personale/1

Oggi è una giornata in cui mi sento un blogger instancabile. Ho deciso di mettere su internet i capitoli di un mio romanzo, che ho scritto nel 2006-2007. Per guardare un po’ come ero, per guardare chi c’è o chi c’era dietro la foto.

Personale

E facenno la domanda, finalmente lo taliò. Montalbano sintì dintra di lui una specie di vampata. Era un paro d’occhi, preciso ‘ntifico a un lago viola e funnuto nel quale sarebbe parso a tutti i mascoli bellissima cosa tuffarsi e annigare in quelle acque. Meno male che l’occhi la signorina Michela li teneva quasi sempre vasci. Mentalmente il commissario dette dù vrazzate e tornò a riva.[1]

 

Milano vi manda il suo cuore

il vento delle pianure

le sue nevi

bianche di tanti morti, di tante case

il lungo inverno in cui attese

l’ora e l’urlo della riscossa

Vi manda la sua bandiera rossa

il cielo d’aprile

le fabbriche difese ad una ad una

la gioia che l’invase

d’esser viva e libera nel mondo.

Milano vi manda il suo cuore

compagni.

E batte sull’Europa, questo cuore

batte sull’Italia

sveglia i morti

sveglia i vivi nel cielo d’Aprile

(Alfonso Gatto)[2]

[1] A distanza di oltre 4 anni dalla prima edizione di questo pseudo-romanzo, ho l’obbligo di precisare che gli errori di grammatica contenuti in questa specie di romanzo sono voluti, visto che molti non l’hanno capito, prendendo l’autore di queste  pagine per ignorante.

[2]           Cfr. ANDREA CAMILLERI, la luna di carta, Sellerio, Palermo, 2005

Meno uno

 

Elogio dei toni bassi, elogio di chi non va sopra le righe. Le giuste parole, non eccessive, sono la misura dell’educazione. Non mi piacciono gli urli, non mi piacciono le persone che non si sanno moderare. Credo che la mitezza sia una dote, essere timidi significa essere discreti, educati, significa donarsi un po’ alla volta. La temperatura mite rende più bella la vita. Quando non si suda molto, quando l’aria dolce ti accarezza il corpo, assapori meglio e di più le giornate. Alle volte si riesce a scrivere meglio.

Quella mattina il signor S. si alzò presto, come faceva di solito. Era una mattina di settembre che metteva di buon umore: c’era il sole, che non era violento, proprio come piaceva al signor S. Con la polo bianca, pantaloni azzurri estivi e occhiali scuri l’anziano signore si avvicinava a casa propria, dove ormai abitava da molti anni. Si era alzato alle sette, era andato a fare una corsa sulla spiaggia, la doccia, la spesa e l’acquisto dei giornali e, infine, il lavoro. Il signor S. era uno scrittore di romanzi “impegnati”, si era conquistato un suo pubblico che lo seguiva da molti anni. Nei suoi romanzi si esponevano problematiche sociali, come dicono le persone che parlano in modo forbito e una visione dell’esistenza realista, improntata al pessimismo. Aveva parlato della solitudine, dell’incomunicabilità, delle frustrazioni di certa borghesia piccola, media o quasi. Guadagnava discretamente e con i soldi risparmiati in una vita si era comprato una casetta in una località di mare chiamata C. Prima ci andava per passare brevi periodi di vacanza poi aveva deciso che quel luogo che, per 9 mesi all’anno rimaneva semi-deserto, poteva essere un “rifugio” dal caos di quella città, B, dove aveva vissuto tutta la sua vita e dove ora tornava solo occasionalmente, per rivedere amici, o per partecipare a qualche presentazione di un suo libro. A B era nato e vissuto, una città non grande, ma non un paese. Era definita una città “a misura d’uomo”, anche se, negli ultimi tempi, la vita stava diventando sempre più caotica, barbara, solitaria. Una volta S. si vantava di conoscere, almeno di vista, la grande maggioranza dei propri vicini di casa.

Il signor S. non aveva mai amato guerre, litigi e diatribe, era sempre stato un uomo ritroso e schivo. Era sempre stato di sinistra, comunista, già proprio comunista, anche se non andava più di moda. Era stato senatore del più grande partito della sinistra, con il quale aveva avuto un rapporto di amoreodio per molto tempo. Non aveva mai voluto iscriversi, preferiva forme di convivenza politiche più libere, come i collettivi o le comuni, che erano molto in voga a quei tempi. Si era avvicinato per qualche tempo alla “nuova sinistra”, partecipando alle attività di un partito che, per pronunciarne il nome, si impiegava più tempo che per elencarne gli iscritti. Tutto ciò accadeva quando insegnava in quella scuola, nel quartiere P. Era frequentata da figli di operai, molti dei quali del sud italia, figli di delinquenti, tra i quali spacciatori, papponi e ladri. Forse quel luogo non era adatto per S., come molti di coloro che stanno leggendo potrebbero pensare, ma non è così. Egli si era conquistato quei ragazzi, perché era riservato e moderato nei toni, perché annuiva tranquillamente, quando un ragazzo gli diceva che il proprio padre era partito per un lungo viaggio, quando invece era in galera. Alle volte capitava persino che ragazzi svogliati, ignoranti, semianalfabeti si appassionassero alla materia, discettando di letteratura seduti sui motorini davanti alla baracchina dei gelati di fronte alla coop, che era il punto di ritrovo per quei ragazzotti. Aveva pochi vizi, anche se naturalmente gli piaceva bere e mangiare bene come era comune dalle sue parti. Leggeva molto, anche se alternava a periodi di intenso lavoro periodi di apatia nei quali non aveva voglia di far nulla e si sentiva vecchio e rintronato, come diceva sempre.

Stava scrivendo un libro sulla comunicazione, era la prima volta che si cimentava con la scrittura di un lungo saggio. Sosteneva che la sinistra aveva disimparato a comunicare e che doveva smetterla di comunicare come quelli che ora stavano al governo. Forse sarebbe stato più corretto affermare che molta parte della sinistra non aveva mai imparato a comunicare: a chi mai sarebbe venuto in mente di distribuire un volantino scritto con caratteri minuscoli a dei pensionati con problemi di vista? Aveva conosciuto parecchi militanti, con i capelli sempre spettinati e l’abbigliamento sciatto, che sussurravano nelle riunioni frasi dal senso incomprensibile. Sosteneva inoltre che la sinistra avrebbe dovuto avere anche una funzione educativa, aiutare a migliorare i rapporti umani. Ogni tanto quando scriveva sulla sua vecchia Lettera 22, che aveva conservato nonostante un fiammante computer stesse sulla sua scrivania, pensava, sono fuori dalla realtà. E sorrideva. Era convinto che la società capitalista non impedisse tanto di parlare, ma quanto di dire, di esprimere dei contenuti, lo spirito critico. Le convenzioni sociali impedivano di amare senza condizioni. Mentre scriveva, nella sua camera da letto, la luce di un sole caldo ma gentile illuminava la sua stanza e lo rendeva felice. Non amava il caldo torrido, mi impedisce anche di pensare, diceva. Saranno state le 11 e il telefono suonò. Alzò la cornetta e dall’altra parte dell’apparecchio sentì una voce allegra: Ehi!! E’ ora di uscire dalla tua tana? S rimase stupito e poi pensò: quel rompiscatole di Gianni torna a farsi vivo. Disse con aria allegra, pronto vecchio mio, come te la passi.  Gianni, un suo caro amico, con il quale aveva perso da un po’ di tempo a questa parte i contatti, si rifaceva sentire. Ascolta S., ho qualcosa di molto interessante per te. Vorresti interessarti ad un caso sociale, come dicono le persone che parlano bene? Guarda che si tratta di un caso molto serio. Non sono mica un assistente sociale, rispose l’anziano, un po’ infastidito. Ma dai, smettila, sei diventato apatico? Vabbé, sentiamo quello che hai da dire. Hai presente il liceo X, quel liceo prestigioso che sta a B., quello che è frequentato da tutta la borghesia cittadina, c’è il figlio del sindaco, il figlio del notaio, il figlio dell’assessore. E’ quel liceo dove se non sei completamente vestito firmato a momenti non ti fanno neanche entrare? Chiese S. Potrebbe nascere uno scandalo che farebbe cadere molte teste. Il vecchio rispose, in che senso potrebbe nascere uno scandalo. Verrò a trovarti con due miei amici. Chi, qualche tuo amico pseudointellettuale, di quelli che organizzano le conferenze sulla Rivoluzione d’Ottobre e dichiarano solennemente che è scoppiata nel 1915? Ma no, vecchio brontolone, si tratta di due liceali molto molto svegli. Ah, in tal caso… Di chi si tratta? Lei è la figlia di Rossini, quel funzionario del gruppo parlamentare, lui è un ragazzo intelligente, suo amico. Mi sembra di averlo conosciuto a Roma, Rossini. Sì, adesso è diventato professore di storia della filosofia a Bologna. La figlia si chiama Elisabetta, se ti ricordi, e il ragazzo si chiama Giovanni. Come hai saputo di questo caso? Ho incontrato Alberto Rossini non molti giorni fa. Scusami Gianni, io che cosa dovrei fare? Hanno saputo che tu ti sei interessato a casi simili e chiedono il tuo appoggio come scrittore, come ex insegnante… Nooo, lo sai che io adesso voglio avere una vita tranquilla, al più scrivere qualche romanzo e pubblicare qualche articolo sul giornale, ma con uno pseudonimo. Mi sono ritirato qui per stare ancora più tranquillo. Mi meraviglio di te, rispose Gianni, il partigiano Caio, che mi risponde in questo modo. Dovresti saperlo, amico mio, che, anche quando ho combattuto l’ho fatto con riluttanza, io amo la vita serena. Quando sei libero S.? Gli chiese Gianni. Sabato andremo a cena assieme in un buon ristorante e parleremo di questa faccenda, se ci tieni, caro il mio scocciatore. S. riattaccò il telefono e sospirò. Guarda un po’ che cosa mi vuol far fare, ma non l’avrà vinta. Ho deciso di non immischiarmi più, sono troppo vecchio.

  1. veniva da una famiglia “bene”. Durante il Ventennio non avevano preso una parte precisa dal punto di vista politico, ma erano, tutto sommato soddisfatti, perché c’era più ordine e regole e i giovani erano più educati nei confronti dei genitori. Il signor S. non era mai stato un cuor di leone, non aveva voglia di immischiarsi, ma, nello stesso tempo, vedere quello che stava succedendo lo turbava profondamente. Aveva anche visto bastonare un’anziana donna, perché aveva la fodera della tasca che le usciva dalla gonna. Beccati questa vecchia sconsiderata, questo è un gesto da sovversivi socialcomunisti. Vorresti per caso insinuare che hai le tasche vuote? Egli spalancò gli occhi, rimanendo ammutolito mentre osservava quella scena. Avrebbe voluto far qualcosa, ma si sentiva inadeguato e vigliacco. A volte non aveva voglia di alzarsi dal letto la mattina e rimaneva immobile, cercando di non pensare a nulla. Aveva visto tanto, anche se i suoi genitori cercavano in tutti i modi di tenerlo all’oscuro di tutto. Non volevano che il figlio pensasse alla politica, volevano che il figlio andasse a messa tutte le domeniche alle 9. Iniziò la guerra, intanto gli ebrei erano stati cacciati dalle scuole ed emarginati dalla vita sociale, gli oppositori bastonati e messi a tacere. Se li bastonano, vuol dire che sono dei delinquenti, rispose la madre una volta, quando lui le pose una domanda. L’asse romaberlino stava vincendo la guerra, come ripetevano i cinegiornali luce. Arrivo il 1943 e l’8 settembre: l’armistizio e i primi bombardamenti. In casa di S. non si parlava più, i suoi genitori non sapevano più a chi dare ragione, non sapevano più a chi obbedire. Per fortuna nacque la repubblichina di salò e si fidarono, anche perché mussolini sì che si vestiva bene, mica come quei sudicioni socialcomunisti che non sapevano adattare la camicia ai pantaloni. Le donne non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia neraa, recitava una dolce canzoncina di quel tempo. Fatto sta che un bel giorno (o un brutto giorno?), il giovane S. (ma questo S. è mai stato giovane?) se ne stava seduto sulla poltrona a leggere l’Adelchi quando bussarono alla porta. Era Mario, il fratello di Gianni Marchi. Per un momento ad S. sembrò che l’amico, un trentenne grassottello, avesse un’aria strana, quasi impaurita. Era mattina, S. gli offrì da bere, parlarono fitto per circa mezz’ora. Mario gli propose di trascorrere alcuni giorni con lui nella sua casa in montagna. Ai genitori di S. piaceva Mario, perché era sempre elegante e, dunque non sembrava per niente comunista. Fu così che i due ragazzi partirono. Dopo un lungo viaggio in treno e alcuni chilometri a piedi giunsero ad una casa colonica, lontano dal paese. Incontrarono altri ragazzi e ragazze. Dopo alcuni giorni S. pensava che sarebbe ritornato a casa, ma Mario non accennava nemmeno a programmare il ritorno. Dopo alcuni giorni di attesa, quando finalmente ad S. venne il coraggio di chiedere, Mario gli rivelò, che, poco prima di andare a casa dell’amico, aveva compiuto un attentato per eliminare un noto torturatore fascista, Raimondo Panzarotti. S. comprese che non sarebbe più tornato a casa. La sera stessa scappò dalla base partigiana, si allontanò alla chetichella nel buio totale, da solo, con la valigia in mano, quando udì delle voci. Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezzaa, cantavano. Erano i repubblichini. S. era solo e sperduto, decise di salire su un albero, distruggendosi i pantaloni nel faticoso tentativo e lì rimase per tutta la notte, terrorizzato. Divenne partigiano, piangeva spesso per la rabbia e la paura, riuscì a compiere, nonostante tutto, diverse azioni coraggiose, ma arrivò il 25 aprile e lui poté seppellire l’odiato fucile. Incominciò ad interessarsi a quello che gli accadeva intorno. Forse la coscienza, lo obbligò a schierarsi. Malediceva tutto quello che stava succedendo, sosteneva che avrebbe voluto vivere su una montagna ed essere eremita. Dopo la guerra riuscì a laurearsi, in lettere moderne, e diventò insegnante. Quando gli chiedevano di tenere qualche conferenza sulla Resistenza entrava in crisi, perché era molto timido. Insegnò italiano in un liceo, qualche volta collaborava con un giornale di sinistra scrivendo degli articoli pieni di ironia, a tratti feroce, coperto, però dallo pseudonimo di Don Pablo. Quando i suoi genitori morirono, divenne l’erede di una discreta somma di denaro, che i suoi gli lasciarono nella speranza che mettesse la testa a posto e che si facesse passare quei grilli che aveva per la testa. Scriveva qualche saggio e qualche romanzo che ottenevano dei buoni successi, da uno fu perfino tratto un film che ebbe un discreto seguito di pubblico. Un giorno, quando stava presentando uno dei suoi libri, in una grande libreria di B., il suo amico Gianni e un signore, che pensava di avere già visto da qualche parte, gli si avvicinarono. Ciao, gli disse quel signore sulla quarantina, sono del Partito, conosco la tua fama di scrittore e so che hai delle posizioni vicine alle nostre. Stiamo valutando delle candidature per il Senato, saresti disponibile? Guarda, compagno di cui non so il nome, non penso di essere adatto. Io non ho mai fatto quelle cose, non sono abituato. Gianni incalzò S., sappi che sarai aiutato e consigliato quando ne avrai bisogno. Sarà, ma io non voglio far fare una brutta figura al Partito. Anche io ci tengo al Partito, io sono un insegnante, uno scrittore, e non sono un politico di professione. Il quarantenne, che si chiamava Franco, continuò, abbiamo bisogno degli intellettuali, il Partito deve avere un lato intellettuale, è importante. S. replicò, guardate che io, anche se accettassi la candidatura, in caso di elezione, voglio poter dire ciò che voglio. Su questo non c’è dubbio, S., sarai garantito. S. terminò, vi prometto che valuterò la vostra offerta, ma non vi assicuro niente. Tra una settimana avrete una risposta. Era fermamente deciso a dire di no, avrebbe dovuto prendere l’aspettativa da insegnante, avrebbe dovuto abbandonare i suoi alunni e lui non avrebbe potuto farne a meno. Ragionò per una settimana, pensò anche alla scomodità che avrebbero comportato lunghi soggiorni a Roma, che conosceva pochissimo. Era abituato alla sua vita tra B. e C., con qualche viaggio di tanto in tanto e qualche puntata in qualche altra città per presentare il suo libro. Pensò a quella richiesta fulminea, inaspettata. Si arrovellò a lungo. Cosa devo fare? Come mi debbo comportare? Assomigliava vagamente a Nanni Moretti in Ecce Bombo. Debbo dar lustro ad un Partito che sta progressivamente decadendo?

La Resistenza aveva portato con sé grandi speranze di cambiamento, ma l’amnistia per i criminali fascisti da parte di un famoso ministro deceduto a Jalta aveva già raffreddato gli animi. Tanti, S. compreso, pensavano che tutto sarebbe dovuto cambiare, che quegli uomini, responsabili del disastro, dovessero essere severamente puniti, con le armi della giustizia e del diritto. Intanto esponenti di quel regime che era da poco caduto fondarono un partito che rivendicava quelle dottrine, molti erano i poliziotti, i sindaci e i questori che avevano nascosto la camicia nera sotto il doppiopetto o sotto la divisa del nuovo stato repubblicano. Eia eia alalà. Anche S., che era sempre scettico e diffidente, dovette riconoscere che il Partito stava costruendo un vero e proprio paese nel paese, fatto di sindaci, cooperative, case del popolo, centri sociali. A B. si viveva bene, c’erano le farmacie comunali e gli asili nidi noti in tutto il mondo. Qualcuno, nel Partito, se ne approfittava per far assumere nelle aziende pubbliche parenti, amici ed affini fino al quarto grado. C’era un omone grande e grosso che aveva gestito sapientemente il comune, amato, votato e rispettato da compagni ed avversari, era un'”apparizione”: alto, imponente, una testa piena di capelli bianchi. Dopo che questa “apparizione” lasciò il Comune, nessuno fu più alla sua altezza. Il narratore ha l’obbligo di comunicare che quell’omone era molto severo su come si preparano le lasagne, come sosteneva una persona saggia di nome J. P. Gli anni passavano e la dottrina del “partito leggero” stava prendendo piede: le case del popolo dovevano essere chiuse o ridotte, così come le sezioni. S. aveva frequentato l’ambiente del Partito Comunista eccetera eccetera, che, nel frattempo, si era sciolto. Continuava a diffidare dei partiti, la sua diffidenza era cresciuta quando vedeva che le sezioni erano diventate dei circoli ricreativi e non facevano più politica, così come stava accadendo in quel partito che si proponeva la rifondazione di qualcosa. Nel frattempo il nostro S. era stato anche sposato, per un anno, con una donna che non sapeva come avesse fatto a prendere, poi Fortuna e Baslini gli diedero una grossa mano. Delle altre sue frequentazioni si sa poco, S. è una persona molto riservata.

Dopo una settimana telefonò a Franco per comunicargli, con tono un po’ scontento, che avrebbe accettato l’offerta. Il motivo della sua decisione non era ben noto neanche a lui stesso, tutte le volte che compiva dei passi così importanti, diceva che gli mancava qualcosa “dentro” e voleva arrivare alla fine della vita senza che nulla gli mancasse. Fu candidato e dovette persino sottoporsi ad alcune interviste e anche tenere qualche discorso. Quando i suoi studenti lo seppero, quasi tutti furono entusiasti e dissero che l’avrebbero votato anche se non la pensavano come lui. Era un professore molto popolare tra gli studenti. Un giorno, leggendo il giornale, notò un appello di intellettuali per sostenere la sua elezione. Fu imbarazzatissimo. Più si avvicinava il giorno delle elezioni, più riteneva di avere sbagliato ad accettare l’offerta e più sperava di non essere eletto senatore. Arrivò il giorno delle elezioni, andò a votare e poi si precipitò a C., senza dire nulla a nessuno. La sera, quando stava per andare a letto, il telefono squillò. Dopo avere mandato un paio di accidenti, andò a rispondere. Era un giornalista, che l’aveva intervistato durante la campagna elettorale. Signor S., è stato eletto. Freddamente S. rispose, me ne rallegro, ora, però, vado a letto. Andò a Roma e fu assegnato alla commissione Istruzione del Senato. Visitò diverse scuole pubbliche, andò anche nel sud. Molte scuole pubbliche erano dissestate, i banchi erano rotti, ma il governo aveva deciso di assegnare dei finanziamenti alle scuole confessionali.   Negli interventi stroncava l’ignoranza e l’inettitudine di chi governava, soprattutto nel campo scolastico. Volle capire anche molte cose sulle fabbriche e sui pensionati e, dopo, essersi documentato, fu orgoglioso di intervenire in aula. Sosteneva che un intellettuale non potesse pensare solo alla scuola. Quando terminò la legislatura, gli chiesero di ricandidarsi, ma non accettò. Gli era piaciuto fare quel mestiere, ma si era accorto che, anche nel suo stesso partito, qualcuno non gradiva egli interventi durissimi, pronunciati con tono riluttante. Sostenevano che quegli interventi contenevano toni estremisti, che non bisogna spaventare i moderati, che la DC era un grande partito popolare. Tornò all’insegnamento e poi andò in pensione. Scrisse ancora qualche libro, mentre viveva sempre di più a C. e sempre meno a B.

 

 

 

 

 

 

[1]              Cfr. ANDREA CAMILLERI, la luna di carta, Sellerio, Palermo, 2005

[2]              cfr. http://www.masadaweb.org/node/455

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