Lo sapete che Justin Bieber è gay?

no, no, sfaccim e’ merda, no. Il professore non credeva alle proprie orecchie. Il ministero per la difesa degli alunni maleducati aveva legalizzato anche l’espressione, sfaccim e’ merda. Passi per sfigato, passi per testa di cazzo, passi per minchione, ma sfaccim e’ merda, proprio no. Manco so cosa vuol dire. Voglio capire quello che mi dice un alunno. Siamo nell’aula professori molto grande e molto bianca di un istituto superiore della provincia italiana, quando la dirigente scolastica si affaccia alla porta dell’aula. Ha i capelli brizzolati lunghi e unti, è leggermente sdentata, le sue ascelle emanano un afrore invidiabile. Professor Terzi, può venire un secondo nel mio ufficio? Va bene, fece il professore un po’ titubante.

Entrarono nell’ufficio: un’immagine di Che Guevara è appiccata al muro, assieme ad un chewing-gum annerito dal tempo. L’ho sentita contestare, la preside lo guardò male e si mise dall’altra parte della scrivania. L’educazione è grigiore e noia, la maleducazione è fantasia e libertà. Sputò per terra. Il professor Terzi le replicò, mi sembra un po’ esagerato quello che sta dicendo. A scuola ci sono anche dei doveri, almeno credo. Lei deve fidarsi di noi, lo interruppe la preside, anche perché, il ministero per la difesa degli alunni maleducati ha emanato una circolare, in base alla quale, i professori che non accettano i nuovi codici linguistici possono anche essere licenziati. E si ricordi, professor Terzi, dei problemi che ha avuto con la giustizia in passato, se noi la licenziassimo, lei potrebbe finire anche in galera, di nuovo. Non glielo consiglio. Adesso vada, il professor Terzi era un po’ perplesso per quel che stava accadendo.
Il professor Terzi non avrebbe mai creduto che sarebbe diventato un professore. Non l’aveva mai creduto la prima volta, non l’aveva mai creduto la seconda volta. La prima volta era finito in galera, perché era stato accusato, dalla figlia di una nota donna politica di averlo molestato. Non era così, ma lei era troppo potente. Non vorremmo riparlare a lungo di quello che era successo. Molto era cambiato negli ultimi tempi. Non si capacitava granché, il professore di quei cambiamenti. Tutto era avvenuto troppo in fretta, la sua uscita dalla galera, l’aver trovato un milione di euro sul conto corrente, senza sapere perché. Era stato chiamato per alcuni anni in una scuola privata di un’altra città: un ambiente tranquillo, tra persone a modo. I ragazzi venivano da ambienti sereni ed economicamente agiati. Erano stimolanti per il professor Terzi, che riusciva a fare lezione con facilità. Il preside era una donna giusta e retta. Non sapeva perché, il professore, ma aveva sentito il bisogno di ritornare a casa. Sentiva troppo la mancanza della città nella quale era nato e non voleva più rinunciarci. Aveva un lavoro, un’attività professionale come traduttore editoriale affermato e la passione per l’insegnamento in quella tranquilla scuola privata.
In verità aveva anche nostalgia della movida della sua città di origine, non perché gli interessasse tanto uscire la sera, magari al sabato, una cena, ma perché voleva vedere gente, voleva sentire qualche voce, almeno al sabato. Nella città in cui aveva vissuto fino all’estate precedente, dalle 10 di sera in poi non volava una foglia, nemmeno nella piazza principale. Pochi giorni dopo l’inizio della scuola era stato chiamato nell’Istituto Tecnico Industriale Pertini. Fu chiamato all’improvviso. Era contento di essere stato chiamato. Aveva sempre insegnato nella scuola privata, voleva provare, per la prima volta nella sua vita l’emozione di insegnare nella scuola pubblica.
Quando entrò in quella scuola si sentì catapultato dentro una lavatrice nel pieno ciclo di lavaggio. C’era un vicepreside cattivo ed acido che gli parlò male del suo predecessore nella sua materia. Si dimostrò infastidito e poco cortese nei confronti del prof. Terzi, che non aveva capito il perché. si era sentito un po’ a disagio il prof. Terzi, lui veniva dalla scuola privata. L’avevano accolto meglio, anche se aveva sempre gli occhiali neri e la barba lunga nera. Il professor Terzi era un uomo di due metri e quell’aria misteriosa incuteva timore. La preside aveva un’aria manageriale, anche se, sotto sotto, era rimasta la tipica femminista sciatta e puzzona anni ’70. Quando lo portò nella prima classe non capì quasi nulla. Era stato chiamato all’improvviso e ancora non capiva nulla, come era normale che fosse. L’avevano chiamato meno di un’ora prima, il professore era abituato ai risvegli lunghi e tranquilli, non ad essere trascinato giù dal letto come se fosse stato un chirurgo chiamato a trapiantare o un pompiere. Parlò in tedesco con la voce impastata dal sonno e dopo si avviò in altre due classi. Quella giornata fu interlocutoria, come era normale che fosse. Era stato tutto troppo veloce. Quando arrivò a casa si fece delle domande: era chiaro ormai che la sua vita, basata su radicate abitudini, era ormai sconvolta. Non aveva capito per quanto ancora. I suoi sensi erano chiaramente intorpiditi, si era alzato troppo di fretta. Ogni cosa deve avere il suo tempo. Non è normale e non è nemmeno benefico forzarli. Quando uscì dall’istituto non si ricordò nemmeno dove avesse parcheggiato l’automobile. Era troppo spaesato e camminò per una diecina di minuti.
Quando tornò a casa si stupì di certe gride allarmate: perché non parli, che cosa hai, perché non rispondi. Era la voce di un insegnante, perché hai gli occhi fissi, perché hai i muscoli paralizzati. Si rese conto solo dopo di quello che era successo. Era stato tutto maledettamente troppo veloce, troppo improvviso, troppo tutto.
L’insegnamento deve essere accompagnato dalla riflessione, bisogna analizzarsi, guardarsi da fuori per capire. Capire i passi che si sbagliano, capire la dimensione della lentezza che non appartiene ad un lavoro che ti assorbe l’anima e corpo e che diventa difficilissimo per chi, come il professor Terzi ha anche un’attività professionale parallela. Di insegnamento non si può vivere, perché è un mestiere che è basato su graduatorie che vengono aggiornate in base a criteri di anzianità, senza tenere in conto il merito. Chi studia e si impegna è perfettamente uguale, sul piano economico, a chi non combina niente. Ci sono delle soddisfazioni morali, però, che non hanno eguali, che riempiono l’anima, come quelle date dalle parole di una dolcissima ragazza che il professor Terzi aveva avuto l’occasione di incontrare qualche anno prima in una scuola di provincia. Gli aveva scritto parole bellissime su fb, parole che gli erano rimaste nel cuore. Quando mangiava, guardava la televisione. Era sempre solo a casa, si immalinconiva. Odiava i tg regionali, pieni di notizie inutili sugli incontri dei sottosegretari dedicati alla protezione della zucchina. Alunno vittima di uno strano fenomeno. Il giornalista del tg, raccontava, qui all’istituto tecnico Pertini, alle porte di B., il giovane Filippo è rimasto apparentemente privo di coscienza, ma con gli occhi spalancati, davanti all’insegnante che lo stava interrogando. è stato portato in ospedale per accertamenti, che, fino ad ora, non hanno dato esiti. Il ragazzo sta bene e pare che sarà dimesso entro 48 ore. Il professore non pensò più a quella notizia già dopo pochi minuti, lo attendeva la preparazione di lezioni. Molte volte si chiedeva se valeva la pena di svolgere quel lavoro, visto che era ricco di famiglia, visto che quel lavoro veniva pagato poco e visto che aveva tante cose per la mente. Il pomeriggio passò serenamente, verso sera andò a vuotare il pattume. Incontrò una vicina grassa, la signora Tumminello. Ha sentito di quel ragazzo fermo come un baccalà, là al liceo, ha capito professore. Lui non volle contraddirla anche se sapeva bene che la vicenda si era svolta nella sua scuola.

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