. Era un bell’uomo. Entrò in classe gridando: TUTTI in piedi! Forza Milan!! Battete le mani a tempo!!! Juve merda! Juve Juve merda. Inter Inter Vaffanculo!!! Saltate!!! Chi non salta un interista é!! Chi non salta un interista è!! Interroghiamo, vediamo se siete preparati. Quale è la formazione del Milan per la prossima partita?? Io la so, rispose Giorgino. E allora dilla, vaaai facci godere!!!! Giorgino espose tutto con grande precisione. Adesso ditemi se siete caldi!!! Sììììììì Più forte: sììììììììììììììììì. Vi annuncio una grande novità: faremo una gara tra le ragazze per trovare due fighe immagine per le nostre lezioni. Verrà la televisione. Le ragazze dovranno ballare per 40 secondi e, quelle con un bel culo e delle belle tette diventeranno delle ragazze immagine ricevendo anche un 9. Chi è il migliore??? Mariniiiiiiiii!!! Vai Marini olè olè!!! Vai Marini olè olè!!! Urlarono tutti in coro. Giovanni ed Elisabetta si guardarono inorriditi. Credo che avremo molti problemi quest’anno disse Giovanni. Non furono interrogati in storia del Milan e furono abbastanza contenti. Marini disse inoltre: la scuola fornirà perizomi, hot-pants e top, solo per le belle gnocche, i cessi non avranno nulla. Le due ragazze prescelte apriranno con un loro stacchetto la lezione e la chiuderanno e saranno invitate alle riunioni del Consiglio d’Istituto. Tutti insieme. W la figa! W la figa! W la figa! W la figa!

Intanto il signor S. era a casa, di pessimo umore. Stava pensando di abbandonare il caso di cui si stava occupando. Si sentiva troppo vecchio e stanco, si sentiva profondamente inadeguato. E’ inutile che pensi che si possa cambiare il mondo alla mia età, il mondo lo debbono cambiare i giovani, che hanno l’energia, o dovrebbero averla. Abbiamo creduto in molte e cose e ora ci dicono che sono sbagliate. Ci dicono che era tutto uno scherzo, che questi ideali sono morti. Come dobbiamo comportarci, che dobbiamo fare? Il signor S., quando si ammalava, si sentiva afflosciare, si sentiva più vecchio, sentiva di non potercela più fare. Intanto lesse sul giornale che un partito di destra non più fascista aveva organizzato dei pellegrinaggi alla tomba del duce e che dei giovani di destra non più fascisti avevano dato fuoco a dei libri perché parlavano male di Mussolini. Quando a loro venne chiesto il motivo di quel gesto, risposero che non si parla male degli assenti e che avrebbero dovuto concedere al duce la possibilità di difendersi dalle accuse calunniose dei soliti comunisti. Il giornalista aveva replicato che anche i fascisti non concedevano certo grandi possibilità di difesa ai loro avversari. Il giovane dall’aria da intellettuale rispose che era giusto così perché quelli erano comunisti fottuti. Tutti i 20 giovani di destra moderata e non più fascisti fecero il saluto romano e cantarono Faccetta Nera. Mister Ics, che stava diventando sempre più un astro nascente, aveva elaborato una ricerca scientifica che dimostrava la maggior propensione alla delinquenza della razza negra e aveva deliberato l’affissione, all’interno del liceo, di manifesti con su scritto ATTENZIONE AL NEGRO E’ UN DELINQUENTE con la sponsorizzazione della Fondazione per la Carità Cristiana del professor Paperini, che stava già promuovendo una ricerca scientifica sulla maggior propensione alla delinquenza da parte di coloro i quali percepiscono un reddito inferiore ai 200000 euro. Il costo della campagna pubblicitaria sul carattere delinquenziale della razza negra era stato di 10000 euro. Quando un giornalista chiese, come mai tutti questi soldi, il preside, eminente scienziato, rispose, qui pensiamo in grande. Lei è il solito comunista che si lamenta che la scuola non viene finanziata e poi, quando si prendono delle iniziative che vanno incontro ai giovani di buona famiglia, si lamenta. E’ lei che vuole la morte della scuola, si vergogna. Chi è che si deve vergognare? Lei si vergogna, è il congiuntivo di vergognarsi, ignorante comunista che non è altro. Il giornalista di regime preparò subito una puntata del suo programma sulle grandi scoperte scientifiche che il preside del liceo Ics promuoveva, alla presenza del sottosegretario, e di alcune soubrettes in perizoma. Penso che mi ammalerò ancora di più, commentò S., chiuse il giornale e si mise ad ascoltare la musica alla radio.

Il giorno dopo il vicino di casa di S. si recò al liceo, come gli era stato richiesto. Una bidella in camicia da notte gli venne ad aprire e lo condusse lungo i corridoi, sui muri dei quali erano affisse le strisce adesive, e gli fece molte domande sulla sua condizione economica e la sua fede politica. Quando il signore le rispose che era di destra, andava sempre in chiesa, odiava i negri e i poveracci, la ragazza gli fece un sorriso. Quando le fu chiesto il perché di quell’abbigliamento perlomeno singolare, la bidella rispose che voleva rimanere più vicina al suo posto di lavoro e dormiva lì la notte, anche se, a giudicare dagli occhi cisposi e dalla quantità industriale di sbadigli, si sarebbe detto che si era appena svegliata. Il signor Rosi chiese di poter veder gli uffici, gli venne risposto che non era possibile, perché erano in corso importanti riunioni sulla programmazione didattica. Intanto, dagli uffici, giungevano commenti sulle virtù fisiche di una nota presentatrice e uno strano sciabordare d’acqua, come quello di una vasca da bagno che si svuota. Il signor S. chiese inoltre della programmazione didattica. La bidella gli stava rispondendo, quando si sentì un urlo, sto dormendo, non rompete le balle, provenire da un ufficio. Erano le 10 del mattino. Qui si segue un metodo scientifico sperimentale all’avanguardia, continuò, il professor Pancrazi spiega delle teorie della linguistica psicosomatica del dottor Landsbergis dell’università di Turku e delle teorie del morfema ortodontico del professor Maskadouris dell’università di Igoumenitsa. Altro che Leopardi, tutta roba vecchia!  Il professor Marini ha promosso un concorso per la ragazza immagine del liceo. Pensi che ci sono anche le riprese televisive. Ci sono le ragazze in perizoma, vada a vedere, lei che è un uomo si divertirà molto. Rosi chiese un dépliant sul liceo, la bidella lo guardò preoccupato ed entro in un ufficio. Si sentì un’esclamazione: c’è poca carta, l’ho sempre detto io!!!. Uscì e disse a Rosi, mi dispiace, ma non posso fornirglielo, sa, dobbiamo risparmiare! Rosi fu un po’ stupito, andò a casa e raccontò tutto al signor S. per telefono, che, sulle prime, non si rese perfettamente conto del senso di quella frase anche perché aveva la testa come un pallone e un mal di stomaco tremendo, gli venivano tremende vampate di calore alternate da atroci brividi. Chiunque si sarebbe fatto ricoverare all’istante, ma il signor S. no: aveva diffidenza dei medici e lo manifestava apertamente anche al suo amico Gianni, che era medico. Gianni lo tacciava di persona con pregiudizi antiscientifici, il signor S. lo mandava quel paese. Lo mandava a quel paese, perché gli voleva bene, diceva lui. Il signor S. lesse i giornali, rispose ad una telefonata del gestore del circolo che frequentava spesso. Lo aveva invitato ad una cena, che si sarebbe svolta poche sere dopo. Il signor S. disse di sì, ma rispose che avrebbe bevuto solo acqua e mangiato poco. Sarebbe venuto per il solo piacere di stare in compagnia. Il pomeriggio passò e S. riuscì a mettersi a lavorare al suo romanzo sul cuoco trotzkysta per una mezz’oretta. Ascoltò il notiziario alla radio dove si parlava dell’emergenza terrorismo in seguito alla morte del bidello di B., sindacalista, e del comizio del democratico esponente governativo che aveva chiamato facce di merda gli immigrati. Alla sera seguì una trasmissione di informazione: si parlava di una scuola dove era stata proposta l’introduzione della materia storia del fascismo, al fine di fare chiarezza su un periodo così glorioso della storia italiana e di ristabilire l’imparzialità dopo anni di potere comunista. Le associazioni di partigiani e alcuni esponenti politici di sinistra protestarono per la lesione della Costituzione italiana, un partito della sinistra moderata invocò la concordia tra maggioranza e opposizione, mentre un’esponente di un partito di destra disse che lui non perdeva tempo a leggere la costituzione, perché era un testo di Karl Marx, noto terrorista russo. Il signor S. andò a letto e il mattino dopo già si sentiva meglio.

Giovanni stava capendo di essersi innamorato di Elisabetta, era un amore che affiorava in lui dialogo dopo dialogo, dopo ore passate assieme. Era suo amico, suo confidente, si rendeva conto che la stava guardando in modo diverso. Le piaceva ridere, come piaceva a lui, era anche profonda, intelligente. Era bella, di una bellezza abbagliante. Era diversa dalle altre ragazzine della sua età, aveva interessi profondi, era matura. Voleva esprimerle tutto il suo amore, tutta la passione bruciante che covava dentro di lui, ma aveva paura. Era timido, bloccato da insicurezze enormi. Aveva paura che lei non lo accettasse perché era figlio di operai. Pensava che l’avrebbe sempre considerato un amico. Si tormentava, non sapeva cosa dire e fare.

Anche per il signor S i giorni passavano e la sua salute lentamente migliorava: era riuscito a mangiare qualcosa, ma si sentiva ancora tremendamente debole. Si era alzato con la testa pesantissima, aveva guardato con aria affranta la riproduzione del quadro di Guttuso che stava alla destra del suo letto e si era avviato, con passo strascicato, verso il bagno. Si guardò allo specchio, aveva un colorito grigiastro, gli occhi piccoli e due enormi borse che gli scendevano. Era dimagrito e i pantaloni del pigiama gli cadevano. Fuori il cielo era sereno. Decise che voleva reagire, che non poteva restare chiuso in casa per molto. Aveva affrontato una situazione analogo anche agli inizi della sua esperienza nella Resistenza, quando era fuggito da quella casa rispettabile e borghese per andare con quelli che qualcuno definiva ribelli o banditi. Pochi giorni dopo essere scappato voleva ritornare a casa, l’avrebbero schiaffeggiato, perché si era unito a gruppi di banditi e perché bisognava rispettare le regole, come dicevano loro. Si vestì lentamente, andò a comprare i giornali e a fare la spesa, ma non andò a correre. Arrivò all’edicola, che era a poca distanza dal ristorante Da Nevio, sullo stesso lato della strada. L’edicola era un negozio ampio e luminoso, dove il signor S. poteva trovare libri e riviste, anche di un certo gusto. Comprò i giornali e ne sfogliò un altro. Si parlava dell’emergenza terrorismo, i giornali dedicavano a questa emergenza intere pagine e della necessità di mettere fuori legge i partiti che incitano al conflitto di classe e all’odio sociale, fonti di terrorismo e sovversione. In un trafiletto del giornale padronale si leggeva del processo intentato ai dirigenti di un’azienda chimica, nella quale erano morti di tumore 300 dipendenti, perché non erano state prese alcune misure di sicurezza. Si sottolineava anche, in un articolo più grande a fianco, che la stessa azienda aveva aumentato i profitti del 60%. Andò a casa e riuscì a lavorare, anche se si stancò molto. Guardò nel frigorifero, ma era mezzo vuoto, la signora R. era dovuta andare ad una visita medica in città. Decise di andare a mangiare da Nevio. Si avviò stancamente, non aveva molto appetito. Trovò la trattoria di Nevio insolitamente affollata. Che è successo? C’è un convegno di una grande azienda e mi hanno prenotato per 60 persone. Allora non c’è posto per me? Ma certo che c’è posto… Il ristoratore lo fece accomodare nella saletta più interna, vicino ad un gruppo di ragazzini vocianti, tenuti a bada a fatica da una giovane mamma timida. S. mangiò con poco appetito, stupendosi di se stesso. Era arrivato al dolce, aveva scelto un sorbetto, che lo aiutava a digerire, come diceva lui. Nell’altra sala c’era la televisione con il volume abbastanza alto. Il ristorante era animato, quasi come se fosse un giorno d’estate. Non sembra neanche un’azienda, commentò tra sé e sé S. Non avrebbe preso il liquore a fine pasto, perché non se la sentiva. Rimase a guardare i quadri che adornavano le pareti del ristorante. Erano quadri che rappresentavano la vita di campagna di una volta, che rappresentavano scene di pesca, e scene fluviali, visto che, nelle vicinanze di C., c’era un fiume con una vegetazione che incantava e un gran numero di zanzare per contorno. Erano quadri di buon gusto, piacevoli a vedersi. S. aveva visitato anche alcune mostre di quel pittore e aveva comprato anche un quadro che rappresentava una festa campestre, con uomini donne e bambini che danzavano, bevevano e mangiavano sull’aia di una fattoria. L’aveva messo sulla parete, dietro la tavola che stava al centro della sala da pranzo. Amava i quadri, aveva anche una famosa immagine di tre donne partigiane appesa nel salotto. Non era un eccezionale intenditore di arte, ma ne era affascinato. Mentre stava finendo di bere il caffè, S. pensò ad Ascione. Il maresciallo è un signore baffuto basso, originario di un paese vicino Avellino. Ha i capelli neri che si stanno diradando, la pancia incipiente. Veste sempre la divisa. È devoto a Santa Romualda del Beato Albergo del Viandante dell’Addolorata, è entrato nell’arma perché suo padre è il terzo cugino di un famoso uomo politico che parla in modo strano. A S. non piace e non è mai piaciuto. Gli è sempre sembrato un grottesco ipocrita, un cattolico untuoso. Un vecchio proverbio fa così: i sant chi magnan e i mloun chi pessan’i e in gnanc’ boun si arabessan. Come fare a contattarlo? Lui non ne aveva la minima voglia. Decise di telefonare a Gianni, con poca gioia. Gianni, telefona immediatamente ad Ascione e chiedigli di svolgere indagini su quel liceo maledetto. Fai tutto quel che devi fare, qualsiasi cosa. E riattaccò il telefono. Non ne voleva sapere niente.

A volte S. si sentiva come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Henry Beyle, Stendhal, definisce la propria érotique come una ricerca continua che si esaurisce nel ritrovamento, nel raggiungimento dell’obiettivo. S. si sente un uomo ordinario, al contrario di Raskolnikov, è un uomo mite, non ama il litigio, si vuole difendere dal mondo. è uomo che non ama il pettegolezzo, lo stesso narratore non sa tutto di questa persona, e non riferirà nemmeno tutto quello che sa.

La comunicazione ha subito trasformazioni sul piano della flessibilità. Le macchine da scrivere esigevano un pensiero strutturato precedentemente alla redazione del testo, perché rendevano difficile la correzione degli errori. L’avvento dei programmi moderni di videoscrittura ha cambiato la mentalità degli estensori del testo. Attraverso semplici istruzioni, con l’ausilio anche di icone, è possibile costruire dei testi complessi dal punto di vista contenutistico e formale, oltre che correggerli, anche radicalmente, senza troppe difficoltà. È pur vero che potrebbe sembrare semplicistico, ma è anche democratico. Anche gli ignoranti in materia informatica possono padroneggiare abbastanza facilmente lo strumento. La stessa Internet sta rivoluzionando il modo di leggere e scrivere, questo vale anche per le e-mails.

  1. non si rendeva conto dello scorrere dei giorni, si perdeva tra la settimana. Un giorno se ne stava a mangiare dall’amico Nevio e il presentatore del tg annunciava una notizia, a suo dire molto importante. A B. perquisizione al liceo Ics, da parte di polizia e guardia di finanza. Il magistrato Niccolò Lipari ha emesso un mandato di perquisizione per accertarsi della regolarità delle spese effettuate nel famoso liceo, campione di tante sperimentazioni scolastiche. I poliziotti, guidati dal vice questore vicario Angelo Guarnieri e i finanziari, guidati da Giuseppe Lo Giudice, sono rimasti per molte ore nel liceo a controllare conti, a porre domande a dirigenti e professori. I giornalisti cercarono il magistrato Lipari che parlò di un normale atto che non aveva conseguenze, un semplice accertamento. Il preside Mister Ics lamentò l’oscuro complotto della magistratura politicizzata contro un liceo che rappresenta l’élite di B., quando ci sono tanti negri da arrestare, certi magistrati comunisti perdono il loro tempo inviando poliziotti e finanzieri a perquisire il nostro cristianissimo cattolicissimo regolarissimo borghesissimo meravigliosissimo liceo. Il professor Pancrazi era indignato perché avevano disturbato la sua eccellente lezione sulla linguistica Locomotica del professor Arunte Solimeni dell’università di Carbonia-Pula. Questi sono degli incolti, che non conoscono le cose importanti della vita. Il professor Paperini stava spiegando la teoria di un noto vescovo del nord secondo la quale satana, Baal e Lenin erano direttamente imparentati e gridava Anatema!!! Mutismo e rassegnazione!!!! Ahhh! Adoratori di satana! Figli del maligno!!! Vade retro!!! Ricordatevi, disse con tono solenne: Cercum – un – ricordum – sembra – qui- tempus- non – est – mai – trascorsum. Sbavava e stralunava gli occhi. Il professor Marini definì i poliziotti e i magistrati coglioni stronzi vermi schifosi badogliani socialcomunisti che vadano tutti a fanculo facce di merda e zecche comuniste. Quando i poliziotti gli notificarono una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, il preside promise un esposto alla corte europea dei diritti dell’uomo per violazione della libertà di espressione. Venne intervistato lungamente Giorgino che spiegò che quell’atto andava contro il bisogno di istruzione dei giovani. L’ispezione aveva interrotto la lezione. I magistrati e i poliziotti comunisti andavano contro il diritto allo studio.

Questa è la storia di un poeta argentino scomparso in una giornata di settembre negli anni della dittatura in un racconto di un tempo mediocre come quello che il narratore sta scrivendo. Hector Marquez ha passato la cinquantina, è un uomo elegante, ammiratore delle idee di un personaggio storico con grandi baffi. È sposato con una donna intelligente, quasi della sua stessa età, che insegna in un liceo di Buenos Aires. Hector scrive per un importante quotidiano, ha una vita frenetica. Julia è iscritta al sindacato. Un giorno decide di passare a prendere Julia a scuola, inaspettatamente. Elena Sanchez è una studentessa, balla il tango, va bene a scuola, è modesta, anche troppo. Sta pensando ai fatti propri quando esce dal liceo. Che cosa potrebbe succedere? Questo stava scrivendo Gio prima di andare alla riunione del collettivo. Stava scrivendo questa storia per Eli. Si era riunito il collettivo di cui facevano parte, solo alcuni giorni prima. Nel collettivo c’erano alcuni loro compagni di classe. Parlarono a lungo dei problemi di quel liceo, in quella stanzetta spoglia e fumosa, di sigarette, normali o quasi. Veniva loro concessa all’interno della sede di un circolo, nel centro di B.. Pagavano un modesto affitto e tutti e 10 gli appartenenti contribuivano. Il Dando spiegò che i rapporti di forza erano a loro svantaggio, che i professori potevano fare tutto ciò che volevano e che non c’era alcuna speranza. Si potevano tentare solo alcune piccole iniziative. Giovanni ed Elisabetta, ma anche gli altri, si dissero d’accordo sul fatto che quello fosse il minimo per cominciare. Anche lei non riusciva a dirglielo, anche lei era troppo timida. Pensava di non riuscire ad arrivare alla sua intelligenza. Alle volte, cosa manda il destino.

  1. se ne andò dal ristorante, ancora abbastanza debilitato per l’influenza, ma, allo stesso tempo, molto sorpreso per quello che era accaduto. Al telegiornale il conduttore spiegò che era stato rilevato un consumo anomalo di carta da parte della magistratura. Il sostituto procuratore Lipari aveva aperto un’indagine. Credeva che nessuno si sarebbe interessato a quel caso, pensava che la magistratura non se la sarebbe sentita di andare a toccare quei centri di potere. Non si faceva illusioni, di sicuro, pensava, qualcuno bloccherà l’inchiesta. Non sarò certo io ad occuparmene, io sono troppo vecchio per queste cose. Mi dispiace, ma me ne rendo ancora più conto adesso che sono ammalato. E’ già una fatica, lavare e stirare, cucinare. Si sta così bene ad andare a visitare le enoteche, le librerie ed ad andare a cena da Nevio. Sono più sereno, scriverò quel libro sul cuoco trotzkysta con molta calma, sperando che l’editore non rompa le scatole. Mentre andava verso casa incontrò Romolo, un anziano pescatore. Ciao carissimo, come va la vita? Abbastanza bene, S. Pensa che io, che ho fatto il partigiano, ho ricevuto ugualmente il precetto per partire soldato. Pensa, anche che mio padre non mi aveva voluto aiutare, perché ero scappato di casa per diventare partigiano. Mio padre era funzionario pubblico, non era precisamente fascista, ma aveva paura dei comunisti e di quelli che, in generale, manifestavano. Diceva, che i fascisti avevano portato un po’ d’ordine e che c’erano più regole. Gli sfuggii in modo abbastanza semplice, te l’ho già raccontato. Io ero timido, lungo e secco secco. Ero abituato alle lezioni di pianoforte, che, grazie ai miei genitori, ho detestato, alle cuoche, ai camerieri e alle sberle di mio padre e mia madre. Se alla domenica mi alzavo, anche solo cinque minuti dopo, per andare alla messa ricevevo due sberle. Senza dimenticare le bacchettate… Mi comprarono la casa di B., sperando che mettessi su famiglia e smettessi di pensare alla politica, che è una cosa brutta. Ciao, ti saluto, chissà perché mi è venuta in mente ‘sta storia. Scusa se ti ho scocciato con le mie chiacchiere da vecchio noioso. No S., non sei mai noioso, gli fece Romolo, e poi, tu non sei vecchio, sei un ragazzino. Romolo è novantenne. S. entrò dal cancello e salì la scala esterna che portava al suo appartamento.

Nel frattempo Eli e Giovanni cercavano di fare qualcosa per sistemare un po’ quel liceo. Avevano organizzato qualche volantinaggio, avevano portato anche un megafono e avevano chiesto alcuni miglioramenti della condizione di quel liceo. Pochi li ascoltavano, molti avevano paura e qualcuno li insultava. Chi li insultava riceveva una nota di merito sul registro. Insultare i comunisti era un atto di grande civismo. Il preside ricevette la notizia di quei volantinaggi e decise di convocare i due amici. Il professor Pancrazi stava spiegando la funzione del complemento di stato civile nel quadro della linguistica di Athanasius Martins dell’università di Den Bosch. La bidella, quella che stava spesso in vestaglia, arrivò. Giovanni ed Elisabetta sono desiderati in presidenza. I ragazzi salirono sette piani di scale e si trovarono di fronte ad un pesante portone in legno chiuso da un battente a forma di testa di lupo. Sulla porta c’era scritto, per me, comunista o negro o poveraccio, si va nella città dolente per me si va nell’eterno torpore, per me si va tra la perduta gente. Lasciate ogni speranza voi comunisti negri o poveracci che entrate. Bussarono alla porta e un bidello in giacca e cravatta con gli occhiali neri anche se era buio venne loro ad aprire. Che cosa volete o sventurati bolscevichi che solcate questa fatale soglia? Siamo stati convocati per parlare con il preside. Sua Eccellenza Illustrissima, Onoratissima, Voscienza Reverendissima il preside, dovete dire. Non siete voi che parlate con il preside, è il preside che vi fa l’enorme concessione di parlare con voi, comunistacci di merda che non siete altro. I tre passarono tra gli stucchi, tra gli ori, le lampade e le colonne che adornavano il piano nobile dell’edificio. Entrarono nell’anticamera dell’anticamera e poi nell’anticamera. La porta venne aperta da un bidello, un altro bidello disse i comunisti sono ora giunti, un terzo disse orsù entrate un quarto aprì un’anta della porta, un quinto aprì la seconda anta. Altri tre bidelli declamarono in coro: i comunisti sono or giunti. Nella stanza c’era un tavolo ovale di dubbio pregio al centro e un tappeto, probabilmente di fabbricazione pakistana. Qualche bambino pakistano pagato pochi centesimi doveva averlo fabbricato. Alle pareti c’erano alcune riproduzioni di quadri famosi e un ritratto del duce. Soole che sorgi, limpido e giocondooo, faccetta nera bella abissina aspetta e spera che già l’ora s’avvicina, quando saremo a Macallè, noi ti daremo un’altra legge e un altro re. Faccetta nera sarai romana noi per bandiera ti darem quell’italiana. La sedia su cui stava il preside era più alta rispetto al resto della sala. Il preside saliva, premeva un pulsante e la sedia saliva automaticamente.  Sui braccioli c’erano rubini e diamanti. Fanciulli, vi ho fatto giungere nel mio umile ufficio per parlarvi. Io so che voi siete dei ragazzi intelligenti, per quanto traviati dalla turpe dottrina di Satana Lenin. Ho saputo che organizzate dei volantinaggi, delle proteste. Che cosa c’è che non va? Se non lo sa lei… Risposero i due. Ho intenzione di farvi delle proposte che difficilmente potrete rifiutare. Sarebbero… Vi offro i banchi che hanno i vostri colleghi, come il figlio del preside. Avrete anche la possibilità di applicare la clausola del legittimo sospetto nei confronti dei professori. Potrete cambiarli se vi danno un 4. Vi chiedo solo un piccolo, ma insignificante sacrificio. Quale, fecero i due con aria interrogativa. Si tratterebbe di partecipare al falò di libri. Voi lo sapete che l’associazione di bravi giovani che organizza tanti eventi nel nostro liceo organizza ogni mese dei falò di libri che hanno l’influenza della torbida ideologia marxista. Pensate che sono stati bruciati anche il diario di Anna Frank e Biancaneve e i sette Nani. Anna Frank era una sovversiva che non rispettava le regole. La regola era che non si poteva essere ebrei e lei era ebrea. I sette nani cantano andiamo a lavorar. Conoscete sicuramente la squallida retorica comunista sui lavoratori. E’ veramente insopportabile… Ci dobbiam pensare… I due fecero finta di niente, ma erano inorriditi. Come, ci dovete pensare??? Come??? Il tono mieloso del preside diventò di colpo più brusco, più duro. Avete un giorno di tempo per pensarci. Domani, alle ore 10 e 8 minuti esatti sarete convocati qui, in questa stanza. Tornarono in classe per ascoltare la lezione di marketing. Il professore si lamentava sempre dei mali della società contemporanea. Diceva, i ragazzi conoscono alla perfezione la teoria dei quanti e poi non sanno scegliere il deodorante giusto. E’ uno scandalo. La colpa è dei comunisti, che hanno dominato per gli ultimi 4 secoli l’Italia.

A casa di Giovanni suonò il telefono. Era Eli, Ciao Gio, stasera vado a vedere un nuovo locale, il Level XX. Sono curiosa, ci sono anche i miei cugini. Vuoi venire anche tu? Gio rispose con tono pacato, simulando disinteresse, ma sì, ci vengo. Si salutarono dopo pochi minuti di conversazione e Gio si mise a saltare per casa. Ma che, sei matto? Gli disse il padre con aria preoccupata. La sera uscì da casa tutto intappato, andò da Eli con l’autobus. Rimase ad aspettare sotto il portico, osservando i passanti. Quando Eli scese era più bella che mai, vestita di nero, con gli stivali che mettevano in risalto le sue lunghe gambe e i capelli legati. Gio non riusciva a parlare per l’emozione. Eli era calma, sorrideva timidamente. Beba e Carluz, i cugini, attaccarono subito la pezza, come se conoscessero Gio da una vita. Al Level XX era previsto un concerto di un gruppo partenopeo rap che ha il cantante con i capelli rasati e il piercing. Il locale era un centro sociale occupato autogestito antagonista, situato sotto il ponte vicino all’autostazione, che riceveva ingenti finanziamenti dal comune, perché organizzava delle fondamentali attività culturali. Il primo particolare che era parso loro strano fu che non si vedeva anima viva provenire dalle strade vicine. I viali erano percorsi da poche automobili. Davanti al Level XX c’erano poche persone e una pantegana che sfrecciava. Mamma mia, questi stan messi male. Non c’è un cane, disse Carluz, che portava i dreadlocks. Un cantiere stava partorendo l’ennesimo obbrobrio edilizio di B., il Borgo di Sta Ceppa Town. Bisognava lasciare mano libera ai costruttori amici del partito politico democratico riformista europeista onesto. C’erano molte officine dismesse in quella zona, una di queste era occupata dal centro sociale. B. era piena di piccole officine. Per accedere al centro si scendevano alcuni gradini. Davanti al Level XX c’erano mucchi di rusco, bottiglie di birra, whisky, sportine di plastica e schifezze varie. I pochi ragazzi davanti vociavano. I muri esterni erano coperti da scritte e bizzarri disegni. Hardcore crew house techno underground life. La porta del centro si aprì e ne uscì un ragazzotto con i capelli tagliuzzati mezzi viola e mezzi gialli. Emanava un odore pestilenziale. E il concerto, chiese Gio. Il giovane li guardò con aria annoiata e stupita, cioè quale goncetto? Quello del gruppo napoletano eccetera eccetera. Nella missura in cui, nel quaddro dello scviluppo del movimento antaggonista, è stato deciso di non fare il goncetto. Cioè, voglio dire, non mi zembra opportuno. Cioè, è strano. Al suo posto ragazzi, c’è una conferenza politica sull’importanza dell’intensità dell’odore di sudore nel quaddro delle lotte internazionali. L’odore naturale della pelle contro la saponetta, simbolo della borghesia, paté de bourgeois! A seguire concerto di CDB dj, hardcore new house techno underground music, la techno è democratica antagonista e di sinistra perché non si conosce l’autore delle musiche. Nessuno la può padronecciare, è antagonista rivoluzionaria. Bello è? Bello è? Cioè, non zo se mi sono scpiegatto. Il narratore ci tiene a precisare che CDB è l’acronimo di caraggna d’un bagai, appellativo coniato da sua nonna Imelde. I ragazzi scelsero un altro locale e per Gio il problema continuava.

Il giorno dopo vennero convocati in presidenza, prima che Giovanni potesse parlare, Elisabetta rispose che avrebbero accettato e avrebbero partecipato al falò dei libri, una misura per ristabilire la necessaria par condicio dopo anni di dominio delle sinistre. Giovanni fu sconvolto. Il preside incominciò a rivolgere loro dei complimenti. Siete dei giovani meravigliosi, siete veramente il futuro della nostra cara patria. Lo sapevo che delle menti come le vostre non si sarebbero lasciate traviare dalla perfida propaganda bolscevica. Sarete nominati d’ufficio rappresentanti di classe e per voi verrà accoppato il vitello grasso, visto che siete come i figliuoli prodighi. Professor Paperini, venga, venga. Il professor Paperini era nel suo studio e si precipitò. Professore, le pecorelle sono ritornate all’ovile. Gaudium magnum, ego sum contentum. Adeste fideles. Venite adoremus. Un brividus – occludet – stomacum. Il preside parlò, con decreto solenne sarete nominati rappresentanti di classe fino al termine della quinta classe superiore, nessuno potrà revocare la vostra nomina. Fece chiamare Giorgino che incominciò a scrivere con aria compunta su un foglio. Era il decreto presidenziale di nomina, che fu firmato con l’apposizione del sigillo presidenziale. Ora potevano applicare anche la clausola del legittimo sospetto. Era il segno dell’importanza. Tornarono a lezione, il professor Marini stava spiegando le condizioni degli ultimi infortunati del Milan e stava interrogando sulla pubalgia. Sull’ascensore, che ora i due ragazzi potevano prendere, Giovanni tentava di parlare con Eli che gli rispondeva sempre allo stesso modo. Taci, sta zitto e vedrai. Mister Ics guardò il figliuolo con aria soddisfatta. Ce l’abbiamo fatta, siamo riusciti a far entrare nel nostro gruppo i due migliori rappresentanti della sporca cultura bolscevica del nostro liceo. Il collettivo stava scrivendo un volantino dal titolo altisonante: VOGLIAMO LA VERITÀ! Qualcuno li seguirà?

La zona di parete bianca era un panorama non troppo interessante per S. Stava sdraiato sul divano e indossava la vestaglia. Aveva gli occhi semichiusi, tra il torpore e il sonno. Era la condizione peggiore. Si sentiva a disagio, non capiva nulla, non aveva la forza e la voglia di alzarsi dal divano. Si sentiva vecchio e debole, per quell’influenza che non si decideva ad abbandonarlo. Notava il nero del rivestimento in pelle del divano e trovava minuscoli punti, lo sguardo passava al soffitto e al lampadario, guardava la finestra e osservava la struttura degli infissi. Era proprio una strana giornata. Il suo sguardo si posava ora sulla libreria, colma di libri fino a straboccare. Aveva voglia di leggere l’ultimo Tabucchi, ma le gambe erano pesantissime, così come gli occhi. Un senso di nausea ravvivava la sua noia. Il televisore era acceso a volume basso, ma S. non ascoltava. Erano solo puttanate, come sempre. Avrebbe avuto voglia di vedersi una videocassetta, magari di Cronenberg, ma non se la sentiva. Si sentiva in preda all’oblomovismo. Ogni tanto qualche voce di bambino nel parco di fianco a casa sua rompeva la monotonia delle stronzate televisive. Il torpore continuava, ogni tanto diventava sonno. Mentre ragionava su non so cosa una voce lo scosse, era quella della signora R. Lo chiamava a bassa voce. Sono passata a fare un po’ di pulizie, S. Ho visto che stavi dormendo già da un bel po’. No, non stavo dormendo, ero tutto intorpidito. Sai, non sto troppo bene. Capisco. Ti volevo avvisare che stasera hai la cena. Ah, ok!. Si alzò e andò nel bagno a prepararsi. In televisione stava per iniziare il tg. Il giornalista annunciava la convocazione di una manifestazione dei noglobal in una città italiana molto importante, che era B. Metteva l’accento sulla possibilità di devastazioni. Non parlava della richiesta, da parte di queste donne e uomini, di una globalizzazione diversa e più attenta alle necessità dei deboli. Quegli uomini erano considerati solo un residuo del passato. I partiti della destra chiesero di vietare quelle manifestazioni e il presidente del consiglio dichiarò che quei manifestanti erano sicuramente dei pericolosi terroristi. Non era terrorista chi inquinava l’ambiente, chi provocava migliaia di morti sul lavoro, chi favoriva la fame nel mondo con le proprie politiche. Quando si cerca il profitto, si sa, può capitare che muoia qualche migliaio di persone per il guadagno di pochi. Il signor S. ascoltò distrattamente quelle notizie e poi si avviò alla cena, che sarebbe stata sicuramente deprimente. Stava assumendo antibiotici e non poteva certo bere vino. Avrebbe dovuto mangiare, se ci riusciva, bistecche e spuntature di maiale bevendo acqua minerale, mentre gli altri bevevano Dolcetto d’Alba.

Intanto Gio ed Eli erano diventati rappresentanti di classe. Era una carica importante, anche se molti loro compagni di classe non volevano fare politica, come dicevano loro. La politica, si sa, è una cosa sporca. Gio ed Eli non pensavano solamente alle cose serie, per così dire. Il ragazzo faceva sport, atletica leggera. Correva, si metteva alla prova, amava alla follia quello sport. Amava i 5000 metri, amava la corsa di fondo. Giovanni, gli occhi neri come la notte, correva da tanti anni. Amava leggere, leggere poesie, Neruda. Amava anche la musica, amava quel gruppo napoletano che fa musica rap, suo padre ne aveva anche conosciuto i componenti. Il padre di Giovanni, Mario, era arrivato dal sud per lavoro. Si era sposato presto, lavorava in una grande fabbrica, faceva l’operaio specializzato, era un tecnico preparato. Aveva frequentato corsi di specializzazione, si era diplomato tardi e ora voleva anche laurearsi. Aveva la passione per l’ingegneria. Aveva chiuso con la terza media, perché in casa non c’erano soldi. Aveva studiato e studiato, voleva dimostrare a sé stesso e anche a tanti altri che un operaio di fabbrica può anche laurearsi lavorando un mucchio di ore al giorno. Ora la fabbrica dove lavorava attraversava un periodo di crisi e non si sapeva come sarebbe andata a finire. Anche Eli aveva una forte passione, quella per la danza classica. Danzava da quando piccolissima. Sua madre l’aveva iscritta ad una scuola severissima, perché se la voleva togliere dalle scatole per qualche ora al giorno. Quando abitavano a Roma, sua madre l’aveva iscritta lì, perché era la scuola più vicina a casa e non sapeva di alcuni metodi educativi, se così si possono definire. L’insegnante aveva una bacchetta con la quale colpiva le gambe degli allievi che non sapevano realizzare correttamente le varie posizioni. Eli aveva finito per odiare la danza classica, ma sua madre sembrava non darle retta, probabilmente per pigrizia. Si ricordava di avere pianto molto per quella scuola. La salvezza di Eli fu che si trasferirono a B. Era il secondo anno che la sua famiglia viveva a B., non aveva apprezzato granché questa scelta, ma, nonostante tutto, si era ambientata subito abbastanza bene. Aveva incontrato in classe i ragazzi del collettivo, con i quali condivideva amicizie e la politica. Elisabetta aveva avuto tutto dalla vita, i suoi genitori le volevano bene, anche se a volte si dimostravano distratti, presi un po’ troppo dal loro lavoro. Aveva un computer potente, navigava in Internet, aveva il dvd e il cellulare. Aveva due genitori di sinistra che le avevano trasmesso dei valori, che le avevano insegnato che quello che aveva non doveva renderla egoista. Sua madre, Anna, era medico chirurgo apprezzato e, nel tempo libero, faceva attività di volontariato in un centro sociale. Curava immigrati, tossici, ubriaconi e disgraziati vari, completamente gratis. Non faceva politica attiva, ma, nelle pause tra una visita e l’altra, leggeva il giornale e qualche saggio. Era una donna bella, alta, dai capelli castani. Era determinata, allegra, ma sempre un po’ frettolosa. Sua figlia la vedeva spesso correre. Alberto Rossini era un uomo tutto d’un pezzo. Aveva la barba sempre ben curata e gli occhiali con la montatura rotonda. Stava spesso in giacca. Era di sinistra, ma più di sinistra ufficiale. Si era laureato in filosofia, poi era entrato all’università come dottorando. Aveva iniziato ad insegnare, poi si era stancato, infastidito da quell’ambiente. Un giorno sentì da un amico che a Roma, al gruppo del senato del più grande partito della sinistra, avrebbero assunto dei dipendenti con funzioni di funzionario. Si trasferì a Roma con la famiglia. Si trovava molto bene in quel ruolo, faceva parte di quella generazione di quarantenni che avrebbe causato tanti danni al più grande partito della sinistra. Una volta telefonò ad un noto giornale che aveva pronosticato per lui un grande futuro all’interno del nuovo partito che si stava formando dopo la distruzione del partito di cui si scriveva prima. Si arrabbiò molto. Amava la politica tradizionale e non amava i no global. Pensava che fossero velleitari ed inconcludenti. Sono le istituzioni della repubblica il luogo nel quale si deve combattere per fare vincere le nostre ragioni. E’ vero, bisogna combattere anche fuori, ma nei partiti. Quei vostri collettivi non hanno futuro, diceva spesso alla figlia durante le discussioni che capitavano spesso a casa Rossini. Avete una divisa, vi sentite qualcuno solo se vi vestite in un certo modo. Alla faccia di chi dice che le persone di sinistra la pensano tutte allo stesso modo.

Mario, il padre di Giovanni, veniva dal sud. Era emigrato, perché, spesso, a casa sua, si rischiava di non mangiare. Suo padre era comunista e, spesso, non aveva lavoro, perché il lavoro si otteneva solo con la tessera di un partito democratico e cristiano. Via figlio del diavolo, lo apostrofava il prete, don Gesualdo. Aveva vissuto anche in una specie di sgabuzzino chiamato pomposamente appartamento. Pagava 300000 lire al mese.  Aveva sposato Luisa, una bella ragazza, figlia di un medico. I genitori l’avevano disconosciuta perché aveva sposato un individuo non appartenente alla sua nobile classe sociale. Aveva scelto i sacrifici per amore. Aveva saputo abbandonare le comodità e, per qualche tempo, si era arrangiata a fare anche l’operaia, visto che non trovava lavoro. Ogni conquista che facevano era un motivo di orgoglio per Mario. Voleva che suo figlio si laureasse perché anche l’operaio vuole il figlio dottore, come diceva una vecchia canzone di Paolo Pietrangeli. Era molto severo per quel che riguardava lo studio con suo figlio. Mario aveva conseguito la licenza superiore frequentando le scuole serali, facendo enormi sacrifici. Si era iscritto all’università, ad ingegneria, perché era orgoglioso di essere un operaio specializzato e si interessava a questioni di tecnica.

La serata del signor S. passò tranquillamente, anche se la rabbia per non potere bere vino lo tormentava. Aveva accettato un consiglio da Gianni, che era medico, e aveva preso un antibiotico. E pensare che, quando il suo amico medico gli aveva dato il consiglio, S. lo aveva anche mandato a quel paese, per poi andare, immediatamente dopo, a comprare l’antibiotico in farmacia. Diceva sempre, voglio bene a Gianni, ma spesso lo strozzerei. Il circolo che frequentava S. era anche un pub, frequentato da giovani. Nell’altra sala di quel circolo c’erano gruppi di ragazzi che bevevano. Lo colpì una, con gli occhiali, i capelli neri lunghi lisci e lo sguardo penetrante. Pensava, assomiglia a una ragazza che corteggiavo. Non ricordava chi fosse.

Il narratore di questa modesta storia è pignolo e non può fare a meno di specificare che il giovane punkabbestia, così si definiscono quei curiosi soggetti pluricriniti e maleodoranti, del Level XX si chiamava Arnaldo Lopez Souza Sampaio Quadri Del Campo Dell’Addolorata Conte di Casalec Town. Dopo avere parlato con Gio si ricordò di una cosa, cioè, abbiamo rimasto senza birra. Cioè, ma come faccio, oh! Gli venne un’illuminazione e corse verso il negozio gestito da pakistani più vicino che stava chiudendo sventolando un mazzo di banconote da cento euro. Amigo, mi dai le birre, c’ho i soldi eh! C’ho i soldi!

Il giorno dopo il signor S. stava un po’ meglio, ma continuava a ragionare ugualmente con amarezza sul passato. Quando era al circolo e vedeva quei ragazzi belli dentro e fuori, dal volto intelligente ed espressivo, che esprimevano idee e valori, capiva che aveva perso tempo, si sentiva terribilmente nostalgico del passato ed anche un po’ coglione. Andò all’edicola e comprò i giornali: un noto giornale di destra annunciava che il presidente del consiglio preconizzava sicure devastazioni durante la manifestazione annunciata per contestare la globalizzazione. Quella città d’arte sarebbe stata sicuramente preda di quelle orde di comunisti violenti residui del passato. I cittadini perbene avrebbero avuto sicuramente molta paura di quei ragazzacci con le bandiere. Urgeva un intervento repressivo preventivo e il divieto di manifestare. I leader di un partito di sinistra moderata invitarono i manifestanti a desistere. Quei manifestanti erano luddisti, irragionevoli. La globalizzazione andava accettata, perché era il segno della modernità. I leader del movimento annunciavano grande partecipazione. Venivano prenotati già diversi treni e anche qualche nave.

Il signor S. comprò i suoi soliti giornali e andò a fare una camminata sulla spiaggia, come aveva ripreso a fare da un po’ di giorni. Lesse, lesse molto, anche se non ne aveva voglia. Nessuno gli telefonava, sembrava una giornata assolutamente normale e tranquilla. Neanche Gianni gli aveva telefonato, almeno fino al tardo pomeriggio. Il telefono suonò e la voce di Gianni risuonò. Lo sai S. che l’organizzazione della manifestazione sta andando sempre meglio? Me ne rallegro, rispose l’anziano freddamente, perché non voleva farsi coinvolgere. Non se la sentiva più di impegnarsi. Gli acciacchi dell’età si manifestavano e, qualche sera, aveva voglia di stare davanti alla televisione a stordirsi perché era troppo stanco. Gianni gli chiese come stava di salute, poi si salutarono. Il signor S. diede un’altra sbirciatina ai giornali e alle riviste che aveva in casa e notò che, effettivamente, l’organizzazione di quella manifestazione stava procedendo molto bene. Ne fu molto contento, perché apprezzava quei giovani. Si interessavano al mondo, al problema dell’acqua, al problema dei cibi transgenici. Proseguiva di pari passo la criminalizzazione di quel movimento, che andava isolato e minacciato, perché rappresentava una minaccia a certi interessi. Sono le solite storie, pensava S. A noi partigiani chiamavano banditi. La sera mangiò la bistecca che si era comprato la mattina con un po’ di insalata, ma non bevve vino. Non se la sentiva. Andò a trovare gli amici del circolo, era una serata di novembre dal clima mite. Una brezza gradevole accompagnava la sua pedalata tra i viali di quel paese. Era vestito leggermente. La temperatura era anomala per quel periodo, ci saranno stati almeno venti gradi ed era sera. La gente di quel paese era in giro per le strade a chiacchierare, come succedeva alla sera. Si conoscevano tutti e se qualcuno si assentava per qualche sera, il giorno dopo riceveva la visita del vicino che gli domandava se c’era qualche problema. Gli anziani con problemi di salute erano aiutati da tutti, ai forestieri che chiedevano informazioni si offriva un bicchiere di vino. Mentre S. pedalava si udiva il rumore delle foglie cadute. Il vecchio centro storico, con alcuni monumenti, era illuminato, da lampioni vecchio stile ed era ricoperto dall’acciottolato che rendeva la camminata difficile, soprattutto alle donne con i tacchi alti. Alcune vecchie case diroccate contrastavano con il candore di casette tenute con grande cura da solerti massaie. Quando terminava l’acciottolato, un piazzale si apriva allo sguardo del signor S. Ai lati stavano alcuni negozi e di fronte a lui una pescheria, che era rinomata in tutta Italia per la qualità del pesce. Il profumo che si sentiva in quel luogo mandava in visibilio il signor S. Di fianco alla pescheria c’erano due stradelli che la separavano da un ristorante con specialità pesce, dove l’anziano si era fermato qualche volta a mangiare, e da una salumeria, rifornita con ogni genere di manicaretti. C’erano salumi del posto, ma non mancava neanche il lardo di Colonnata e la zia ferrarese, il famoso salame all’aglio. Il signor Antonio, il salumiere, era alto, robusto, aveva folti baffi neri e un sorriso cordiale. L’anziano scrittore, quando andava da lui, si sentiva come un bambino in un negozio di giocattoli. Era inebriato da tutta quella bontà. Il signor Antonio vendeva anche il formaggio di fossa, tipico di quella zona, ed aveva scritto una tabella con gli abbinamenti adatti per ogni cibo. Aveva, nella sua salumeria, anche i vini da abbinare con quelle leccornie. Dal ristorante bar con specialità pesce uscivano le voci di alcuni vecchi, che trascorrevano le loro serate lì dentro. Oltre il ristorante, c’era il porto canale, come lo chiamavano. Dal punto di vista architettonico non era niente di trascendentale, ma la vista di quel luogo rasserenava il signor S. Molti bar e ristoranti che stavano sul corso erano chiusi, era novembre, ma c’era comunque un discreto passaggio di persone, gente del posto. Ragazzini con il giubbotto di pelle e il telefonino tra le mani stavano in gruppo, seduti su una panchina. Un gruppo di ragazzi più grandi stava un po’ più lontano. Il signor S. osservò un ragazzo e una ragazza con i capelli rasta. Pensò, ai nostri tempi, non sapevamo neanche che cosa fossero quelle cose, diceva. Ci sono mancate. Sembrano cavolate, ma segnano in ogni caso la giovinezza. Sono pochi i quarantenni, pensò il signor S. Ci sono anziani, ragazzini con la faccia da duri, con qualche pelo che assomiglia a barba, ragazzine con il volto da bimbe e i tacchi a spillo. Mancano i quarantenni e i cinquantenni, perché hanno poca voglia di dialogare. Quando c’era il più grande partito della sinistra erano quelli che propagandavano la svolta, il partito leggero, l’abolizione delle sezioni. Si è visto dove siamo andati a finire. Hanno perso il gusto del dialogo. Sono peggio loro di noi. Noi facevamo la Resistenza, loro si sono formati su Happy Days, come dice Nanni Moretti in Aprile. Comincio a pensare che siano peggio di noi anziani. Trascorse quella serata serenamente al circolo. Quei momenti lo distendevano, gli piaceva attraversare il portocanale in bicicletta e guardare le persone. Le luci lo illuminavano in modo gentile, senza esagerare. Verso la metà del corso c’era un ponte, rifinito in modo un po’ pretenzioso, che conduceva sull’altra riva. Si andava a ponente, una zona meno bella, ma che piaceva ugualmente al signor S. Sull’altra riva c’erano ristoranti e bar, ma erano meno belli che a Levante. Sembrava che fossero più bui, più scialbi.

Il circolo era informale, pieno di gente allegra e interessante. Si discuteva di politica, così come di donne. S ripensava ai suoi tempi. Era pieno di giovani di tutti i tipi, giovani che portavano la kefiah e avevano il piercing, giovani in giacca e cravatta. C’era molto spesso un acre odore di fumo, di sigarette così come di spinelli. Qualche persona rispettabile sarebbe potuta inorridire di fronte ai ritratti di Che Guevara, un terrorista, che, per qualcuno, aveva qualcosa di simile a quello strano individuo con il turbante. I giovani che fumavano gli spinelli erano sicuramente dei fottuti drogati da aborrire, secondo le signore della buona società che abitavano quel paese. Quelle erano signore rispettabili, che mettevano la povera nonna in un ricovero da 2 mila euro al mese. Era un locale frequentato da extracomunitari, sicuri delinquenti. Era meno delinquente chi si scordava di pagare qualche migliaio di euro di tasse. Quello non era delinquente, ma un furbo. Quel locale era sempre affollato, il gestore si premuniva e teneva una seggiola da parte per quell’anziano signore. Tornò a casa e andò a letto contento.

Si svegliò presto, si sentiva strano. Aveva mal di testa, l’influenza non era ancora passata. Il cielo aveva un colore bianco sporco, orribile. Pioveva a dirotto e la temperatura era molto diminuita. Stava arrivando l’odiato inverno, inesorabile. Fece colazione e accese la radio. L’anziano era solito fare colazione sempre alla stessa ora. Amava le proprie abitudini, che rappresentavano una sicurezza mentale e psicologica. Beveva sempre una tazza di tè, da quando era bambino. Maria, la sua cameriera preferita, glielo preparava come lo si prepara ad un figlio. I genitori dell’anziano non trattavano bene Maria, la facevano lavorare duramente. Maria faceva straordinari, perché amava il giovane S. Non si era mai sposata e quel bambino era il figlio che lei non aveva mai avuto. Quando alla notte lavorava per cucire qualche vestito per S., veniva interrotta dal padre, che la mandava via. Non vogliamo pagarle troppi straordinari, lei ci costa molto. Ogni tanto aveva dei segni sul volto. S. le chiedeva di che cosa si trattava, lei rispondeva che era scivolata. Il padre di S., che era uno stimatissimo professionista, noto anche all’estero, la insultava. Lei invitava il giovane a volere bene ai propri genitori. La chiamavano vecchia di merda, dicevano che avrebbero pagato un killer per farla uccidere. Un giorno i genitori scoprirono che lei collaborava con il movimento antifascista. Non vogliamo problemi noi, dissero i genitori. A me tutti quegli estremisti fanno una gran paura, non sopporto gli intellettuali. Una notte arrivarono due uomini vestiti di nero, in giacca e cravatta. Dissero che erano della polizia politica, che dovevano prelevare una nota sovversiva. La madre disse, è qui. Andò nell’altra stanza, dove l’anziana cameriera riposava. Venga, le abbiamo fatto un regalo. La donna si alzò e, quando vide quei due uomini, capì che cosa stava succedendo. Se ne andò senza fiatare, con dignità, come sempre.

  1. decise di accendere la radio, per sentire compagnia. C’era il giornale radio. Era la sua compagnia quando si alzava per andare a scuola, era come se le voci rappresentassero qualcuno di famiglia. La voce del conduttore pronunciò alcune parole: arresti e perquisizioni a tappeto per la morte del bidello Matteo Marini. Indagine nel mondo della sinistra radicale. A B. sono stati compiuti i maggiori arresti e perquisizioni. Agli arresti domiciliari anche la moglie del bidello, morto nell’attentato che stava organizzando contro quel democratico partito di destra, assolutamente non più fascista. Gli arresti erano avvenuti all’alba, con un blitz delle cosiddette teste di cuoio. Gli esponenti della maggioranza di governo dichiararono che quegli arresti sarebbero dovuti avvenire molto prima. Gli esponenti dell’opposizione moderata dichiararono che quelle erano ignobili minacce terroristiche e tutto il paese si sarebbe dovuto unire contro quei vigliacchi che infangavano la gloriosa democrazia di quel paese. L’estremismo e l’avventurismo di quegli individui non portano a nulla, l’avevamo sempre detto, sosteneva un signore di quella che veniva chiamata la sinistra moderata. Il telegiornale sostenne ancora una volta l’esigenza di leggi più dure contro il terrorismo.

Dopo avere sentito quelle notizie il signor S. ebbe paura. Si accorse che era la stessa paura che gli venne un giorno, quando era ragazzo. C’era una parata militare fascista. Le camicie nere erano esaltate più del solito. La gente occupava la piazza del comune, chi per curiosità, chi per convinzione, chi per paura. S. avrà avuto 12 anni. Quando passavano i lugubri stendardi nazisti, tutti dovevano fare il saluto romano. Al giovane S. sembrava tutto molto ridicolo, alzava il braccio perché gli faceva ridere. Mentre stava osservando la gloriosa parata dei militi fascisti, alla quale sarebbe dovuta seguire una bellissima esibizione ginnica e un discorso di un noto gerarca, sentì un urlo provenire da dietro. Vergognati, vecchia, gridò un giovane robusto con gli occhi chiari, mentre schiaffeggiava un’anziana signora che stava osservando la sfilata. La signora era minuta, aveva l’aria timida ed era un po’ malconcia, ma aveva commesso una grave colpa. Non aveva sollevato il braccio, al momento del passaggio del labaro. La vecchietta guardò il giovane con aria impaurita, che le urlò. Abbassa lo sguardo, vecchia sgualdrina, al passaggio dei gloriosi militi della rivoluzione fascista. Il giovane S osservò la scena e lo sguardo della vecchia e fu preso da una grande paura. I più deboli, i più indifesi erano colpiti. La prepotenza la faceva da padrona. La paura si trasformò in angoscia, che divenne rabbia e disgusto. Era arrabbiato contro quello che succedeva, contro quelle persone vestite di nero, che i suoi gli avevano descritto come portatori di ordine contro la sovversione socialcomunista. Provava disgusto, perché sentiva che doveva fare qualcosa, anche se ancora non sapeva che cosa fare. Era una persona mite, tranquilla, che amava le buone letture anche quando era così giovane.

  1. decise di festeggiare la fine della sua cura con l’antibiotico. Andò a comprare una bottiglia di whisky. Aveva cercato di rimuovere la vicenda del liceo Ics, ma non ce la faceva. Decise di leggere un po’ i giornali che aveva comprato. Il segretario del partito sedicente comunista promosse, insieme ad altri partiti ed organizzazioni, la Street Jungle Fever Rave Parade eccetera eccetera per Fare Casino e Calarsi Con Dell’Ecstasy di Buona Qualità. Sono i compiti fondamentali per un partito antagonista, disse il segretario di quel partito, che aveva la fronte sempre più spaziosa. Quella manifestazione era stata organizzata a B., dove, una volta, il più grande partito della sinistra aveva più del 50% dei voti. Quei cittadini che perdevano il sonno a causa della Parade eccetera eccetera erano, in gran parte, degli elettori di sinistra.

Dopo avere letto quelle notizie si mise a ragionare di nuovo su quel problema. Aveva in mano alcuni dati. C’era un’indagine in corso, c’erano le paranoie, i viaggi mentali del signor S. Come continuare? S. non ne sapeva nulla di quelle indagini, di finanze e robe simili, come è già stato scritto. Borri aveva analizzato il bilancio e l’aveva trovato del tutto regolare. Dove avevano trovato tutti quei soldi per comprare la carta? Dal punto di vista tecnico quella vicenda avrebbe potuto risolversi con una semplice multa. S. non sapeva come fare. Non era un poliziotto, era un ottimo lettore. Amava soprattutto Camilleri e Tabucchi. Di Tabucchi adorava La testa perduta di Damasceno Monteiro, un giallo che iniziava con il ritrovamento della testa di un cadavere. Amava molto anche Sostiene Pereira. C’erano sicuramente dei fondi neri, dei bilanci ritoccati da cui attingevano i soldi per comprare la carta. Quei bastardi del liceo Ics avevano sicuramente nascosto i propri soldi in conti segreti. Ma come si scoprono i conti segreti? Bisogna svolgere un’indagine patrimoniale, ci devono pensare la polizia o i carabinieri. Ascione!!!!! Di nuovo quel cazzuto democristiano!!!! Non aveva nessuna voglia di contattarlo e, tanto meno, aveva voglia di parlare con Gianni. Telefonò a Borri. Era libero per pranzo e fu molto contento di incontrarlo. Andarono nel ristorante favorito dell’amico. L’accoglienza del ragioniere fu delle migliori. S. adorò la tardura, una minestra di uova, formaggio e pan grattato, che, una volta, si dava alle donne in gravidanza, il galletto in umido come secondo, un piatto di salumi e i bracciatelli. Il buon cibo aiuta a pensare meglio. Fecero assieme la passeggiata post postprandiale. Borri aveva voluto ordinare un Barolo chinato del 1985 che costava una cifra improponibile. S. era rimasto scosso quando aveva letto il prezzo sulla carta dei vini. Il cielo era incerto tra la pioggia e il sereno. I gabbiani si facevano sentire più del solito. Che sarà mai successo, si domandò S. Dopo avere a lungo parlato dei fatti propri iniziarono a parlare dell’indagine patrimoniale. Carissimo, mi sa che hai poche speranze, è molto lunga e difficile da svolgere, gli disse il ragioniere. Lo so anche io, ma ci voglio provare, fece l’anziano scrittore con aria risoluta. Dopo avere conversato un altro po’ con l’amico se ne andò verso casa. Doveva ancora far spesa, di solito la faceva la mattina. Dopo poco decise di telefonare a Gianni. Aveva ancora un telefono di vecchio tipo, odiava i cordless. Gli spiegò tutto, ma con meno riluttanza e fretta del solito… Che gli stesse venendo voglia di impegnarsi? Noo, manco a pensarlo.

Lesse una lettera che gli era stata inviata da un partito comunista non violento di governo, precisamente dalla sua organizzazione giovanile che lo invitava ad una manifestazione per poter far casino fino alle quattro del mattino e chissenefrega di quei piccolo borghesi di merda che dormono. La sera la trascorse a cenare a casa, poi passò da Nevio a bere un goccio di Matuzalem.

Era stata organizzata una cena della classe di Julia e la moglie decise di invitare anche Hector. Nella classe c’era Helena. Il ristorante era costoso, ma con un’atmosfera abbastanza familiare. Passarono il giorno approfittando del sole, che splendeva come dono di dio. Le cicale ne vanno pazze. È’ la fiamma che nutre la vita. Il ristorante si trovava in centro città. Arrivarono in automobile, parcheggiando a poca distanza. Davanti al locale si erano assiepati gli allievi vocianti. Andarono incontro allo scrittore e alla moglie con aria entusiasta. Helena gli si avvicinò, lo guardò con aria timida e penetrante. Buona sera, ho letto i tuoi articoli, e anche le tue poesie. Vorrei parlarne con te.

Il fidanzato di Helena è un ragazzo dall’aria simpatica.    

La prima idea che gli venne fu quella di chiedere aiuto a quel partito di sinistra radicale. Inforcò gli occhiali e prese l’elenco telefonico di B., cercò il numero della federazione e telefonò. Buongiorno, mi chiamo S., avrei bisogno di parlare con il segretario provinciale. Una voce di uomo annoiata gli rispose. Non so se può, è occupato. Giorgio, urlò quella voce. C’è uno che si chiama S. che vorrebbe parlarti, che gli dico. Digli che non scassi le palle. Ok, rispose quell’uomo annoiato. No, aspetta, è lo scrittore famoso, è meglio che gli risponda altrimenti quello rompe i coglioni. Il segretario prese il telefono, pronto, sono Giorgio, come stai. Io sto bene e tu? C’è un fatto importante che ti debbo comunicare. Si tratta del liceo Ics. Il segretario aveva trent’anni e la fronte spaziosa. Alcuni sostengono che la fronte spaziosa sia sinonimo di grande intelligenza e acutezza. In questo caso non era del tutto vero. Il segretario di quel partito non era un uomo cattivo, si faceva trascinare dalle cattive compagnie. Qualcuno malignava che, anche quando doveva andare in bagno, chiedeva il permesso ad un maggior ente di quel padrino suo mentore politico. Il segretario parlò con molta ragionevolezza anche se non era il tipo. Gli rispose che aveva tutte le ragioni del mondo per indignarsi di fronte ad una simile storia, ma che lui non ne sapeva molto e che, comunque, si sarebbe dovuta svolgere una complessa riunione dell’organo dirigenziale provinciale per decidere il da farsi. Quando il signor S. gli disse che sarebbe stato il caso di decidersi anziché organizzare troppe riunioni, visto che dovrebbe essere stato logico, per quel partito, combattere quel tipo di scuola, il segretario gli rispose che un’eventuale campagna contro quel liceo avrebbe potuto avere il significato di una campagna contro la scuola pubblica, che quel partito di sinistra coerente e di principio difendeva. Il signor S replicò che quella scuola era pubblica di nome ma non, di fatto, e che stava per essere privatizzata anche ufficialmente. Il segretario sostenne che S. aveva le sue ragioni, però il partito non doveva spaventare i moderati, visto che le elezioni amministrative erano alle porte e, se si fossero accordati con i partiti di sinistra moderata, e avessero vinto, avrebbero potuto condizionarne le politiche con un bell’assessorato e la presidenza dell’azienda tranviaria. Pensa, a me offrirebbero il posto, di assessore all’imbuchettamento delle buste. Sarebbe un incarico molto importante. Dopo sarà possibile occuparci anche di quel liceo. Ok, disse S. L’anziano scrittore non sapeva cosa rispondere.

Aveva pensato di mandare a quel paese quel povero ometto dalla fronte spaziosa, poi preferì salutarlo con la richiesta di avere un biglietto di auguri per natale, che si stava per avvicinare. Quell’ometto gli faceva più compassione che rabbia. Arrabbiarsi gli faceva male alla salute, mal di testa e mal di stomaco. Pensò a quel che poteva fare. Le speranze non mancavano visto che stavano nascendo molte manifestazioni a supporto delle persone arrestate o indagate per quella strana morte di Marini, che qualcuno definiva di un terrorista.

Anche a scuola c’era abbastanza agitazione, i ragazzi del collettivo stavano preparando la manifestazione che avrebbe dovuto contestare quel vertice internazionale. A scuola era arrivato, ad anno iniziato, Alberto. Alberto era un bel ragazzo alto magro e biondo, suo padre era un dirigente di una multinazionale che era stato trasferito in quella città da poco. Aveva iniziato a frequentare il collettivo ed aveva subito stretto amicizia con Gio ed Eli. Aveva anche iniziato a non amare troppo quella scuola. Fu colpito da una lezione di storia del Milan. Il professor Marini parlò di Franco Baresi e della sua importanza nel momento storico che stava vivendo la repubblica italiana e poi commentò un film. Sta per uscire, tra poco, un film che parla di un ragazzino che pratica la danza classica. Certe cose dovrebbero vietarle. Quel ragazzino è sicuramente uno sporco culattone, cosa credete??? I busonacci come lui dovrebbero morire tutti. Ripetete tutti in coro: morte ai busonacci!!! Morte ai busonacci!!!!. Fanno schifo, con quelle calzamaglie…. Vogliono far vedere i maroni!!!!!! Morte ai busonacci!!!! Tutti ripetevano in coro, Gio ed Eli muovevano le labbra. Anche Alberto fingeva, ma era terrorizzato. Alberto studiava danza classica da quando aveva 6 anni. Lo aveva chiesto ai genitori vedendo i ballerini in tv e i genitori avevano acconsentito. Erano ormai dieci anni che i pas de deux, i grands battements e gli arabesques erano il suo pane quotidiano e lui, nonostante tutto, si fa per dire, guardava le ragazze. Anche i suoi genitori lo avevano invitato a tacere la sua vera attività. A tutti diceva che faceva rugby, che era un sport molto più maschio. Il giorno dopo successe un altro avvenimento abbastanza preoccupante. Un ragazzino milanese di 12 anni era stato selvaggiamente picchiato dai compagni che avevano saputo del suo amore per la danza. Il liceo Ics aveva proposto una benemerenza per quei ragazzini che ristabilivano i ruoli maschili. Il preside aveva detto, non si possono accettare i maschi  che ballano, i maschi si devono dedicare a sport rudi, come il football americano o il rugby. Il calcio è abbastanza duro, ma i ragazzi devono praticare un gioco maschio, tirare calci negli stinchi e colpire. Bisogna spaccare le gambe per essere uomini. La vita è una lotta. Chi non spacca le gambe è destinato a vedersele spaccate. Il preside voleva consegnare ai picchiatori un assegno di 5000 euro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]              cfr. GEORG LUKACS, Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale, Guerrini, Napoli 1990

[2]              cfr. JOSè SARAMAGO, Manuale di pittura e di calligrafia, Einaudi, Torino 2003

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...