Personale/3

MENO TRE

S. provava a mettere ordine nel proprio cervello, non sapeva da che parte cominciare. Andò a mangiare da Nevio, un cinquantenne romagnolo, basso e tarchiato, dalla folta capigliatura bianca e gli occhi azzurri penetranti con la voce impostata da attore. Mangiò braciola di castrato, seduto sotto il gazebo. Era una bella giornata. Al pomeriggio continuò a lavorare a quel saggio, cercando di non pensare a quella faccenda, anche se per lui era del tutto impossibile. Quella sera mangiò a casa e, dopo cena, andò a bere rosolio da Nevio. C’erano le castagne, ma S. preferiva le caldarroste.

Il giorno seguente S. ricevette una lettera da Gio ed Eli, con la quale richiedevano il suo aiuto, ma l’anziano la ripose in un cassetto. Mentre stava andando a far compere, una mattina in cui il cielo minacciava pioggia, ebbe un’illuminazione, non esagerata, per la verità. Io non so assolutamente niente di quel liceo, dovrei informarmi, ma come. Pensò a Internet, con orrore. Potrei chiedere una mano a Borri, il mio amico. In fondo è uno che si fa i cavoli propri. Tornò a casa e gli telefonò. Ciao Borri, come stai. Sto bene caro, e tu, rispose con voce calma. Non mi lamento, anche se mi vogliono tirar dentro ad un caso strano, ma io non ci penso neanche. Borri non credeva alle parole dell’amico, ma non replicò. Parlarono un altro po’ del più e del meno, infine S. gli chiese di scaricare del materiale dal sito internet di quel liceo. Va bene, ma tu vienimi a trovare presto, rispose l’amico. Ti chiamerò per accordarci. Quel giorno mangiò a casa, cappelletti in brodo e arrosto, preparati dalla signora R. Al pomeriggio si mise a leggere, non aveva voglia di far niente, un libro sugli Stati Uniti. Verso sera ricevette una telefonata da Borri che gli annunciava di avere trovato il materiale. Puoi venire anche adesso a trovarmi. No, no, ora non posso. A dire il vero, S. non aveva un vero motivo per rifiutare. Ciao, ci sentiamo domani.

Uscì di casa, vagava come una gazza ladra vecchia credente con la nera tonaca[1]. Dove siete impeti bollenti?[2] Gli impeti di S. erano sbolliti da molto tempo. L’uomo camminava nonostante il cielo minacciasse pioggia. Andò verso il molo come solito. Non faceva freddo, anche se la minaccia dell’inverno si faceva sempre più incombente. Sulla strada non passava quasi nessuno. Le abitazioni erano quasi tutte di colore bianco, villette a due piani con il giardino, alcune con la terrazza o il portico. Quasi tutte le villette a due piani avevano entrate indipendenti, la villetta nella quale abitava S. era una delle poche eccezioni. Dallo stesso cancello entravano sia S., sia la signora R. Esisteva una comunità del weekend: professionisti, famiglie di operai, famiglie di dirigenti possedevano una villetta al mare. Da Pasqua in poi, durante tutti i weekend di tempo sereno, di venerdì sera arrivavano tutti i forzati del fine settimana, che se ne andavano formando delle interminabili colonne la domenica sera, turbando la quiete dell’anziano S. Così accadeva fino a luglio. Ad agosto le famigliole si fermavano per quasi tutto il mese. Continuavano a venire anche a settembre, finché faceva bello, poi chiudevano casa, come si dice in gergo. Molti abitanti stanziali affittavano abitazioni di loro proprietà, alcuni con onestà, qualcun altro rifilava delle terribili fregature ai malcapitati turisti, definiti da alcuni, merdoni stronzi, anche se portavano tanti soldi. Al narratore occorre precisare che ci sono effettivamente alcuni viaggiatori non troppo rispettosi dell’ambiente. Camminava in direzione contraria al ristorante da Nevio, verso un gruppetto di case basse disabitate dove, una volta, abitavano delle persone anziane. Qualche goccia cadeva, mentre la strada si restringeva e, infine, si dipartiva in due viottoli, nei quali c’erano due ristoranti. Il porto era spazzato dal vento, impetuoso e violento. Molte attività erano chiuse, ma, per fortuna, tanti negozi e ristoranti rendevano quel paese abbastanza vivo anche fuori stagione. Botteghe di barbiere vecchio stampo erano affiancate da negozi alla moda e ristoranti nei quali, per pagare il conto, bisognava accendere un mutuo. Passò di fianco ad un ristorante che si occupava di nouvelle cuisine e ad un ristorante macrobiotico trendy. Si avviò lungo un viale alberato: un albergo elegante precedeva delle villette di inizio novecento. Le alberature, dei sempreverdi, si interrompevano ad un ponte. S. pensava al suo saggio e alla sua vita politica. Il volantinaggio è una forma di primo contatto nei confronti di sconosciuti. Bisogna attirare, offrire degli elementi di interesse. Ci deve essere un titolo con caratteri grandi, corpo 14 o 16, in grassetto. Bisogna sottolineare i punti principali, come la convocazione di una manifestazione o di un’assemblea, con lo stesso tipo di carattere. Un grande palazzo in stile liberty ospitava, una volta, una colonia veneta, ora quel luogo era frequentato, per le vacanze, da persone diversamente abili, come il politically correct impone di dire. Arrivò al molo, c’erano pochi pescherecci. Percorse il marciapiedi, che si restringeva progressivamente. Giunse al faro. Un uomo leggeva romanzi di cappa e spada seduto su uno sgabello. Era un vecchio pescatore con la faccia bruciata dalla salsedine, che aveva frequentato solo le scuole elementari. Si chiamava Romolo. Conosceva S. Il vento diventava sempre più impetuoso.

Lentamente tornò a casa, ma dovette affrettare il passo nell’ultimo tratto di strada, perché stava iniziando a piovere. Chiuse le finestre che sbattevano per il vento. Suonò il telefono, era Borri. Ti volevo salutare, come stai, mi sembravi strano. Niente di che mio caro, gli rispose S. Piuttosto, toglimi una curiosità, come hai fatto a trovare così velocemente del materiale su quel liceo? Che ci vuole, basta immettere una parola chiave in un motore di ricerca e, in pochi secondi, si ottiene la risposta. A S. venne una fitta alla testa, non amava Internet. Riuscì a dire, ma che cavolo è il motore di ricerca? Si diede dello stupido, perché la fitta gli aumentò. Vabbé, Borri, ci vediamo domani. La sera andò da Nevio a bere un goccio di Cagnina, anche se non andava pazzo per i vini dolci. Al mattino seguente prese la bicicletta e

[1]              cfr. Kljuev,le verità nelle poesie e nella realtà. Dubbi problemi e controversie. Kljuev in alcuni pensatori tedeschi, tesi di laurea di STEFANO PANCALDI, A. A. 2002-03, sessione autunnale

[2]              Idem.

andò da Borri. Faceva abbastanza freddo. Arrivò dopo circa 20 minuti. Borri lo accolse nell’anticamera. Quel giorno Cristina, la sua segretaria, era in malattia. Attraversarono il suo ufficio, sulla scrivania di Borri c’erano un vassoio con un cabaret di paste, due flûtes e una bottiglia di spumante brut. Brindarono. Borri aprì un cassetto, ne estrasse una busta che conteneva alcuni fogli. Lì mostro a S. che li osservò attentamente. Vi erano alcune foto anonime dell’interno della scuola. S. prese le foto e se ne andò piuttosto deluso, perché, da quelle immagini, non si capiva assolutamente niente. Quando pranziamo insieme, gli aveva chiesto Borri. Molto presto, vedrai, e se ne andò. Trascorse molte ore del pomeriggio a studiare quei fogli, leggendo l’oscena prosa del preside Mister Ics. Non c’è nulla di interessante in’sti fogli, brontolò. La sera stessa gli telefonò un giornalista, che gli chiese se corrispondeva al vero il fatto che l’anziano scrittore voleva partecipare ad un reality show, perché, da un po’ di tempo, non si parlava dei suoi libri. Riattaccò il telefono senza rispondergli. Stava per andare a cena da Nevio, quando qualcosa gli entrò in testa. Era un’idea, un tarlo. C’era qualcosa di strano in quello che aveva appena esaminato. Ma cosa? S. si era completamente bloccato, attanagliato dal dubbio, non riusciva più a combinare niente. Va bene che Nevio gli avrebbe tenuto il tavolo libero senza problemi, ma non poteva farlo aspettare troppo. Rimase a lungo seduto alla scrivania con la testa tra le mani, tamburellava con le nocche sul marmo. Di che cosa si trattava? Erano i quadri appesi alle pareti? Erano i fascicoli e i faldoni racchiusi negli armadietti? Era il panorama che si scorgeva dalle finestre? Nel suo cervello apparivano i fotogrammi dell’incontro tra lui e Borri. Osservò la libreria che stava nel suo studio, divisa per generi tanti anni prima, con il fido Gianni. Guardò il settore della letteratura russa: Dostoevkij, Odoevskij, … Accidenti! Ecco cosa era: Borri aveva sul suo tavolo una copia del quotidiano con una foto del liceo, con la stessa inquadratura di quella, scaricata da Internet. Si poteva scorgere una stanza del liceo, dentro la quale sembrava che non ci fosse nulla. Dal giornale la stessa stanza sembrava contenere delle confezioni a forma di parallelepipedo. Che accidenti saranno quelle confezioni? Perché mai gli interessava saperlo? Come avrebbe potuto saperlo?

Anche se la fama di opulenza e curialità della cucina emiliana è anch’essa convenzione al limite della mistificazione, mito gastronomico e non verità alimentare come sostiene Piero Camporesi,[1] il brodetto, censito da Malatesta Fiordiano nel 1576, si esige robusto e rude, denso di conserva di pomodoro, forte di aceto e nero di pepe. Il trebbiano è il suo fedele compagno. La serata da Nevio fu da ricordare. Nevio si sedette al suo tavolo, dopo che la gran parte degli avventori se ne era andata. S. lo interrogò sulla cucina romagnola.

In nomine patrii et filii et spiriti sancti amen, SILVIUS BERLUSCONIS est grandem hominem, comunisti sunt coglionibus, così iniziava la lezione del professor Paperini, di religione. Hodie parlerò vobis di una puella qui habebat grandem sfortunam, maria si chiamabat. Maria camminabat supra sentieros plus scuros, ultra muros di questa città. Maria, videbant ea piangere. Avete scritto tutto? Domani interrogo, dovete sapere tutto a memoria, parola per parola.

Il signor S. venne a sapere che i licei avevano l’obbligo di redigere un bilancio. Lo seppe telefonando ad un suo amico, del sindacato insegnanti. Subito dopo la telefonata si ricordò con terrore che Mascagni era amico di Gianni Marchi. Provò a telefonare al liceo, ma una voce registrata gli disse che doveva mandare un’e-mail con firma digitale per qualsiasi richiesta di informazioni. Dovette telefonare al suo amico Borri, perché S. non sapeva neanche cosa fosse la firma digitale e conosceva a stento il significato della parola e-mail. Gli spiegò tutto, il suo amico gli promise una risposta a breve termine.

Driin! Driin! Il vecchio telefono di S. suonava violentemente in un momento imbarazzante per quell’uomo. Al narratore è ignoto cosa stesse facendo. Era passato qualche giorno, durante il quale l’anziano aveva trascorso la sua solita vita. Corse a rispondere. Il vecchio scrittore non possedeva il cellulare, perché lo odiava. Era Borri, che gli annunciava il rigetto del liceo Ics in merito alla sua richiesta di informazioni a causa di sue inadempienze procedurali nell’inoltro della domanda. S. rimase contrariato da quell’insuccesso. Cosa fare? Andò a fare la solita passeggiata sul molo, durante la quale un orribile pensiero gli venne alla mente. L’unica persona che avrebbe potuto conoscere quelle cose era il suo amico Gianni Marchi, che aveva avuto incarichi negli enti locali. Decise di telefonargli, formò il numero con riluttanza. Pronto, rispose con voce allegra Gianni. P- pronto, replicò in modo incerto S. Guarda la normativa a proposito delle richieste dei bilanci dei licei e non chiedere altro. Ciao e grazie, S. riattaccò. Gianni fece un sorriso soddisfatto, mentre S. era tesissimo. Quell’uomo stava lentamente cedendo, si stava impelagando. Continuava a scrivere il proprio saggio. Sperava che quel rompiscatole di Gianni non lo richiamasse. Che uomo complicato era S., l’aveva chiamato lui.

Qualche lettore con la mente complicata si chiederà che fine avesse fatto il fratello di Gianni, Mario, colui che aveva traviato il povero S. Si era trasferito da molti anni a Cuba, a Isla de la Joventud, perché apprezzava l’omone dalla lunga barba e dalla divisa militare. Rosaria Lo Presti si era sposata con un carabiniere, di nome Gerardo Ascione, che aveva fatto carriera. Apparteneva ad un partito che si definiva cristiano. Un’estate andò con il marito a fare un viaggio a Cuba e, incontrò, per caso, Mario Marchi, che aveva anche fatto perdere le proprie tracce agli amici e alla famiglia. Rosaria era una bella donna, si era laureata, faceva la casalinga. Mario le raccontò della sua vita, collaborava alla gestione di un piccolo locale, era single e odiava il matrimonio. Parlarono molte ore, mentre il marito discorreva di questioni militari ad una fiera del luogo con un poliziotto cubano. I due, com’è come non è, si baciarono appassionatamente. Gerardo Ascione tornò in Italia da solo, i due ex coniugi rimasero in buoni rapporti, nonostante tutto.

[1]              Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Cucina_romagnola

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