La prima volta

Sono una persona scettica, ho paura di innamorarmi troppo, anche se è già capitato più volte. Questa storia è successa molti anni fa.

Mi ero perso nei suoi occhi, pieni di bontà e intelligenza. è una persona colma di sensibilità, che, per questa sua caratteristica, ha sofferto tanto. Mi ero fatto incantare dalla sua intelligenza, dalla sua creatività, dalla sua fantasia. La sua intelligenza, le sue parole mi facevano rimanere a parlare per periodi indefinibili. Era bello, mi faceva sentire bene, mi faceva sentire qualcosa dentro, che mi cambiava. Un giorno mi accorsi che avevo avuto un’erezione vigorosissima, mentre parlavamo e mi incantavo a guardare i suoi occhi. Non ebbi il coraggio di dirglielo, per molte volte. Eravamo abbastanza piccoli, quella persona più piccola di me.

Eravamo in vacanza insieme, quella sera eravamo stati a passeggio per il paese. Si mise a letto prima di me e ci guardammo senza parlare, per quel secondo. Era sotto le lenzuola, i nostri sguardi si incrociarono e i suoi occhi, neri come la notte, incendiarono la mia anima. Mi avvicinai e scatenai un diluvio di baci, sulla sua bocca, sul suo viso, mentre la mia mano cercava e trovava il suo corpo, accarezzandolo con dolcezza, mentre sentivo il suo corpo che si abbandonava a me, voluttuoso e fremente. Mi dichiarai a quella creatura, che mi contemplava con aria benedicente la vita e ricambiava i miei baci.

Sentivo il suo corpo profumato e caloroso, che diventava sempre più umido, quando le mie labbra raggiungevano le sue parti intime, accarezzandole con la lingua.

Ci salutammo dicendo: “Buona notte, amore, sognami!” Quella notte non dormii. Il giorno dopo sembravo uno zombi, quella persona no.

Oltre me

Oltre me, più di me.

Questa storia potrebbe incominciare in un ospedale esageratamente caldo, senza aria condizionata. Ci sono io, su una lettiga. Ho trascorso una notte di incubi, perché una persona mi ha maltrattato, maltrattato pesantemente. Quella persona mi ha sentito agitarsi e ha chiamato l’ambulanza, sincera come Matteo Renzi. Ho avuto la disgrazia di conoscere quella persona.

Non ci sono distributori e posso bere a malapena un po’ d’acqua, calda come brodo. Quella persona è stata particolarmente violenta con me, come lei sa esserlo. Io non ho avuto abbastanza forza per reagire, forse. O forse sono troppo debole. Parlo con un signore anziano sconosciuto, lamentandomi della vita, per far trascorrere il tempo. Ho trascorso una giornata intera in quel cazzo di ospedale, anche se non avevo niente.

Questa storia potrebbe incominciare in un tinello, alle 9 e mezzo di sera. In quella casa si mangia tardi. C’è una signora cicciottella e bionda che inveisce contro di me, accusandomi di pontificare e di darmi delle arie, perché non mi piace Laura Pausini. Urla fortissimo, la signora cicciottella.

Ma potrebbe incominciare anche dalla suora inquietante, o da un signore calvo, che mettono in dubbio la mia capacità di costruire buoni rapporti con gli alunni. Io rispondo loro in modo garbato e con forza.

Oppure potrebbe incominciare da uno sguardo sorridente e benevolo di una bella ragazza, che è stata mia alunna. “Tu sei una persona umile, perché impari dai propri alunni”. Ricambio il suo sorriso, sono felice.

Questa storia continua un venerdì sera di quasi estate, umido e appiccicaticcio. C’è una ragazzona alta che mi abbraccia e mi da un bacio sulla guancia. è una mia alunna di qualche anno fa, che ho incontrato qualche giorno prima, nella gelateria in cui lei ha fatto uno stage. Piangeva, perché i genitori stanno divorziano. Il centro è affollato e noi andiamo in un locale elegante. Lei è timida, ma riesce a dirmi che mi considera un secondo padre e che, se non avesse già il proprio, vorrebbe essere adottata da me. Penso alle mie insicurezze, penso al fatto che non me la sono mai tirata, penso che, troppo spesso non mi considero abbastanza e cerco di considerare gli aspetti positivi, considero il mio senso della realtà, considero il fatto che sto con i piedi per terra e sono abituato a non vantarmi, ad essere me stesso. Penso all’autorevolezza che ispiro, all’affetto che nutro per quella persona e penso al fatto che è tutto spontaneo, privo di calcolo e sincero, maledettamente sincero, che va oltre me, che, forse, ho dentro, che gli altri vedono, ma io, probabilmente, non vedo abbastanza. Quello che è successo dovrebbe essere un tassello del mosaico dell’autostima, che sto cercando di comporre e che, forse, riuscirò a finire.

Usciamo dal locale e il barista, che ci ha servito due cocktail meravigliosi, ci saluta dicendo “ciao, ragazzi!”. Sono un po’ vanitoso, anche.

Con la valigia pronta

Maggio è il mese dei compiti in classe e delle interrogazioni che si ammucchiano. Da anni cerco di organizzare il tempo dei miei alunni saggiamente, provando a non contribuire al mucchio di impegni.

Maggio è il mese dei primi caldi, che rendono invivibili le aule. è il mese della stanchezza, che offusca troppo spesso le menti di alunni anche meritevoli, ma anche quelle degli insegnanti, anche la mia.

è giusto allentare un po’ il ritmo, se si ha lavorato alacremente per tutto l’anno.

Avevo fatto una promessa, all’inizio dell’anno, ai ragazzi, che avevano visto le foto sul mio profilo Instagram. Avrei fatto una piccola dimostrazione di zumba, alla fine dell’anno, l’ultima lezione. “Si ricorda la sua promessa?” Mi fa una ragazzina magra di seconda liceo linguistico, simpatica e non troppo studiosa. Rispondo di sì, anche se sono un po’ imbarazzato.

Usciamo in giardino, in un angolo appena un po’ appartato. Ho la musica sul cellulare. La ragazzina magra si è portata una cassa, per collegare il cellulare, ma funziona il giusto. La musica si sente poco. C’è un’afa paurosa, non si respira. Io sono in camicia a maniche lunghe. Parte la musica e mi va via l’imbarazzo. La prima canzone è un brano di un mio amico, presenter di zumba, seguono un brano di Chino y Nacho e uno di Shakira. Sono sudati e felici, sono sudatissimo e felice. Sta per suonare l’intervallo e ritorniamo in classe, madidi di sudore. è finita l’ultima lezione dell’anno. Come spesso succede, l’anno prossimo non sarò nella stessa scuola. Ne ero conscio fin dall’inizio, ovviamente. Sono arrivato qua, a settembre, senza disfare la valigia, come facciamo noi precari, consci che durerà sempre troppo poco, ma pronti a lasciare qualcosa, di noi, pronti a farci cambiare da queste esperienze, a farci cambiare dai ragazzi, ma anche a cambiare un po’ la loro vita, a renderla un po’ più serena, ma anche un po’ più felice. è una felicità sana, spinta dalla musica, ma soprattutto dalla voglia di stare assieme. Io sono felice, lo sono sempre stato, lo sono quasi sempre a scuola, porto felicità, o almeno ci provo.

Faccio fatica a realizzare subito il significato di quello che è successo. Queste parole saranno curative, o almeno ci provano. Mi faranno prendere coscienza, o almeno ci provano. Scrivere è anche una medicina.

Qualcosa che continua

Nonostante tutto, nonostante l’eterno vagare per la provincia, nonostante conoscenze e rapporti che nascono, si consolidano e si chiudono a giugno, almeno dal punto di vista didattico. Lei è una ragazzona grande e grossa, lo era già in prima, quando è stata mia alunna. Mi ricordo che aveva amici, all’epoca. Ha appena finito la quarta.

Mi scrive su instagram, chiedendo di potermi dare del tu. Mi racconta che i suoi si stanno separando e che sta facendo uno stage, in una gelateria. Mi invita ad andarla a trovare. Accetto e propongo una data, sabato scorso nella tarda mattinata. Lei accetta. Io non tengo conto del fatto che è sabato, che la gente va al mare, anche nella tarda mattinata. C’è una gran coda in autostrada. Il paese dove si trova la gelateria è a 40 chilometri da casa, proprio dove c’è l’istituto alberghiero. Mi faccio delle domande sulla mia sprovvedutezza, mentre sono in viaggio per quel paese, mentre osservo le biciclette agganciate sul tettuccio delle macchine e le valige, che già raccontano di vacanze lunghe che stanno per iniziare, non più solo di weekend. Vedo anche diverse automobili di turisti tedeschi, mi vengono in mente gli anni ’80.

Sono convinto che sia una buona cosa andare da lei. Esco dall’autostrada, inforco una provinciale deserta ed entro nel paese, dove hanno sede la gelateria e l’alberghiero. è deserto, tranne qualche signore anziano. La gelateria, nella quale quella mia ex alunna sta facendo lo stage, si trova a metà tra quella scuola di cielle, dove avevo avuto il mio primo incarico un po’ lungo, dove avevo conosciuto V., che avrebbe portato via il mio cuore, almeno per un po’, anche se non sono stato capace di darle ciò di cui aveva bisogno, e l’istituto alberghiero, un luogo accogliente e selvatico, nel quale sono stato bene due anni. In quella gelateria portavo le mie alunne che non facevano religione, qualche anno fa. Si mangia bene il gelato, ha pochi tavoli, dentro e fuori. è in mezzo ad una rotonda, vicino ad una grande fontana. Poco lontano c’è il grande spiazzo dove parcheggiavo la macchina, nell’anno in cui lavoravo nella scuola ciellina. è lo spiazzo nel quale parlavo con V, nel quale vivevamo il nostro amore, senza che io, forse, me ne fossi reso conto. Parlavamo e non mi rendevo conto del tempo che passava. E ci amavamo.

Di fianco allo spiazzo c’è un grande parco, che costeggia il fiume e arriva fino alle terme. Di fianco al parco c’è un viale, bello, ben curato, che arriva fino alle terme. Ed oltre.

Parcheggio e leggo messaggi frenetici e affettuosi di quella ragazza. Mi stupisco anche, perché é una ragazza timida. In una nota vocale mi dice: “Ho combinato un casino, qua in gelateria”. Un po’ sorrido e un po’ scuoto la testa, perché lei è un donnone, grande e grossa, un po’ scomposta, goffa e buona. Passo davanti ad un bar, con davanti qualche signore anziano seduto, che si gode pigramente l’ombra, sotto il tendone e il berretto, dietro gli occhiali da sole.

Entro in gelateria e lei mi corre incontro. Non dice quasi nulla e mi stringe, mi abbraccia stretto stretto. Nella gelateria c’è anche una ragazza, che è la titolare, che si presenta, cordiale e sorridente. Ci salutiamo, la mia ex alunna è timida, molto più di come era stata nei messaggi vocali e qui penso al fatto che i cellulari ci cambiano, probabilmente, così come il computer. Prendo un gelato e lei viene mandata a prendere il latte, ma non dalla mamma. La ragazza proprietaria della gelateria mi racconta, a voce bassa, che la mia alunna è bravina, anche se molto distratta. Aveva appena rovesciato per terra 60 litri di ingredienti, era quello il casino che aveva combinato. “è scollegata mentalmente in questi giorni”, mi dice, “i suoi si stanno separando, io le ho detto di chiedere, prima di fare casini. L’ho detto anche al vicepreside. Non possiamo rimetterci 60 litri al giorno” Scuote la testa in modo malinconico. “è bravina, quando vuole” Mi dice anche: “Ha amici quella ragazza? Mi sembra molto sola”. Rimango stupito, perché quando era stata mia alunna, gli amici li aveva. La ragazzona torna.

Prima sorride, poi mi racconta che i suoi si stanno separando. E piange. Mi dispiace molto, cerco di dire delle parole non troppo stupide. La titolare mi offre il gelato. La ragazzona buona, che sapeva calmare le ire di un ragazzo disabile grave, quando ero il suo prof. mi abbraccia.

Esco dalla gelateria. Fa caldo. In paese non c’è quasi nessuno, i colori sono vividi e un po’ violenti per gli occhi. L’autostrada che va verso la città e vuota. Sono un po’ triste, perché l’ho vista piangere, però forse ho fatto qualcosa di buono, qualcosa che parla di storie che continuano, che mi fa piacere e mi spaventa un po’, perché mi ricorda che ho una grande responsabilità, che persone come lei si aspettano sempre tanto da me, che mi considerano un punto di riferimento, anche se io non credo di essere così importante, anche se mi sento piccolo, anche se non so se merito tutta questa considerazione positiva. Mi sento sempre un ragazzino, alle volte un po’ cazzone, penso che potrei essere una sorta di fratello maggiore un po’ scombinato per loro, al massimo uno zio stravagante, ma mi accorgo che per molti ragazzi non è così, che mi vedono come qualcuno di fondamentale, a volte come un secondo padre, come mi aveva detto la ragazzona buona. E io provo a fare del mio meglio, con i piedi ben piantati al suolo e senza portare a spasso il mio monumento.

a presto.

M.

La necessità

Quest’anno è volato via, a scuola, con leggerezza e velocità. Questo blog rappresenta la necessità di trovare parole che esprimano sensazioni, che diano continuità e solidità a questi mesi. Devo fermare in queste righe quei sorrisi, quei giorni e quelle settimane iniziate e finite, leste come il vento. Li devo fermare, prima che l’oblio annebbi la bellezza che mi si è depositata dentro. Qualche volta piacciono anche ad altri e questo è bene.

Pochi giorni fa ho dato una dimostrazione di zumba a dei miei alunni. Hanno 15/16 anni. Sono simpatici, quasi tutte femmine, tranne un ragazzo alto e magro. Hanno una conoscenza abbastanza labile del tedesco, ma sono migliorati. All’inizio dell’anno erano molto peggio. Era un caldo boia in giardino, io ero in pantaloni e camicia, non proprio la tenuta ideale per ballare zumba. Loro erano felicissimi ed elettrizzati. Io pure, madido di sudore.

è anche giusto che sia finita, ero un bel po’ stanco.

P,S, Oggi non sono riuscito ad andare in palestra, causa rallentamenti negli scrutini. Ho fatto attività fisica a tutto andare nel weekend, ma ci sono rimasto male lo stesso. Sono incontentabile!

Con il Dottor Gratteri

Questo è un piccolissimo blog. Io non sono nessuno. Parlo di temi seri, con grande timore reverenziale, rispetto e titubanza, perché mi sento troppo spesso inadeguato.

Mi ricordo troppo bene del senso di impotenza e di offesa personale, che ho sentito quando hanno ammazzato Falcone e Borsellino, ma anche altre vittime. Mi ricordo troppo bene dello sconvolgimento, rispetto a tanto orrore.

Per questo, ma anche per tanti altri motivi, mando un abbraccio e un sostegno calorosissimo, al Dottor Gratteri, che porta e cerca giustizia.

Con lei, dottore.

M.

Imparare da loro: dum doceo, disco

G. è una ragazza timida, ma neppure troppo. G. è una ragazza carina e intelligente, tranquilla e responsabile, ha 18 anni. I miei colleghi parlano dei problemi che ha avuto negli anni scorsi e di come sia migliorata. Io fatico ad immaginare come una ragazza così pacifica possa aver dato problemi.

Ho qualche riserva sull’assegnazione di ricerche e lavori di gruppo. Ho sempre il timore di ricevere lavori tutti uguali, magari scopiazzati malamente da wikipedia.

La giornata della Memoria è un momento fondamentale, ma non è mai l’unico, nel quale ragiono e faccio ragionare sul tema dello sterminio di persone ebree, rom, omosessuali, oppositori politici, disabili, che è poi, in generale, il tema della discriminazione di persone ritenute “diverse”. Ho cercato sempre di fare qualcosa, tra cui mostrare e spiegare lo spettacolo di Paolini, Ausmerzen, vite indegne di essere vissute, di parlare senza retorica e con precisione di ciò che è successo, almeno un po’.

Ho assegnato ad una quarta un lavoro, a partire dalla Giornata della Memoria, invitando i ragazzi, il più possibile, a personalizzare quello che facevano, a metterci la loro impronta. I ragazzi l’hanno consegnato e ho avuto belle sorprese. Mi sono messo a leggere il lavoro di G., scritto in un tedesco encomiabile, ma che contiene anche delle informazioni che io non conoscevo, ma non solo.

Il lavoro si intitola Ballast, che in italiano vuol dire zavorra. Parla della persecuzione e dello sterminio delle persone disabili. Parla di una mostra, organizzata a Milano nel 2019, a partire da uno studio dell’associazione tedesca degli psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, sullo sterminio delle persone disabili. La mostra è stata allestita nel Palazzo di Giustizia di Milano. Il perché della scelta di questo luogo l’ha spiegato la senatrice Liliana Segre, la quale ha evidenziato che anche in quel luogo sono state eseguite le prescrizioni delle leggi razziali, suprema ingiustizia nel luogo che dovrebbe essere della giustizia.

A partire dal 1934 400000 persone con problemi psichici sono state sterilizzate in Germania, contro la loro volontà, dal 1939 al 1945 200000 persone sono state uccise, nel corso della cosiddetta aktion t4, il nome dato dai nazisti allo sterminio sistematico delle persone con malattie della psiche, tra cui prigionieri di guerra. Alcuni dei criminali hanno potuto continuare la loro carriera, come se niente fosse successo, nella Germania del dopoguerra. In Italia i numeri non sono stati così grandi, ma persone sono morte.

Nel lavoro preparato dalla mia alunna si racconta di Irma Sperling, di 13 anni, la quale fu ammazzata, perché rideva molto, ma non era molto reattiva e non poteva né andare a scuola, né lavorare, secondo quanto scrivevano gli aguzzini nazisti. Si racconta di Magdalene Maier-Lebnitz, uccisa a 25 anni per sbalzi d’umore e problemi di autostima. Le fu diagnosticata schizofrenia. Si parla anche di Irmgard Stellbrink, di 47 anni, che soffriva di iperattività e fu rinchiusa in varie cliniche psichiatriche, ridotta ad uno scheletro e morta per i maltrattamenti.

La mia alunna fa delle riflessioni sulla malattia mentale, la quale viene purtroppo ancora vista come qualcosa di cui vergognarsi, come se fosse una colpa, oppure viene sottovalutata. Racconta degli stereotipi di genere, legati alla malattia della psiche.

E arriva il momento della personalizzazione, il momento in cui questa ragazza parla del disturbo dello spettro autistico, di cui soffre. Non ho mai capito, né percepito nulla, Mi ricordo di quando i miei colleghi ne hanno parlato. E io continuo ad essere basito, perché non ci ho capito mai un’emerita mazza. Ho provato a documentarmi su questi disturbi, in cui il cervello delle persone funziona in modo diverso. Ho capito molto poco, mi sono scoperto nudo ed ignorante, desideroso di informarmi . Racconta, la mia alunna, che, secondo gli stereotipi di genere, i disturbi dello spettro autistico sarebbero maschili, cosicché le è stato diagnosticato tardi, complicandole la vita. E io non sapevo un emerito accidente.

E io sto rileggendo ed imparando quello che mi ha insegnato la mia alunna. Le ho dato 10 in tedesco. E sono cresciuto, almeno un po’. Spero.

Un abbraccio.

M.

AS TIME GOES BY… — ilblogdibarbara

Oggi. “Voi del battaglione Azov agli occhi del mondo siete degli eroi” (Bernard-henri Lévy, Repubblica, 16.5). Uno scambio di prigionieri per gli eroi dell’azovstal” (Giornale, 18.5). “Eroi vivi” (Francesco Merlo, Repubblica, 18.5). “Quelli di Azovstal sono eroi” (Foglio, 19.5) E questo straordinario inno d’amore, per non dire poema epico. FINO ALL’ULTIMO Asserragliato nei cunicoli labirintici […]

AS TIME GOES BY… — ilblogdibarbara

Parentesi

PREMESSA DI QUANDO QUESTO POST AVEVA UN TITOLO DIVERSO DA QUELLO CHE VEDETE, CIOè “TORNO” Il post inizia con un titolo per nulla banale. Ah! !ah! ah! I contenuti del post sono di un’originalità unica, che vi terrà inchiodati alla poltrona. Quasi. Ho bisogno di andare a letto. E chi se ne frega? Direte voi.

QUALCOSA DI PIù INTERESSANTE Ieri sono andato a Firenze, con una mia classe. Non capitava da prima della pandemia. L’escursione è durata un giorno. Mi sono sentito un po’ spiazzato, sia quando i ragazzi hanno chiesto a me e solo a me di accompagnarli, sia quando il giorno della partenza si avvicinava, ma mi sono sentito anche piacevolmente leggero, durante il viaggio, sia quando ero solo, sia quando ero con loro. Mi sono sentito adolescente, mi sono sentito diciottenne come loro. Sono simpatici, affettuosi e piacevolmente normali. Sono belli e sorridenti. Anche io sorrido, sereno e felice. Ci voleva, vi voleva quella sana parentesi nella quotidianità. Questo viaggio è stato salutare. Ho fatto indigestione di panorami bellissimi. C’è una vita diversa, diversa dal solito. Questo viaggio mi è servito come promemoria. Penso a quello che è successo e il caldo che abbiamo sofferto perde di importanza.

è sera e penso alla persona che amo, un po’ lontana da me, ma non troppo. So di essere amato, avrei tanta voglia di fare l’amore, di riempirci di coccole, come abbiamo fatto qualche tempo fa. Sono affettuoso, amo i preliminari. Per me il sesso deve essere tenero, non esiste, almeno per quanto mi riguarda, il sesso senza carezze, baci, abbracci, ecc. Sto cambiando un po’ troppi argomenti.

Buona notte e buona vita.

M.