Personale/ 2

 

MENO DUE

 

Dopo avere parlato con il suo amico Gianni si rimise al lavoro, spostandosi sulla terrazza. Passarono le ore ed era arrivato mezzogiorno, la signora R., che abitava al piano di sotto e che lo aiutava qualche volta nelle faccende di casa, non era passata e, dunque, S. andò a mangiare nella solita trattoria, dato che non aveva nessuna voglia di cucinare. Entrò e fu subito accolto dal padrone, Nevio, che lo salutò. Buongiorno, signor S.! Buongiorno Nevio, mi prepari il solito. Il solito consisteva negli strozzapreti al sugo di lepre e in un paio di cosce di pollo, che innaffiava con il suo vino preferito. Mangiò con grande appetito e non pensò minimamente a quella telefonata che gli era arrivata poche ore prima. Quando finì il pranzo, con il suo solito amaro alle erbe, si avviò a piedi verso casa, visto che la trattoria da Nevio era a pochi passi da dove abitava. Andò a casa e lesse i giornali, che parlavano dell’emergenza criminalità provocata dai soliti extracomunitari e di una nuova guerra che il governo, ma anche parte dell’opposizione, avevano deciso di fare per sconfiggere un perfido dittatore, che, fino a pochi anni prima, avevano appoggiato e finanziato. Dopo avere letto i giornali S. si domandò, come al solito, ma che li leggo a fare? Ripensò a Gianni, Gianni Marchi, il suo amico che aveva risentito al telefono. Gianni era un ometto che si avvicinava ai settanta, con i baffetti e i capelli castani. Si erano conosciuti a B., poco dopo la guerra. Gianni veniva da una famiglia borghese, di tradizioni liberali, gobettiane. I suoi si erano opposti al fascismo e avevano avuto non pochi problemi. Gianni era, come diceva S., matto come un cavallo, esuberante e vulcanico. Dopo avere iniziato a frequentare Medicina, lasciò l’Università e fece per 6 anni l’operaio in fonderia. Disse che voleva provare nuove esperienze. Un giorno, quando incontrò S., gli disse, sai che torno a studiare. Ma va la’, rispose, con aria ironica l’amico. E’ vero, voglio finire gli esami. Sì, quando inizierò a cantare messa, rispose S., che, da notare, era ateo fervente. Gianni non aveva una gran voglia di studiare, gli piaceva fare tardi la sera e cercare donne. Era sicuramente brillante, ma non riusciva a combinar niente prima delle 3 del pomeriggio. Aveva dato solo alcuni esami, con una media non certo alta. E così incominciò a dare esami su esami, ottenendo 30 e 30 e lode. Gli amici, che lo avevano sfottuto per il rendimento non proprio brillante, rimasero stupiti. Si laureò, studiando anche la notte, e, in breve tempo ottenne anche la specializzazione di cardiologo. Aprì un ambulatorio in centro, grazie anche al denaro dei suoi genitori, che divideva con il lavoro in ospedale. Era noto per i prezzi bassi che praticava e, per questo, veniva anche accusato di concorrenza sleale da alcuni colleghi. Era sempre stato iscritto al Partito, e fu, per 15 anni, consigliere comunale, e per 2, anche consigliere regionale, quando furono istituite le regioni. Smentì gli amici sulla sua fama di donnaiolo, sposandosi poco dopo la fine dell’Università, con Cecilia, che studiava Medicina all’Università di B. Dopo tanti anni era ancora sposato con Cecilia, che gli amici di Gianni pronosticarono come vittima di sicure corna.

I giorni proseguirono il sabato si stava avvicinando, quando sarebbero arrivati Gianni e i ragazzi. In quei giorni lesse su di un giornale della proposta di legge che aveva fatto il governo. Erano stati aboliti definitivamente i finanziamenti alla scuola pubblica, perché nel libero mercato non ci debbono essere monopoli, e triplicati, per l’ennesima volta, i finanziamenti alla scuola privata. La scuola privata era, secondo il governo, luogo di moralità e virtù cristiane, un luogo dove gli studenti erano sottratti alla malvagia influenza degli insegnanti comunisti, i quali avrebbero potuto spiegare, ad esempio, che i partigiani erano meglio dei fascisti. Orrore. Ora si trattava di privatizzare quelle poche scuole pubbliche che restavano, quelle che erano governate dai presidi-manager, come si diceva. Molte scuole pubbliche erano già state chiuse, perché non rendevano abbastanza, o, perché, quando erano state quotate in borsa, le loro azioni erano crollate. Qualche preside-manager era sotto processo perché aveva distratto qualche milione di euro dai bilanci. Il ministro dell’Istruzione, che sbagliava i congiuntivi, aveva elaborato il progetto che prevedeva l’affidamento delle scuole pubbliche a delle fondazioni no-profit, come si diceva allora, con un consiglio di amministrazione composto da banche, come ad esempio dalla Money Bank, che si occupava di traffico d’armi, o dalla multinazionale Fortuna, che elaborava cibi transgenici. Era già stato elaborato un progetto di sperimentazione, il preside del liceo Ics, di B., azionista della Money Bank, aveva aderito. La fondazione si sarebbe chiamata Fondazione per la Protezione Cristiana Cattolica Apostolica Romana della Moralità dei Giovani. Lesse anche di un progetto di legge, presentato da un deputato di quel partito, che, secondo alcuni non era più fascista, per aggiungere, negli elenchi degli insegnanti una C nera, di fianco al nome di quegli insegnanti di sinistra. Dopo avere letto della proposta di legge, di un partito nordista, per obbligare anche le moschee e le sinagoghe e, anche, in futuro, le case private, ad appendere il crocifisso in nome della tradizione cristiana dell’Europa e, perché, quelle sono religioni intolleranti e, in fondo, gli ebrei hanno anche ucciso il figlio di Dio, lesse anche delle inaugurazioni di 5 busti ad altri 5 gerarchi fascisti. Ne erano stati inaugurati già un centinaio. Quando l’opposizione protestò, il sottosegretario ricordò, che, con quelle onorificenze, non si intendeva onorare il loro passato fascista, ma la grandissima abilità che avevano, questi fascisti, nel gioco degli scacchi, delle boccette e nella pallavolo.

Quel sabato il signor S. si alzò presto e, dopo avere fatto la sua corsa sulla spiaggia e comprato i giornali, andò a fare la spesa: voleva comprare qualcosa in più, visto che aveva ospiti. Comprò qualche bibita, pasticcini e salatini. Arrivò a casa, svuotò le buste della spesa, e si mise a lavorare, al suo saggio. Avrebbe dovuto consegnare i primi capitoli entro pochi giorni. Li avrebbe mandati via e-mail alla tipografia e, tutto ciò gli procurava un tremendo stress, perché non aveva molta dimestichezza con i computer. Guardò nel frigorifero e nel resto della cucina e vide che la signora R. gli aveva preparato delle tagliatelle alla bolognese, con la sfoglia tirata con il mattarello, e gli aveva fatto trovare delle bistecche di cavallo. Alé, meno male, che c’è anche il ragù già pronto. Scaldò il tutto e mangiò con appetito, si bevve anche del lambrusco. L’appuntamento era previsto per le 3, S. pensava, considerando che guida Gianni arriveranno verso le 4. Alle 3 in punto sentì suonare alla porta, stava finendo di leggere il giornale. Gianni! S.! Si abbracciarono e si baciarono. Subito dopo S. salutò i due ragazzi. Lei era bionda, alta, capelli lisci, dalle forme generose, e gli occhi neri, che attirarono S. Giovanni aveva i capelli e gli occhi neri e la carnagione olivastra, era molto alto e robusto. Accomodatevi, fece S.. I ragazzi entrarono e si sedettero nella sala da pranzo, che era imbandita, con un paio di vassoi e alcune bottiglie. Si presentarono e iniziarono a parlare. Abbiamo sentito parlare di lei, signor S., sappiamo di quello che ha fatto. S. arrossì e squadrò malamente Gianni. Aveva forse detto loro di dargli del lei e, di metterlo in imbarazzo, ricordandogli le battaglie che aveva fatto. Si era battuto contro i licenziamenti per motivi politici in fabbrica, per le 150 ore per i lavoratori e per rendere accessibile la scuola e l’università a tutti, anche ai figli degli operai, a coloro i quali che i suoi genitori definivano, con malcelato disprezzo, la gente di bassa condizione. Si voltò verso i ragazzi e, con sguardo a metà tra il sorridente e l’arrabbiato, disse, innanzitutto vi proibisco categoricamente di darmi del lei e poi, per favore, parliamo di voi, parliamo di gioventù, altrimenti mi ricordate quanto sono vecchio. Elisabetta rise e iniziò a parlare, sai anche noi facciamo politica. Il nostro è un collettivo di ragazzi. Come mai non avete il piercing e non siete trasandati? Disse ridendo S., tutti risero e Giovanni intervenne, noi ci vogliamo distinguere, sai, non abbiamo ancora spaccato una vetrina. A parte gli scherzi, continuò S., apprezzo molto ciò che fate. Continuate pure. Conosci il nostro liceo, è un liceo dove c’è perfino la Suprema Legge di Comportamento degli Studenti, un volume di 650 pagine, le ragazze non possono avere la gonna sopra al ginocchio, non possono avere i capelli sciolti. I maschi possono avere i capelli lungi al massimo 2 mm. Sui muri c’è scritto QUI NON SI PARLA DI POLITICA. TACI IL NEMICO TI ASCOLTA Non si possono usare le parole, preservativo, masturbazione, non si può dire leccare il francobollo e non si possono dire neanche le parole marxismo e comunismo se non si aggiungono anche le espressioni sporchi criminali che hanno provocato 1 miliardo di morti, fetidi miscredenti, pagani e portatori di disordine. Pensa che il figlio del preside, che è uno studente, è nel consiglio di amministrazione e, per lui, vi è la regola del legittimo sospetto. Se prende meno di 7 in un’interrogazione o in un compito di classe, può chiedere di farsi interrogare da un altro professore, perché, a suo dire, quello che l’ha interrogato sarebbe influenzato dalla barbara ideologia marxista. Secondo la Suprema Legge un professore che da a Giorgino un 4 in un’interrogazione perché è convinto che Manzoni sia nato nel’500 è un convinto comunista, perché non si sa adattare al libero mercato. Nel libero mercato non è importante sapere quando è nato Manzoni, basta sapere che è esistito. La materia più importante del nostro liceo è Marketing. Scusa, che liceo è, chiese S.. E’ un liceo classico, rispose Giovanni.

Parlarono a lungo e i due ragazzi tentarono di convincere il signor S che avevano bisogno di lui, che il suo intervento era necessario. Si ricordavano ancora delle lotte dei partigiani, cosa che non succedeva spesso in quel tempo. Dissero che i giovani avevano bisogno di gente con più esperienza. Il signor S disse che i vecchi erano la spazzatura della storia, che dovevano lasciare spazio ai giovani e non rompere le palle. Avevano fatto delle conquiste, ma poi non erano stati capaci di difenderle, anzi le avevano buttate via. Andate avanti voi, con i vostri collettivi e le vostre idee, io resto a casa a scrivere qualche libro. Dovrebbero fare così tutti i vecchi, oramai sono inutili. Era gentile ma fermo. Dopo avere conversato per tutto il pomeriggio andarono a cena e mangiarono alla romagnola da Nevio. A tavola i due ragazzi e lo stesso Gianni, che aveva tentato di convincere S. venendo inviato a quel paese, parlarono poco, ma S. Li rassicurò. Guardate che sono pronto a darvi dei consigli, non dovete preoccuparvi di questo, ma intendo starmene per i fatti miei, non servo più a nessuno. Voi sapete il mio numero di telefono, ma vi consiglio di rivolgervi a Gianni, perché su queste cose se la cava sicuramente meglio di me. I ragazzi e Gianni se ne andarono a tarda notte e S se ne andò a letto stremato. Erano delusi.

Il giorno dopo c’era un freddo cane e anche S. non si sentiva bene, aveva un colossale mal di testa. Non andò neanche a correre, andò a far spesa e a comprare i giornali, che abbandonò sul letto. Si stese sul divano, rimanendo in uno stato di dormiveglia che lo uccideva. Il telefono suonò e S. mandò a quel paese anche un giornalista di una rivista letteraria che gli proponeva un’intervista. Non combinò nulla per tutto il pomeriggio. Decise di accendere la televisione, per punirsi, guardando tutte quelle stronzate. Ad un certo punto incominciò l’unico tg del pomeriggio che S. considerava decente. Questo telegiornale aprì con la cronaca, un bidello del liceo Ics si era suicidato. Lo avevano trovato impiccato in casa sua, in periferia a B. Si chiamava Achille Castaldi, aveva 44 anni e viveva solo. C’erano alcune ombre su quel suicidio, Castaldi era alto unmetroenovanta e la corda che lo aveva ucciso era molto corta. Achille aveva visto la fidanzata la sera prima e lei aveva dichiarato che il suo compagno era stato di umore perfetto. Quando intervistarono il preside mister Ics e gli chiesero se aveva dei dubbi, lui accusò i giornalisti di essere dei comunisti che complottavano contro un rispettabile liceo frequentato dalla gente bene. Il signor S. incominciò a pensare, si sentiva colpito. Quello strano suicidio lo aveva incuriosito, forse era arrivato il momento di fare qualcosa di più, anche se non voleva farlo sapere a Giovanni ed Elisabetta perché non voleva che si illudessero e perché, forse, avrebbe potuto cambiare idea. Il giorno dopo lesse sul giornale, che dei politici della maggioranza avevano incolpato i comunisti di una campagna diffamatoria tesa a screditare chi forma la classe dirigente di una città come B. Qualche politico di sinistra disse che bisognava lasciare libera la magistratura di indagare liberamente, qualche altro politico un po’ di sinistra sostenne che, in nome dell’unità tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione, non bisognava indagare troppo.

Il giorno dopo mister Ics fece pubblicare un necrologio che annunciava la morte di Achille Castaldi, rapito in giovane età da destino cinico e baro. Il liceo Ics ne piange la morte disperatamente ed esprime sentite condoglianze alla famiglia. Il liceo Ics aveva anche deciso l’immediata assunzione di un altro bidello Marco Galati. Come mai ne assumono subito un altro, si chiese S. Decise di controllare, voleva capire. Si ricordò di un certo onorevole Galati e telefonò a Gianni, che gioì per il suo interessamento. È una semplice curiosità, cosa credi? Sì, sì, lo dici tu. Ti chiamo io tra circa un’ora. Richiamò:  Galati Alfredo è un ex deputato, un maneggione, Marco Galati è suo nipote, il figlio di una sorella, che ha sposato il fratello di mister Ics.

Il liceo Ics era un palazzo di architettura fascista. S. si ricordava ancora di quando fu inaugurato. Era il vanto del gerarca fascista locale. Quell’orrendo edificio dalle linee squadrate aveva otto piani e le sbarre alle finestre: le aule erano mal messe, i banchi e le sedie mezzi rotti. Dei genitori avevano dovuto portare delle sedie, perché non c’erano i soldi. I muri della stanza del preside erano adornati da tappezzerie lussuosissime, aveva comprato un orrendo trono in un negozio di antiquariato. C’era scritto che era del secolo XVIII. Le sedie con il materiale più malconcio erano riservate agli studenti e agli insegnanti comunisti, oppure con meno di 250000 euro di reddito annuale. Anche il sistema per l’iscrizione era un po’ differente: coloro i quali appartenevano a famiglie abbienti dovevano solo comunicare a voce l’intenzione di iscriversi, chi non apparteneva a queste categoria, oppure, pur appartenendovi, era comunista, doveva produrre in 10 copie il certificato di buona condotta, farsi visitare per accertare il proprio stato di salute, lo stato di famiglia in 4 copie, di cui una da consegnarsi al comune di Firenze e fare 4 capriole davanti alla segretaria per dimostrare sana e robusta costituzione, la fotocopia della carta d’identità dei nonni, della mamma e dei bisnonni, anche se deceduti. Quel giorno mister Ics si stava intestardendo, non sapeva di preciso che discorso avrebbe pronunciato il giorno dopo. Ci sarebbe stata l’inaugurazione dell’anno scolastico. Stava seduto sul trono e parlava con un ragazzo piccolo e deforme e dalla voce nasale, suo figlio. Giorgino, secondo te faccio bene ad iniziare così? Studenti, trovandomi qui ad avere l’onore di inaugurare questo mio liceo avrei l’intenzione di farvi pervenire i miei più cordiali e fervidi interessi di saluto anche se vi avverto che se non verrà garantita dalla parte vostra la più completa e ferrea disciplina sarò costretto ad addivenire a terribili punizioni nei confronti delle vostre persone. La tolleranza di questo liceo nei confronti dei vili comunisti continua nel segno della tradizione liberale e democratica che ci contraddistingue. Giorgino ascoltava attentamente. È perfetto papà, hai fatto stampare delle copie della suprema legge. Sì, l’avranno tutti gli studenti, anche quest’anno. Perfetto, babbino caro, sei proprio bravo. Lo so, Giorgino, lo so. In quel momento entrò un cinquantenne dai capelli radi, alto e grasso. Era Eratostene Pancrazi, il professore di italiano e latino. Ciao Eratostene, come va? Bene, signor Preside, soprattutto quando la vedo. Che gentile, che professore gentile, per questo riceverai un premio di produzione. Mister Ics garantiva, per ogni complimento ricevuto, un premio di 200 euro. Qualche mese prima Eratostene aveva ricevuto 10000 euro di stipendio. Hai deciso che cosa insegnerai agli studenti? Sì, le teorie di linguistica kamasutrica del dottor Trinculo Weissensteiner e la concezione del segno epatico del professor Petruchio William Goldberg terzo dell’università di Vilnius, e poi, parleremo anche qualche minuto di Leopardi. Bravo, bravo Eratostene, tu sì che sai rinnovare i programmi, tu sì che rinnovi la didattica. Dirò anche che Leopardi era un poeta ottimista e soddisfatto della vita.

Abbiamo proceduto ad assunzioni? Sì, abbiamo assunto un assistente a passare le carte, con contratto di consulenza, riceve 3000 euro al mese. È il nipote dell’avvocato Gobbi. Quanti assunti abbiamo già adesso? 60. Noi siamo una scuola che da lavoro. Facciamo lavorare tutta la famiglia dell’onorevole Mazzi, fino al sesto grado di parentela. Quei bastardi comunisti non possono certo accusarci di non dare lavoro, concluse il preside.

I portici del centro di B. sono un riparo, ma quando piove pesantemente fanno diventare tutto intorno ancora più tetro. La natura risente dell’umore delle persone. I portoni del centro sono antichi, scuri e pesanti. La penombra degli atrii sa riparare anche dal caldo. Eli è una fanciulla della buona borghesia: la sua famiglia è tranquilla, ricca, illuminata. Il sorriso splende spesso sul volto di quelle persone, anche se, il narratore lo deve comunicare, il clima, quel giorno, non era certo dei migliori. Proprio in quella scuola del cavolo vuoi andare? Diceva, con tono infastidito, Alberto, un quarantenne ben conservato, elegante e con la barba da intellettuale. Papà, è rimasto l’unico liceo classico pubblico a B. Sì, capisco, poi hai già iniziato, ma, sai, quando penso in quale schifezza di scuola mi tocca mandare mia figlia, rabbrividisco. La cosa che mi infastidisce di più è che ti tocchi studiare la storia del Milan, perché il nostro governo la considera una materia importante. Il professor Marini dice che apre la mente. Un mio compagno con la sciarpa della Juve ha preso un 4. Anch’io sono juventino, disse Alberto, il padre. Sei stata da S.? L’hai salutato da parte mia? Sì, ma ha detto che non ha voglia di aiutarci perché si considera spazzatura della storia. Proverò io a telefonargli. Stasera chi mi porti a casa? Uno dei tuoi amichetti come Augusto, con tremila piercing, perché non mi porti Giovanni, che sembra un po’ più civile. Papà, ragioni proprio come un perbenista piccolo borghese, mi meraviglio di te. Lo sai che tuo padre è uno tradizionalista, io vengo dal più grande partito della sinistra mica dai tuoi collettivi, dove ci sono i punkabbestia, che puzzano come dei caproni, o quelli che si fumano canne a tutto andare. Per quale motivo dovremmo lottare per il diritto ad un vizio? Noi sì che abbiamo una storia, veniamo da lontano e andiamo lontano, come diceva il compagno di una presidente della camera dei deputati. Oggi proprio non ti sopporto, disse Elisabetta e si chiuse nella sua stanza. Alberto Rossini era un uomo elegante, vestiva la camicia bianca e la cravatta nera, anche quando stava in casa seduto a leggere il giornale. Si vestiva in questo modo anche in piena estate, incurante del caldo.

  1. è una città complessa, la sua periferia è piena di sfaccettature, nata e cresciuta nel corso di tumultuosi decenni. Palazzi orrendi sono affiancati da costruzioni decorose. Molti uomini e donne dalla pelle ambrata e ancor più scura vivono e passeggiano per quelle strade, uomini e donne del sud italia hanno figli che parlano il dialetto bolognese. In quella periferia vive la famiglia di Giò. Il padre di Giovanni ha grandi occhi azzurri e i capelli color della notte, viene da una terra lontana, viene da un altro mondo. Accidenti a te e a quella schifezza di liceo! Diceva suo padre. Papà, lo sai che a me sono sempre piaciute le materie classiche… Ma che minchia mi viene a significare che ti piacciono le materie classiche? Io, dal sud, sono dovuto scappare, tenevo la tessera del Partito e, in’sto cazzo di liceo c’è l’apartheid. mi doveva capitare un figlio letterato, quasi quasi avrei preferito un figlio asino. No, stavo scherzando, mi fa piacere che tu studi, io, alla tua età, facevo più fatica, ma è veramente una pena che mi tocchi di andarti a comprare la camicia Saint-Martin, perché altrimenti non ti fanno entrare al liceo e ti tocca portare la giustificazione. Lo sai che io non guadagno molto? Anche se sono un operaio specializzato, sono, pur sempre un operaio.
  2. rimase scosso da quella notizia. La morte strana di Achille Castaldi lo aveva fatto riflettere. La riflessione è un processo lento e costante come l’erosione delle rocce. La lentezza è fondamentale. Nell’animo di S. qualcosa si stava muovendo. Gli stava venendo voglia di impegnarsi, ma non voleva far sapere nulla ai ragazzi. Aveva il timore di star per compiere un gesto stupido, in fondo era un vecchio stanco. Decise di partire da C. per alcuni giorni per andare a B. Salutò la signora R., che abitava sotto di lui, e che collaborava nelle faccende di casa, salì in macchina, una vecchia F..T e partì.

La mattina dopo si alzò presto per andare a scuola, decise che sarebbe rimasto davanti al liceo come quegli altri anziani che stavano lì, seduti su una panchina. La notte dormì poco, forse perché non riusciva più ad abituarsi all’aria di città. Adorava il clima della sua C. Aveva male agli occhi, si sentiva stordito. Guarda un po’ cosa mi tocca fare, diceva tra sé e sé. Arrivò il sindaco, arrivò il prefetto e il cardinale, per festeggiare quella scuola che era un esempio per la nazione. C’era anche il ministro, c’erano le auto delle varie scorte, quella del sindaco, quella del ministro e anche quella di Mister Ics, che l’aveva ottenuta perché si sentiva minacciato dal terrorismo comunista. Le telecamere delle principali televisioni reclamizzavano l’evento, era pronta perfino la famosa trasmissione serale del famoso giornalista, che avrebbe ospitato dei vip, tra i quali una famosa ex velina, per parlare del fenomeno di quel liceo e sostenerne la vendita al suo preside. Il preside sottolineò l’importante valore educativo di quel liceo, la solidità delle sue norme ferree, che avrebbero contribuito ad estirpare il residuo di marxismo ancora presente nella società. Parlò anche dell’importanza della norma sul legittimo sospetto, per ristabilire le garanzie di imparzialità nel giudizio. Il professor Malavasi, insegnante di latino, di destra, che non poteva sentire la parola comunisti, aveva dato un 4 in latino a Giorgino, perché non sapeva le declinazioni e il figliuolo aveva chiesto la remissione del professore, perché considerava Malavasi un marxista. Il preside, dopo avere rischiato lo shock anafilattico a causa di quella parola che non poteva neanche sentire, lo trasferì ad insegnare a 150 km di distanza, da notare che Malavasi non aveva la patente, e lo denunciò per oltraggio al pudore. Altri 10 professori furono sostituiti e si decise di far interrogare Giorgino da Muffy, il pupazzetto di uno show televisivo, promosso professore a causa dei suoi indubbi meriti culturali. Quando qualcuno protestò per quella promozione, il preside e il ministro emisero un comunicato stampa nel quale accusarono la propaganda comunista di fomentare un clima d’odio contro un liceo rispettabile come il loro. Il ministro lodò il preside e quella scuola e l’additò ad esempio per tutti. Finalmente abbiamo rinnovato la scuola dopo cinquant’anni di torbido e feroce regime comunista in Italia. Alla stazione di B., quel giorno di agosto, è scoppiata una caldaia: e che cazzo!!! P.P.P. era solo un frocio di merda, quel giudice con il cognome che finisce con one era meglio se si faceva i cazzi suoi. Gli studenti non saranno più giudicati per la loro cultura, ma per la loro conoscenza del marketing e della storia del Milan, anche se potranno ugualmente imparare qualche nozione, visto che siamo tolleranti. Il ministro auspicò anche che la possibilità del legittimo sospetto sui professori venisse concessa anche ad altri studenti meritevoli come il figlio del sindaco, quello del famoso avvocato e quello del deputato.

Intanto S. stava leggendo il giornale e non notava nulla di strano nel liceo, a parte le 10 automobili della scorta. Alle 13 il signor S. andò a mangiare un panino e si mise di nuovo davanti al liceo parlando fitto con due anziani ciarlieri. Quando passarono i due ragazzi si nascose. Verso le 18 tornò a casa stanco. Quando risalì sull’automobile si accorse di avere preso una multa e tirò qualche accidente. A casa ripensò a quel pomeriggio e si sentì frustrato, perché non aveva concluso niente e si era rotto le scatole. Il giorno dopo si alzò di nuovo presto e si risedette sulla solita panchina davanti al liceo, con il solito giornale e i soliti vecchietti. Passò la giornata e S. se ne andò a casa, ancora una volta deluso. Meno male che domani me ne torno a C., mi sono rotto, penso che smetterò di occuparmi di questo caso, non si arriva a nulla. Il giorno dopo riprovò a stare davanti al liceo, ma nulla accadde. La sera se ne andò a C. percorrendo la statale, anche se impiegava più ore. La strada si accumulava e S. rifletteva. Avrebbe fatto alcune telefonate, aveva letto di una legge che consentiva ai genitori di chiedere informazioni sui fornitori della suola. Riattivò l’acqua e la corrente elettrica ed entrò in casa. Oramai si sentiva più al sicuro lì, non amava più tanto B., perché era diventata impersonale, fredda e una persona sola, un anziano poteva morire dimenticato, d’agosto. Si era scandalizzato, anche se il quartiere di B. dove abitava era ancora come un paese, si conoscevano quasi tutti e, in un certo senso, si volevano anche abbastanza bene. Se ne andò a letto abbastanza tardi cercando di liberare la mente dai pensieri. Si alzò, la giornata era splendida.

A molti il silenzio che vi era per le strade di C. sarebbe potuto sembrare opprimente e desolante, per S. non era così. Quel silenzio era un ristoro per la sua mente e per il suo corpo, aveva il disgusto per il rumore del traffico cittadino e per le suonerie dei cellulari e per tutti gli altri rumori così molesti. Rielaborava il proprio saggio sulla comunicazione.

Era vero che il linguaggio televisivo aveva appiattito tutto, ma, spesso la reazione da parte della sinistra era stata assente o deleteria. Si era rinchiusa in un cupo ed inconcludente intellettualismo. Il Partito comunista eccetera eccetera, al quale era stato vicino, organizzava dei volantinaggi, su varie tematiche, dal traffico allo stato sociale, all’inquinamento. I volantinaggi avvenivano davanti a fabbriche, supermercati, per le strade. I volantini, che erano in formato A4, venivano scritti con caratteri minuscoli e riempiti in ogni loro parte. La stragrande maggioranza dei passanti se li metteva in tasca e, appena girato l’angolo, li sbatteva nel bidone della spazzatura. Il narratore di questa storia ha l’obbligo di aggiungere che questa repulsione era veramente di massa: professori, impiegati, avvocati e casalinghe non provavano nemmeno a leggere quegli obbrobri. Alle assemblee pubbliche che venivano convocate erano presenti dalle 8 alle 10 persone impegnate a disquisire sul dilagante conservatorismo degli abitanti di B. S. capì immediatamente dove stava il problema. S. aveva, tutto sommato, paura di offenderli, in fondo, li conosceva poco. Aveva partecipato a qualche loro cena, che si concedevano di tanto in tanto. Due compagni, uno dei quali era Mario Marchi e l’altra era Rosaria Lo Presti, una ragazza calabrese, amavano la vita e sapevano cucinare crescentine e tigelle, così come sapevano preparare il pesce spada e il torrone. Gli altri acconsentivano ad organizzare le cene, anche se erano riluttanti, perché si ponevano dei problemi di coerenza politica. L’opulenza dei pasti sarà compatibile con l’obiettivo ultimo della rivoluzione socialista? Non saremmo piccolo borghesi? La ‘nduja è di sinistra? Lenin sarebbe contento? Mario non li ascoltava più e andava a far la spesa. Organizzavano alternativamente una serata bolognese e una calabrese. Durante la cena, quelle compagne e quei compagni dall’aria trasandata, i maglioni demodé e le giacche stropicciate, gli occhiali grandi con la montatura nera, disquisivano sull’ultimo libro dell’intellettuale rivoluzionario Friedrich Von Altensteiner o dell’ultimo film danese del noto regista Lars Friedriksson di 3 ore e mezza con i sottotitoli in svedese. Questo li rilassava molto. Durante le riunioni erano costretti ad occuparsi dei problemi della sanità o della scuola pubblica, che erano concetti troppo terreni. Anche a S. piacevano quei registi dai nomi curiosi, ma si interessava anche ai film di Totò, cosa che non faceva per niente piacere a quegli intellettuali che amavano solo concetti incomprensibili. Stasera, perché non andiamo a mangiare la pizza, chiese una volta S. Compagno, parli con un linguaggio semplicistico, riduttivo, superficiale, piccoloborgheseecontrorivoluzionario. Dicesi pizza:

 

Una sottile focaccia di pasta lievitata, condita con olio, mozzarella, pomodoro, alici o altro e cotta in forno, tipica dell’Italia meridionale[1]

Ma questa è un’altra vicenda.

[1]              MIRO DOGLIOTTI, LUIGI ROSIELLO (a cura di), Il nuovo Zingarelli, vocabolario della lingua italiana, Zanichelli, Bologna, 1983

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