L’amore

Cammini da ore con i sandali e i piedi anneriti e gonfi ti sanguinano, il sudore ti cola implacabile sulla fronte, l’acqua sembra essere sempre troppo poca, anche se hai fatto rifornimento. Guardi le vesciche e la strada, sembra che non arrivi mai la stazione della metro, anche se è vicina. Il caldo picchia come un martello e la coscienza, a volte, sembra annebbiarsi. Procedi sulla tua strada implacabile.  Sei felice.

 

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Sonno

Sono tornato da New York e sto cercando di smaltire il jet lag. Dormirò? Mah… Sono le 2 di notte, ho un gran sonno, ma di dormire non se ne parla. Mah.

A presto.

M.

Decadenza e altro

Alcuni giorni fa ho letto un’intervista ad un preside, che parlava della proliferazione dei supplenti nella scuola. Questo preside sostiene che coloro i quali vengono dopo nella graduatoria valgano meno degli altri. Questo signore racconta che i genitori scrivono delle mail sull’incompetenza del professore di matematica o che gli studenti bussano alla sua porta lamentandosi del professore di inglese, che parla italiano. Mi auguro che l’intervista sia stata tagliata per ragioni di spazio e che il senso di essa sia stato distorto. Il preside fa capire che prende per oro colato tutto quanto gli viene detto da genitori ed alunni. Non ammette il beneficio del dubbio, non effettua verifiche. I professori, veri o presunti incompetenti, vengono messi alla gogna, senza accertare quanto di vero. La scuola è vittima di un tribunale sgangherato, che compie processi sommari che hanno un solo risultato, la condanna degli insegnanti. Quanto alla presunta impreparazione degli insegnanti che hanno meno punti in graduatoria, posso affermare che si tratta di un’affermazione apodittica. Mi è capitato di trovare degli insegnanti “anziani” preparati, ma anche degli insegnanti “anziani” del tutto impreparati, così come tra i giovani ci sono quelli bravi e quelli meno bravi. L’intervista di questo signor preside è dunque un profluvio di banalità da comari di ballatoio, in cui il ruolo degli insegnanti è umiliato, se hanno la sventura di restare vittime di genitori apprensivi, impiccioni e spesso in malafede o di alunni che non accettano le regole.

Lavoro da anni nella scuola. Mi dicono che sono bravo. Anche io, come tutti, ho iniziato. Anche io, come tutti, sono stato più ingenuo e ho dovuto capire come muovermi, qualche volta. Ho avuto bisogno di seguire esempi altrui, ho avuto bisogno di seguire la mia ragione e il mio sentimento. Ho avuto bisogno di colleghi e presidi, in grado di guidare le proprie scuole e i propri insegnanti a raggiungere i migliori risultati. Credo che a scuola dovrebbe funzionare un patto tra alunni, genitori, preside e insegnanti. Credo che ognuno dovrebbe rispettare il ruolo dell’altro e collaborare per il bene della scuola, che è il bene degli alunni e delle famiglie, come quello degli insegnanti. Gli alunni devono diventare dei cittadini consapevoli, che vivono nelle regole. Gli insegnanti devono trasmettere contenuti, ma devono trasmettere anche benessere emotivo. La scuola deve essere anche fatica e impegno. Se c’è un problema con un insegnante se ne parla innanzitutto con lui/lei, poi si va dal prof coordinatore di classe, poi dal vicepreside o dal preside. E tutto deve essere svolto con uno spirito positivo, non per attaccare nessuno. Se l’insegnante è in conclamata malafede, allora il discorso cambia, ma ci vuole gradualità e buon senso.

Mi sembra assurdo dovere scrivere queste frasi, che suonerebbero banali se non fossimo in una situazione, che, a volte, diventa grottesca e prefascista. Avallare il dominio e l’arbitrio di genitori e insegnanti arroganti e in malafede è privatizzare la scuola pubblica, che diventa la proprietà di queste persone, che procurano il male soprattutto di adolescenti troppo deboli e immaturi per accettare dei no e delle sgridate, incapaci di elaborare le frustrazioni. è sommamente fascista accettare che degli insegnanti siano soggiogati dal tallone di ferro di questi inquisitori. Accettare questo significa consegnare la scuola nelle mani dei prepotenti. Un preside che accetta questo è un don Abbondio.

Questa non è la mia scuola, a scuola lavoro molto e faccio lavorare molto gli alunni. A scuola so sorridere e scherzare, ma so anche dire dei no e sgridare. Mi metto a sedere ad ascoltare gli alunni, tutte le volte che devono dirmi qualcosa. Per me la scuola è quella delle feste in discoteca a cui mi invitano i miei alunni, ma per me la scuola è anche quella di ore di lezione intensissime, dalle 13 alle 14 magari, in cui spiego e/o interrogo e gli alunni escono stanchi, ma con il sorriso. La mia scuola è quella in cui un preside illuminato invita una giornalista russa e mi chiede di fare da interprete, davanti a 400 tra alunni e prof, e mi presenta dicendo che sono una grande risorsa per l’istituto. è la scuola in cui si valorizzano le risorse, con intelligenza e saggezza.  Questa è la scuola per me.

Il navigatore

Stamattina stavo andando nella scuola dove sono commissario esterno di tedesco, chiamato a sostituire un collega narcolettico e alcoolizzato. Ho impostato il navigatore, nel quale sono rimasti memorizzati indirizzi di altre scuole in cui ho lavorato. E mi sono sentito sradicato più del solito. E ho ripensato alle sensazioni che provavo io da alunno quando cambiavo insegnante, certamente non così spesso come capita ai miei alunni. E mi sono capitati davanti quadri diversi, immagini diverse e un po’ scoordinate di periferie industriali bruttine, di dolci colline e cieli azzurri, di periferie dignitose,  scuole moderne e piene di tecnologia, scuole fatiscenti e cadenti. Sembravano mischiarsi. E mi sono sentito ancora più spaesato del solito. Poi ho pensato ai ricordi, alle amicizie che durano da anni e anni, a quella serata a ballare salsa, con colei che è stata tra le mie prime alunne. Ho pensato a quelle ragazze che hanno scelto di studiare lingue, grazie ai miei stimoli. Ho pensato a tutto il buono che è rimasto e che rimarrà, a tutte le tracce che ho lasciato e che lascerò. E sono stato meno disorientato.

P.S. In bocca al lupo ai maturandi. W il lupo!

Vita

Oggi ho sentito la vita. Nello sguardo tranquillo e sorridente del ragazzo che ho avuto l’onore di avere come alunno ho sentito la vita, nelle parole e nei sorrisi della madre ho sentito la vita. Eravamo dentro ad un ospedale. Non mi sembrava di essere dentro ad un ospedale. Eravamo dentro al bar, al fresco dell’aria condizionata. Abbiamo parlato, riso e mangiato dolci. E c’era vita. Quella visita è stata una benedizione per me.  E l’ho fatta, perché mi faceva piacere. Solo ed esclusivamente per quello.

Ha patito tanto il mio alunno, tante sofferenze indegne ed atroci. Ora sta molto meglio. Si merita tutto il meglio.

V.

Non ero molto contento di insegnare all’alberghiero. Ci vanno i ragazzi svogliati, molto spesso. Molto spesso è un parcheggio per persone che non hanno voglia di fare niente. Mi sono detto: ci sono e ci devo provare. Anzi, non me lo sono neanche detto. L’ho fatto e basta. Perché sì, perché mi piacciono le sfide, anzi, perché sì e basta.

Ho conosciuto V., che è un ragazzo con mille difficoltà in tedesco e molto timido. Si è dato da fare, partecipando anche alle mie lezioni individuali, chiamate sportelli didattici. è educato e simpatico. Ha fatto tantissimi progressi ed ora qualcosa ha imparato, anche se so che non sarà mai un mio concorrente come traduttore. Pochi giorni fa mi cerca nei pressi della sala insegnanti e tira fuori una scatola da un sacchetto. è una scatola di cioccolatini, si chiamano Herzkirschen, cuori di ciliegia. è un regalo da parte mia e dei miei, mi dice. Lei è l’unica ragione per la quale studio tedesco. Ora sono qui, in salotto, guardo la scatola di cioccolatini, che stanno ormai per finire. E sorrido soddisfatto.

P.S. Da qualche post questo blog sta ricominciando ad essere un blog sulla scuola e sulle storie, spesso belle, che capitano in essa. Sta ritrovando se stesso? Chissà?

Storia di L.

L. è una ragazzina con le gambe lunghe e piene e il viso da bambina, che tradisce i suoi 15 anni scarsi. Non è bravissima a scuola, non diventerà mai una traduttrice e probabilmente non andrà all’università. L. ha la faccia paffuta e un sorriso sincero, che rivela come è lei dentro, pura e sincera. Si è impegnata in tedesco, superando molte delle lacune che aveva. Si è impegnata ad aiutare i compagni in difficoltà. L. è una ragazzina solida e di buon cuore. Qualche giorno fa mi è corsa incontro nel corridoio e mi ha abbracciato sussurrandomi, grazie per tutto quello che ha fatto per me. Io ho ricambiato l’abbraccio e mi sono emozionato. Il cuore mi si è aperto e mi sono sentito bene. Quell’abbraccio mi servirà, mi servirà per gli inverni dell’anima, perché la dovrò riscaldare. Che bello insegnare.