Mese: settembre 2013

Ho ancora la forza

Ho ancora la forza che serve a camminare,
picchiare ancora contro e non lasciarmi stare
ho ancora quella forza che ti serve
quando dici: “Si comincia !”

Ho ancora la forza di guardarmi attorno
mischiando le parole con due o tre vizi al giorno,
di farmi trovar lì da chi mi vuole
sempre nella mia camicia.

Abito sempre qui da me,
fra chi c’è sempre stato e chi nn sai se c’è
al mondo sono andato,
dal mondo son tornato sempre vivo.

Ho ancora la forza di starvi a raccontare
le storie che ho già visto e quelle da vedere,
e tutti quegli sbagli che per un
motivo o l’altro so rifare.

Ho ancora la forza di chiedere anche scusa
e fare la partita giocando fuori casa
e di dirvi che comunque la mia parte
ve la voglio garantire.

Abito sempre qui da me,
fra chi c’è sempre stato e chi non sai se c’è
nel mondo sono andato,
dal mondo son tornato sempre vivo, sempre vivo.

Ho ancora la forza e guarda che ne serve
per rendere leggero il peso dei ricordi
e far la conta degli amici andati e dire:
” Ci vediam più tardi, più tardi…più tardi”

Abito sempre qui da me,
fra chi c’è sempre stato e chi non sai se c’è
col mondo sono andato
e col mondo son tornato sempre vivo… sempre vivo.

Abito sempre… dal mondo son tornato sempre vivo

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ginnastica

Passano le giornate, a volte tra lavoro e delusioni, a volte tra gioie e qualcosa di bello e importante. Le giornate trascorrono in aula, tra ragazzi e ragazze che sanno dare anche delle soddisfazioni, trascorrono davanti ad un computer o in tribunale o assieme ad un cliente. Ho trovato due lavori che mi hanno realizzato, che mi danno soddisfazioni sia economiche che morali. C’è un limite a tutto, però. Bisogna chiudere, spegnere il computer e andarsene.

Tanti anni fa ho deciso di andare in palestra, senza pensare che avrei continuato per un lunghissimo periodo. Ho sollevato della ghisa per anni, bilancieri e manubri. Il mio fisico, che prima era eccessivamente scarno, è diventato robusto e più armonioso. 

Osservavo le lezioni di aerobica, con fare curioso e timoroso, che diventava meno timoroso, vedendo degli altri uomini partecipare divertendosi. Dai, Michele, vieni, dai, mi dicevano. Dapprima ero piuttosto ritroso e poi… Un bel giorno incominciai, come un Billy Elliott ventenne, a frequentare le lezioni di step coreografato. L’effetto era piuttosto ridicolo, oserei dire grottesco. Io sono come un elefante indiano, quando mi muovo, Ci facevamo mille risate, la lezione di aerobica era un bellissimo sfogo. Ho compiuto molti progressi, nonostante la mia inimicizia verso tutto ciò che è ritmo. Gli anni sono passati, l’università termina con pieno successo, cadenzata dai ritmi gioiosi di quelle lezioni. Conosco nuovi istruttori, tra cui un’istruttrice vulcanica e simpaticissima che inizia ad insegnare nella palestra che frequento. Quando inizia, ha la testa rasata, sembra il soldato Jane. Un giorno quell’istruttrice rompe con la palestra che frequentavo e decido di seguirla nella nuova palestra. Le lezioni sono uno sfogo, sono una liberazione. Le lezioni di step coreografato hanno qualcosa di trascendentale, sono un momento di liberazione del dionisiaco, ma anche dell’apollineo, se qualche movimento è decente. Quando entro di malumore mi scordo ogni motivo di disappunto nel giro di una decina di minuti, esco rigenerato, stanco morto e sudato. Viva la ginnastica aerobica!

Dieci inediti (o quasi) di Francesco De Gregori

Tagli

Dalla-e-De-Gregori-al-Folkstudio-nei-70Premessa doverosa: nell’era di internet, il concetto di “inedito”, riferito alla musica o a qualsiasi altra arte, è molto relativizzato. Tutti i dieci brani elencati in questo articolo sono presenti su Youtube, tanto per dire, e sono fruibili da chiunque abbia accesso alla rete. Alcuni sono stati trasmessi da note emittenti.

Per “inedito” intendiamo dunque “non inserito in un disco“. Ascoltate queste dieci canzoni del Principe, e ditemi se non ne valeva la pena.

1. “De Gregori era morto”

Canzone molto rappresentativa dei tempi del Folkstudio e dello stile degregoriano di quegli anni, fatto di immagini surreali ed ermetiche. Curiosità: nella canzone si citano “La casa di Hilde” e “Per brevità chiamato artista“, rispettivamente titolo di una canzone dell’album “Alice” e titolo di un disco che sarebbe uscito quattro decenni più tardi. C’è anche Marianna di “Marianna al bivio“.

2. “Quattro frati cavalieri”

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Correre

Una volta non mi piaceva lo sport. Non mi piaceva, perché i miei genitori mi volevano spingere a praticare degli sport che non mi piacevano e che non mi sarebbero mai piaciuti, come il nuoto. Io volevo praticare la danza classica, si sa,

Ho avuto il dono da parte della natura di un corpo armonico e atletico e una resistenza cardio-vascolare importante. Non so quanto dipenda dal corpo e quanto dalla mente. Penso che la mente sia più importante del corpo nella corsa. Quando trascorro tanto tempo senza praticare sport, ne avverto la necessità fisica e mentale, soprattutto quando ritorno nella mia città. L’adipe che ricopre lo stomaco e i miei ex addominali è un peso sulla coscienza da eliminare. Io vado in palestra, faccio aerobica, pilates.. Quando ritorno a casa, voglio correre. Correre era l’unica attività sportiva che mi interessava, a parte il balletto. Quando, alle scuole medie, c’era la corsa campestre, io raggiungevo delle buone posizioni e mi stupivo di me stesso. Gli anni passano, frequento la palestra con gioia e passione, trovo un amico, più grande di me. è un uomo che ama la vita, peccato che sia un po’ di destra. Mi propone di andare a correre. La palestra è vicino a casa, lì vicino a casa c’è una lunga strada, piena di traffico e inquinamento, che porta fuori dalla città. Vicino a quella strada inizia un parco, alberi, verde appena disordinato, panchine, sentieri asfaltati. Quel parco porta ad un grande fiume, in quel parco ci sono uomini, donne, bambini, stranieri e italiani, ci sono animali e gioia. D’estate ci sono tante persone, ma anche di inverno il parco è preso d’assalto da donne e uomini, quando il tempo è bello. Vado in palestra dopo pranzo, sono un liceale e poi un universitario. Io e il mio amico andiamo a correre da febbraio, quando ci sono le prime temperature miti, fino ad ottobre, saltando il mese di agosto. Andiamo a correre anche quando fa molto caldo, sotto lo sguardo divertito e stupito di donne affacciate alla finestra. Entriamo nel parco tenendo un ritmo compassato, da jogging, usciamo per un breve tratto di strada, costeggiando il parco, di fianco a villettine bianche che sembrano delle case al mare, anche se non siamo al mare. Rientriamo nel parco, ci sono piccole salite e discese. c’è un chiosco di bibite e gelati. Il fiume è vicino, lo costeggiamo per rendergli omaggio.  Io ho un’ottima resistenza fisica, sono soddisfatto di me. Sono gli anni delle superiori, dell’università, di amori, di impegno politico, di cultura. Sono gli anni della scoperta della vita. Più ci penso, più mi rendo conto che i luoghi hanno un’anima. I luoghi non sono mai neutri, i luoghi sentono i nostri discorsi, sentono le nostre risate, le nostre lacrime e le nostre tristezze. Sentono e cambiano, non rimangono mai gli stessi. Non succede solo durante i viaggi. Gli anni passano e il mio amico se ne va da questa terra. Torno a correre, ma con meno frequenza, con altre persone, che, però sono meno simpatiche del mio amico. Abbiamo corso con il sole, siamo stati sorpresi dalla pioggia, ci siamo dovuti riparare negli stand della Festa dell’Unità, in compagnia di un anziano signore con il cappello che ci guarda con aria perplessa. 

I miei anni felici svaniscono con la fine dell’università e la fine della vita di mia nonna. Iniziano anni di tristezza e sfiducia, nei quali continuo ad andare in palestra, ma non vado a correre. Guardo il grande parco e il grande fiume solo dal finestrino dell’automobile. 

All’inizio di questo post ho scritto che si corre con la mente, si corre per sfidare sé stessi. Non mi interessa la competizione con gli altri, mi interessa collaborare, scambiare idee, crescere con gli altri. Mi interessa progredire, mi interessa vincere qualche mio limite. Gli anni di tristezza e di quasi depressione inquinano la mente, inquinano le amicizie, inquinano i rapporti umani. La tristezza e la sfiducia chiamano tristezza e sfiducia, chiamano rapporti umani tossici e inutili. Bisogna ricostruire le macerie di sé stessi, bisogna ricostruirle, perché c’è stata una guerra e sono stato sconfitto, c’è stata una guerra, in cui io ho perso. Inizio a capire che bisogna eliminare i rami secchi, quei rapporti senza senso e senza logica, prima uno e poi l’altro vengono da me liquidati, ritrovando l’orgoglio di un essere umano. Lavoro, annullando me stesso. Io non esisto più, sono sotto le macerie, che, in parte, anche io ho contribuito a buttarmi addosso. Io amo la lettura, ho anche diminuito il numero di libri e la qualità di questi libri scende.

In un giorno di fine estate, che sembra un giorno di luglio, sento un richiamo. Sono le sei di sera, prepotenti di luce. Mi preparo, pantaloncini t-shirt e bandana. Debbo andare in quel parco, lo debbo fare, perché quel parco mi sta chiamando. Più corro, più l’energia aumenta. La resistenza è resistenza di mente, di corpo. Quando finisco, sono pieno di elettricità, gioia, mi esalto. Vorrei fare l’amore con quel parco, provo quasi un’eccitazione carnale. Il parco è vivo. 

La risalita continua, la tristezza lascia il posto alla consapevolezza di un me stesso migliore. Continuo a correre e anche qualche settimana fa, pochi giorni dopo essere tornato dalle vacanze ricomincio a correre. Voglio bene a quel parco, che costeggia il grande fiume. Voglio bene a me stesso, quando la fatica aumenta, penso che manca sempre meno al traguardo e la sfida è quasi vinta. Controllo la respirazione, controllo me stesso. Il ritmo che seguo è il ritmo della mia vita, un ritmo tranquillo e regolare. è quasi una filosofia di vita. Vorrei abbracciare gli alberi e la terra, mi porto dentro il grande spazio, grande come lo spazio di un blog, dove si può raccontare liberamente, per sfogarsi, per liberarsi.

contaminazioni

Qualche giorno fa ho scritto il post intitolato “Pettegoli”. Parlavo di una donna stupida, che conosce un uomo stupido. Questa donna grassa e stupida mi ha incontrato davanti alla scuola cattolica nella quale insegno e mi ha detto “dovrai adattarti alla scuola cattolica”, con aria ironico-sarcastica. Io ho risposto che mi sono trovato benissimo nella scuola cattolica, ed è vero. e questa deficiente mi ha detto: M. ha detto che sei falcemartello. 

Io penso che questo paese abbia una mentalità da curva calcistica. Non si valutano le persone, non si valutano le sfumature. Non viene valutata la corrispondenza tra le parole e le cose. Quali sono i contenuti, di cosa sono riempiti i contenitori. 

Alcuni giorni fa dovevo preparare i ragazzi per l’ultima ora, si trattava di una terza media. Sono piccoli, ma non piccolissimi. Li ho dapprima catechizzati, mi raccomando usciamo in ordine, senza far rumore, senza urlare. Avevo un po’ di paura. Arriva il suono della campana e si preparano disciplinatamente, quando suona la campana apro la porta dell’aula. Il corridoio è zeppo di ragazzini, il corridoio è stretto. Davanti alle scale c’è la preside, la suora magra. Dirige il traffico, decide quale gruppo deve passare e quale deve aspettare. i ragazzi stanno calmi, non c’è neanche tanto caos. Quando arriva il momento mi dice, puoi passare. Scendiamo, i ragazzi non corrono. Quando arriviamo alla fine delle scale, mancano pochi passi all’uscita e accelerano il passo. L’uscita è andata bene.

Mi ha fatto piacere che la suora magra dirigesse il traffico. è stato un segno di presenza tangibile, ho sentito il mio lavoro tutelato, molto più tutelato rispetto allo scorso anno quando il preside e diversi colleghi si sono dimostrati menefreghisti, quando ho manifestato loro dei problemi con certi alunni. 

Io non ho figli, se li avessi non li manderei in una scuola cattolica per ovvi motivi, ma, almeno in parte, capisco i genitori che mandano i figli alle private. L’anno scorso ho avuto la sensazione che molti dei colleghi menefreghisti e lassisti avessero agito in quel modo per due ragioni: primo, perché suggestionati da un incomprensibile buonismo finto sinistroide, e poi per scaricarsi le responsabilità, visto che in quella scuola ci sono circa 1300 studenti e allora è molto più comodo fregarsene e scaricare le colpe sugli insegnanti, piuttosto che affrontare degli alunni che sono destinati a rimanere in quella scuola anche per 5 anni, con annessi genitori. 

Queste vicende mi insegnano una cosa, Credo di potere compiere un pezzo di strada insieme anche a quelle persone, alla suora magra, perché penso che, almeno per questi giorni, insegnino il senso di una comunità. Sembrerà una sciocchezza, ma la presenza di una preside che controlla e dirige il flusso degli studenti in uscita ha una valenza simbolica, perché tiene fermo il principio del rispetto delle regole. Non so cosa accadrà in futuro, magari cambierò idea, magari me ne andrò tra poco, ma, per adesso, mi sento più protetto rispetto alla scuola pubblica. E non sono diventato ciellino, non sono diventato cattolico, né mai lo diventerò, continuerò ad essere comunista. Penso che questa esperienza possa insegnarmi a diventare più rigoroso, perché sono in un ambiente nel quale penso che il rigore sia apprezzato. Percorrere un pezzo di strada assieme può solo aiutare.