Viaggiare

Avevo voglia di specchiarmi nei loro occhi, ragazzini e ragazze, giovani donne e uomini. Da adolescenti ad adulti. Sono tanti, disorientano. Riannodo fili in parte spezzati, da alcuni anni non insegno quella lingua. In una quarta noto qualcosa che non mi convince, ci sono sguardi diffidenti, un po’ seccati per il mio modo di fare. Io ho un modo di fare caloroso ed amichevole, accondiscendente, probabilmente troppo accondiscendente. Vedo che, soprattutto certe femmine, mi guardano male mentre spiego. A me non piace il loro libro di testo, la grammatica è spiegata in modo fumoso e confusionario. I libri di testo di adesso non sono di grande livello. Ingenuamente penso che sia opportuno usarlo, perché, visto che i loro genitori hanno speso i soldi. Durante le mie ore c’è confusione, molti, probabilmente lo fanno apposta, perché non gradiscono la mia presenza. Mi chiedo il motivo, ma non riesco a capirlo. Una volta dobbiamo rinviare la verifica, perché mancano 6 fotocopie (orrore, orrore). Gli sguardi sono gelidi e grondanti indignazione. Un’altra volta, sotto la spinta del caos, sbaglio una coniugazione, salvo accorgermene pochi secondi dopo. I ragazzi, soprattutto certe ragazze, sono bravi ed intelligenti, ma anche molto esigenti, severi, forse troppo. Ci tengono alla scuola e non hanno ancora capito che anche io ci tengo alla scuola, almeno come loro. Non si spiegano e rifiutano con il rumore di sottofondo e gli sguardi gelidi la mia presenza. Entrare in quella classe è complicato, gli sguardi benevoli non sono tanti. Sembra che tutti mi attendano al varco, pronti ad impallinarmi per un minimo sbaglio. Quando cado in errore, addirittura chiamano la preside. è una scuola da 2000 studenti, con tutto quel che avrà da fare, i genitori le vanno a rompere le scatole per una coniugazione. Vengo addirittura convocato in presidenza. Quando esco sono tremante di rabbia e vergogna. Vorrei entrare in quella classe per sfogare la mia ira, ma decido di soprassedere in quanto ho paura di usare del turpiloquio, non adatto ad una scuola, quantomeno ad un insegnante. Gli alunni, oramai, sono liberi di fare un po’ quel che vogliono. Quando arriva il lunedì, vado in quella classe con aria sdegnata ed offesa. Inizio a parlare lentamente, gelidamente. Dopo aver ascoltato le mie parole meditate e dure una ragazza chiede la parola e sostiene che la classe non apprezza il fatto che io usi quel libro di testo e ne preferisce un altro. Sono anche disponibili a fornirmi una copia di un altro manuale per effettuare le fotocopie che mi servono. i rappresentanti non l’hanno più in catalogo. Io chiedo se è l’opinione sul loro testo è opinione di tutti. Confermano. Sono sollevato perché abbiamo parlato, perché abbiamo individuato qual è il problema. Hanno dimostrato di essere anche maturi, oltre ché intelligenti. I giorni successivi trascorrono meglio, più tranquilli. La settimana successiva, dieci giorni dopo forse, c’è il consiglio di classe. Uno dei due rappresentanti, un bravo ragazzo intelligente, chiede scusa al sottoscritto davanti a tutti gli insegnanti e ai rappresentanti dei genitori. Sono contento, faccio solo un cenno. Hanno capito che tengo alla scuola come loro almeno, hanno capito la mia buona fede. Le cose migliorano di giorno in giorno. Hanno saputo rimediare ai loro errori, sono un po’ più donne ed uomini, grazie anche a quegli eventi. Probabilmente anche io sono cresciuto un po’. Ho deciso di iniziare il racconto di questo viaggio in questo istituto da loro, perché adoro le riappacificazioni, mi piace ricucire.

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