Month: marzo 2013

Italia, io ci sono.

Oggi inauguriamo la sezione Atmosfera, in modo da riunire tutti gli articoli che raccontano i vari luoghi della nostra penisola e  che in qualche modo ci permettono di vivere o rivivere le emozioni uniche di quel luogo. Stando seduti su una sedia possiamo viaggiare con la mente e scoprire angoli impensabili o dimenticati. Apriamo quindi la sezione con la più conosciuta e apprezzata regione italiana dagli stranieri e da noi italiani: la Toscana.

http://farm6.staticflickr.com/5004/5249387596_222bd6d278_z.jpgQuesta regione densa di storia e di cultura ha come sfondo grandi vallate, colline piene di vigneti, alberi solitari sui promontori e borghi medievali. Da questa regione partiremo alla scoperta di edifici, parchi o città che il nostro paese nasconde. Persino meraviglie molto note, che rinascono nella magia di una notte silenziosa.

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Naufragare

Qualche mattina fa ho cercato di punire chi si comportava male, la dirigente mi dice “I tuoi colleghi non hanno segnalato nulla sulla disciplina”, dunque, è colpa mia. Viene in classe, cazzia gli alunni, mi da poca attenzione. Ho la netta sensazione che avrò delle conseguenze negative. Una delle ragazze più buone della classe si mette a piangere per la tensione, mentre i cafoni se ne fregano. è chiaro che chi si comporta bene ha ragione, e che chi si mal comporta no? No, non è chiaro, non è per niente chiaro. Quando la scuola ribalta le regole, quando gli insegnanti di buona volontà sbagliano a lamentarsi perché c’è chi chiacchiera durante la lezione, vuol dire che la scuola perde la sua funzione, che la scuola non serve più a niente, che siamo sul Titanic. E non ce ne rendiamo conto. Non avrei mai dovuto lamentarmi con la preside, avrei dovuto solo aspettarmi l’assenza della prof. Nella scuola cattolica dove ero non sarebbe successo.
Leandro Bartoli

Salire

Quando andavo a scuola, ero bravo ed avevo, quasi sempre, un’ottima condotta. Mi trovavo sempre meglio con quelli più tranquilli, mentre sognavo di essere dall’altra parte della cattedra. Ora sono dall’altra parte della cattedra e non sto mai in cattedra, mi piace girare tra i banchi, sentirmi parte della classe.

Ho insegnato russo per due anni in un liceo di Bologna, confrontandomi con un ragazzo motivato, attento e partecipe. Tutto bene, non succedeva nulla di strano, mi sono divertito spiegando delle meraviglie di questa cultura. Il ragazzo ha terminato le superiori, quest’anno ho svolto alcune supplenze.

Alla fine di gennaio, quando c’era un freddo boia e tanta neve, ricevo una telefonata da parte della scuola, con la quale mi viene richiesta la disponibilità ad una supplenza di inglese, con le lingue ci lavoro anche come traduttore. Accetto con entusiasmo, perché questo, per me, è il mestiere più bello del mondo e lo farei anche gratis. Mi piace stare con i ragazzi, anche con i più problematici e agitati. Ho quattro classi, a due delle quali faccio lezione nello stesso momento, incontro ragazze e ragazzi partecipi ed interessati. C’è qualcuno un po’ agitato, ma poca roba.

Incontro la seconda liceo linguistico, anche lì ci sono ragazzi e ragazze tranquilli ed intelligenti: Malisa, Giulia, Manfredi, anche Massimiliano. Ma non solo, c’è un gruppetto di scatenate che mi danno, fin da subito, del gran filo da torcere: Federica, Federica, Clarissa, Flavia, Sofia Elena, Francesca, Benedetta. Disturbano durante la lezione, chiacchierano, mangiano, sporcano per terra mentre mangiano, Benedetta e Francesca soprattutto. Mi infastidisco, mi dicono anche che io non posso valutarli, perché non sono il loro insegnante. C’é solo un problema: non riesco ad arrabbiarmi. Non so perché. Chiedo di sviluppare una pagina in cui raccontarmi del loro tema preferito riguardante un paese di lingua inglese e la loro inventiva è buona, rivela una mente interessante, le ascolto parlare in inglese e l’inglese è buono e penso che potrebbe essere anche migliore se solo stessero un po’ più attente. Chiedo loro di esercitare la fantasia scrivendo temi e tutti, anche quelli con più difficoltà, mi sorprendono per idee e ricchezza interiore. In mezzo a tutto quel caos trovo una vitalità folle, intelligente, che mi fa ridere anche nei momenti più scemi, come quando mi prendono in giro per la mia pronuncia emiliana della lettera zeta. Chiaramente ci sono le ricadute in condotta e, a volte, la testa pesa un po’, dopo quegli incontri tosti, ma, alla mattina, ho più voglia di alzarmi da letto.

Le cose belle finiscono sempre, tanto per usare una frase fatta: la collega, che ho sostituito fino a venerdì 24 marzo, mi annuncia il rientro dal periodo di malattia.

Venerdì scorso mi avvio alla lezione di inglese, deciso a far ascoltare alcune canzoni e a far svolgere alcuni esercizi, una delle canzoni è quella di Adele, someone like you. La lezione si trasforma ben presto in una specie di festa, quella canzone è tra le loro preferite, mi chiedono di cantarla quasi tutte, qualcuna canta con voce sommessa, qualcuna con voce alta e un bel po’ potente. Ogni tanto prendono qualche stecca, ma sentirle, sentire quelle parole poetiche e malinconiche, che parlano di persone che si reincontrano, in cui una delle due, chiede di non dimenticarla, sentirle cantate da voci anche un po’ incerte, a volte maldestre, ma così convinte ed appassionate mi spinge ad abbassare la testa verso il banco per celare la mia emozione. Non mi piace esprimere le mie emozioni, sono una persona schiva, timida, non mi va che mi vedano. Adesso ho un po’ paura ad ascoltare quella canzone, ho paura che l’emozione diventi troppa.

I minuti passano veloci fino al suono della campanella, Federica ed altre mi propongono una foto insieme con il cellulare, mi emoziono e divento anche un po’ rosso.  Quel gesto mi ha fatto bene.

Sono piccole cose, cose minime. Ho imparato da tutti, ho scelto di raccontare di quelle meravigliose scalmanate forse perché io sono sempre stato il bravo bambino, il ragazzo della porta accanto e sarebbe stato banale raccontare di altri “bravi ragazzi” come me, calmi, tranquilli.

Grazie ragazzi, grazie scalmanate, a presto, un abbraccio.

 

Sussurrare

Quel giorno sono entrato in punta di piedi. A me piace parlare piano. Cosa significa parlare piano? Parlare piano significa ragionare, parlare piano significa far emergere i pensieri e le connessioni, per creare altri pensieri ed altre connessioni, Quella cattedra era la mia, mi sono sentito in obbligo di dire e fare delle cose nuove, diverse, di non ripetere solo il già detto da un critico. Per fortuna non esistono le antologie di russo per le superiori, le quali sono, molto spesso, aberranti coacervi di nozionismo. Esiste una storia della letteratura di Ettore Lo Gatto, che per me ha rappresentato la porta di ingresso per la letteratura russa. Dobbiamo scoprire connessioni.

L’anno successivo per me pare non prospettarsi nulla, Passano i mesi un po’ stancamente, tra traduzioni e tribunali. Una mattina mi accorgo che la mia scuola aveva chiamato. Richiamo e mi viene detto che una collega si è fatta male e che io avrei dovuto sostituirla. Si ricomincia.

lavorare

bisogna insegnare gli uomini a pescare, perché così si nutriranno tutta la vita. Non me ne importa niente di sentirmi raccontare tutta la tiritera sulla vita di un autore, cosa ha fatto il 10 luglio 1767, l’11 luglio, eccetera. Non me lo ricordo neanche io e non me ne frega nulla. Bisogna conoscere le idee degli autori, dei testi e metterle assieme.  è l’unica strada per pensare, per essere autonomi. Mi piace fornire ai ragazzi la cassetta degli attrezzi, ago e filo, che loro cucineranno insieme per formare dei pensieri liberi. No, non ho preso delle cose strane. Solo una birra, e non mi ha dato nemmeno alla testa. Ho trascorso due anni troppo belli, quasi troppo normali, in quella scuola. Mi hanno rubato dei soldi, è stato l’unico fatto non felice. Contano le idee, conta aprire le finestre e fare entrare la luce. Conta costruire delle reti tra mondi, la letteratura, il cinema, la pittura, conta costruire delle reti nel tempo, da un secolo all’altro. 

All’università si studia poco la letteratura russa antica: per me è stata l’occasione di scoprire alcuni aspetti, del tutto nuovi. Come adesso si scrivono dei blog, una volta si scrivevano le cronache per conservare la memoria dei fatti. Queste cronache sono giunte fino a noi; mi chiedo, dureranno così tanto blog come questi? Ho dei seri dubbi. La Russia è orgoglio, la Russia è stata dominata dai tatari, per oltre un secolo. La Russia è un caleidoscopio di colori. La Russia è nata a Kiev, Suzdal, Kostroma, Novgorod, Mosca. La Russia è l’autocrazia, la Russia è grandezza, è enormità, огромный, enorme, ogromnyj, è parola evocativa anche dal punto di vista sonoro. Due anni sono passati in fretta, ma hanno lasciato dietro e dentro qualche cosa di speciale, Cechov, la corsia numero 6, il reparto, Nabokov, l’occhio, la difesa di Luzin, Kljuev, Dostoevskij, Tolstoj, scrittori, che vorrei fossero anche miei amici, e, forse lo sono un po’.