amico invadente e simpatico 43

sono quasi due settimane che non penso al lavoro, domani inizierò a pensarci un po’ (sigh, sigh, strasob, ultrasob. però solo la mattina). i giorni di pausa servono a liberare la mente e a farla vagare, come succede a tutti.

poco fa ho pensato ai luoghi. sto scrivendo seduto su una terrazza in una località di mare e il vento mi porta le voci della spiaggia, che una pineta divide dalla casa in cui vivo. La località in cui sono si riempie di estate e si svuota di inverno, qui abitano appena 450 persone tutto l’anno, ma non c’è mai troppo rumore. Non è una località modaiola come Forte dei Marmi, Riccione o Milano Marittima. Ci sono molte famigliuole e, nonostante certe brutture opera dell’uomo, la natura ha ancora una parte importante, ricorda ancora di quando una volta spadroneggiava selvaggia. Davanti a casa mia vivono rospettti e altri animali. è un luogo ospitale, anche se un po’ sporco, purtroppo. questa terrazza è spesso esposta al sole, ma l’ombra degli alberi ne mitiga la violenza. se la bellezza è armonia, qui c’è armonia e bellezza.  Il mio pensiero, fino a poco tempo prima, era andato alla scuola della suora inquietante. La scuola si trova all’angolo tra una strada lunga lunga che porta verso la circonvallazione e una stradina che fa parte di un intrico di stradine. La città in cui vivo durante l’anno ha le case di colore abbastanza acceso, le costruzioni sono abbastanza basse ed abbastanza uniformi. La zona è divisa tra villette a schiera, con colori più o meno chiari, palazzi alti, ma non troppo, edifici che ospitano  anche uffici e negozi. è una zona di un certo pregio, anche carina. La scuoola è alta e marrone scuro, tetra, toglie la luce alla strada. Da lontano sembra una chiesa e un pugno nell’occhio per il passante e l’automobilista. Dall’esterno l’unico spiraglio di luce è dato dall’ascensore trasparente. è un edificio vecchio e non antico, arido e di scarso pregio. L’entrata è separata da alcuni gradini ed è quasi sempre illuminata dalla luce artificiale, perché è stretta e la luce entra poco. come si fa a realizzare un’entrata stretta, in un luogo in cui entrano centinaia di studenti? sembra quasi che chi l’ha realizzata voglia ostacolarne l’ingresso. Mi ricordo le entrate delle altre scuole in cui ho lavorato e me le ricordo quasi tutte larghe e capienti, salvo quella della scuola ciellina. entrando ci sono quadri e una statua della beata a cui è intitolata la scuola, la suora che aveva fondato quella scuola e che passava le nottti ad ammiraare un’immagine della Madonna (non la cantante), una che non aveva niente di meglio da fare. I quadri sono di pittori sconosciuti (almeno a me) e scarsi e ritraggono una donna dall’aria corrucciata e cattiva. Ci sono crocefissi. A destra e sinistra si aprono due porte che conducono, rispettivamente, ad una serie di aule delle elementari e dell’asilo. Le finestre dei corridoi sono basse e la luce entra timidamente, quasi come se fosse bandita. Le aule sono, da quello che ho visto, illuminate un po’ meglio. Nel sotterraneo c’è la palestra, malamente attrezzata, dai cui spogliatoi giungono perenni afrori di ascelle e piedi poco puliti, come se la pulizia e la disinfezione non fossero una priorità di quella scuola. La scarsa igiene di certi preadolescenti ha anche il suo peso, naturalmente. Nel sotterraneo c’è la mensa, che è anche biblioteca. I tavolini e le sedie sono bassi, è destinata alle elementari (dove mangeranno quelli delle medie?) e anche lì la luce è bassa, scarsa, proprio dove si deve leggere. Mi è capitato più volte di accenderla, ma ho dovuto fare ricorso alla torcia che mi sono comprato, per non rovinarmi la vista. Una suora grassa e severa mi ha spento la luce, mentre stavo leggendo in un giorno di pioggia. Io l’ho riaccesa subito dopo. La biblioteca è il luogo dei ricevimenti mattutini e i genitori entrano lì e si siedono sui seggiolini per bambini, pensate a me, sono 1 metro e 90. Le tenebre avvolgono come un sudario quella scuola, salvo che per certe aule, non pochissime per la verità, che non sembrano nemmeno appartenere a quell’ambiente. Larga parte del corridoio delle medie, al primo piano, al quale si accede dalle scale, a metà tra le porte che conducono alle elementari e all’asilo, è avvolta dalle tenebre perenni, il corridoio è a nord, l’aula insegnanti e l’aula di tedesco, dove io ero stato confinato per molte ore, sono due tombine con luci da cimitero. Di fianco alle scale c’è la porta che conduce al giardino. Sembra quasi che il buio della superstizione, il buio della religione, avesse voluto confinare e, in certi casi scacciare, la luce della ragione. Rendere difficile lo studio, la lettura, ad alcuni, visto che in certe aule la luce c’è, è un atto significativo. Lo studio è un atto politico, lo studio demolisce la superstizione e, quindi è pericoloso, anche per gente come la suora inquietante. Avevo dovuto comprare la torcia, che mostravo anche in presenza della suora inquietante. anche l’ostentazione della torcia era un atto politico, un atto di accusa silenzioso, dopo quello che le avevo rivolto garbatamente a voce, forse ancora più sgradito del primo. Le tenebre, in un luogo in cui vivono bambini e ragazzi, incupiscono. Forse anche i sorrisi, forse anche l’allegria è pericolosa per certe che considera certe gioie della vita un peccato. Anche l’ufficio della suora inquietante è tetro: la donna scheletrica vestita di nero e la sua assistente scrivono illuminate da una luce fioca, da cimitero, da film dell’orrore. Entrare in quell’ufficio ti dà la sensazione di entrare in una morgue, ci sono atmosfere gotiche da Lovecraft e Poe. Sospetti sempre che, appena la porta si chiude, tu possa rimanere vittima di una coltellata inferta dalla terribile suora.

Dopo avere letto questa tiritera vi chiederete, ma che c’entra questo racconto con il viaggio che hai fatto? Il Giappone è un luogo zeppo di luce, di giorno e sera. Alla sera, i grattacieli, illuminati da insegne ipertrofiche e ipercromatiche, fanno sembrare la città un’immensa Disneyland, fiera di sé stessa. Adesso vi chiederete, ma come mai un comunista come te ama quel mondo, simbolo del capitalismo? per me Tokio è una città sincera, spontanea, che non ha paura di mostrarsi e lo fa con ostentata soddisfazione e armonia, sì, armonia. A me non piacciono tanto i grattacieli, ma, quelli che ho visto in Giappone, sono regolari, armonici, anche i colori sono scelti con cura e rispetto del luogo, si intonano tra loro. 

Una tradizione di molte mie serate nipponiche era: farsi la doccia, cambiarsi, mangiare qualcosa e uscire dall’albergo, ma per un breve tratto, fino al primo grande incrocio. e mettersi 5 minuti, 10 minuti ad osservare i grattacieli, facendo pochi passi, anche con i piedi feriti, che sembravano un quadro cubista. e ammirare un luogo che non ha nulla da nascondere, non come la suora inquietante.  

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