le fondamenta, il fondamento

questo blog parla di scuola. Ogni tanto c’è qualche digressione, ma il centro di tutto è questo mondo meraviglioso. questo blog parla di intelligenze, ma parla soprattutto di emozioni.

Ho sempre amato la cultura, ho studiato perché sono curioso del mondo, mi piace leggere, scoprire. Quando ero a scuola non studiavo solo per il voto alto, studiavo per imparare. L’amore per la cultura è anche merito di mia nonna, così come quello per la scuola.

Io sono stato educato in gran parte da lei, perché i miei genitori lavoravano e non riuscivano ad occuparsi con continuità di me. Mia nonna materna era una donna piccola ed esile, con gli occhi verdi grandi ed espressivi. Mia nonna materna è, anche se 10 anni fa circa, in una brutta mattina di fine ottobre, ha combinato un brutto scherzo, ha deciso di andarsene.

è nata in una famiglia di povera gente, erano 8 fratelli. era una famiglia unita, di quelle unite dall’affetto e dalla fiducia, anche perché di soldi ce ne erano pochi. è nata in campagna, mia nonna, in un paese che adesso sembra vicino alla città, ma una volta era lontano. Suo padre era stato abbandonato, aveva frequentato solo fino alla seconda elementare, sua madre non era mai andata a scuola e aveva imparato a leggere sui libri dei figli. Aveva mandato tutti i figli a scuola, fino a far loro raggiungere traguardi anche importanti per una famiglia povera di campagna di quel tempo (anni venti-trenta): la quinta elementare, che oggi, forse, corrisponde alla terza media oppure agli inizi delle superiori. Finite le elementari bisognava andare a lavorare. Erano poveri, però, ma non dei più poveri. Avevano grandi ricchezze come portare le mutande e le scarpe, realizzate dalla mamma alla notte. Il padre si ammazzava di lavoro per i figli. Il padre non voleva mai picchiarli ed era un uomo degli anni venti, non si bastona nemmeno un somaro. La madre dava qualche bacchettata e tirava, ogni tanto, i folti capelli ricci neri di mia nonna, ad esempio quando non voleva mangiare e scappava su di un albero assieme al fratello che le era immediatamente maggiore di età. Il padre muore a 50 anni, negli anni 20 i proletari di 50 anni erano consumati dal tempo.

Bisogna andare a lavorare, non si scappa, anche se mia nonna è uno scricciolo, solo capelli e voce, come la definisce sua mamma, la nonna P. Bisogna lavorare, perché la situazione è diventata ancora più difficile, dopo la morte della madre e tutti, anche i bambini, sono braccia buone per il lavoro. La guerra mondiale è finita, la crisi economica morde e anni di tenebre si prospettano per l’Italia. è il momento del fascismo. anche nei piccoli paesi l’ombra nera del regime si fa sentire. mia nonna è piccola ma grintosa: il macellaio del paese è un fascistone e un giorno le chiede: come mai non venite più a prendere la carne da un po’ di tempo? perché non abbiamo soldi, risponde mia nonna decisa. potete venire lo stesso, vi do la carne a credito, risponde la camicia nera con sicumera. No, mia nonna risponde con sicurezza. Perché, il fascista replica sorpreso, perché dopo voi andate a dire ai miei fratelli di fare delle cose brutte. Il fascista non seppe cosa rispondere. La grinta di mia nonna si fa sentire spesso: quando va a far la spesa, visto che è figlia di proletari, la ignorano molte volte e servono prima i figli dei signori. Lei lancia i soldi dietro al bancone e il negoziante le chiede scocciato, dopo averla ignorata a lungo, cosa vuoi bambina. Voglio quello che vogliono quegli altri, perché i miei soldi valgono uguale. Ci vuole grinta, perché, quando si è poveri, bisogna crescere in fretta.

Deve lavorare mia nonna, deve percorrere 12 chilometri all’andata e 12 al ritorno, con una vecchia bicicletta scassata, dalla campagna alla città, su strade dissestate. A 12 anni in fabbrica, poca carne e tanti capelli. a mia nonna piaceva tanto la matematica, ma un proletario non può tanto permettersi di fare i conti a scuola. La bambina cresce e diventa una ragazza generosa e intraprendente, che aiuta i vicini senza tener conto dei pregiudizi come quando aiuta una vicina con forti problemi psichici, allontanata da tutti, a fare la spesa. Fa altri lavori, anche la baby-sitter, a 18 anni, a r., una nota località della riviera, ma il padre dei bambini a cui deve badare ci prova con lei. Torna a casa schifata dopo 3 giorni. Ma c’è anche tempo per leggere. alla sera si trovano familiari e vicini in casa dell’uno o dell’altro per leggere dei romanzi a puntate, suo fratello, quello con il quale ogni tanto si arrampica sull’albero, legge molto bene. è una ragazza con i capelli ricci e un sorriso che incanta, in una foto scattata quando ha 18 anni, al fiume in canotta e pantaloncini. Siamo nel 1936, mia nonna precorre i tempi.

a 20 anni conosce un ragazzone timido che viene dalla città, un ragazzone che ha grandi occhi azzurri e pochi capelli. sembra un tedesco, viene da una famiglia povera, ma meno povera di quella di mia nonna. a lui non piaceva tanto studiare, a lui piaceva lavorare con le mani e a 12 anni inizia a lavorare come idraulico, ad imparare il mestiere. si sarebbe rammaricato di non avere amato gli studi. quel ragazzone ha un buon lavoro, è serio e coscienzioso, scatta qualcosa tra di loro. quel ragazzone ha un gran fisico, una volta va a fare il bagno al fiume, vede mia nonna che è andata a lavare i panni, esce dall’acqua in costume per andare incontro a mia nonna e lei abbassa gli occhi, un po’ a disagio. è grintosa sì, ma anche pudica. Si sposano e vanno a vivere a casa di lui, a Bologna, con i genitori di lui, che accolgono la nuora come una figlia. suo suocero, forse perché la vede così piccola e magra, le racconta le favole, come se fosse una bambina,

scoppia la guerra e gli amici dei miei nonni, si sono sposati il 3 dicembre del 1939, partono per il fronte. Mio nonno è esentato dal fronte, perché è un operaio specializzato, ha anche studiato per specializzarsi. In quegli anni avrebbero imparato bene chi fosse Hitler, mia nonna, fino a qualche anno prima, non sapeva nemmeno chi fosse, quando la padrona della casa presso la quale prestava servizio, le mostra il ritratto del suo fuhrer. qualche loro amico muore al fronte, l’impresa criminale di mussolini e Hitler provoca solo dolore e morte e iniziano anche i bombardamenti sulle città. ai miei nonni è nata una figlia, mia madre. gli anni sono duri, bisogna fuggire al suono della sirena d’allarme. solo mio nonno non va a cercare riparo nel rifugio, ce la farà. l’anno più brutto è il 1944, la fabbrica dove lavorano mio nonno e il padre viene bombardata e loro vengono licenziati, il mio bisnonno si ammala di tumore e muore, mio nonno si ammala di polinevrite e rischia la paralisi a 29 anni. Nelle difficoltà aiutano anche gli altri: in casa loro trovano rifugio partigiani. Mio nonno guarisce, ma non ha più il lavoro, mia nonna e sua suocera, che aveva potuto lavorare meno per badare il marito, devono pensare a tutto, Hanno una bambina piccola, sono sfollati in centro. Solo loro 3, mio nonno, anche una volta guarito, rimane a casa. Mia nonna va a servizio, trova lavoro presso una famiglia, a casa della quale arriva un giovane Sandro Pertini, un giorno, ma anche Giuseppe Dozza, il futuro sindaco di B. Il giorno della Liberazione è sabato, qualcuno urla, fuori dalla finestra della casa dove sono sfollate, siamo liberi, siamo liberi e mia nonna non ci crede. Vanno in piazza, nella piazza centrale, ci sono i carrarmati, ci sono i partigiani e gli alleati. è finita la guerra.

La guerra si trascina la povertà e la crisi: mio nonno trova lavoro presso il comune. deve guidare i camion spargicatrame. La situazione è grave, ma si risolleva piano piano. In casa hanno perso una stanza, per colpa della guerra. Bisogna resistere, stringere i denti e lavorare. I risultati non tardano ad arrivare. Il tessuto sociale della regione è forte, la solidarietà è nel dna di queste genti. Le città e i paesi sono amministrati da uomini coraggiosi, pieni di iniziative. Sono comunisti, di quelli veri, che hanno fatto la Resistenza. Il sindaco Dozza è il simbolo o uno dei simboli di questa rinascita, il tempo passa e qualcuno si rilassa e tende a dare questo benessere e queste conquiste per scontati.

La figlia è una brava ragazza con un carattere difficile, trova un uomo, mio padre, figlio di un gerarca fascista. Sono due lavoratori onesti, due brave persone, si sposano. Nasce mia sorella e qualche anno dopo, quando sono tutti al mare, mia nonna si accorge di qualche cosa. M., dice alla figlia, tu sei incinta. La M. rimane basita e risponde scocciata, perché. Perché ti si sono allargati i fianchi e perché mangi il doppio di quello che mangiavi fino a poco tempo fa. e poi non mi dici più di comprare certe cose. Intendeva gli assorbenti. Mia madre risponde, chi vivrà vedrà, in modo scocciato. Mia nonna va da mio nonno e gli dice: lo sai che nostra figlia è incinta. Sono davanti a casa, al mare. La casa è al primo piano, mio nonno è fermo sul marciapiede. Colpisce con un calcio piuttosto violento una lattina di birra, mia nonna diceva sempre, penso che stia ancora rotolando, quella lattina. Mio nonno è preoccupato, perché mia madre ha sempre problemi al momento del parto, ha anche rischiato di morire. Dopo pochi mesi nasco io. Per i primi tre mesi mia nonna viene tutti i giorni a casa dei miei per aiutare mia madre a prendersi cura di me. Mia madre deve ricominciare a lavorare dopo il congedo per maternità e le viene naturale affidarmi a mia nonna e mio nonno.

Mia nonna è una donna allegra e sempre di buon umore, mentre mia madre è una donna piuttosto ombrosa e triste, lunatica. Mia nonna ha voglia di ridere e far ridere, è una persona simpatica per natura, mia madre non ha le stesse doti.

Da quando ricordo, mia nonna mi parla dell’importanza della cultura. Io non ho potuto studiare, perché non avevamo soldi. Tu devi studiare, perché hai la fortuna di vivere in una famiglia che ti permette di farlo senza preoccupazioni. Più hai cultura, più sei libero, mi dice. E mi aiuta a fare i compiti alle elementari e mi ascolta mentre ripeto la lezione. Mia nonna legge molto, ha memoria, le piace la matematica. Le piacciono le opere d’arte, che guarda con occhi stupiti. Riflette preoccupata su come ci siano sempre stati oppressori, circondati da ogni bellezza e lusso e oppressi, costretti a servire i comodi dei primi. Usciamo assieme, andiamo a vedere dei monumenti: la nostra città ne ha tanti. Mi piace la scuola. Un giorno, a scuola, c’è il ricevimento genitori, ma mia madre non ci può andare, perché lavora. Mia nonna va dalla maestra, che si spertica in lodi per il sottoscritto. Mi definisce un genio, addirittura. Quando mia nonna torna a casa, mi riferisce quanto detto dalla maestra, orgogliosa da matti, credo che lei abbia guadagnato dieci anni di vita. Quante volte l’avrebbe ripetuto, nel corso degli anni.

 Sono felice e timido. Sono tranquillo, forse un po’ rigido. A quell’epoca avevo un solo desiderio, quello di iscrivermi ad un corso di danza classica, ma non oso chiederlo apertamente, perché mi imbarazzo e perché penso che mi sentirei a disagio in calzamaglia. Sarebbe stato l’unico sport che avrei scelto, in quel tempo mi interessano solo i libri. Se avessi 10 anni adesso non avrei dubbi, me ne fregherei delle convenzioni, ma non ho 10 anni.

A scuola continuo ad andare bene anche alle medie, anche se mi diverto di meno; in terza mio nonno si ammala gravemente e rapidamente ci lascia. Mia nonna mi avrebbe riferito in seguito che mio nonno le aveva detto: incoraggia i nipoti a studiare, visto che hanno la testa buona. Ora sono io l’uomo di casa. Dico a mia nonna, vorrei sposare una donna come te. Lei mi insegna, mi continua ad insegnare la vita, il comunismo, la legalità, la cultura. Non è per nulla autoritaria e io cresco rispettoso del prossimo, controllato, riflessivo.

Alle superiori scelgo di frequentare un liceo tra i più difficili della città, dove ho la fortuna di incontrare un professore che mi spiega che i classici greci, ma anche Dostoevskij, ma anche Leopardi sono ancora vivi e attuali. Leggo, leggo, leggo e decido che voglio diventare professore. Quel professore diventa un mio amico, decido di presentarlo alla persona più importante per me, si apprezzano a vicenda. Quando parlo con mia nonna, quando le ripeto le lezioni, lei si ricorda la Divina Commedia, ma anche D’Annunzio e tanti altri, sa chi sono il Conte Ugolino e Paolo e Francesca, le dico spesso della mia intenzione e lei mi dice fai bene, diventerai un bravo insegnante, proprio come il professore (intendeva quello bravo di poche righe fa), perché sai spiegare bene e poi perché vorrai bene ai ragazzi proprio come il professore. Vorrei campare per poterti vedere professore. Mi sono laureato e, poco tempo dopo, la nonna mi ha lasciato, in una brutta mattina di ottobre. Sono diventato professore, sarebbe fiera di me. Voglio bene ai ragazzi, come diceva lei.

Senza di lei non esisterebbe questo blog, non esisterei io.

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