Mese: marzo 2016

suoni

La storia di un luogo è una storia di suoni, è una storia di odori. Mi ricordo una delle due scuole in cui sono stato lo scorso anno. si trova alla periferia della città, davanti ad una serie di torri grige e di cristallo. siamo in un quartiere proletario, dove famiglie piene di tutto e prive di cultura e sensibilità vivono accanto a famiglie quiete ed educate. i figli sono lo specchio di questa famiglia, nei modi, nei suoni, nelle voci e negli odori. vanno a scuola assieme, i figli quieti ed educati, con quelli brutti, sporchi e cattivi, vanno in una scuola pubblica con sempre meno risorse, ma sempre più problemi. hanno esigenze diverse, quelli bravi belli e buoni e quelli brutti, sporchi e cattivi, ma la scuola è sempre più impoverita, ci sono classi sempre più numerose, dei gironi infernali, dove vengono puniti tutti. quelli buoni e belli sono consapevoli e si sentono a disagio, quelli brutti, sporchi e cattivi sono pieni di livore contro il mondo, sé stessi e gli altri, ma non sanno perché. ci sono tanti insegnanti meritevoli, che combattono da anni una battaglia disperata e forse senza speranza, per garantire a questi ragazzi un futuro e ci sono degli insegnanti pieni di buoni intenzioni, ma che si sentono impotenti di fronte a quello che vedono.
Questa scuola si trova in un parco, con la vegetazione disordinata e dei giochi sgangherati, consumati dalla violenza del tempo e dalla violenza di ragazzini. c’è un ragazzino piccolo e magro, pettinato con la cresta, gli manca un dente davanti, ma ha l’ultimo modello di smartphone e di nike. sta vagando per la scuola e si fa selfie. si odono latrati, ma non di cani. sono grida piene di rabbia, di rabbia sorda e cieca. sono grida di ragazzini, che hanno il volto rosso, livido di furore. sono grida miste a bestemmie disperate. c’è un ragazzino con i capelli spettinati, il volto rosso fuoco, una maglietta scolorita e i pantaloni della tuta. è sudato, emana una puzza terribile, che ben si intona all’ambiente. c’è un ragazzino con gli occhiali e l’orecchino, che lo prende in giro. il ragazzino spettinato urla contro l’altro, perché gli ha nascosto l’astuccio. è un peccato imperdonabile per lui. lo minaccia di botte, ti spacco il culo, brutto figlio di puttana, se non mi ridai l’astuccio entro due secondi. l’altro gli ride in faccia, che cazzo vuoi, sfigato, risponde. c’è un professore dai modi troppo garbati e timidi che entra in classe, i due ragazzini che litigano non si accorgono di lui. Rimane un secondo a guardarli e ha l’aria attonita. Il professore con i modi troppo garbati non riesce a dire nulla. ci sono ragazzine e ragazzini, che emanano odori buoni e hanno modi forse troppo garbati anche loro che si avvicinano al professore con i modi troppo garbati. prof, facciamo lezione, non badi a loro. i ragazzini e le ragazzine con i modi troppo garbati si siedono in prima fila e attorno alla cattedra, hanno l’aria annoiata e infastidita. ogni volta è la stessa storia in quella classe, in quella scuola. si sentono impotenti, si sente impotente anche il professore. il professore fa lezione, spiega cose che non possono interessare all’alunno che vuole spaccare il culo a quello che gli ha nascosto l’astuccio e neanche all’altro che lo prende in giro. le grida si affievoliscono, l’astuccio viene trovato. La puzza di troppe ascelle non lavate si mischia alla puzza di cibo pessimo, del cibo della mensa. intanto salgono le urla da un’altra classe, troppa rabbia, rabbia senza direzione, rabbia fine a sé stessa. il professore dai modi troppo garbati ha fatto lezione ai ragazzini e alle ragazzine dai modi troppo garbati. Il ragazzino a cui manca un dente davanti si è fatto il decimo selfie assieme ad una ragazzina dai capelli curati che sgancia rutti come se fossero tuoni. c’è un ragazzo in canottiera che manda messaggi su whatsapp per tutta la lezione, ma almeno non ha mai disturbato.
il professore dai modi troppo garbati se ne va con passo precipitoso dall’aula, trattenendo il respiro, gli viene da vomitare, per la puzza di sudore e la puzza di cibo.

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Romanzi

Vorrei scrivere un romanzo. Vorrei scrivere un romanzo, ma inserendo solo le cose che so. È inutile che scriva di ornitologia. Devo chiedermi se conosco approfonditamente qualcosa. Conosco l’arte, a spizzichi e bocconi, conosco la politica, conosco l’architettura, un po’. Conosco la musica, ma so appena leggere un pentagramma. Fino a quando ero all’università, approfondivo le cose, le toccavo nel profondo. Mi hanno insegnato tante idee e concetti, ma soprattutto ho imparato che i concetti hanno senso se li tocchi nel profondo, se riesci a viverli a pieno. Poi ho finito e ho imparato pezzi di molte cose e faccio fatica a rendermi conto chi sono. Faccio fatica a rendermi conto di che cosa sono. Poi penso che un momento di silenzio interiore e pausa, un momento di pausa da me stesso e dal mondo, sia importante. Ho bisogno di un momento in cui esco da me stesso e mi guardo da fuori. Mi guardo da fuori e vedo una persona genuina, senza sovrastrutture. Sono una persona candida, a volte troppo. So molte cose, perché sono una persona curiosa. Sono una persona entusiasta, che affronta le cose con uno spirito fanciullesco poco cambiato dalla vita. Molte persone captano il mio entusiasmo e si rendono conto della mia gioia quieta, a volte un po’ meno quieta. I maligni e i superficiali pensano che io sia triste, gli stronzi pensano che io sia stupidello. Io so di scuola, perché insegno da anni, perché ho imparato i tempi, perché conosco i ritmi, ma, soprattutto, io so di scuola, perché a scuola sono io. So di scuola, perché ho studiato, perché studio e ricerco, so di scuola, perché butto dentro me stesso.