La libertà

Una civiltà si fonda su diritti. Ci sono diritti che devono essere inalienabili, altrimenti la libertà non esiste. Esiste il diritto al lavoro, per cercare di mantenere la famiglia oppure anche solo sé stessi. Esistono anche altri diritti, ma, per ora, ci occuperemo del diritto al lavoro. Il lavoro è dignità, ma ce ne accorgiamo quando manca oppure quando non è più un diritto, come avviene sempre più di questi tempi. Il lavoro deve avere delle garanzie, uno stipendio regolare, qualsiasi lavoro vale ed ha dignità. Sembrerebbero biechi luoghi comuni.

La cultura dovrebbe significare elevarsi. Leggere un libro, andare a teatro, guardare i quadri di una mostra. Sono scelte semplici, come andare a scuola. Ci si eleva spiritualmente, ma ci si garantisce un avvenire, si studia, teoricamente, per prepararsi a un domani in cui si avranno responsabilità. Si lavora e quel lavoro deve portare un salario, un salario giusto, commisurato alle capacità, ma anche alle necessità della persona. Una persona che lavora deve essere serena. Per lavorare bene bisogna sapere che si ha un qualche futuro, altrimenti lo spettro dell’incertezza, anche solo su come fare a pagarsi la cura dentistica, renderà la vita e il lavoro impossibili. Si lavora per vivere, si studia per vivere. Una volta la scuola superiore e l’università rappresentavano, per i proletari, al massimo, solo

un miraggio, nemmeno percepibile o dicibile. Ci sono state donne, ci sono stati uomini, che hanno lottato contro questa discriminazione e hanno parlato di diritti, allo studio e al lavoro anche intellettuale. I figli dei proletari sono entrati all’università, sono entrati al liceo e hanno portato i loro mondi, le storie di vite di sacrifici. Il movimento operaio, i partiti del movimento operaio, avevano coordinato le lotte.
Erano gli anni del progresso sociale. I diritti acquisiti sono stati dati per scontati. è sempre sbagliato dare qualcosa per scontato, si rischia di perderlo, sul lavoro, in politica, ma anche in amore. Le garanzie lavorative date dallo studio sono diventate sempre meno. Chi ha studiato si è trovato a dover svolgere professioni che non corrispondevano ai propri studi, ad essere precario nella scuola, oppure ad essere disoccupato. La cultura ha smesso di valere. Mia nonna, quando parlava del mio professore di italiano di prima liceo, lo chiamava “il professore”, con deferenza portata alla cultura e alla saggezza di quella persona. Non solo l’economia, non solo il capitalismo diventato sempre più cattivo, ma anche una subcultura pericolosa e strisciante, fomentata da un pericoloso impresario milanese, hanno fatto passare l’idea che la cultura fosse inutile, che fosse inutile studiare, che il lavoro del professore fosse inutile, insulso.
Mi chiamano in una scuola privata, una scuola prestigiosa, ma non mi paga la scuola, mi paga una scuola di lingue, gestita da una signora un po’ spocchiosa. Questa scuola di lingue si trova al termine di una scala erta, non esiste l’ascensore, in un palazzo antico, ma forse dovrei dire vecchio, perché è brutto e non è di pregio. Una volta c’era il rapporto solo tra subordinato e padrone. I lavoratori vivevano tutti nella medesima condizione, adesso c’è l’insegnante pagato dalla scuola, pagato regolarmente, ancorché pochino e c’è l’insegnante pagato da un altro padrone, lontano. La signora manda 3 figli in quella scuola privata, 5000 euro all’anno, guida la BMW, ma contratta, 12, 14, 13 euro. Come al mercato, lo sconto sulla cultura, lo sconto, per pagare meno un laureato in russo. Facevo già anche il traduttore, ma avevo pochi clienti. Ho un solo alunno, un simpatico rockettaro dai lunghi capelli biondi e il chiodo. è di origine russa, il nome e il cognome tradiscono la sua origine. Ha scelto di studiare russo, pochi lo scelgono in Italia. La scuola si è dedicata a lui, per trovare un insegnante, la sua famiglia paga 5000 euro l’anno per mandarlo a scuola, il prof di russo prende 13 euro l’ora senza contratto, senza punteggio, da una signora spocchiosa che paga 5000 euro ciascuno la scuola ai tre figli. Lui è un bravo ragazzo, pone domande, è sveglio, e intelligente. Il primo mese i soldi arrivano, ma la signora spocchiosa si fa lo sconto, mi da un po’ meno, venti euro circa, lo sconto sulla cultura. In fondo, ci sono tanti laureati in russo in grado di spiegare la letteratura russa medievale. La signora spocchiosa con la voce lagnosa mi dice che, d’ora in avanti, mi avrebbe pagato, non più ogni mese, ma ogni due. Passano due mesi, qualche pagamento delle traduzioni tarda ad arrivare e i soldi diminuiscono, ma non sono ancora così pochi. Ci diamo appuntamento nel tardo pomeriggio, lei mi deve pagare, quando arrivo mi dice che è senza soldi, che me li ridarà. Li ricevo il mese dopo. Altri episodi di questo genere si ripetono, mi paga ogni 2-3 mesi e, qualche volta, le mancano 10-20 euro. Io continuo a spiegare con passione, nonostante tutto, anche se i soldi calano. Quando i soldi calano troppo, telefono per fare pressione. Lei è gentile, melliflua, mi da appuntamento dopo soli 15 giorni. La chiamo per confermare l’appuntamento poche ore prima, guarda caso deve andare dal medico e non può. Sul conto mi rimangono 41 centesimi e debbo chiedere a mia moglie 20 euro per la benzina, perché ho ancora pochi clienti come traduttore e un pagamento tarda ad arrivare. Una sera mi sta per venire da piangere, ho 30 anni, due lavori, 41 centesimi sul conto e 20 euro datemi da mia moglie. Voglio dimettermi e penso a quel ragazzo a cui faccio lezione, penso che il giorno successivo mi avrebbe fatto altre domande sulla letteratura russa e sulla storia russa. Penso che mi piace lavorare, penso di avere qualche rotella svitata.

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